L’età degli imperi e la Seconda Rivoluzione industriale (1875-1914)
Seconda Rivoluzione Industriale e Imperialismo
Negli ultimi decenni del secolo XIX e nel primo del XX, lo sviluppo industriale raggiunse la sua piena maturità, tanto che si è potuto parlare di una “seconda rivoluzione industriale” diversa dalla prima, quella iniziata in Inghilterra nella seconda metà del secolo XVIII.
Della seconda rivoluzione più rapidi furono gli effetti, più prodigiosi i risultati che determinarono una trasformazione decisiva nella vita e nelle prospettive dell’uomo. Essa fu caratterizzata dall’espansione dell’economia capitalistica nei continenti africano ed asiatico, dal prevalere dell’industria pesante (metallurgica e meccanica) su quella leggera, dal concentrarsi di masse umane nelle grandi città, dalla diffusione di nuovi materiali (acciaio e gomma) e di nuove fonti di energia (petrolio ed elettricità). La produzione su scala mondiale si impennò vertiginosamente.
Innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale
Lo sviluppo industriale fu sostenuto anche questa volta da invenzioni scientifiche e da processi tecnologici che consentirono un migliore sfruttamento delle materie prime ed una più elevata resa della produzione. Nel campo della metallurgia il convertitore sperimentato nel 1879 da Thomas consentì un notevole risparmio di tempi e di costi nel processo di trasformazione in acciaio dei materiali ferrosi.
La turbina a vapore progettata negli anni Ottanta in Inghilterra e in Svezia rivoluzionò le vecchie macchine a vapore rendendo possibili notevoli risparmi nelle spese e nei rifornimenti di combustibile. Un largo impiego di elettricità, quale fonte di energia meccanica, poté essere ottenuto con la costruzione di potenti centrali idroelettriche. L’introduzione dell’elettricità nei più diversi settori produttivi portò profondi mutamenti nell’economia dei singoli paesi e rinnovò molti procedimenti tecnici.
L’invenzione della lampada a filamento di carbone, dovuta all’americano Edison (1879), rese possibile l’illuminazione elettrica delle grandi città nelle quali, gradatamente, venne eliminata l’illuminazione a gas che pure era sembrata, qualche decennio prima, un importante simbolo di modernità. Anche l’industria chimica realizzò un rapido sviluppo con l’invenzione di nuove procedure nei campi dei coloranti, dei concimi artificiali, degli esplosivi, dei medicinali.
Il “sistema di fabbrica” decollò definitivamente con la diffusione del cosiddetto “sistema industriale americano”, basato su catene di montaggio, supporti elettromeccanici e sull’organizzazione razionale del lavoro secondo cadenze attentamente studiate.
Industrializzazione e imperialismo
L’imperialismo costituì l’altra faccia del processo di industrializzazione, dando inizio a una corsa all’accaparramento delle terre africane ed asiatiche. Il nuovo colonialismo fu diverso da quello del passato: organizzò il mondo in aree economiche e strategiche funzionali alle grandi concentrazioni di capitali.
Tra il 1881 e il 1886 quasi tutta l’Africa fu assoggettata dalle potenze europee. All’inizio del Novecento non esistevano più “spazi vuoti” nel mondo. Le potenze coloniali trasferirono anche idee come libertà, uguaglianza e democrazia, che in seguito alimentarono la reazione dei popoli colonizzati contro l’imperialismo.
Seconda Rivoluzione Industriale e capitalismo
Nell’ultimo quarto del XIX secolo crebbe il numero delle grandi imprese, che eliminarono molte aziende minori. Nacquero così i monopoli, cioè l’accentramento del mercato nelle mani di pochi operatori.
I legami tra banche e industria portarono alla nascita del capitale finanziario, che concentrò il controllo dell’economia in poche mani. I capitali venivano esportati nei paesi meno sviluppati, dove la manodopera costava meno, aumentando i profitti ma anche le disuguaglianze.
Imperialismo e Colonialismo
L'Imperialismo e il Colonialismo sono due momenti storici che hanno caratteristiche differenti, e in questo articolo cercheremo di ricapitolarli entrambi in breve.
L'Imperialismo nasce nel 1870 ed è un termine coniato in Francia con un significato preciso: imporre, da parte di una nazione su un'altra, il proprio dominio economico e politico al fine di creare imperi economici molto potenti.
Per il Paese che andava ad imporsi su un altro ciò significava ottenere materie prime importanti a basso costo. Le motivazioni che portarono allo sviluppo di questa corrente storica furono essenzialmente tre.
Motivazioni dell’imperialismo
L’economia: ottenere materie prime a basso costo.
La politica: la politica interna serviva a scaricare le tensioni sociali create dall’industrializzazione; la politica estera mirava a ottenere prestigio internazionale e supremazia sulle altre nazioni.
La cultura: con la diffusione di razzismo e nazionalismo, si cercava di affermare la presunta superiorità dell’uomo bianco sugli altri popoli.
Principi del colonialismo
Il colonialismo comincia nel XVI secolo, quindi prima dell’imperialismo, e consisteva nell’espansione di una nazione su territori esterni per motivi principalmente economici.
Anche in questo caso si trattava di occupare territori e imporre regole economiche e politiche, ma in modo diverso rispetto all’imperialismo.
Si distinguono due tipi di colonialismo:
- Colonialismo di popolamento: conquista del territorio e insediamento di una nuova popolazione.
- Colonialismo di sfruttamento: conquista del territorio e sottomissione della popolazione locale.
Differenze tra imperialismo e colonialismo
La differenza fondamentale risiede nel fatto che il colonialismo comporta la presa di controllo totale di un territorio e l’imposizione completa del dominio economico, politico e culturale di una nazione su un’altra. Le popolazioni sottomesse perdono la propria autonomia e questo processo favorisce fenomeni come razzismo e schiavitù.
L’imperialismo, invece, pur mantenendo un forte controllo economico e commerciale, non prevede sempre l’occupazione diretta del territorio e lascia una parziale autonomia alle nazioni sottoposte.
Sostanziali differenze
Il colonialismo, avviato dagli Stati europei dopo la scoperta dell’America, portò spesso a forme di vera e propria schiavitù nelle popolazioni conquistate.
L’imperialismo fu generalmente meno diretto: invece di assumere il controllo totale dei territori, esercitava un dominio parziale diventando un punto di riferimento economico e politico.
L’imperialismo fu una corrente storica principalmente basata sull’economia, poiché mirava alla costruzione di grandi imperi economici ricchi e potenti.
L’età giolittiana
Giolitti e il movimento operaio
Primo ministro del governo Zanardelli, dal 1901 al 1903, e poi capo del governo fino al 1914, Giolitti fu protagonista della politica italiana sino a poco prima della guerra mondiale. I punti principali del suo programma politico furono lo sviluppo economico e la libertà politica, in quanto considerate condizioni necessarie per assicurare stabilità al paese. Di fronte all'affermarsi del movimento socialista, puntò ad integrare la classe operaia nelle istituzioni dello stato, praticando una politica di accordo con i rappresentanti del movimento operaio. Mantenne quindi il governo in posizione neutrale di fronte ai conflitti sociali, in quanto riteneva che in Italia non vi fosse un pericolo rivoluzionario, in quanto giudicava che il movimento sindacale avesse soltanto fini economici. Questo suo atteggiamento rafforzò il movimento rivoluzionario, aumentarono quindi gli scioperi, ma nonostante ciò, egli mantenne la sua politica, pur consapevole che questa avrebbe provocato una grossa redistribuzione della ricchezza. Ma giudicò anche questo fatto in modo positivo, in quanto un maggior benessere delle classi operaie, avrebbe provocato un aumento dei consumi (in termini economici) e un aumento dei consensi (in termini politici).
Successi e limiti delle riforme
È nel periodo giolittiano che aumentano i diritti e le tutele dei lavoratori, delle donne e migliora l'assistenza. Le riforme di Giovanni Giolitti ebbero molto successo (statalizzazione delle ferrovie, riforma scolastica, creazioni Ina come unico ente nazionale per le assicurazioni sulla vita). Nonostante ciò, si tende ad evidenziare i limiti del riformismo, infatti nella sua politica non furono considerati due problemi fondamentali per lo sviluppo italiano: la riforma tributaria e la questione meridionale. Gli interventi di Giolitti a favore del mezzogiorno furono veramente pochi e spesso inutili. Infatti nell'età di Giolitti la questione meridionale si aggravò ulteriormente, in quanto il suo ideale di progresso si basava su miglioramenti del settore industriale del Nord, escludendo quindi il meridione.
Nazionalismo e politica coloniale
Nel periodo giolittiano si diffuse il nazionalismo. Il fenomeno fu inizialmente letterario e culturale, limitato ad una ristretta cerchia di intellettuali, ma nel 1910 fu fondata l'associazione nazionalista italiana. Questa manifestava la necessità di uno Stato forte e di un'espansione coloniale al fine di affermare la grandezza dell'Italia sul piano internazionale. Il nazionalismo ottenne molti consensi, e Giolitti decise così di riprendere la politica coloniale nel nord Africa, con la guerra di Libia. L'impresa divenne interessante in quanto pubblicizzata come una grande opportunità economica per l'Italia: la Libia era un paese di grandi ricchezze. In effetti, però, questa zona non aveva alcun rilievo economico. La conquista della Libia fu portata a termine in modo diplomatico, con la Turchia che si ritirò dalla regione.
Cattolici e politica italiana
Dopo la presa di Roma (1870), l'estraneità dei cattolici alla vita politica del paese si stava lentamente attenuando. I cattolici si unirono in organizzazioni, importanti sono le "leghe bianche", organizzazioni sindacali cattoliche. All'interno del nuovo movimento cattolico, si distinguono però tre diverse tendenze: gli "intransigenti", contrari allo stato liberale e fedelissimi al Papa; i moderati, favorevoli ad un progressivo inserimento di cattolici nello stato liberale; la Democrazia Cristiana, movimento fondato da Murri, il quale riteneva che per affermare la chiesa nella nuova società industriale fosse necessario creare un partito di massa cattolico. Giovanni Giolitti attenuò la netta distinzione fra Stato e chiesa, soprattutto in base al fatto che egli vedeva i cattolici come possibili alleati per contrapporsi alla sinistra. Nacquero così degli accordi tra Giolitti e i cattolici. (patto Gentiloni) Giolitti e le elezioni del 1913 Giolitti si presentò alle elezioni politiche del 1913, le quali furono le prime elezioni a suffragio universale maschile della storia italiana. Il suffragio universale maschile fu introdotto da Giolitti e prevedeva che potevano votare i maschi maggiorenni non analfabeti, e anche gli analfabeti, purché avessero più di trent'anni o assolto il servizio militare. A queste elezioni, si rivelarono molto efficaci gli accordo con i cattolici, in quanto i voti di questi risultarono determinanti per la vittoria dei liberali. Nonostante ciò Giolitti si dimise un anno dopo, convinto di poter riprendere il governo del paese in breve tempo, ma ciò non avvenne e gli succedette Antonio Salandra.
Politica estera e guerra di Libia
In politica estera, Giolitti decise di allontanarsi dall’alleanza con Germania e Austria e di avvicinarsi a Francia (con la quale prese accordi per una possibile espansione francese in Marocco) e Inghilterra, il cui appoggio avrebbe potuto favorire un ampliamento coloniale dell’Italia e un suo rafforzamento nel contesto internazionale. In tal modo egli poté preparare diplomaticamente la conquista della Libia (posta sotto il debole dominio Turco), con lo scopo di migliorare l’economia e per inviare coloni italiani e limitare l’emigrazione che era favorita dal notevolmente aumento della popolazione. L’avventura coloniale era fortemente richiesta anche dal movimento nazionalista (Corradini), sostenitore di un nuovo intervento in Africa e contro ogni tendenza pacifista; perciò, nel 1911, quando la Francia iniziò la conquista del Marocco, l’Italia prese come pretesto alcuni incidenti verificatisi a Tripoli ai danni dei cittadini italiani, e sbarcò a Tripoli invadendo tutta la costa. La conquista dell’interno fu però più difficile e lenta per le difficoltà del territorio e per l’opposizione delle popolazioni locali. Il conflitto si concluse nel 1912 con la pace di Losanna, con la quale la Turchia dovette riconoscere all’Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica. L’impresa libica contribuì a rafforzare la posizione italiana sul Mediterraneo ma incoraggiò il desiderio di azione dei nazionalisti, spingendoli sempre più apertamente contro il governo, considerato debole e indeciso. Inoltre la conquista della Libia comportò una spaccatura del Partito Socialista tra riformisti, favorevoli al conflitto, e pacifisti (in maggioranza), avversi ad ogni tipo di guerra imperialistica. Il congresso di Reggio Emilia (1912) espulse dal partito alcuni riformisti (Bissolati e Bonomi) che dettero vita al Partito Socialista Riformista Italiano; gli altri riformisti guidati da Filippo Turati, rimasero nel Psi, diretto da Benito Mussolini, che rappresentava l’ala intransigente del partito, in aperta opposizione al governo. Questo contribuì ad indebolire la leadership di Giolitti che, nel 1914, fu costretto a cedere il governo al liberale moderato Antonio Salandra che però seguì una strada differente, ordinando alla polizia di intervenire durante una manifestazione socialista e uccidendo 3 persone. La situazione sociale si andava così inasprendo sulla spinta di una forte protesta operaia e contadina, che dette vita ad uno sciopero generale e ad agitazioni, tumulti e sabotaggi durati sette giorni (settimana rossa, giugno 1914).
La Grande Guerra
Prima Guerra Mondiale
La Prima Guerra Mondiale è conosciuta anche con il termine la Grande Guerra, perché è stata il più grande e totale conflitto armato mai combattuto fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Coinvolse 28 paesi contrapposti tra le forze dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia, Italia e loro alleati) e gli Imperi dell’Europa Centrale (Austria-Ungheria, Germania e loro alleati) che avevano mire imperialistiche. Si definisce mondiale anche perché si combatte, oltre che in Europa, nell’Impero ottomano, nelle colonie tedesche in Asia e su tutti i mari.
Prima Guerra Mondiale: anno 1914
L’evento scatenante della Prima Guerra Mondiale fu l’attentato di Sarajevo (28 giugno 1914), nel quale morirono l’Arciduca Francesco Ferdinando (erede al trono dell’Impero austro-ungarico) e sua moglie.
Un mese dopo, il 28 luglio 1914, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia ritenuta corresponsabile dell’attentato. La Russia, tradizionalmente alleata della Serbia e ostile a un’espansione dell’Austria nei Balcani, reagì immediatamente: il giorno dopo (29 luglio) il governo russo ordinò la mobilitazione generale, cioè la chiamata alle armi di tutti i soldati di leva.
Il 31 luglio la Germania (legata all’Austria-Ungheria e all’Italia dalla Triplice Alleanza) inviò un ultimatum alla Russia, intimandole l’immediata sospensione dei preparativi bellici. L’ultimatum non ottenne risposta e la Germania proclamò guerra allo zar (1° agosto).
Il giorno stesso (1° agosto) la Francia (legata alla Russia e alla Gran Bretagna dalla Triplice Intesa) mobilitò le proprie forze armate, ricevendo (3 agosto) la dichiarazione di guerra da parte della Germania.
Il giorno stesso (3 agosto) l’Italia dichiarò la propria neutralità, mentre le truppe tedesche (come previsto dal piano elaborato dall’allora capo di Stato maggiore Alfred von Schlieffen), mossero contro la Francia attraverso il Belgio violandone la neutralità.
Ciò provocò la dichiarazione di guerra alla Germania da parte della Gran Bretagna alleata della Francia (4 agosto).
Il conflitto assunse rapidamente una dimensione “mondiale”: il 2 agosto l’Impero ottomano era entrato segretamente in guerra al fianco dell’Austria-Ungheria e della Germania.
Il 6 agosto l’Austria dichiarò guerra alla Russia, e la Serbia dichiarò guerra alla Germania.
Il 23 agosto il Giappone (deciso a occupare le basi tedesche in Estremo Oriente) dichiarò guerra alla Germania.
La lotta si fece più cruenta sul fronte occidentale. Invaso il Belgio, infatti, i Tedeschi, comandati dal generale von Moltke, presero Liegi e quindi Bruxelles (20 agosto).
Ai primi di settembre l’esercito tedesco era quasi giunto alle porte di Parigi; i Francesi ne bloccarono l’avanzata con la Battaglia della Marna (6-12 settembre).
La Battaglia della Marna segnò la fine della guerra-lampo prevista dai Tedeschi e il conflitto si trasformò in una guerra di trincea, ovvero in una estenuante guerra di logoramento, scandita da brevi ma micidiali scontri quotidiani, con perdite umane mai verificatesi in nessun conflitto precedente. A Natale del primo anno di guerra, sul solo Fronte occidentale le perdite ammontavano già a 400 000 morti e quasi un milione di feriti.
A Oriente, intanto, dopo l’invasione russa della Prussia orientale, i Tedeschi (comandati da Hindenburg e Ludendorff) respinsero il nemico nelle battaglie di Tannenberg (27-30 agosto) e dei Laghi Masuri (9-14 settembre).
In Serbia, gli Austriaci conquistarono Belgrado il 2 novembre, per perderla il 16 dicembre. Truppe anglo-francesi penetrarono nei possedimenti tedeschi in Africa.
Infine, i britannici ebbero la meglio al largo delle isole Falkland, sbaragliando i Tedeschi (8 dicembre).
Prima Guerra Mondiale: anno 1915
Il 26 aprile 1915 il Governo italiano firmò un accordo segreto, il Patto di Londra, che prevedeva l’ingresso dell’Italia in guerra al fianco della Triplice Intesa con la promessa di ottenere, finite le ostilità, il Trentino, il Tirolo Cisalpino, Trieste, Gorizia, l’Istria fino al Quarnaro esclusa Fiume, la Dalmazia, Valona e il protettorato sull’Albania, le isole del Dodecaneso, il bacino carbonifero di Adalia e altri compensi coloniali.
Il 7 maggio i Tedeschi affondarono il transatlantico inglese Lusitania partito da New York: morirono 128 passeggeri americani; l’America era a un passo dall’entrata in guerra.
Il 24 maggio 1915 l’Italia, nonostante l’opposizione della maggioranza del Parlamento, entrò in guerra, schierandosi con l’Intesa, contro Austria e Germania sue alleate sino a quel momento.
Tra giugno e dicembre, il generale Luigi Cadorna, comandante in capo dell’esercito italiano, schierò il grosso delle truppe lungo il fiume Isonzo e sull’altopiano del Carso, dove erano attestate le forze austro-ungariche: Cadorna sferrò quattro sanguinose offensive (le prime quattro battaglie dell’Isonzo) senza riuscire a cogliere alcun successo. Alla fine dell’anno, dopo aver perso quasi 250 000 uomini tra morti e feriti, l’esercito italiano si trovava a combattere sulle stesse posizioni su cui era schierato in giugno.
Nel mese di agosto, i Tedeschi costrinsero i Russi a lasciare Polonia, Lituania e Kurlandia.
Il 14 ottobre, la Bulgaria, alleatasi con Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, entrò nel conflitto.
L’Impero ottomano colse il pretesto del conflitto per mettere in atto il genocidio degli Armeni (oltre un milione di vittime).
Prima Guerra Mondiale: anno 1916
21 febbraio-24 giugno, i Tedeschi attaccarono l’esercito francese a Verdun: la battaglia, della durata di quattro mesi, costò complessivamente oltre 600 000 morti.
La carneficina proseguì nei mesi successivi, quando gli Inglesi tentarono una controffensiva sul fiume Somme. Qui, in sei mesi, il numero dei morti arrivò a quasi un milione.
Il 21 marzo, in Trentino, dopo l’inutile quinta battaglia dell’Isonzo, gli Austriaci lanciarono la Strafexpedition (spedizione punitiva) contro l’Italia: sfondarono ad Asiago ma, contenuti in Valsugana e sul Pasubio, cedettero al contrattacco italiano (4-7 agosto) che portò alla conquista del Sabotino, del Podgora, di Oslavia, San Michele e Gorizia.
31 maggio-2 giugno, nella battaglia dello Jutland, al largo della costa danese, la flotta tedesca inflisse gravi perdite a quella inglese, ma il dominio dei mari restò all’Inghilterra.
Il 27 agosto, la Romania entrò in guerra al fianco dell’Intesa; lo stesso giorno l’Italia dichiarò guerra alla Germania.
Prima Guerra Mondiale: anno 1917
Il 6 aprile, gli Stati Uniti entrarono in guerra al fianco dell’Intesa.
Tra maggio-giugno, si svolse la decima battaglia dell’Isonzo: gli Italiani conquistarono l’Ortigara e l’altopiano di Bainsizza (Venezia Giulia). Si iniziarono a registrare casi di manifestazioni popolari contro la guerra ed episodi di ribellione fra le stesse truppe. Questo clima di stanchezza – espresso anche da papa Benedetto XV (1° agosto) – non si riscontrava solo in Italia.
Tra 24 ottobre-12 novembre, le truppe italiane esauste e disorientate furono travolte dalle truppe austriache e tedesche, che sfondarono le linee italiane a Caporetto mettendo in fuga 700 000 uomini. Essi marciarono a ritroso per oltre 150 chilometri, seguiti da un fiume di profughi che, di fronte all’avanzata nemica, abbandonavano tutto ciò che avevano. Gli alti ufficiali riuscirono a reagire solo dopo giorni, facendo attestare le truppe sulla linea del fiume Piave. Il generale Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz.
Prima Guerra Mondiale: anno 1918
La Russia, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, si ritirò dal conflitto stipulando con la Germania la Pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) con cui rinunciava a Polonia orientale, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia e Transcaucasia e riconosceva l’indipendenza dell’Ucraina.
Il 9 aprile, gli Anglo-Francesi respinsero un’offensiva tedesca volta alla conquista di Dunkerque e Calais;
Il 27 maggio, un’ulteriore offensiva portò i Tedeschi sulla Marna: gli Alleati contrattaccarono (18 agosto-26 settembre) fino a riottenere il controllo su tutta la Francia e il Belgio.
Intanto in Germania e in Austria si susseguivano episodi di rivolta nell’esercito e nella popolazione civile. Tumulti rivoluzionari scoppiarono a Monaco, a Vienna, a Praga, a Budapest, mettendo in gravi difficoltà gli Imperi tedesco e austriaco.
Il 29 ottobre, gli Italiani sfondarono le linee austriache a Vittorio Veneto e avanzarono in Cadore.
Il 2 novembre, gli Italiani entrarono a Trento e a Trieste.
Il 3 novembre, l’Austria firmò con l’Italia l’Armistizio di Villa Giusti.
Il 4 novembre, l’Armistizio di Villa Giusti entrò in vigore e cessarono le ostilità.
11 novembre:
- fu firmato l’Armistizio di Compiègne: l’atto segnò la fine della Prima guerra mondiale;
- l’imperatore Carlo I d’Austria abdicò: in Austria fu proclamata la Repubblica;
- lo smembramento dell’Impero asburgico portò alla nascita della Polonia e della Cecoslovacchia.
I trattati di pace
Le diverse prospettive del dopoguerra
Quando si apre la conferenza di Parigi, le prospettive nella costruzione della pace appaiono particolarmente complesse, perché diversi sono gli obiettivi che i cosiddetti quattro grandi (Wilson per gli Stati Uniti, Clemenceau per la Francia, Lloyd-George per il Regno Unito, Orlando per l’Italia) si pongono per il dopoguerra.
Dal lato statunitense, l’ideologia wilsoniana è quella di costruire una “pace giusta” e un mondo post-bellico fondato sull’interdipendenza economica e sull’autodeterminazione dei popoli, ovvero sul riconoscimento dell’indipendenza delle nazionalità sottoposte agli imperi. Wilson chiede poi la fondazione di una società sovranazionale per garantire la pace. La posizione di Wilson è la più forte, perché gli Stati Uniti sono risultati decisivi per la vittoria della guerra. Tuttavia:
- la Francia vuole imporre una pace punitiva alla Germania;
- Francia e Regno Unito sono ostili ad applicare il principio di autodeterminazione al mondo delle colonie;
- l’Italia vuole il riconoscimento delle promesse del Patto di Londra, anche su territori non abitati da popolazioni italiane.
Da questi punti di vista divergenti, e senza considerare le esigenze degli sconfitti, si costruirà una pace fondata su basi fragili.
La pace imposta alla Germania
La pace imposta alla Germania fu particolarmente dura: l’ex impero fu ritenuto il principale responsabile del conflitto mondiale. Alla Germania vennero imposte:
- la perdita dell’Alsazia e della Lorena a favore della Francia;
- la perdita del corridoio di Danzica a favore della Polonia;
- la smilitarizzazione del confine del Reno;
- la perdita dei territori conquistati alla Russia (come le repubbliche baltiche);
- la riduzione dell’esercito a 100.000 uomini;
- la perdita di tutte le colonie;
- l’imposizione di riparazioni di guerra pari a 132 miliardi di marchi d’oro.
Lo smembramento dell’impero austro-ungarico
Dalla dissoluzione dell’impero austro-ungarico e dal ridimensionamento della Bulgaria derivarono:
- la nascita dell’Austria e dell’Ungheria come Stati indipendenti;
- la formazione della Cecoslovacchia;
- la nascita della Jugoslavia;
- l’ampliamento della Romania;
- la ricostituzione della Polonia;
- l’estensione dei confini italiani (Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia e Istria).
La fine dell’impero ottomano e il nodo mediorientale
I trattati di Sèvres portarono allo smembramento dell’impero ottomano, con la perdita di gran parte dei territori e l’occupazione degli stretti, la creazione di zone di influenza europee e la previsione di Stati curdo e armeno.
In Turchia si sviluppò una forte opposizione guidata da Mustafa Kemal, che portò alla nascita della Repubblica turca e alla sostituzione del trattato di Sèvres con quello di Losanna nel 1923.
Nel Medio Oriente i territori furono spartiti tra Francia e Regno Unito sotto forma di “mandati”, una forma di colonialismo mascherato che alimentò rivolte e un profondo sentimento anti-occidentale.
La Società delle Nazioni
La Società delle Nazioni, voluta da Wilson nel 1919, avrebbe dovuto garantire il nuovo ordine internazionale, ma nacque con gravi limiti: l’esclusione di Russia e Germania e la mancata adesione degli stessi Stati Uniti, che optarono per una politica di isolazionismo.
L’eredità della Grande Guerra
- fine dell’eurocentrismo;
- crollo dei grandi imperi e nascita di nuovi Stati spesso instabili e multietnici;
- punizione della Germania, che favorirà instabilità politica e l’ascesa del nazismo;
- malcontento in Italia e mito della “vittoria mutilata”;
- nascita dei movimenti anticoloniali;
- avvio della rivoluzione russa e nascita dell’URSS;
- affermazione della società di massa e nascita dei regimi totalitari negli anni Venti e Trenta.
La Rivoluzione russa
La Rivoluzione Russa: contesto e crollo dello zarismo
Nel contesto delle turbolenze politiche e sociali scatenate dalla Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa si distinse come la più aggressiva, la più scioccante e anche la più inaspettata. L'anno del 1917 fu segnato da due rivoluzioni (una a febbraio e l'altra a ottobre), e portò al collasso definitivo della monarchia zarista e all'ascesa al potere dei bolscevichi. Da quel momento in poi, la Russia, il più arretrato tra i grandi paesi d’Europa, divenne il primo Stato socialista della storia, considerato dai suoi sostenitori come la patria dei lavoratori di tutto il mondo e dai suoi nemici come la prima espressione di società totalitaria. Dal momento della sua incoronazione nel 1896, l’ultimo Zar di Russia, Nicola II, impose uno dei più drammatici assolutismi europei. La guerra russo-giapponese per il controllo della Manciuria indebolì ulteriormente il regime. La sconfitta provocò conflitti interni culminati nella domenica di sangue del 1905, quando la polizia uccise centinaia di manifestanti. All’inizio del Novecento apparve evidente l’incapacità dell’autocrazia di rispondere alle richieste politiche e sociali. Il tentativo di introdurre un regime semi-rappresentativo tra il 1906 e il 1914 non bastò a risolvere le tensioni.
La Prima Guerra Mondiale e la rivoluzione di febbraio
Con l’ingresso nella Prima Guerra mondiale, l’Impero russo subì gravi sconfitte militari e un progressivo logoramento economico. Le condizioni di vita peggiorarono drasticamente: carestie, aumento dei prezzi e disorganizzazione produttiva colpirono sia il fronte sia le città. Nel 1917 la crisi economica e sociale portò a scioperi e manifestazioni di massa che dilagarono da Pietrogrado in tutto il Paese. Reparti militari ribelli si unirono agli operai e nacquero i soviet. Di fronte al crollo dell’autorità, Nicola II abdicò e si formò un governo provvisorio guidato da esponenti liberali della Duma, con l’obiettivo di continuare la guerra e riformare lo Stato secondo modelli occidentali.
Lenin, i soviet e la Rivoluzione d’Ottobre
Parallelamente al governo provvisorio, i soviet acquisirono un ruolo centrale nella vita politica del Paese, dando per la prima volta voce a operai, contadini e soldati in un contesto privo di tradizioni democratiche. In questo clima si affermarono menscevichi e bolscevichi. Lenin, rientrato dall’esilio nel 1917, propose nelle Tesi di Aprile l’uscita immediata dalla guerra, la redistribuzione delle terre e il trasferimento del potere ai soviet. Dopo il fallimento del governo Kerenskij e il tentato colpo di stato reazionario di Kornilov, i bolscevichi conquistarono la maggioranza nei soviet. Nell’ottobre 1917, guidati anche da Lev Trockij, organizzarono l’insurrezione che portò alla presa del Palazzo d’Inverno e al rovesciamento del governo provvisorio.
Il nuovo potere bolscevico, la guerra civile e la nascita dell’URSS
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, il nuovo governo bolscevico approvò i decreti sulla pace e sulla terra. Con il trattato di Brest-Litovsk del 1918 la Russia uscì dalla guerra a prezzo di gravi perdite territoriali. Il regime instaurò la dittatura del partito bolscevico, sospendendo le libertà democratiche e reprimendo gli oppositori attraverso la polizia politica (Ceka) e il terrore rosso. Seguirono anni di guerra civile contro le forze controrivoluzionarie dell’Armata Bianca, fino alla vittoria dell’Armata Rossa guidata da Trockij. Nel frattempo, Lenin promosse la nascita della Terza Internazionale per diffondere la rivoluzione nel mondo. Al termine di questo processo, sulle rovine dell’Impero zarista nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), che divenne il centro del movimento comunista internazionale.
Il primo dopoguerra e l’avvento del fascismo in Italia
La difficile eredità della guerra
All'indomani della prima guerra mondiale il Regno d'Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale difficile e precaria. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650 000 caduti e circa 1 500 000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell'Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.
Le tensioni internazionali e la "vittoria mutilata"
Il sorgere della Jugoslavia alle frontiere orientali pose una pesante e decisiva ipoteca sulle idee di irredentismo italiano, con l'acquisizione dei territori promessi e inclusi nel patto di Londra: gli altri Alleati si erano appoggiati ai quattordici punti del presidente statunitense Woodrow Wilson per assegnare allo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi stesso (in slavo SHS, Slovenaca, Hrvata i Srba, il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni a partire dal 1º dicembre) la Dalmazia, Fiume (che secondo il trattato del 1915 sarebbe dovuto restare all'Impero austro-ungarico o, in subordine, a un minuscolo Stato croato) e l'Istria orientale. La città - dal canto suo - aveva espresso fin dagli ultimi fuochi della guerra la volontà di essere riunita all'Italia, ponendo in tal modo il governo di Roma nell'imbarazzo di dover accettare i voti della cittadinanza fiumana e, contemporaneamente, entrare in urto con Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Regno di Jugoslavia. Infine, nonostante la fine delle ostilità con gli Imperi centrali, l'Italia restava coinvolta nella campagna di Albania, dai contorni incerti e dagli obiettivi ancora più incerti, mentre il Montenegro, Stato vincitore della guerra e col quale l'Italia per motivi dinastici e strategici intratteneva rapporti privilegiati, veniva annesso alla Jugoslavia con il consenso delle altre potenze alleate e ciò venne recepito come un'altra grave ferita alla politica adriatica italiana.
La crisi economica interna
Alla situazione politica internazionale difficile si aggiungeva una situazione economica interna drammatica: l'Italia dipendeva in buona parte dalle importazioni oltremare di grano e carbone e aveva contratto pesantissimi debiti con gli Stati Uniti. Le casse statali erano quasi vuote, con la lira che durante il conflitto, aveva perso buona parte del suo valore, con un costo della vita aumentato di almeno il 450%. Alla mancanza di materie seguiva anche la progressiva smobilitazione del Regio Esercito (dopo averne impiegato una significativa parte come manodopera per le immediate necessità del dopoguerra e nel primo raccolto del 1919) e la fine della produzione bellica, che implicava una riconversione delle fabbriche. La mancanza di un solido mercato interno e la crisi di quelli esteri impediva - tuttavia - che la produzione potesse trovare sfogo e, di conseguenza, numerose manifatture semplicemente chiusero.
Disoccupazione e conflitti sociali
In breve, inoltre, l'Italia si trovò ad affrontare il problema dell'assorbimento di centinaia di migliaia di disoccupati dell'industria di guerra e di milioni di soldati smobilitati. Le promesse a loro indirizzate durante la guerra (come l'espropriazione di terre ai latifondisti e la loro distribuzione in lotti ai reduci) non furono rispettate, provocando delusione e rabbia. L'attrito fra le masse di ex combattenti e quelle operaie si delineò immediatamente, con l'accusa nei confronti dei secondi di essersi "imboscati" e dei primi di essere stati "servi della guerra borghese". In un primo momento ciò provocò un'importante crescita di partiti e movimenti della sinistra, in particolar modo del Partito Socialista Italiano, la cui componente minoritaria rivoluzionaria era chiaramente galvanizzata dal successo della rivoluzione russa. La fine della guerra, delle restrizioni politiche e della censura permise di riprendere le attività propagandistiche e sindacali. A destra, invece, le formazioni interventiste e nazionaliste si scatenavano nella contestazione del governo e dei trattati di pace, mentre attorno ai circoli dannunziani emergeva il concetto della "vittoria mutilata", che sarebbe divenuto il simbolo della delusione dell'opinione pubblica italiana.
Il "Biennio Rosso"
Lo Stato si venne quindi a trovare sotto un triplice attacco: dall'estero, con l'evidente tentativo delle potenze alleate di ridimensionare la portata della vittoria e delle rivendicazioni italiane a vantaggio del Regno di Jugoslavia. Dalle formazioni socialiste e sindacali, che intrapresero una campagna para-rivoluzionaria, soprattutto attraverso una durissima campagna di scioperi. Dalle formazioni nazionaliste, la cui campagna denigratoria verso l'azione del governo sarebbe culminata nel settembre 1919 con l'Impresa di Fiume.
A risentire di questa instabilità fu principalmente l'ordine pubblico, con l'acuirsi del radicalismo e della violenza, l'urto fra le compagini socialiste e internazionaliste (compresse durante gli anni del conflitto e ora libere di agire nuovamente) e quelle nazionaliste e interventiste. Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, l'iniziativa politica rimase nelle mani dei movimenti sindacali rappresentati dalle leghe socialiste e popolari che lanciarono un'escalation di scioperi e occupazioni, storicamente nota come "Biennio rosso", culminata nell'estate del 1920 in un'occupazione generalizzata di terreni agricoli, opifici e installazioni industriali in quasi tutta l'Italia, con esperimenti di autogestione, autoproduzione e la creazione di consigli di fabbrica sul modello dei soviet.
La nascita del fascismo
Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti in vista dell'interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita a un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un gruppo di reduci e intellettuali interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari, si radunò in un locale di piazza San Sepolcro a Milano, dando vita ai Fasci di combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista.
Dagli strati sociali scontenti e soggetti alle suggestioni della propaganda nazionalista che, a seguito dei trattati di pace, si infiammò e alimentò il mito della vittoria mutilata, emersero organizzazioni di reduci e, in particolare, quelle che raccoglievano gli ex-arditi. Queste ultime, riconosciute subito dai comandi militari come fonte di turbolenza politica, furono sciolte e i membri congedati, restituendo alla vita civile decine di migliaia di ex soldati agguerriti e portatori di un'ideologia aggressiva, intollerante, violenta e gerarchizzante. Fra costoro, e fra gli altri congedati all'inquietudine generalizzato, si accompagnò un profondo risentimento causato dal non aver ottenuto un adeguato riconoscimento per i sacrifici, il coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati in anni di durissimi combattimenti al fronte e per le offese subite dai militanti socialisti, giunte fino alla bastonatura degli ufficiali in uniforme e all'insulto nei confronti dei decorati che ostentassero le medaglie. Come numerosi storici hanno riportato è principalmente dalla borghesia rurale, che il primitivo fascismo attinge i suoi militanti. Questo strato sociale – tendenzialmente costretto in Italia da un proletariato industriale e agricolo organizzato e rappresentato da partiti di massa (PSI e popolari) e sindacati e l'alta borghesia, protagonista ed egemone dell'Italia del periodo liberale –, con la guerra aveva acquisito un ruolo fondamentale, fornendo alle forze armate italiane il nerbo degli ufficiali di complemento.
In qualche misura, a fronte dunque delle altre classi sociali, già organizzate o rappresentate, la bassa borghesia nel dopoguerra si trovò priva di referenti e minacciata di essere riportata a un ruolo di secondo piano, minacciata com'era dal basso dalle agitazioni socialiste e, dall'alto, dal capitalismo che prometteva di assorbirne mercati e risorse. La notevole frustrazione per questa situazione fu terreno fertile per la fondazione il 23 marzo 1919 a Milano del primo fascio di combattimento, adottando simboli che sino ad allora avevano contraddistinto gli arditi, come le camicie nere e il teschio.
Le elezioni del 1919 e lo squadrismo
Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d'ogni arma fra i quali si ricorda personaggi come Arturo Toscanini, Filippo Marinetti e Pietro Nenni confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità e avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei fasci di combattimento le neonate squadre d'azione si scontrarono con i socialisti e condussero l'assalto all'Avanti! (un quotidiano politico socialista), devastandone la sede: l'insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia, sebbene con una consistenza assai scarsa.
Il 23 giugno 1919 si insediò il governo di Francesco Saverio Nitti, sostituendo il dimissionario Vittorio Emanuele Orlando, dopo le delusioni seguite ai trattati di pace. Le politiche intraprese da Nitti sollevarono un proteste fra militari, reduci congedati e nazionalisti.
Il 19 settembre, Gabriele D'Annunzio ruppe gli indugi e alla testa di reparti ammutinati del Regio Esercito marciò su Fiume dove, manu militari, instaurò un governo rivoluzionario con l'obiettivo di affermare l'unione all'Italia del comune carnero. Questa azione fu immediatamente esaltata dal movimento fascista, anche se Mussolini non offrì – né avrebbe potuto offrire – alcun reale appoggio alla causa dei legionari. Per il suo contributo politico e alla propaganda, già all'epoca il poeta D'Annunzio fu definito il vate del fascismo italiano.
Le elezioni politiche italiane del 1919 (per la prima volta secondo il sistema proporzionale) videro il trionfo dei due partiti di massa: il Partito Socialista Italiano che si affermò primo partito con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo che, alla sua prima prova elettorale ottenne il 20% dei voti e 100 seggi. L'esordiente movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.
In seguito alla durissima sconfitta elettorale, Mussolini meditò seriamente l'abbandono della politica, nonostante la sbandierata esistenza di 88 Fasci combattenti con 20.000 iscritti; cifra che alcuni storici ritengono viziata da eccessivo ottimismo. In ogni caso, i risultati elettorali non garantirono tuttavia al paese la stabilità necessaria e il PSI, che aveva il maggior peso, continuò a rifiutare alleanze con i partiti "borghesi"; in particolare le occupazioni di terreni agricoli convinsero molti latifondisti, principalmente in Emilia, nell'alta Toscana e nella bassa Lombardia, a svendere cascine e fattorie a ex-mezzadri, fattori o piccoli coltivatori diretti. Fu questa la nuova categoria di proprietari terrieri, ben più decisa a difendere i propri beni dalle occupazioni rispetto ai precedenti latifondisti, alla quale Mussolini si rivolse per dare consistenza al movimento fascista, sposandone appieno le necessità.
Mentre i socialisti erano dilaniati dalle diatribe interne e dalla concorrenza sindacale delle leghe bianche dei Popolari sturziani, schiere di appartenenti alla borghesia agraria, artigiana o del commercio, allarmati dalle occupazioni e dai disordini, confluirono nel movimento guidato da Mussolini. Nei mesi successivi si costituirono in Italia oltre 800 nuovi Fasci, con circa 250.000 iscritti, i quali diedero vita alle squadre d'azione, dette spregiativamente "squadracce" dagli avversari politici, che contrastarono le leghe rosse e bianche, durante gli scioperi o le azioni di occupazione, in un diffuso clima di violenza politica. La direzione velleitaria e confusa delle occupazioni, che aveva mostrato l'incapacità delle forze politiche radicali a sviluppare una reale e progressiva azione rivoluzionaria, fu immediatamente chiara a personalità politiche quali a Gramsci e a Giolitti, subentrato al secondo governo Nitti. Nel settembre 1920 Giolitti riuscì a spezzare il fronte occupazionista, attraverso la concessione di limitati progressi salariali, ottenendo il ritorno della legalità. Stabilita una temporanea pace sociale interna, affrontò la questione di Fiume, deciso a risolvere il problema internazionale della Reggenza del Carnaro. Dopo serrate trattative fra Italia, Jugoslavia e D'Annunzio, Giolitti diede il via all'azione militare, volta a sgomberare con la forza i legionari dal comune carnero, culminata con il Natale di sangue del 1920.
La componente militare largamente prevalente nelle squadre, conferì a queste una netta superiorità negli scontri coi socialisti, i popolari e i sindacati non fascisti, che sebbene notevolmente più numerosi subirono l'urto delle camicie nere. La sistematica campagna fascista di distruzione dei centri di aggregazione socialista, popolare e sindacale di intimidazione e aggressione dei loro militanti, assieme alla contemporanea politica sotterranea condotta da Mussolini nei confronti dei partiti moderati e della destra, portarono il socialismo a una crisi, mentre parallelamente cresceva la forza numerica e il morale dei Fasci di Combattimento. Nel 1921 il Partito Socialista Italiano si disgregò in due successive scissioni, dando vita al Partito Comunista d'Italia; il 7 novembre 1921 nasceva il Partito Nazionale Fascista (PNF), trasformando il movimento in partito, abbandonando parzialmente le posizioni del sindacalismo rivoluzionario, accettando alcuni compromessi legalitari e costituzionali con le forze moderate e distaccandosi dalla linea politica fondativa del movimento, sancita nel programma di San Sepolcro del 1919. In quel periodo il PNF giunse ad avere 300.000 iscritti (nel momento di massima espansione il PSI aveva superato i 200.000 iscritti).
Dal punto di vista organizzativo, al "gruppo di Milano" (nucleo originario del Fascismo) si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell'appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell'olio di ricino o addirittura commettendo omicidi che restavano a volte impuniti. In questo clima di violenze alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini.
La celebrità del partito crebbe ancora quando i sindacati non fascisti proclamarono per il 1º agosto 1922 uno sciopero generale, come reazione agli scontri avvenuti a Ravenna: i fascisti per ordine di Mussolini sostituirono gli scioperanti, nel tentativo di far fallire la protesta. Sempre nell'agosto del 1922 gli abitanti di Parma, con epicentro nel quartiere popolare di Oltretorrente, organizzati dagli Arditi del Popolo, comandati da Guido Picelli e Antonio Cieri riuscirono a resistere alle squadre fasciste guidate da Italo Balbo, futuro "trasvolatore atlantico"; fu l'ultima resistenza all'incalzare del fascismo.
La marcia su Roma e l'arrivo al potere
Dopo il congresso di Napoli in cui 40.000 camicie nere inneggiarono a marciare su Roma, Mussolini decise di agire: il momento pareva propizio e dunque un contingente di 50.000 squadristi venne radunato in Umbria e Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale. Era il 28 ottobre 1922. Mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare il colpo di mano fascista il re Vittorio Emanuele III non dichiarò lo stato di assedio e vietò al Regio Esercito di intervenire per contrastare il tentativo di colpo di Stato e disperdere gli insorti, per opportunità della Corona e strumentale calcolo politico, nonché per evitare un bagno di sangue che avrebbe potuto potenzialmente portare il paese in una guerra civile. Il re non avendo firmato il decreto di stato d'assedio, aprì la strada alle colonne fasciste verso la capitale dello Stato. Le camicie nere entrarono a Roma il 30 ottobre.
Lo stesso giorno, a compimento della marcia su Roma, il re mandò una missiva firmata a Benito Mussolini in cui lo convocava a Roma al fine di formare il nuovo governo dopo che il primo ministro Luigi Facta si dimise. Il capo del fascismo aveva lasciato Milano per Roma e si mise immediatamente all'opera. A soli 39 anni Mussolini diveniva presidente del consiglio, il più giovane nella storia del regno. Il nuovo governo comprendeva elementi dei partiti moderati di centro e di destra, militari e alcuni esponenti fascisti e liberali.
Fra le prime iniziative intraprese dal nuovo corso politico vi fu il tentativo di "normalizzazione" riguardante l'intenzio legali le squadre fasciste – che in molti casi continuavano a commettere violenze – , provvedimenti a favore dei mutilati e degli invalidi di guerra, drastiche riduzioni della spesa pubblica, la riforma della scuola (Riforma Gentile), la firma degli accordi di Washington sul disarmo navale, l'accettazione dello status quo col regno di Jugoslavia circa le frontiere orientali e la protezione della minoranza italiana in Dalmazia.
Il fascismo si trasforma in dittatura
Al movimento e al partito fascista è stata ricondotta la responsabilità diretta o indiretta della morte di molte persone e del danneggiamento di sedi di associazioni e movimenti di opposizione al regime: tali due fenomeni sono concentrati soprattutto nel periodo di instaurazione del regime fascista (1919-1924) e nel periodo bellico (1940-1945).
Nel primo semestre del 1921, le squadre d'azione fasciste assaltarono 17 tipografie, 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni e circoli socialisti, 100 circoli di cultura e 53 circoli operai. Le vittime degli scontri, nel solo 1921, sono stimate in circa 500 morti e migliaia di feriti.
A volte gli squadristi, che (almeno sino alla loro riorganizzazione nella forma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, creata nel 1923) erano sottoposti a uno scarso controllo da parte del Partito Nazionale Fascista, agirono di propria iniziativa nel compimento di tali azioni senza aver ricevuto ordini in materia dal PNF, che tuttavia avallava l'operato della sua base. Molti squadristi con la loro violenza sfogarono vecchie frustrazioni: la società italiana era stata sconvolta dalla prima guerra mondiale e viveva un periodo di grande violenza e di profondi tumulti e rivolgimenti sociali, dovuti principalmente all'insoddisfazione per la cosiddetta vittoria mutilata e alle precarie condizioni in cui si trovava a vivere il popolo, impoverito dagli sforzi patiti durante il conflitto.
Il Tribunale Speciale (operante sino al luglio del 1943 e dal gennaio 1944 al crollo della Repubblica Sociale Italiana), corte giudicante in materia di reati contro la sicurezza dello stato ma anche per reati comuni quali rapina e omicidio, emise 5.619 sentenze di condanna, delle quali 4 596 eseguite. Le sentenze di condanne a morte furono quarantadue, di cui trentuno eseguite; le sentenze di ergastolo furono 3.
L'omicidio Matteotti e la svolta dittatoriale
In vista delle elezioni politiche del 1924 Mussolini fece approvare la legge Acerbo, una nuova legge elettorale che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno un quarto dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi e la Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 60% dei voti. Come ha scritto lo storico e senatore comunista Francesco Renda, le elezioni del 1924 furono di fatto "la prima e ultima legittimazione costituzionale del fascismo".
Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando apertamente i risultati delle elezioni e dichiarandone la loro illegittimità. Al mattino del 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito fuori dalla propria casa e fu successivamente ucciso da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini.
L'opposizione rispose a questo avvenimento con la secessione dell'Aventino, sebbene la posizione di Mussolini avesse tenuto fino al 16 agosto, quando il corpo decomposto di Matteotti fu ritrovato nei pressi di Roma. Uomini come Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando esercitarono allora pressioni sul re affinché Mussolini fosse destituito, Giovanni Amendola gli prospettò scenari inquietanti, ma Vittorio Emanuele III appellandosi allo Statuto Albertino replicò: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera» e quindi non intervenne.
Il punto di svolta si è riconducibile tradizionalmente alla notte di San Silvestro del 1924: ciò che accadde esattamente non sarà forse mai accertato; si sostiene ricorrentemente che una quarantina di consoli della Milizia, guidati da Enzo Emilio Galbiati, ingiunsero a Mussolini di instaurare la dittatura minacciando di rovesciarlo in caso contrario.
Con il discorso del 3 gennaio 1925, alla Camera, Mussolini si assunse ogni responsabilità a proposito dei recenti accadimenti:
«Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.»
Questo discorso prelude all'avvento della dittatura. Il 26 gennaio, nel suo primo e unico intervento da deputato, Gramsci denuncia il carattere di regime piccolo-borghese del fascismo, alleato e sponsorizzato dai grandi proprietari terrieri e industriali e ironizza pesantemente sull'ex alleato di partito, rievocando il suo passato socialista.
Gli Stati Uniti dal dopoguerra alla crisi del ‘29
Il boom degli anni '20 e le contraddizioni dell'economia USA
Dopo la Grande Guerra gli Stati Uniti d'America conobbero un periodo di prosperità e progresso socioeconomico trainato soprattutto dal settore automobilistico, che a sua volta fece da volano alla crescita trascinando con sé altri settori come l'industria metallurgica, l'industria della gomma, il settore petrolifero, quello dei trasporti e quello edile. Dal 1922 al 1929 l'indice azionario da 63,0 aveva assunto il valore di 381,17. Durante questo periodo la bolla azionaria di Wall Street raggiunse il suo massimo.
Sembrava quindi essersi innescato un circolo virtuoso: l'alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo favoriva quindi gli investimenti, che permettevano a loro volta di aumentare la produttività. Tuttavia agli investimenti e al continuo aumento della produttività, non corrispose una proporzionata crescita del potere d'acquisto. Nei primi anni dopo il primo conflitto mondiale, lo sviluppo era stato infatti sostenuto dai risparmi accumulati negli anni della guerra e dai bassi tassi d'interesse.
Una seconda contraddizione interna all'economia statunitense era rappresentata dal sistema finanziario. Non furono infatti posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa valori, dovute alla volontà da parte degli acquirenti di detenere titoli, non tanto per ottenere dividendi e dunque profitti, quanto solo per aumentare il proprio capitale. In sostanza dunque si comperava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità dei titoli; all'aumento di domanda dei titoli si accompagnò direttamente quella delle quotazioni.
A tutto questo va aggiunta la responsabilità dei rappresentanti delle holding che detenevano portafogli di azioni e obbligazioni (le quali avevano interesse che i costi lievitassero) che, per spingere i risparmiatori all'acquisto di titoli, rilasciavano dichiarazioni e previsioni troppo ottimistiche. Il valore delle azioni industriali però corrispondeva sempre meno a un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni, tanto che, dopo essere cresciuto molto per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, questo scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il noto crollo della borsa.
La crisi negli USA
Il 24 ottobre 1929 (poi chiamato il giovedì nero) il mercato aveva subito un primo duro collasso. Periodi di vendita e di grossi volumi di trading erano mescolati con brevi periodi di prezzi in crescita e recupero. L'economista e autore Jude Wanniski correlò in seguito queste oscillazioni con la prospettiva del passaggio della legge di Smoot-Hawley che imponeva una maggiorazione sulle tariffe imposte sui beni importati, che era dibattuta in quel periodo nel Congresso degli Stati Uniti.
Ma fu il cosiddetto Martedì nero (detto anche "Big Crash") il giorno del crollo della borsa valori, avvenuto il 29 ottobre 1929 a New York, presso lo Stock Exchange, sede del mercato finanziario più importante per volume degli Stati Uniti. Il prezzo delle azioni di numerose imprese di grandi dimensioni, come la General Electric, precipitò. Quel giorno più di sedici milioni di azioni vennero negoziate e il valore delle stesse calò di altri dieci miliardi di dollari. Ciò ebbe un riflesso immediato sulle altre borse degli Stati Uniti, da Chicago a San Francisco.
La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni venti, oltre ad avervi investito i propri risparmi, aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole. La loro uscita dal mercato indeboliva proprio le industrie produttrici di beni di consumo durevole (come quelle automobilistiche). Queste industrie cessarono di commissionare materiali, semilavorati e componenti a quelle operanti nei settori dell'indotto, le quali dovettero ridurre il personale e i salari, provocando una contrazione a valanga anche nei settori dei beni di consumo primario (come quello agricolo).
La situazione era poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Infatti, nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori, i quali si precipitarono nelle banche per ritirare il proprio denaro: ciò diede origine ad una crisi di liquidità di ampie dimensioni e l'insolvenza di molte banche, che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito. Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi e i licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono a una elevata diminuzione della domanda di lavoro, bloccando quasi completamente l'economia americana.
Una volta innescata la crisi, a causa dell'aumento della disoccupazione e del parallelo calo dei consumi, questa assunse i connotati di una crisi di sovrapproduzione, cioè eccesso di offerta rispetto alla domanda con conseguente calo della produzione che scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.
Dopo il crollo, il Dow Jones Industrial Average (DJIA) recuperò all'inizio del 1930, per poi calare nuovamente, raggiungendo un minimo di mercato nel 1932. Il Dow Jones non tornò ai livelli precedenti al 1929 prima della fine del 1954.
La crisi nel resto del mondo
La grande crisi si propagò rapidamente fuori dagli USA, inizialmente verso tutti quei paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all'aiuto economico degli americani dopo la prima guerra mondiale, ovvero Regno Unito, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia.
In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da diminuzione dei prezzi, crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati (12 milioni negli USA, 6 milioni in Germania, 3 milioni in Gran Bretagna), il tutto aggravato anche dall'introduzione di misure protezionistiche come freno al libero scambio nel sistema economico globale. Va notato che la crisi non colpì l'economia dell'URSS, la quale in quegli anni aveva inaugurato il suo primo piano quinquennale con l'obiettivo di creare una base industriale moderna. Restarono inoltre immuni dalla crisi anche il Giappone - che affrontò la crisi (inclusa la guerra) con misure inflazionistiche - e i Paesi scandinavi che, in quanto esportatori di particolari materie prime, non risentirono della riduzione della domanda dei loro prodotti. Anche la Cina fu colpita dalla grande depressione, che portò ad una fortissima contrazione del commercio internazionale.
Nel 1931 la Gran Bretagna abbandonò il gold standard, imitata subito dai paesi scandinavi. Nel 1934 sterlina e dollaro vennero fortemente svalutati.
La crisi in Germania ebbe gravi effetti. Non fu possibile approvare un budget per il 1931 e il cancelliere iniziò a governare per decreto. Nel maggio 1931 fallì la banca Austrian Credit-Anstalt (Creditanstalt), mentre nel luglio 1931 fallì la seconda banca tedesca, Danat, a causa del legame con l'azienda tessile Nordwolle, che fallì nel giugno 1931. La Danat venne fusa per ordine governativo alla prima banca. Gli stipendi calarono in media del 40% e la disoccupazione aumentò del 30%. Il CEO di Danat, Jacob Goldschmidt, era ebreo e venne preso di mira dalla propaganda nazista.
Conseguenze economiche
La seguente tabella riporta gli indici della produzione industriale negli anni immediatamente seguenti la crisi del 1929, ponendo come riferimento a 100 il valore nel 1929.
| Stato | 1929 | 1930 | 1931 | 1932 | 1933 | 1934 | 1935 |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| Stati Uniti | 100 | 83 | 69 | 55 | 63 | 69 | 70 |
| Regno Unito | 100 | 94 | 86 | 89 | 95 | 105 | 125 |
| Francia | 100 | 99 | 85 | 74 | 83 | 79 | |
| Germania | 100 | 86 | 72 | 59 | 68 | 92 | 223 |
| Austria | 100 | 91 | 78 | 66 | 68 | 75 | |
| Italia | 100 | 93 | 84 | 77 | 83 | 85 | |
| Svezia | 100 | 102 | 97 | 89 | 93 | 111 | |
| Cecoslovacchia | 100 | 91 | 64 | 60 | 67 | 70 | |
| Ungheria | 100 | 87 | 82 | 88 | 99 | 107 | |
| Romania | 100 | 105 | 82 | 101 | 126 | ||
| Bulgaria | 100 | 104 | 107 | 103 | 98 | 103 | |
| U.R.S.S. | 100 | 183 |
Analisi delle cause
L'economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell'economia americana responsabili dell'inizio della crisi:
- cattiva distribuzione del reddito;
- cattiva struttura o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
- cattiva struttura del sistema bancario;
- eccesso di prestiti a carattere speculativo (ricorso al margin);
- errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale, considerato un fattore penalizzante per l'economia).
Cause pregresse
Sul fronte internazionale una prima causa di fragilità del sistema economico internazionale è insita nell'eredità dei debiti di guerra. Alla fine del conflitto Regno Unito, Francia e Italia si erano ritrovate debitrici con gli USA per somme ingenti che costringevano tutte e tre a una politica di esportazioni molto aggressiva per procurarsi la valuta necessaria a pagare i debiti. Si era quindi fatta strada l'idea di adottare lo stesso espediente dell'indomani della guerra franco-prussiana, quando le riparazioni di guerra imposte alla Francia avevano permesso non solo di coprire il costo della guerra ma anche di consentire la ripresa economica, e perciò fu deciso di addebitare i costi bellici alla Germania.
L'industria tedesca, pur avendo un grande potenziale, era uscita dalla guerra stremata. Da allora gli stessi paesi vincitori, soprattutto gli Stati Uniti, si erano resi conto della necessità di sostenere l'economia tedesca con ingenti finanziamenti. Questi finanziamenti avevano creato un curioso triangolo, in cui la Germania usava gran parte di queste risorse per pagare i debiti a Gran Bretagna e Francia e queste a loro volta usavano i capitali per pagare i propri debiti. Dunque questo sistema sarebbe sopravvissuto fin quando gli USA fossero stati in grado di esportare capitali in Germania.
Un secondo elemento di fragilità del sistema economico internazionale era costituito dall'assenza di un Paese guida credibile con la volontà e un'influenza tale da correggere eventuali crisi economiche globali. Dopo la Grande guerra il primato sarebbe dovuto passare in mano agli USA, i quali, pur avendo un apparato industriale di gran lunga superiore a quello degli altri paesi, tuttavia non si impadronirono dello status internazionale che gli sarebbe spettato a causa di una politica isolazionista. Lo status di Paese guida rimase quindi in mano al Regno Unito. L'assenza di un'appropriata guida economico-finanziaria si rifletteva in modo drammatico sul sistema internazionale: nella conferenza di Genova del 1922 venne definito un sistema misto, noto come gold exchange standard, che da una parte garantiva respiro all'economia del Regno Unito, dall'altro affidava alla sua finanza un ruolo di regolatore dell'economia internazionale che non era in grado di assumere.
Il sistema economico globale
Tuttavia la causa principale che portò il crollo finanziario a diventare una depressione economica di enormi dimensioni, ovvero quasi globale, fu la chiusura delle economie nazionali e coloniali tramite misure protezionistiche con forte freno al libero commercio. Così come nella Grande depressione del 1873-1895 furono infatti i dazi doganali a deprimere l'economia: alcuni stati producevano beni in surplus che però altri stati non acquistavano poiché venivano resi troppo costosi dai dazi all'importazione imposti per favorire i produttori interni. Di conseguenza, quando in un paese produttore un dato bene raggiungeva livelli di saturazione, il prezzo scendeva tanto che non era più conveniente produrre quel bene, a meno di trovare nuovi mercati che potessero assorbire parte delle merci. In definitiva, in assenza di nuovi mercati, la produzione si fermò, pur mantenendo un potenziale valore.
Ad esempio nella crisi degli anni 1873-1895 il grano era il bene ideale: negli Stati Uniti vi era una sovrapproduzione di grano dovuta all'ampiezza degli spazi coltivati estensivamente e alla bassa densità di popolazione. I progressi tecnologici consentivano di trasportare il grano su distanze sempre più ampie, cosicché gli USA iniziarono a esportare grano in Europa, che lo acquistava a prezzo più basso rispetto a quello locale. Questo danneggiava i proprietari terrieri europei, i quali imposero ai governi i dazi per bloccare le importazioni dall'America.
Quella che fu la soluzione alla crisi del 1873-1895 portò a quella del 1929, e questo perché a un certo punto anche i mercati coloniali arrivarono al punto di saturazione e l'isolamento dei sistemi commerciali, imposto dai dazi, rese impossibile la diversificazione delle produzioni. Quindi a causa di questo blocco del commercio si ritornò alla situazione del 1873-1895 nella quale le industrie non trovavano sbocchi commerciali per le proprie merci o i prezzi erano tanto bassi da dover abbandonare la produzione e al contempo i prezzi delle merci da comprare diventavano troppo alti. Con il crescere delle tensioni economiche i dazi doganali furono l'arma con cui fu combattuta una guerra commerciale tra nazioni, guerra che da commerciale era divenuta militare negli anni 1914-1918 e il cui risultato aveva ridato "ossigeno" all'economia globale per qualche anno in più, fino al 1929. Senza la prima guerra mondiale la crisi del 1929 sarebbe arrivata molto prima. Se qualche anno prima lo scoppio delle ostilità (che rappresentò un grosso stimolo all'economia per la massiccia mobilitazione di risorse da parte dei governi) aveva scongiurato l'imminente crisi, nel 1929 le condizioni internazionali non erano tali da scatenare una guerra. Ma una volta iniziata la Grande depressione, la soluzione venne spasmodicamente ricercata, fino a raggiungerla, nella seconda guerra mondiale, che aprì i mercati coloniali a tutte le nazioni in vista della futura e auspicata indipendenza delle colonie.
La tesi "austriaca"
La Scuola austriaca ha elaborato una teoria in merito alle cause della Grande depressione che si discosta nettamente dalla visione comune, almeno per ciò che concorre alla crisi iniziale interna statunitense. L'economista appartenente a tale scuola che più di tutti ha trattato questo argomento è stato lo statunitense Murray Rothbard, che, nella pubblicazione La Grande depressione datata 1963, ha esposto la sua teoria per cui la crisi del 1929 sarebbe stata causata non dall'eccessivo libero mercato, come sostenuto da molti, bensì al contrario dall'eccessivo interventismo statale nell'economia americana a partire dagli anni dieci con il presidente Thomas Woodrow Wilson.
La causa principale secondo Rothbard sarebbe stata la politica monetaria tenuta dalla Federal Reserve a partire dalla sua creazione, avvenuta nel 1913 (sebbene la Federal Reserve sia, come molte altre banche centrali, un organismo indipendente dal governo). La continua espansione del credito ottenuta attraverso tassi tenuti artificialmente bassi e il successivo inevitabile rialzo dei tassi avrebbe causato una reazione a catena che avrebbe poi portato al famoso giovedì nero. In sintesi, secondo la Scuola austriaca, le cause della crisi del 1929 furono la politica inflazionistica (permessa anche dall'abbandono del sistema aureo classico) della Federal Reserve iniziata negli anni dieci combinata con un eccessivo peso dello Stato culminato poi nel New Deal roosveltiano, che secondo gli austriaci non fu altro che la continuazione dell'interventismo del suo predecessore, Herbert Hoover.
Il protezionismo e la Grande depressione
Gli anni 1920-1929 sono generalmente descritti, erroneamente, come anni in cui il protezionismo ha guadagnato terreno in Europa. In effetti, da un punto di vista generale, secondo Paul Bairoch, il periodo pre-crisi in Europa può essere considerato preceduto dalla liberalizzazione del commercio. Inoltre, la Smoot-Hawley Tariff Act fu firmata da Hoover il 17 giugno 1930, mentre il crollo di Wall Street avvenne nell'autunno del 1929.
Paul Krugman scrive che il protezionismo non porta a recessioni. Secondo lui, la diminuzione delle importazioni (che può essere ottenuta con l'introduzione di tariffe) ha un effetto espansivo, cioè favorevole alla crescita. Inoltre, egli osserva che la tariffa Smoot-Hawley non ha causato la Grande depressione. Il declino del commercio tra il 1929 e il 1933 "è stato quasi interamente una conseguenza della Depressione, non una causa. Le barriere commerciali sono state una risposta alla depressione, in parte una conseguenza della deflazione."
Jacques Sapir spiega che la crisi internazionale ha altre cause oltre al protezionismo. Egli sottolinea che "la produzione nazionale nei principali paesi industrializzati sta diminuendo [...] più velocemente di quanto si stia contraendo il commercio internazionale". "In realtà, è la liquidità internazionale la causa della contrazione del commercio. Questa liquidità è crollata nel 1930 (-35,7%) e nel 1931 (-26,7%)". Uno studio del National Bureau of Economic Research sottolinea l'influenza predominante dell'instabilità monetaria (che ha portato alla crisi internazionale di liquidità) e l'improvviso aumento dei costi di trasporto nel declino del commercio durante gli anni '30.
Milton Friedman riteneva inoltre che la tariffa Smoot-Hawley del 1930 non avesse causato la Grande depressione. Douglas A. Irwin scrive: "la maggior parte degli economisti, sia liberali che conservatori, dubita che Smoot Hawley abbia avuto un ruolo importante nella successiva contrazione".
Conseguenze sociali e politiche
La Grande depressione fu un periodo caratterizzato dall'aumento della criminalità, sia organizzata che non. Dopo il proibizionismo gli Stati Uniti affrontarono una nuova ondata di criminali, a seguito dei cambiamenti di Cosa nostra statunitense (su tutti l'arresto di Al Capone nel 1930) e della creazione di bande criminali come la banda Karpis-Barker (guidata da Alvin Karpis e Arthur "Doc" Barker), oltre che dell'affermazione di vari gangster. Tra i gangster che si affermarono, oltre ai già citati Karpis e Barker, spiccarono in particolare John Dillinger, Fred Goetz, John Hamilton, "Machine Gun" Kelly, "Pretty Boy" Floyd, "Baby Face" Nelson, Bonnie Parker e Clyde Barrow.
Principalmente questi criminali rapinavano banche, ma vi furono anche dei sequestri di banchieri e di milionari. John Dillinger fu il criminale che si distinse più di tutti. Per tutti era il gangster vestito sempre elegantemente e che impugnava un mitra Thompson, ed era un eroe per il popolo perché, oltre a rapinare le banche con metodi rigorosi, bruciava i registri contabili, in cui figuravano i nomi delle persone in difficoltà economiche e con debiti o ipoteche a loro carico.
Contromisure
Il fallimento dei tentativi iniziali di trovare soluzioni comuni alla crisi sul piano internazionale spinse da una parte tutti i paesi a introdurre misure protezionistiche e a creare "aree economiche chiuse" (maggiore esempio fu il sistema di "tariffe preferenziali" fra gli Stati del Commonwealth britannico deciso nel 1931), mentre dall'altra i governi furono indotti a sperimentare su vastissima scala forme di partecipazione diretta dello Stato alla vita economica nazionale.
Effetti della Grande depressione negli Usa e nel Mondo:
- fame diffusa, povertà e disoccupazione;
- crisi economica a livello mondiale;
- sfiducia nel sistema capitalistico.
Gli stati svolsero così funzioni imprenditoriali (ricorrendo alla spesa pubblica come elemento strutturale e centrale della dinamica economica nazionale) e previdenziali (con l'attivazione di misure legislative di sicurezza sociale). Questo tipo di interventi, chiamato New Deal in USA, furono sistemizzati e teorizzati successivamente da John Maynard Keynes, da cui la definizione politiche keynesiane, in forte opposizione ai principi della teoria classica liberista.
In Italia il regime fascista decise l'intervento pubblico che in primis riguardò la Banca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi finanziaria del 1929, aveva aumentato in modo preoccupante la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l'intervento statale: le partecipazioni azionarie della Comit nelle industrie furono trasferite alla Società Finanziaria Industriale Italiana (Sofindit), e soprattutto con la fondazione dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), al quale le grandi banche cedettero le proprie partecipazioni industriali e i crediti verso le imprese, in cambio di liquidità, necessaria a proseguire l'attività bancaria. Per ottenere liquidità furono nel contempo create obbligazioni garantite dallo Stato, che alla fine divenne proprietario di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale.
Fuori dagli USA, fu la Germania a subire il contraccolpo più violento per via della grave crisi economica in cui già versava la Repubblica di Weimar, anche per effetto dei debiti di guerra della prima guerra mondiale, con la grande depressione che provocò una fortissima inflazione della moneta e milioni di disoccupati, che andarono poi a formare la base di consenso che portò all'ascesa e al potere il Partito nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler. Questi intervenne con una forte politica di investimenti pubblici negli armamenti e nel sistema siderurgico.
Nel complesso, nonostante un accenno di ripresa a partire dal 1933, la crisi non fu mai completamente superata fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Il Giappone, diversamente, si riprese continuando la sua politica di espansione imperialista, occupando la Manciuria e instaurando lo stato fantoccio del Manciukuò nel 1931, per poi riprendere l'espansione in Cina, dove occupò la città di Shanghai e altre province; iniziò così la guerra sino-giapponese, che sarà uno dei fronti della seconda guerra mondiale. Gli USA, grazie al New Deal, si ripresero molto velocemente ed incominciò un boom economico che si interromperà soltanto alla metà degli anni '70. I risultati del New Deal furono incredibili: nel 1935 il numero di disoccupati tornò ai livelli pre-crisi e alla fine del 1933 la produzione industriale tornò ai livelli del decennio precedente fino alla seconda guerra mondiale, quando la produzione quadruplicò. Inoltre, tra il 1934 e il 1935, gli Stati Uniti diedero molti aiuti all'Europa, che invece non si era ancora ripresa del tutto.
Avvento del nazismo
Le origini: dal Partito Tedesco dei Lavoratori alla guida del NSDAP
L'ascesa al potere di Adolf Hitler iniziò ufficialmente nel settembre del 1919, quando il futuro dittatore tedesco si iscrisse al Partito Tedesco dei Lavoratori. In poco tempo, Hitler raggiunse una posizione di rilievo all'interno del partito, diventandone uno dei più acclamati oratori.
Nel 1920, dopo che Hitler ne assunse la direzione, il Partito Tedesco dei Lavoratori cambiò il suo nome in Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (in tedesco: Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei). L'aggiunta dell'aggettivo "nazionalsocialista", il quale era già correntemente utilizzato in Germania e Austria a partire dal 1890, doveva far si che nella neonata forza politica si potessero identificare anche le classi proletarie di sinistra, facendo comunque mantenere al partito il suo ideale incentrato sul patriottismo ed esorando quest'ultimo dall'assumere una precisa politica sull'argomento. Difatti, nonostante il partito nazista sia, fin dall'origine, nato come una forza politica di destra, tra i suoi ideali spiccavano inizialmente alcune politiche anticapitaliste e antiborghesi. Tuttavia, negli anni successivi alla presa di potere all'interno del partito, Hitler scacciò ogni membro del neonato movimento politico, epurando il Partito nazista da ogni ideologia affine agli ambienti politici di sinistra.
Il fallito Putsch di Monaco e la prigionia
Nel 1923, ispirato da quanto aveva fatto Mussolini in Italia e avendo ormai un potere incontrastato all'interno del suo partito, Hitler tentò un colpo di Stato in Baviera, passato alla storia con il nome di Putsch di Monaco. Dopo il fallimento di tale golpe, Hitler fu arrestato e processato. Il procedimento giudiziario, che condannò il futuro dittatore tedesco a cinque anni di prigione, accrebbe ulteriormente la popolarità di Hitler, il quale in carcere, insieme a uno dei suoi primi collaboratori, Rudolf Hess, scrisse il Mein Kampf, testo che diventerà il vademecum dell'ideologia nazista. Dopo aver scontato nove mesi per buona condotta, Hitler uscì dal carcere e decise, dato l'esito fallimentare del colpo di Stato, di prendere il potere attraverso metodi legali e democratici.
La crisi economica e la crescita del consenso
Hitler, che il popolo tedesco già conosceva a causa del fallito Putsch di Monaco, diede inizio a una campagna elettorale furiosa portata avanti con veemenza e i cui punti principali toccavano l'anticomunismo, l'antisemitismo e l'ultranazionalismo. Hitler fece inoltre diversi discorsi nei quali aspramente criticava il governo democratico della Repubblica di Weimar e il Trattato di Versailles, promettendo di trasformare la Germania in una potenza mondiale. Tuttavia, durante la maggior parte degli anni '20, i discorsi del futuro Führer e le ideologie naziste non ebbero presa sui cittadini tedeschi, in quanto l'economia del paese, principalmente grazie ai prestiti effettuati dagli Stati Uniti nel contesto del piano Dawes, si stava riprendendo dagli effetti disastrosi che aveva provocato la fine del primo conflitto mondiale.
Dopo il crollo di Wall Street nel 1929, il panorama politico tedesco mutò drasticamente. A causa di un'enorme perdita all'interno sistema economico statunitense, la Grande Depressione arrestò anche l'economia tedesca, contribuendo a polarizzare ulteriormente la politica della Germania. I nazisti iniziarono dunque a sfruttare l'aspra crisi, criticando con toni ancora più rabbiosi il governo democratico-liberale tedesco. In questo incerto panorama politico-economico, si inserì inoltre anche il Partito comunista, il quale diede inizio a una forte campagna elettorale, che spesso invocava la necessità di attuare rivoluzione. A causa di questa intensa propaganda politica comunista, molti imprenditori tedeschi incominciarono gradualmente a sostenere il partito nazista.
La via democratica al potere
Grazie a tale sostegno politico, Adolf Hitler si candidò alle elezioni presidenziali del 1932 e, nonostante sia stato dal presidente in carica Paul von Hindenburg, i dati ricavati dalle votazioni in entrambi i turni mostrarono un fronte appoggio nei confronti del partito nazista. Alle elezioni parlamentari tenute nel luglio dello stesso anno, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori divenne ottenne più seggi di qualunque altra forza forza politica nel Reichstag, nonostante non avesse raggiunto la maggioranza assoluta. Secondo la costituzione tedesca, il leader del partito che detiene il maggior numero di seggi all'interno deve essere nominato cancelliere dal presidente. Tuttavia, il presidente Paul von Hindenburg era titubante nell'affidare a Hitler tale posizione. Tuttavia, dopo diverse trattative tenute nascoste al grande pubblico tra alcuni industriali, l'ex cancelliere Franz von Papen e Hitler stesso, l'anziano presidente tedesco nominò quest'ultimo formalmente il 30 gennaio 1933 cancelliere della Germania.
La costruzione della dittatura: l'incendio del Reichstag e la legge dei pieni poteri
Nonostante Hitler avesse finalmente ottenuto la carica politica più prestigiosa nel suo paese, la trasformazione della Germania in un totalitarismo avvenne attraverso alcuni eventi e leggi successivi alla sua elezione. Il 27 febbraio di quell'anno, infatti, il Reichstag fu colpito da un violento incendio. Hitler accusò i comunisti di aver provocato l'attentato al parlamento tedesco e convinse l'ancora presidente von Hindenburg a emanare il decreto dell'incendio del Reichstag, tramite il quale il neocancelliere limitò drasticamente le libertà e i diritti di tutti i cittadini del suo paese, servendosi inoltre della legge per eliminare i suoi oppositori politici. Successivamente, il 27 marzo, Adolf Hitler propose al parlamento di emanare la legge dei pieni poteri. Tramite tale decreto, che fu approvato da 228 deputati del Reichstag, Hitler dichiarò lo stato d'emergenza e conferì alla figura del cancelliere, rivestita da lui stesso, il potere di far rispettare le leggi senza che dovesse avvenire alcuna votazione da parte del parlamento. Con queste due leggi, quella di Hitler si era, di fatto, tramutata in una dittatura totalitaria. Il Partito Socialdemocratico di Germania e quello comunista furono messi fuori legge e Hitler ordinò, al fine di internare i suoi oppositori politici, la costruzione del campo di concentramento di Dachau, il primo campo di concentramento nazista. Dopo la morte del presidente Hindenburg, avvenuta il 2 agosto del 1934, Adolf Hitler assunse pieni poteri, assumendo il titolo di Führer.
L'entrata in politica e il Putsch di Monaco
Adolf Hitler entrò nel Partito Tedesco dei Lavoratori nel 1919, poco dopo la fine della prima guerra mondiale. Immediatamente, il futuro dittatore fece assumere al partito un assetto violento, dotandolo inoltre di una forza paramilitare detta Sturmabteilung (nota anche con l'acronimo SA). Dopo che il partito divenne noto alle grandi masse, Hitler decise di tentare un colpo di Stato in Baviera, in quanto essa, in prevalenza cattolica, veniva spesso vista come la regione più politicamente instabile della Germania. Nel 1923, partendo da una birreria situata a Monaco, Hitler effettuò un golpe, il quale tuttavia fallì e lo costrinse a nove mesi di prigione. Durante questo periodo, insieme al suo compagno e sostenitore Rudolf Hess, scrisse il Mein Kampf, opuscolo nel quale sostenne che l'etica giudaico-cristiana aveva indebolito la Germania, la quale per riprendersi aveva bisogno di un uomo forte.
Dalla prima guerra mondiale all'iscrizione nel Partito Tedesco dei Lavoratori
Nel 1914, dopo aver ottenuto il permesso tramite un regio decreto del re Ludovico III di Baviera, in quanto formalmente egli non era ancora un cittadino tedesco, il venticinquenne Adolf Hitler, all'epoca aspirante artista di origine austriaca, si arruolò volontario in un reggimento bavarese dell'esercito imperiale tedesco, combattendo sul fronte occidentale. Hitler apprese della fine del conflitto e della resa della Germania all'interno dell'ospedale Pasewalk, nel quale era ricoverato a causa di una ferita agli occhi provatagli durante una battaglia. Dopo esse stato dimesso dalla struttura ospedaliera il 19 novembre, tre giorni dopo, Hitler tornò a Monaco di Baviera, che, non appena terminò il conflitto, divenne teatro di una violenta sollevazione socialista. Nella città bavarese, fu posto al comando della 7a compagnia del 2° reggimento di fanteria, con l'ordine di sopprimere il tumulto.
Durante tale periodo, Hitler assistette ai violenti scontri che avvenivano in città e che portarono all'omicidio di diverse figure politiche dell'epoca, come il socialista Kurt Eisner, il quale venne assassinato il 21 febbraio 1919 da Anton Graf von Arco auf Valley, un nazionalista tedesco che in seguito si iscriverà al partito nazista. A causa di questi disordini politici, Berlino inviò in Baviera l'esercito, ponendo Hitler, il 3 aprile 1919, come capo di un battaglione militare; tuttavia, il futuro dittatore impose alle sue unità di prendere una posizione neutrale, senza schierarsi con l'esercito regolare né con i socialisti.
In quel periodo, infatti, l'alto comando militare tedesco emanò un decreto tramite il quale si stabiliva che la priorità principale dell'esercito fosse quello, insieme al corpo di polizia, di sorvegliare sulla popolazione e di mantenere l'ordine, evitando l'accadere di nuove rivoluzioni. Nel giugno di quell'anno, Karl Mayr, capo del dipartimento di intelligence a Monaco di Baviera, dato il suo forte anticomunismo, reclutò Hitler per essere un agente sotto copertura, con il compito di infiltrarsi all'interno dei comizi politici dei partiti per comprenderne il possibile carattere rivoluzionario e sovversivo.
Nel mese successivo, Mayr ordinò a Hitler di infiltrarsi all'interno del Partito Tedesco dei lavoratori (in tedesco: Deutsche Arbeiterpartei - DAP), per studiarne le idee e capire se fossero un pericolo per la sicurezza pubblica della Germania. Il DAP era stato fondato da due politici minori, Anton Drexler e Karl Harrer, il 5 gennaio 1919 nel ristorante Fuerstenfelder Hof a Monaco di Baviera. Mentre esaminava le attività e le ideologie del Partito Tedesco dei lavoratori, Adolf Hitler rimase estremamente impressionato e ben presto coinvolto dalle idee antisemite, nazionaliste, anticapitaliste e antimarxiste proprie del presidente di partito Anton Drexler.
Ascesa all'interno del partito
All'inizio del 1920, il Partito Tedesco dei Lavoratori contava 101 membri. Notando che il DAP continuava a rimanere un piccolo partito e riconoscendo le capacità oratorie e propagandistiche di Hitler, Anton Drexler decise di nominare proprio quest'ultimo organizzatore della propaganda per il movimento politico. In poco più di un mese, Hitler, grazie alle sue doti in tali ambiti, riuscì ad organizzare il più grande raduno che il partito avesse mai fatto. Tale comizio, che coinvolse ben 2.000 persone e si tenne il 24 febbraio 1920 in un'antica birreria a Monaco chiamata Hofbräuhaus, fu la prima grande adunanza della carriera politica di Adolf Hitler. Difatti, durante tale incontro, il futuro dittatore tedesco annunciò il nuovo programma, articolato in 25 punti, del partito e il cambiamento del nome di quest'ultimo da Partito Tedesco dei Lavoratori a Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (in tedesco: Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei - NSDAP). Inoltre, sempre durante tale conferenza, Hitler presentò il nuovo simbolo, disegnato da lui stesso, del partito, una svastica semirovesciata in un cerchio bianco su uno sfondo rosso.
Sempre nel 1920, Adolf Hitler costituì un piccolo gruppo armato di persone il cui compito era quello di mantenere l'ordine durante le riunioni di partito. Tale forza paramilitare, che fu inizialmente posta sotto il comando di Emil Maurice, venne chiamata Ordnertruppen (traducibile in italiano con "Truppe d'ordine"), tuttavia, novembre dell'anno successivo, lo stesso Hitler cambiò il nome in Sturmabteilung, universalmente note come SA.
Nel giugno del 1921, quando Adolf Hitler e Dietrich Eckart, fedele amico e compagno del primo, erano a Berlino per svolgere alcuni comizi e raccogliere fondi per il movimento politico, scoppiò, nella sua sede organizzativa, una rottura all'interno del partito nazista. Alcuni membri del comitato esecutivo, rappresentanti dell'ala sinistra del partito nazista, espressero la volontà di fondere il movimento politico con il Partito socialista tedesco, un partito con sede a Norimberga e che mischiava ideologie di estrema destra e sinistra. Hitler tornò a Monaco l'11 luglio e immediatamente rassegnò le sue dimissioni dal partito nazista, affermando che ormai il suo ruolo era fondamentale e che il partito non sarebbe sopravvissuto senza di lui. Durante una conferenza tenuta dai membri del comitato esecutivo, questi si resero ben presto conto che le parole di Hitler erano corrette e che senza quello che ormai era diventato il volto del partito il movimento nazista era destinato a terminare. Quando il partito chiese a Hitler di iscriversi nuovamente, questi affermò che sarebbe rientrato nel partito soltanto alla condizione che ne sarebbe diventato il presidente, sostituendo Anton Drexler. Il comitato esecutivo acconsentì alla sua richiesta e Hitler si riunì al partito ufficialmente il 26 luglio.
Il Putsch di Monaco
Tra la fine del 1922 e l'inizio dell'anno successivo, Adolf Hitler fondò due organizzazioni interne al partito nazista, le quali in seguito sarebbero divenute colonne portanti proprio di quest'ultimo. La prima associazione che venne fondata fu la Jugendbund der NSDAP, l'organizzazione giovanile del partito che successivamente sarebbe diventata la Gioventù hitleriana. Nel maggio del 1923, venne invece istituita la Stoßtrupp-Hitler, una sorta di guardia del corpo personale e armata di Hitler che in seguitò diverrà la Schutzstaffel, meglio conosciuta con l'acronimo SS. Dopo aver formato tali organizzazioni all'interno del suo partito, Hitler, ispirato da quanto aveva fatto in Italia Benito Mussolini con la marcia su Roma l'anno precedente, iniziò a meditare l'idea di attuare un colpo di Stato per rovesciare la Repubblica di Weimar.
Nonostante il primo fallimentare tentativo, Hitler, la sera tra l'8 e il 9 novembre di quell'anno, decise di tentare un altro colpo di Stato, passato alla storia con il nome di Putsch di Monaco. Il golpe ebbe inizio nella birreria Bürgerbräukeller, ove importanti leader politici bavaresi, tra cui il ministro presidente della Baviera Gustav von Kahr, dovevano tenere una riunione. Il piano, infatti, era quello di costringere i più alti funzionari bavaresi a cedere il potere a Hitler, il quale avrebbe occupato i più importanti edifici governativi e successivamente rapidamente marciato su Berlino. Tuttavia, l'esito del colpo di Stato fu un totale fallimento. Quasi 2.000 membri del partito nazista si recarono a Marienplatz, la piazza principale di Monaco, per irrompere nella birreria, ove tuttavia incontrarono una barriera di 130 poliziotti. Seguì uno scontro caotico e violento tra i golpisti e le forze dell'ordine, il quale portò alla morte di sedici membri del partito nazista e quattro ufficiali di polizia. Vedendo il fallimento del colpo di Stato in prima persona, Hitler fuggì brevemente da Monaco, tuttavia la sua latitanza durò soltanto fino all'11 novembre, quando venne trovato e arrestato con l'accusa di alto tradimento.
Sebbene il golpe fosse stata una disfatta clamorosa, il processo che interessò Hitler e i suoi collaboratori portarono il partito nazista e la sua figura a essere molto conosciuti tra la popolazione tedesca. Il processo ebbe inizio il 26 febbraio 1924. La difesa di Hitler consistette nell'affermare che il suo atto era stato fatto per il bene del popolo tedesco e che il suo vero traditore era soltanto il governo democratico-liberale della Repubblica di Weimar. Insieme a molti altri membri del partito nazista, il futuro dittatore fu condannato il 1º aprile a cinque anni di prigione da scontare nel carcere di Landsberg. All'interno di tale prigione, egli ricevette un trattamento molto preferenziale da parte delle guardie; gli era infatti stata assegnata una cella con vista sul fiume e gli era permesso di non indossare la divisa carceraria, di avere frequenti visite e di ricevere più lettere di quanto non fosse concesso. Graziato dalla Corte Suprema bavarese, nonostante le obiezioni del pubblico ministero, il 20 dicembre fu rilasciato dal carcere dopo aver scontato solo nove mesi per buona condotta. Durante tali mesi di prigionia, Adolf Hitler, dettando parola per parola al suo vice Rudolf Hess, scrisse il Mein Kampf, saggio autobiografico e polito che diverrà il manifesto dell'ideologia nazista. Inoltre, Hitler, durante tale periodo, intuì che l'unico modo che aveva per assicurarsi il potere in Germania era servendosi delle stesse istituzioni democratiche già presenti, rigettando completamente l'idea di organizzare un nuovo golpe.
La scalata verso il potere
Il 27 febbraio 1925, il partito nazista fu nuovamente reso legale e partecipò alle prime elezioni parlamentari che si presentarono, quelle del maggio 1928. Tuttavia, i risultati per il partito nazista furono molto scadenti, in quanto riuscì ad assicurarsi soltanto 12 seggi al Reichstag con il 2,1%. Per superare tale periodo di crisi politica, Adolf Hitler scelse di usare due tattiche. Inizialmente, egli decise di scrivere un secondo libro, al fine di diffondere più velocemente per tutta la Germania le sue idee e il suo programma politico. Tuttavia, il libro rimase inedito a causa degli alti costi per la pubblicazione, la quale avvenne a scopi storici soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale nel 1958. Contemporaneamente, durante questi anni, al fine di attirare più voti, Hitler ordinò alle SA di cercare lo scontro diretto contro la Roter Frontkämpferbund, la forza paramilitare del partito comunista. Tramite atti violenti come attacchi alle sedi del partito comunista e frequenti risse in occasione dei ritrovi di quest'ultimo, il partito nazista accrebbe sempre di più la sua popolarità.
La retorica di Hitler e le continue manifestazioni di veemenza portarono il partito, nel 1928, ad avere ben 130.000 iscritti, mentre nell'anno successivo vi si unirono personalità più conosciute del mondo tedesco, tra le quali spiccò il generale Erich Ludendorff. Tuttavia l'economia tedesca, grazie agli aiuti statunitensi del piano Dawes, era in una lenta ma costante crescita, la quale portò la maggior parte della popolazione tedesca a guardare con diffidenza e distacco le ideologie estremiste del partito nazista e di quello comunista, preferendo votare forze politiche come il Partito Socialdemocratico o il Partito di Centro. La violenza politica, al fine di dare origine a un clima del terrore, aumentò dunque anche tra le file del partito comunista.
Con l'intento di vendicarsi sui comunisti, la forza paramilitare nazista assaltò, il 25 agosto, una sede del Rotfront, mentre alcuni giorni si avventarono contro la sede principale del partito a Berlino. Sempre sull'ondata di tali violenze, durante il mese di settembre del 1929, Joseph Goebbels, un giornalista che si era iscritto al partito nazista cinque anni prima, cercò di assaltare insieme gruppo di uomini delle SA la sede del partito comunista presente nel quartiere di Neukölln. Tuttavia, le forze comuniste lì presenti si armarono e velocemente lo scontro tra le due fazioni sfociò in una violenta sparatoria. Nonostante la sede del partito fu ben difesa dai comunisti e l'attacco nazista fallì, Goebbels, con questo atto, era riuscito a farsi notare da Hitler, il quale riconobbe quasi subito le straordinarie abilità propagandistiche del giornalista.
Il mese successivo, si verificò un altro evento che aumentò e consolidò ulteriormente la propaganda nazista. La sera del 14 gennaio 1930, infatti, verso le 22:00, Horst Wessel, un militare membro del partito nazista, iniziò a discutere animatamente con la sua vicina di casa, una donna dalla forte fede comunista. La discussione degenerò molto velocemente e Wessel minacciò di alzare le mani sulla vicina, la quale gridò per chiamare aiuto. In suo soccorso, accorse un amico, Albert Hochter, membro delle Roter Frontkämpferbund, il quale sparò al militare nazista ferendolo mortalmente. La vicende dell'omicidio di Wessel, il quale morì in ospedale il 23 febbraio a causa delle ferite riportate dopo la sparatoria, sarà strumentalizzata a fini propagandistici da Hitler e Goebbels.
L'abile azione di propaganda e i continui comizi tenuti da Hitler portarono il partito nazista a ottenere alle elezioni parlamentari di quell'anno ben 107 seggi all'interno del Reichstag con il 18,3% dei voti. I nazisti divennero così il secondo partito più grande in tutti la Germania, secondo soltanto al Partito socialdemocratico e, come notò lo storico tedesco Joseph Bendersky, l'unica forza politica davvero significativa della destra.
Il fallimento dei partiti democratici nel fermare l'ascesa di Hitler
Il disastroso crollo dell'economia tedesca a seguito della Grande depressione portò il popolo tedesco a essere più diffidente nei confronti del sistema liberal-democratico e ad avvicinarsi a posizioni politiche più estremiste quali il nazismo e il comunismo. Difatti, i seggi che occupavano i nazisti e i comunisti a seguito delle elezioni del 1930 comprendevano all'incirca il 40% delle sezioni presenti nel Reichstag. In tale contesto politico, Lev Trockij, famoso politico e rivoluzionario sovietico esiliato da Stalin, fu il primo a notare ed evidenziare la rapida ascesa di Hitler e del nazismo. Egli infatti si mostrò molo scettico nella decisione del Comintern di esortare il partito comunista tedesco a concentrare la propria lotta politica contro i socialdemocratici, dalla Terza internazionale definiti come "socialfascisti", piuttosto che il partito nazista. Diversi studiosi, tra cui lo storico Bertrand Patenaude, hanno avanzato la tesi che tale politica favorì ulteriormente l'ascesa di Hitler e ne fu addirittura determinante.
L'inabilità dei partiti democratici di formare un'alleanza stabile e il sistema politico della repubblica di Weimar resero complesso per ogni cancelliere dell'epoca costituire un governo che avesse una maggioranza parlamentare stabile. Spesso, dunque, al fine di coprire tali vuoti di potere, le istituzioni si affidavano ai poteri straordinari del presidente, il quale dal 1925 era il vecchio generale Paul von Hindenburg. Nel 1931, Adolf Hitler decise di proseguire con la campagna e la propaganda elettorale anche al di fuori del periodo delle votazioni. In questi anni, i nazisti mescolarono metodi di campagna legali insieme ad atti terroristici. Hitler era infatti solito essere sempre in viaggio per tutta la Germania a recitare discorsi politici e a organizzare convegni, mentre le SA, sfilando per le strade, picchiavano gli oppositori e scatenavano risse ai loro comizi.
Dopo le elezioni del 1930, fu nominato cancelliere Heinrich Brüning, esponente del Partito di Centro. Durante il suo governo, Hitler tentò il più possibile di mettere il Reichstag sempre contro Brüning, il quale difatti governò soprattutto grazie all'appoggio del presidente e dell'esercito. Tuttavia, tale supporto si rivelò estremamente precario. L'ottantaquattrenne presidente Paul von Hindenburg, generale monarchico e conservatore, tentennò nel prendere misure che limitassero le azioni violente dei nazisti, mentre l'ambizioso generale Kurt von Schleicher nutriva simpatie per l'estrema destra e sperava di ottenere il sostegno di Hitler. Proprio un'alleanza tra quest'ultimo e il futuro dittatore costrinse il presidente Hindenburg, il 1 giugno del 1932, a destituire Brüning e a nominare cancelliere Franz von Papen, ex membro del Partito di Centro di ideali conservatori e monarchici.
Alle elezioni parlamentari tenutesi nel luglio del 1932, il partito nazista risultò essere la forza politica con più seggi all'interno del Reichstag (230 su 608), senza tuttavia raggiungere una maggioranza assoluta. Non appena terminate le elezioni, Hitler diede immediatamente inizio a uno crisi di governo. Egli infatti minacciò Papen che avrebbe sfiduciato il suo governo, chiedendo di essere lui stesso nominato cancellerie. Tuttavia, il presidente Hindenburg rifiutò la richiesta di Hitler e Papen fu dunque costretto a sciogliere nuovamente il parlamento e a indire nuove elezioni. A tali elezioni, tenutesi novembre, il partito nazista risultò nuovamente essere il più votato, tuttavia si registrò una leggera diminuzione nell'appoggio popolare nei confronti del movimento di estrema destra. Questo permesso a Papen di proporre una nuova legge elettorale, la quale avrebbe limitato e sanzionato il partito nazista per i suoi atti violenti. Tuttavia, il generale Schleicher convinse Hindenburg a destituire Papen e farsi nominare lui stesso cancelliere, promettendo di formare un'alleanza tra nazisti e nazionalisti.
La nomina a cancelliere
Nonostante i successi conseguiti dal partito nazista in ambito politico, le violenze perpetrate da parte delle camicie brune non fecero altro che aumentare. L'utilizzo di manifestazioni sempre più brutali di violenza portò il le istituzioni tedesche, il 10 marzo del 1931, resero illegali il corpo delle SA. Tuttavia, pochi giorni dopo l'emanazione di tale divieto, durante una rissa, alcuni membri delle camicie brune uccisero due militanti comunisti e l'alta corte tedesca decretò il divieto a Goebbels di parlare durante i comizi pubblici, dal momento che questi veniva additato come il principale istigatore degli episodi di violenza. Tuttavia, l'esperto capo della propaganda riuscì a eludere tale legge registrando i suoi discorsi e facendoli ascoltare ai convegni in sua assenza.
Verso la fine del 1931, Ernst Röhm, colonnello delle SA, che nonostante il loro forzato scioglimento continuavano a operare indisturbate dalle forze di polizia, mise a capo della sezione di Berlino Wolf-Heinrich von Helldorff, ex poliziotto, convinto antisemita e sostenitore della violenza in ambito politico. Tale scelta di aumentare di aumentare gli episodi di brutalità (in soltanto due mesi furono uccisi più di 80 membri del partito comunista) coincideva con le elezioni presidenziali del 1932. Adolf Hitler decise infatti di tentare per la prima volta di partecipare alle elezioni presidenziali contro Ernst Thälmann, esponente della forza comunista, e il presidente uscente Hindenburg, la cui popolarità tra il popolo tedesco era in costante crescita. Durante il primo turno, che si tenne il 13 marzo, Hitler ottenne 11 milioni di voti, rimanendo tuttavia indietro a Hindenburg. Il secondo, il quale ebbe luogo il 10 aprile, vide Hitler arrivare secondo con il 36,8% dei voti, Paul von Hindenburg vincere con un'ampia maggioranza del 53,0% e Thälmann ottenere soltanto il 10,2% dei voti. Nonostante Hitler avesse perso le elezioni, il numero degli iscritti al partito nazista aumentò esponenzialmente, raggiungendo gli 800.000. Inoltre, tali elezioni dimostrarono al futuro dittatore quanto, grazie alle continue azioni di violenza, era riuscito a far allontanare la popolazione dal partito comunista.
Il 13 aprile 1932, il governo tedesco emanò un decreto d'emergenza, dichiarando che le SA e le SS fossero forze anticostituzionali e rendendole di fatto nuovamente illegali. Due giorni prima, infatti, la polizia tedesca era venuta a conoscenza di alcuni documenti segreti redatti dalle SA, i quali attestavano l'ordine dato alle Sturmabteilung che, qualora Hitler avesse vinto l'elezioni, avrebbero dovuto mettere in atto un colpo di Estado, prendendo con la violenza i principali edifici governativi di Berlino. Hitler minacciò immediatamente di togliere la fiducia al nuovo presidente nel caso non fosse annullato il decreto. La legge fu abrogata il 16 giugno da Franz von Papen, all'epoca ancora cancelliere, il quale si mostrò nuovamente incapace di confrontarsi con i nazisti.
Dal momento che il partito nazista era ormai il partito con la maggioranza all'interno del Reichstag, esso aveva il diritto di scegliere il presidente del parlamento. Per tale posizione, Hitler scelse di nominare un membro del partito nazista di lunga data, Hermann Göring. Quando il Reichstag accettò la nomina di Hitler, quest'ultimo, sperando di ottenere lo stesso risultato positivo, chiese al presidente di essere nominato cancelliere. Tuttavia, von Papen, su consiglio di Hindenburg, offrì a Hitler il ruolo di vice-cancelliere, nella speranza di placare le sue mire di espansione all'interno del governo. Tuttavia, Hitler rifiutò, capendo il volere di von Papen e di Hindenburg di confinarlo politicamente.
Dopo che il cancelliere von Papen lasciò la sua carica a seguito dell'elezioni di novembre, egli, in un incontro segreto con Hitler, gli comunicò che il presidente Hindenburg lo teneva ancora in grande considerazione e che, qualora il futuro Führer lo avesse nominato vice-cancelliere del suo governo, avrebbe potuto convincerlo a destituire il nuovo cancelliere Kurt von Schleicher. Hitler accettò la proposta di von Papen, il quale si adoperò immediatamente per influenzare Hindenburg a rivalutare la figura del politico nazista. Tuttavia, l'evento che convinse l'anziano presidente a dare il potere a Hitler fu una petizione, passata alla storia con il nome di Industrielleneingabe, nella quale 22 tra i più importanti industriali, banchieri e latifondisti tedeschi chiedevano a Hindenburg di nominare cancelliere proprio il capo del movimento nazista. Paul von Hindenburg, soggetto alle continue pressioni degli imprenditori e di von Papen e vedendo come l'alleanza proposta da Schleicher tra nazisti e nazionalisti era lungi dall'essere realizzata, nominò con riluttanza Hitler cancelliere, dandogli il compito di formare un nuovo governo formato da una coalizione tra il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori e il Partito Popolare Nazionale Tedesco.
L'inizio del governo Hitler
Il 30 gennaio 1933, dopo una breve cerimonia all'interno dell'ufficio di Hindenburg, il gabinetto di Hitler iniziò ufficialmente il suo mandato. Inizialmente, i nazisti occuparono soltanto tre posizioni di rilievo: Hitler era il cancelliere, Wilhelm Frick fu nominato ministro degli Interni e Hermann Göring ministro senza portafoglio. Durante la cerimonia di apertura del governo Hitler, al di fuori del palazzo del Reichstag, diversi reparti appartenenti alle SA e alle SS parteciparono a una grande e vistosa fiaccolata che coinvolse l'intera città Berlino. Franz von Papen fu nominato vice-cancelliere come desiderava e riteneva ancora di poter domare le aspirazioni di Hitler e del suo movimento. Difatti, von Papen, inizialmente, si espresse contro diverse politiche proposte da Hitler per trasformare la Germania in una dittatura nazista. Per tale motivo, Himmler lo inserì nell'elenco di persone da eliminare durante la notte dei lunghi coltelli, tuttavia, grazie a una scorta che Göring gli fornì, riuscì a salvarsi, assumendo da quel momento in poi soltanto incarichi di ambasceria.
Sia in Germania che all'estero, in un primo momento, furono pochi timori che Hitler potesse servirsi delle istituzioni democratiche per stabilire un regime dittatoriale e monopartitico. I conservatori, il cui esempio più emblematico fu proprio il vice-cancelliere von Papen, erano ancora convinti di poter manovrare Hitler e le politiche del partito nazista. La maggior parte degli ambasciatori stranieri minimizzarono la figura di Hitler, definendolo un politico "mediocre" e una brutta copia di Mussolini. Addirittura Kurt Schumacher, membro dell'opposizione e militante del SPD, banalizzò il ruolo politico di Hitler, definendolo soltanto un membro di facciata del nuovo governo. I giornali tedeschi scrissero che il governo di Hitler avrebbe certamente cercato il più possibile di limitare i propri oppositori di sinistra, ma che sarebbe stato impossibile per i nazisti stabilire una dittatura in Germania.
Tuttavia, alcuni politici e diplomatici riuscirono a riconoscere immediatamente le vere ambizioni di Hitler e del partito nazista. Il diplomatico inglese Horace Rumbold, ad esempio, scrisse il 22 febbraio 1933: "Hitler potrebbe non essere un abile statista, tuttavia è un demagogo insolitamente abile e audace, pieno consapevole di ogni istinto delle masse". Pochi giorni dopo, egli informò l'Ufficio degli esteri di non avere dubbi sul fatto che le vere intenzioni dei nazisti fossero quelle di instaurare una feroce dittatura. Dopo aver ricevuto il dispaccio di Rumbold, Robert Vansittart, sottosegretario permanente del Foreign Office, concluse che se Hitler avesse ottenuto poteri illimitati sarebbe potuta scoppiare in breve tempo un'altra guerra su larga scala. Lo stesso Adolf Hitler sembrava consapevole delle cause che avevano favorito la sua ascesa al potere, tra cui soprattutto l'incapacità dei movimenti politici che si opponevano al nazismo di fare fronte comune contro di esso.
Da cancelliere a dittatore
Non appena Hitler assunse democraticamente il potere, egli iniziò a occuparsi di eliminare le istituzioni liberali e democratiche della Repubblica di Weimar al fine di formare una dittatura basata sull'ideologia nazista. La notte del 27 febbraio, poco meno di un mese che Hitler era stato nominato cancelliere, un violento incendio doloso colpì il Reichstag. Hitler colse l'occasione e fece sì che la colpa ricadesse sul muratore olandese Marinus van der Lubbe, attivista affiliato al partito comunista. Successivamente, Hitler emanò il decreto dell'incendio del Reichstag, con il quale sospese diverse libertà politiche, individuali ed espulse i comunisti dal parlamento tedesco. Alle elezioni tenutesi nel marzo del 1933, le ultime consultazioni multipartitiche in Germania fino al 1945, nuovamente nessun partito riuscì a organizzare un'opposizione forte al partito nazista. Così, il 23 marzo 1933, Adolf Hitler propose al Reichstag l'emanazione della legge dei pieni poteri, attraverso la quale gli sarebbero stati concessi temporaneamente il potere di poter sospendere la costituzione e di agire senza dover consultare il parlamento.
Non appena Hitler pronunciò il suo discorso, in parlamento si scatenarono molti disordini e dunque il neocancelliere fu nuovamente costretto a prendere la parola. Hitler, tramite un discorso che mescolava frasi intimidatorie ed elementi volti alla negoziazione, promise che non avrebbe violato i diritti del Reichstag, il ruolo del presidente, l'autonomia degli Stati e non avrebbe interferito per quanto riguarda la libertà religiosa. Dopo che i paramilitari nazisti circondarono il parlamento, Hitler concluse il suo discorso dicendo: "Spetta a voi, signori del Reichstag, decidere tra la guerra e la pace". Quasi tutti i partiti presenti all'interno del Reichstag, compreso il Partito di Centro che aveva ricevuto la garanzia che la libertà religiosa sarebbe stata rispettata, votarono a favore della nuova legge. L'unico partito che si oppose fu quello socialdemocratico, i cui 94 voti contrari, tuttavia, non poterono fare la differenza.
La legge consentì a Hitler e al suo governo di mantenere poteri d'emergenza per quattro anni, tuttavia, il nuovo cancelliere si adoperò immediatamente per abolire i poteri che garantivano l'autonomia agli stati e l'esistenza di partiti altri rispetto a quello nazista. Il 14 luglio 1933, furono ufficialmente messi fuorilegge tutti i partiti non nazista e il Reichstag rinunciò formalmente a tutti i suoi ruoli democratici. L'unico ostacolo che ancora si contrapponeva tra Hitler e il potere assoluto era il presidente Hindenburg, il quale rimase in capo dell'esercito e si occupò formalmente della politica estera.
Tuttavia, l'anno successivo, il 2 agosto 1934, Hindenburg morì di vecchiaia. Hitler, dopo la notte dei lunghi coltelli, aveva assicurato la lealtà dell'esercito. A seguito di un'ulteriore legge, fuse la carica del presidente e quella del cancelliere in una sola, assumendo ufficialmente il potere assoluto sulla Germania con il titolo di Führer. Tale legge fu infine approvata tramite un referendum popolare, attraverso il quale Hitler trasformò il suo paese in un repressivo totalitarismo.
La Seconda guerra mondiale
Introduzione: il conflitto più sanguinoso della storia
La seconda guerra mondiale vide contrapporsi, tra il 1939 e il 1945, le cosiddette potenze dell'Asse e gli Alleati che, come già accaduto ai belligeranti della prima guerra mondiale, si combatterono su gran parte del pianeta. Il conflitto ebbe inizio il 1º settembre 1939, con l'attacco della Germania nazista alla Polonia, e terminò, nel teatro europeo, l'8 maggio 1945, con la resa tedesca e, in quello asiatico, il successivo 2 settembre, con la resa dell'Impero giapponese dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki da parte degli Stati Uniti d'America.
È stato il più grande e sanguinoso conflitto armato della storia e costò all'umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri, con una stima totale di morti che oscilla tra i 55 e i 60 milioni di individui. Le popolazioni civili si trovarono coinvolte nelle operazioni in una misura sino ad allora sconosciuta e furono, anzi, bersaglio dichiarato di bombardamenti, rappresaglie, persecuzioni, deportazioni e stermini. In particolare, il Terzo Reich portò avanti con metodi ingegneristici l'Olocausto per annientare, tra le altre, le popolazioni di origine o etnia ebraica, perseguendo anche una politica di riorganizzazione etnico-politica dell'Europa centro-orientale.
Al termine della guerra, l'Europa, ridotta a un cumulo di macerie, completò il processo di involuzione iniziato con la prima guerra mondiale e perse definitivamente il primato politico-economico mondiale, che fu assunto in buona parte dagli Stati Uniti. Ad essi si contrappose l'Unione Sovietica, l'altra grande superpotenza forgiata dal conflitto, in un teso equilibrio geopolitico internazionale, che fu definito in seguito guerra fredda. Le immani distruzioni della guerra portarono alla nascita dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), avvenuta al termine della Conferenza di San Francisco il 26 giugno 1945.
Il contesto storico: le cause del conflitto
L'espansionismo nipponico in Asia
La fase successiva alla prima guerra mondiale vide la completa affermazione dell'Impero giapponese come grande potenza. Lo scoppio della grande depressione nel 1929 spinse il paese a guardare con più interesse ai mercati asiatici; escluso dalle spartizioni coloniali del XIX secolo, il Giappone si ritenne privato dell'accesso alle ricche risorse dell'Asia dalle potenze europee e decise di compensare questo stato di cose con una serie di aggressive manovre di espansionismo territoriale.
Lo scivolamento del Giappone verso una politica di imperialismo venne favorito da una forte militarizzazione della società nipponica. L'influenza dei militari nella società portò a recuperare il concetto filosofico medievale del Gekokujō, secondo il quale un ufficiale inferiore può disobbedire agli ordini superiori se lo ritiene moralmente giusto; questo principio fu la giustificazione adottata dai generali nipponici per portare avanti campagne di espansionismo territoriale in maniera del tutto autonoma dai desideri del governo nazionale.
Lo sbocco primario di questo espansionismo fu la Cina, indebolita da una decennale guerra civile. Agendo in totale autonomia dal governo, i generali giapponesi orchestrarono il 18 settembre 1931 un finto sabotaggio ferroviario a Mukden, utilizzato come pretesto per avviare l'invasione della regione della Manciuria nel nord della Cina, dove fu insediato lo Stato fantoccio del Manciukuò. Il conflitto tra giapponesi e cinesi esplose infine in una guerra totale a partire dal luglio 1937.
L'espansionismo tedesco in Europa
Il trattato di Versailles del 1919, conclusivo della Grande Guerra, impose punizioni estremamente dure per gli sconfitti tedeschi. Condizioni estremamente punitive per una nazione che alla fine delle ostilità aveva truppe ancora attestate sul territorio francese, e che contribuirono a creare il mito della "pugnalata alle spalle". Questo mito, unito alla pessima situazione economica della Repubblica di Weimar, fu importante per l'affermarsi del Partito Nazionassocialista Tedesco dei Lavoratori di Adolf Hitler.
Con Hitler al potere iniziarono ben presto reiterate violazioni della pace del 1919. Iniziò a formarsi un sodalizio tra la Germania nazista e il Regno d'Italia, concretizzandosi in un'alleanza militare tra le due nazioni (il cosiddetto "Asse Roma-Berlino").
Mentre il riarmo tedesco continuava, Hitler attuò i suoi piani per un'espansione territoriale della Germania, in modo che essa ottenesse quello spazio vitale (Lebensraum) di cui, secondo quanto asserito nel Mein Kampf, aveva assoluto bisogno. Sfruttando la politica dell'appeasement di Gran Bretagna e Francia, nel marzo 1938 l'Austria fu pacificamente annessa al Reich tedesco (episodio noto come Anschluss). Più resistenza oppose la Cecoslovacchia a cedere la regione dei Sudeti; la conferenza di Monaco nel settembre 1938 portò alla risoluzione pacifica di questa controversia, ma pochi mesi dopo, nel marzo 1939, quanto rimaneva della Cecoslovacchia cessò di esistere.
Successivo obiettivo dei tedeschi divenne la Polonia. Dopo Monaco, gli anglo-francesi fornirono immediato supporto alla Polonia perché si opponesse ai voleri di Hitler. Berlino rispose con un abile colpo diplomatico: il 24 agosto 1939 il ministro degli esteri sovietico Molotov e quello tedesco Ribbentrop firmarono un patto di non aggressione tra le due nazioni, il patto Molotov-Ribbentrop; un protocollo segreto dell'accordo prevedeva una spartizione della Polonia. Il 1º settembre, alle 04:45 del mattino, le truppe tedesche attraversarono la frontiera polacca; due giorni dopo Francia e Regno Unito dichiararono guerra alla Germania, episodio che storicamente viene indicato come inizio della seconda guerra mondiale.
La guerra (1939-1940)
L'invasione della Polonia e la "strana guerra"
Alle 4:45 del 1º settembre 1939, utilizzando come pretesto l'incidente di Gleiwitz organizzato dai servizi segreti tedeschi, la Germania diede inizio alle operazioni militari contro la Polonia, impiegando l'innovativa tattica militare della guerra lampo o Blitzkrieg. L'esercito polacco contava un milione di uomini, ma non sufficientemente consistente e coordinato. L'8 settembre i primi carri armati tedeschi giunsero alle porte di Varsavia dando il via a una feroce battaglia.
Il 17 settembre, in linea con quanto previsto nel patto Molotov-Ribbentrop, l'Unione Sovietica invase la Polonia da est. L'attacco sovietico segnò definitivamente il destino della Polonia: Varsavia si arrese ai tedeschi il 27 settembre 1939. I territori polacchi finirono spartiti tra tedeschi e sovietici.
Mentre a est la Polonia finiva annientata, la situazione sul fronte occidentale rimase fondamentalmente tranquilla: tanto i francesi quanto i tedeschi adottarono una strategia difensiva, non impegnandosi in scontri campali di vasta portata. Questo periodo di conflitto senza ostilità, protrattosi per diversi mesi, passò quindi alla storia come la "strana guerra".
La Germania punta a occidente: Danimarca, Norvegia e Francia
La "strana guerra" ebbe una brusca interruzione il 9 aprile 1940, quando la Germania lanciò l'invasione della Danimarca e della Norvegia (operazione Weserübung). La Danimarca capitolò dopo sole 6 ore, mentre i norvegesi opposero una dura resistenza; i tedeschi furono ben presto in grado di portare a compimento l'occupazione del paese.
Mentre la campagna norvegese era ancora in svolgimento, il 10 maggio 1940 la Wehrmacht sferrò la lungamente pianificata offensiva sul fronte occidentale attaccando simultaneamente Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. L'offensiva fu una straordinaria dimostrazione di potenza militare: il cuneo corazzato tedesco penetrò fulmineamente in Belgio spazzando via le deboli difese alleate. In soli tre giorni i panzer tedeschi formarono profonde teste di ponte a ovest della Mosa.
Dopo aver respinto alcuni tentativi di contrattacco, a partire dal 16 maggio i panzer ebbero via libera a ovest della Mosa, lanciandosi attraverso la pianura franco-belga in direzione delle coste de La Manica; il raggruppamento anglo-francese penetrato in Belgio rischiò di essere tagliato fuori. I panzer ebbero via libera e, fin dal 20 maggio, i primi reparti corazzati raggiunsero le coste della Manica; quasi 600 000 soldati anglo-francesi furono accerchiati e intrappolati tra il mare e l'esercito tedesco. La situazione peggiorò ulteriormente dopo l'improvvisa resa dell'esercito belga il 28 maggio.
Il 26 maggio il nuovo primo ministro del Regno Unito Winston Churchill autorizzò l'evacuazione del corpo di spedizione britannico verso il porto di Dunkerque. Dal 26 maggio al 4 giugno le forze anglo-francesi riuscirono in gran parte a trarsi in salvo da Dunkerque (operazione Dynamo). I tedeschi si lasciarono sfuggire una grossa parte delle truppe alleate accerchiate: furono evacuati circa 338 000 soldati alleati.
La resa della Francia e la battaglia d'Inghilterra
Il 5 giugno 1940 i tedeschi diedero inizio alla battaglia per la conquista di Parigi e, temendo che l'Italia potesse restare esclusa dal "tavolo della pace", il 10 giugno Mussolini portò il paese in guerra contro gli Alleati. L'esordio bellico delle forze italiane non fu dei migliori.
Nel frattempo, il 10 giugno, i tedeschi attraversarono la Senna mentre l'esercito francese si ritirava disordinatamente oltre la Loira; il governo francese si trasferì a Tours, lasciando Parigi ai tedeschi che la occuparono incontrastati il 14 giugno. Nella notte del 16 giugno il potere passò al maresciallo Philippe Pétain; il nuovo governo francese presentò subito la richiesta di armistizio. Le trattative tra tedeschi e francesi portarono quindi alla stipula il 22 giugno dell'armistizio di Compiègne; la Francia centro-meridionale rimase indipendente, e Pétain insediò il suo governo nella cittadina di Vichy dando vita al cosiddetto "Governo di Vichy".
La capitolazione da parte del governo di Vichy non fu senza opposizione: da Londra, il generale Charles de Gaulle proclamò con un appello radiofonico il 18 giugno la sua intenzione di proseguire la lotta contro i tedeschi, fondando il movimento della Francia libera.
Non trovando terreno fertile per una pace con il Regno Unito, Hitler cominciò a considerare l'idea di invadere le isole britanniche; tuttavia, per preparare la gigantesca operazione di sbarco i tedeschi dovevano prima ottenere il controllo dei cieli britannici. A partire dal 10 luglio 1940 la Luftwaffe diede inizio a una serie di incursioni diurne e notturne contro il Regno Unito. La campagna, passata alla storia con il nome di "battaglia d'Inghilterra", vide un'intensa serie di scontri aerei tra la Luftwaffe e la RAF; ottimamente supportati da una rete di stazioni radar, i britannici riuscirono a infliggere perdite sempre più insostenibili ai tedeschi finché, il 31 ottobre 1940, lo stesso Hitler decise di rinviare l'invasione a tempo indeterminato.
1941: La guerra si espande
La guerra nel Mediterraneo e in Africa
L'entrata in guerra dell'Italia portò all'apertura di diversi teatri bellici in Africa e nell'area del mar Mediterraneo. La Regia Marina italiana ebbe come compito principale quello di contrastare la presenza navale britannica nel Mediterraneo. La guerra navale del Mediterraneo si strutturò ben presto come una gigantesca battaglia di convogli.
Le colonie italiane in Africa furono ben presto teatro di ampi scontri. Mussolini ordinò alle forze schierate in Libia di invadere l'Egitto nel settembre 1940. L'avanzata delle truppe del maresciallo Rodolfo Graziani si arrestò a Sidi Barrani, esponendosi al contrattacco delle forze britanniche del generale Archibald Wavell. L'offensiva britannica (operazione Compass), lanciata a partire dall'8 dicembre, fu un successo ben oltre ogni aspettativa: le forze di Graziani furono accerchiate e distrutte e l'avanzata proseguì oltre il confine fino in Cirenaica.
Dopo il travolgente successo dell'operazione Compass, all'inizio del 1941 il fronte libico si era stabilizzato all'altezza di El-Agheila. Di questa pausa dell'avanzata britannica ne approfittarono le forze dell'Asse: nel febbraio 1941 un contingente di truppe meccanizzate tedesche (Deutsches Afrikakorps) fu inviato ad appoggiare i reparti italiani in Libia. Al comando del generale Erwin Rommel, le forze italo-tedesche ottennero subito grossi risultati: un'improvvisa offensiva di Rommel in marzo colse impreparati i britannici, costretti a sgombrare in fretta e furia la Cirenaica.
Operazione Barbarossa: l'invasione dell'Unione Sovietica
La decisione di Hitler di rompere il patto Molotov-Ribbentrop e di scatenare un attacco generale contro l'Unione Sovietica nasceva in primo luogo dalle concezioni ideologico-razziali del dittatore volte alla costituzione di un Lebensraum ("spazio vitale") per la nazione tedesca.
L'invasione tedesca (operazione Barbarossa) iniziò il 22 giugno 1941 con un attacco simultaneo su tutto il fronte; l'obiettivo era di occupare l'intera Unione Sovietica occidentale. Stalin, nonostante i numerosi avvertimenti, fu colto di sorpresa. Oltre 3 milioni di soldati tedeschi con 3 350 carri armati e 2 000 aerei mossero all'attacco su un fronte lungo 1 600 chilometri.
Fin dall'inizio, la situazione dei sovietici si rivelò drammatica: le forze tedesche, divise in tre gruppi d'armate (Nord, Centro e Sud), avanzarono subito in profondità. A metà luglio lo schieramento iniziale sovietico era stato praticamente distrutto dall'attacco tedesco, con oltre un milione di prigionieri presi nel solo primo mese di guerra.
Superata Minsk, i tedeschi procedettero rapidamente sulla strada per Mosca accerchiando il secondo scaglione sovietico nel corso della battaglia di Smolensk a metà luglio. Dopo il successo di Smolensk, il Gruppo d'armate Centro in marcia su Mosca fu privato di gran parte delle sue forze corazzate, spedite a sud in Ucraina; ciò consentì ai tedeschi di chiudere due enormi sacche, a Uman' e poi a Kiev, dove l'intero gruppo di forze sovietiche del settore meridionale fu accerchiato e distrutto con la perdita di oltre 600 000 soldati.
Riportati i gruppi corazzati in appoggio al Gruppo d'armate Centro, il 30 settembre i tedeschi sferrarono quindi la loro grande offensiva per prendere Mosca (operazione Tifone). L'intervento di truppe scelte provenienti dalla Siberia, le capacità del generale Georgij Žukov e anche l'arrivo dell'autunno fangoso fermarono la marcia tedesca sulla capitale a fine ottobre.
L'ultima spallata tedesca, iniziata il 16 novembre, fallì di fronte alla solida resistenza sovietica e al progressivo peggioramento del clima. Stalin e Žukov disponevano ancora di forze di riserva efficienti e ben equipaggiate per l'inverno, con cui sferrarono a partire dal 5 dicembre un improvviso contrattacco. L'operazione Barbarossa si concluse quindi alla fine dell'anno con un fallimento: l'Unione Sovietica, nonostante la perdita di 4,3 milioni di uomini, non era crollata ed era invece passata al contrattacco.
Pearl Harbor: l'entrata in guerra del Giappone e degli USA
Lo scoppio della guerra nel settembre 1939 aveva spiazzato il Giappone. Il coinvolgimento delle potenze europee nella guerra contro la Germania lasciava quasi indifese le loro colonie nel Sud-est asiatico. Le manovre espansionistiche nipponiche trovarono però un'ostilità sempre più manifesta da parte del governo statunitense: nel luglio 1941 il presidente Roosevelt decretò il congelamento dei beni nipponici presenti negli Stati Uniti e un embargo totale sulle esportazioni di petrolio verso il Giappone.
Mentre trattative ormai inutili continuavano tra Tokyo e Washington, lo stato maggiore giapponese stese i suoi piani definitivi per una guerra contro gli Stati Uniti nel Pacifico. L'ammiraglio Isoroku Yamamoto concepì un piano ambizioso: la flotta statunitense doveva essere resa inoffensiva nelle prime ore di guerra con un attacco aereo a sorpresa contro il suo principale ancoraggio di Pearl Harbor nelle Hawaii. L'attacco venne sferrato la mattina del 7 dicembre 1941 e ottenne un grande successo: anche se le portaerei statunitensi evitarono qualunque danno, tutte e otto le navi da battaglia della United States Pacific Fleet furono colpite e neutralizzate. Immediata fu la risposta degli Stati Uniti, che il giorno dopo dichiararono guerra al Giappone; il quadro fu completato, l'11 dicembre, dalla dichiarazione di guerra agli Stati Uniti da parte di Germania e Italia.
1942: La svolta della guerra
Le conquiste giapponesi nel Pacifico e in Asia
L'attacco giapponese a Pearl Harbor segnò l'entrata del Giappone nella seconda guerra mondiale e fu immediatamente seguito da un'impressionante serie di offensive simultanee contro i possedimenti statunitensi ed europei nell'Asia orientale.
Gli sparsi possedimenti statunitensi furono colpiti in pieno: i giapponesi invasero e occuparono Guam il 10 dicembre e l'Isola di Wake il 23 dicembre. Un pesante attacco aereo nipponico l'8 dicembre distrusse al suolo gran parte delle forze aeree statunitensi dislocate a protezione delle Filippine, e fu seguito dallo sbarco dei reparti giapponesi su Luzon il 22 dicembre; le forze statunitensi dovettero abbandonare Manila in mano al nemico il 2 gennaio 1942 e ripiegare sulla piazzaforte di Bataan, dove rimasero assediate. Per ordine diretto di Roosevelt, il generale Douglas MacArthur si sottrasse alla cattura e riparò in Australia, mentre le sue forze dovettero capitolare il 9 maggio.
L'8 dicembre 1941 truppe giapponesi invasero la Thailandia. L'affondamento in attacchi aerei il 10 dicembre delle unità della Force Z della Royal Navy aprì all'invasione giapponese la Malesia britannica e la sua strategica piazzaforte di Singapore: la battaglia di Singapore si concluse il 15 febbraio 1942 con la resa delle forze anglo-indiane.
La capitolazione di Singapore lasciò indifeso l'ampio arcipelago delle Indie orientali olandesi: i giapponesi invasero il Borneo olandese e l'isola di Celebes a partire dall'11 gennaio 1942. Le forze alleate tentarono di organizzare una resistenza ma subirono una pesante sconfitta navale nella battaglia del Mare di Giava il 27 febbraio. Nel frattempo, il 20 gennaio truppe giapponesi provenienti dalla Thailandia avevano dato il via all'invasione della Birmania.
El Alamein e Stalingrado: le grandi sconfitte dell'Asse
A metà novembre 1942 i tedeschi erano avvinghiati in un sanguinoso scontro a Stalingrado, bloccati definitivamente nel Caucaso e ridotti alla difensiva su tutto il fronte orientale. Il 19 novembre 1942 i sovietici sferrarono l'Operazione Urano: in quattro giorni i corpi corazzati e meccanizzati sovietici travolsero le difese tedesco-rumene sul Don. Il 23 novembre i corpi corazzati si incontrarono a Kalač, accerchiando completamente la 6ª Armata tedesca bloccata dentro Stalingrado; la sacca così formata vide intrappolati circa 300 000 uomini. Dopo il fallimento a dicembre di una controffensiva tedesca per liberare le forze intrappolate, l'eliminazione della sacca fu portata avanti dai sovietici nei primi mesi del 1943 per concludersi definitivamente il 2 febbraio 1943: la 6ª Armata tedesca fu completamente annientata lasciando circa 100 000 prigionieri in mano ai sovietici.
La catastrofe di Stalingrado giunse in contemporanea alla pesante sconfitta riportata dagli italo-tedeschi in Egitto: nel corso della seconda battaglia di El Alamein tra il 23 ottobre e il 3 novembre 1942, la Eighth Army del generale Bernard Law Montgomery sfondò il fronte tenuto dai reparti di Rommel. A complemento di questa vittoria, l'8 novembre 1942 truppe statunitensi e britanniche lanciarono l'operazione Torch sbarcando in forze in Marocco e Algeria. A Rommel non restò altro da fare che ordinare una lunga ritirata strategica delle sue sparute forze fino in Tunisia, abbandonando l'intera Libia in mano ai britannici.
1943: L'inizio della fine per l'Asse
La ritirata tedesca in Russia e la vittoria in Atlantico
L'operazione Urano nel settore di Stalingrado non fu l'unica grande offensiva sferrata dai sovietici tra la fine del 1942 e i primi mesi del 1943. Tra il novembre 1942 e il febbraio 1943 l'Asse perse circa 1 milione di uomini; almeno 30 divisioni tedesche, 18 rumene, 10 italiane e 10 ungheresi finirono annientate.
I comandi sovietici puntarono a respingere il nemico almeno fino al Dnepr e alla Desna prima del sopraggiungere del disgelo primaverile. Le vittorie sovietiche si succedettero: a fine gennaio l'operazione Iskra portò al ristabilimento di collegamenti terrestri con Leningrado assediata, mentre il 2 febbraio l'operazione Stella portò le colonne corazzate sovietiche a liberare Kursk e Char'kov. Ormai l'Armata Rossa era esausta dopo tre mesi di offensive. I tedeschi, dopo un momento di sbandamento, ritrovarono la loro efficienza e con l'afflusso di reparti corazzati provenienti dalla Francia si affrettarono a organizzare una controffensiva.
A partire dal 19 febbraio, le Panzer-Division tedesche del feldmaresciallo Erich von Manstein sferrarono il loro contrattacco nel settore di Char'kov: i sovietici furono colti di sorpresa, e i tedeschi riguadagnarono la linea del Donec e del Mius riconquistando la stessa Char'kov. A metà marzo, con l'arrivo della rasputizsa, il disgelo primaverile, le operazioni si fermarono e il fronte si stabilizzò momentaneamente.
La caduta dell'Italia e lo sbarco in Sicilia
I primi mesi del 1943 videro la chiusura della lunga campagna dell'Africa settentrionale. Gli italo-tedeschi di Rommel, ritiratisi dalla Libia, si erano attestati in Tunisia stretti a est dalla Eighth Army di Montgomery e a ovest dalle truppe anglo-statunitensi del generale Dwight D. Eisenhower. Progressivamente privati dei rifornimenti, gli italo-tedeschi capitolarono infine il 13 maggio lasciando circa 200 000 prigionieri in mano al nemico.
Preceduto da azioni preliminari contro Pantelleria e Lampedusa, il 9 luglio 1943 ebbe quindi inizio lo sbarco in Sicilia dei reparti alleati: truppe britanniche, statunitensi e canadesi sgominarono nel corso di duri scontri la resistenza delle forze italo-tedesche, costrette ad abbandonare l'isola il 17 agosto seguente. La perdita della Sicilia fu un colpo mortale per il regime fascista italiano: messo in minoranza dallo stesso Gran consiglio del fascismo nel corso di una tempestosa riunione il 25 luglio, Mussolini fu destituito dal re Vittorio Emanuele III e posto agli arresti, venendo rimpiazzato alla guida del governo dal maresciallo Pietro Badoglio. Le trattative per una pace separata approdarono infine alla stipula dell'armistizio di Cassibile il 3 settembre.
I tedeschi si erano tuttavia premuniti per fronteggiare un voltafaccia dell'Italia, e quando l'armistizio venne reso noto la sera dell'8 settembre scatenarono la loro rappresaglia: nel corso della cosiddetta operazione Achse, i tedeschi attaccarono e disarmarono le truppe italiane dislocate tanto nella penisola quanto nei territori occupati. Almeno 800 000 soldati italiani caddero in mano ai tedeschi. Mussolini fu liberato dai tedeschi e posto a capo della Repubblica Sociale Italiana.
Mentre era in corso il disarmo dell'esercito italiano, gli Alleati avevano dato il via all'invasione della penisola la mattina del 9 settembre: mentre reparti della Eighth Army britannica sbarcavano a Taranto, gli statunitensi della Fifth Army presero terra a Salerno dovendo subito fronteggiare l'opposizione dei reparti del feldmaresciallo Albert Kesselring. Dopo aver rallentato l'avanzata anglo-statunitense, i tedeschi ripiegarono metodicamente sulle varie linee difensive stabilite sugli Appennini Meridionali; alla fine dell'anno le intemperie invernali e l'abile condotta dei Kesselring condussero alla definitiva stabilizzazione del fronte sulla cosiddetta Linea Gustav, imperniata sulle difese di Cassino.
1944: L'anno della liberazione
Overlord: lo sbarco in Normandia
Dopo quasi due anni di preparativi, il 6 giugno 1944 prese il via l'invasione anfibia della Francia attraverso il canale de La Manica (operazione Overlord): truppe statunitensi, britanniche e canadesi sbarcarono in Normandia con l'appoggio di un'imponente flotta aeronavale, cogliendo di sorpresa i tedeschi e stabilendo una testa di ponte lungo la costa. Le settimane seguenti allo sbarco videro una serie di duri scontri nel difficile teatro del bocage normanno.
Mentre gli anglo-canadesi rimanevano bloccati nella zona di Caen, gli statunitensi riuscirono alla fine di luglio a sfondare l'ala sinistra del fronte tedesco nei pressi di Saint-Lô; ciò permise alla 3ª Armata statunitense del generale George Smith Patton di aprirsi un varco in direzione della Bretagna. Hitler proibì qualunque ripiegamento e ordinò un contrattacco, che fu tuttavia interrotto dopo soli quattro giorni a causa della schiacciante superiorità aerea degli Alleati.
Le forze statunitensi piegarono quindi verso sud-est in direzione della Valle della Loira, minacciando di chiudere in un'enorme sacca le armate tedesche che ancora tenevano il fronte in Normandia. Il 14 agosto la 1ª Armata canadese sferrò un'offensiva verso Falaise, allo scopo di congiungersi con le forze statunitensi; l'operazione Tractable portò alla fine di agosto alla chiusura della sacca di Falaise: sebbene gran parte delle forze tedesche fossero riuscite a ripiegare verso la Senna, l'eliminazione della sacca fruttò agli Alleati la cattura di 50 000 prigionieri. Sconfitte le forze tedesche poste a difesa della Normandia le forze alleate poterono dirigersi verso Parigi, che venne liberata il 25 agosto.
Nel frattempo, il 15 agosto truppe francesi e statunitensi sbarcarono in Provenza (operazione Dragoon), suggellando la disfatta tedesca: mentre gli Alleati avanzavano verso Marsiglia e Lione, i tedeschi dovettero evacuare in fretta l'intera Francia occidentale; a metà settembre le armate provenienti dalla Provenza si ricongiunsero con le truppe che scendevano dalla Normandia. Mentre i canadesi ripulivano dalle forze tedesche la costa dello stretto di Dover, il 3 settembre i britannici entrarono a Bruxelles e l'11 settembre le prime truppe alleate raggiun
sero il confine tedesco; nel frattempo i reparti corazzati del generale Patton superarono la Mosa e la Mosella dopo aver sconfitto i tedeschi nel corso della battaglia di Nancy, raggiungendo quindi la Lorena[97].
L'operazione Bagration
In attesa dell'offensiva risolutiva contro i tedeschi prevista in contemporanea con lo sbarco anglo-statunitense in Normandia, le forze sovietiche condussero una serie di operazioni periferiche ai due estremi del fronte orientale: a sud l'Armata Rossa liberò la Crimea riconquistando Sebastopoli il 9 maggio, mentre il 10 giugno i sovietici attaccarono in forze il fronte finlandese in Carelia ricacciando il nemico oltre la frontiera del 1941. Il governo finlandesco si affrettò a intavolare trattative per una pace separata con i sovietici, che approdarono infine alla stipula dell'armistizio di Mosca il 19 settembre; seguirono quindi scontri armati tra tedeschi e finlandesi in Lapponia mentre i primi cercavano di ripiegare in Norvegia.
Il 22 giugno Stalin diede il via all'operazione Bagration, che si risolse in una spettacolare dimostrazione della potenza dell'Armata Rossa. L'attacco venne sferrato contro le forze tedesche in Bielorussia e fin dall'inizio ottenne pieno successo: con una manovra a tenaglia, i 4 000 mezzi corazzati sovietici prima travolsero i capisaldi tedeschi di Vitebsk sulla Dvina il 26 giugno e di Babrujsk sulla Beresina il 27, quindi si diressero velocemente su Minsk. I tedeschi tentarono disperatamente di rallentare l'avanzata per permettere il deflusso delle forze che rischiavano di rimanere tagliate fuori ad est della Beresina, ma l'avanzata sovietica fu inarrestabile: Minsk venne liberata il 3 luglio, decretando in pratica l'annientamento del Gruppo d'armate centro tedesco, che alla fine delle operazioni perse tra 350 000 e 400 000 uomini, fra morti, feriti e prigionieri[79].
L'intero raggruppamento centrale tedesco crollò, e a questo punto le colonne corazzate sovietiche proseguirono l'avanzata in due direzioni: verso nord-ovest presero Vilnius il 13 luglio e Kaunas il 1º agosto, per raggiungere poi la costa del mar Baltico; verso ovest proseguirono in direzione del Niemen e della Vistola, prendendo Lublino il 23 luglio e Brest-Litovsk il 28 luglio per raggiungere il confine tedesco in Prussia Orientale il 31 luglio. Inoltre, fin dal 13 luglio, l'Armata Rossa passò all'attacco anche più a sud, in Volinia; dopo duri scontri, i carri armati sovietici liberarono Leopoli il 27 luglio e proseguirono verso la Vistola che attraversarono a Sandomierz e Magnuszew. Tuttavia i tedeschi, con l'arrivo di riserve corazzate, riuscirono a riprendersi, a fermare l'avanzata sovietica verso il golfo di Riga, a contenere le teste di ponte sulla Vistola e ad arrestare l'avanzata su Varsavia.
Il 1º agosto l'Armia Krajowa polacca (filo-occidentale e legata al governo polacco in esilio a Londra) diede il via a una sollevazione generale a Varsavia; i tedeschi riuscirono però a controllare la situazione, a schiacciare l'insurrezione e a respingere le esauste colonne corazzate sovietiche in avvicinamento alla capitale polacca nella battaglia di Radzymin. Infatti l'Armata Rossa, dopo un'avanzata di oltre 500 km e dopo aver inflitto ai tedeschi una perdita di 900 000 uomini da giugno a agosto[98], si trovò nell'impossibilità logistica di continuare ad avanzare e dovette inoltre affrontare i violenti contrattacchi tedeschi sulla Vistola, sul Bug e sul Narew: anche le sue perdite erano state ingenti con quasi 500 000 uomini fuori combattimento, a riprova della ferocia della difesa tedesca nel settore[38][99]. Inoltre una vittoria dell'AK avrebbe guastato i progetti sovietici nell'area, pertanto Stalin non aveva interesse a contribuire alla buona riuscita della rivolta. È anche vero che i rivoltosi stessi avevano la necessità di agire nel minor tempo possibile proprio per evitare la presa del potere da parte dei sovietici in Polonia, visto che il 22 luglio, poco più di una settimana prima dell'inizio della rivolta, il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (filo-comunista) venne riconosciuto come il nuovo governo legittimo dall'URSS[100].
Il 20 agosto le forze sovietiche a sud dei Carpazi sferrarono la terza grande offensiva dell'estate 1944; una nuova manovra a tenaglia si chiuse rapidamente su tutto lo schieramento tedesco-rumeno il 24 agosto e l'offensiva Iași-Chișinău si concluse con la perdita di altri 200 000 soldati tedeschi[79]. Il disastro aprì alla defezione degli alleati balcanici della Germania: il 23 agosto il re Michele I di Romania condusse un colpo di stato a Bucarest, deponendo il regime fascista di Ion Antonescu e affrettandosi a siglare il 12 settembre un armistizio con l'URSS; con l'aiuto delle forze sovietiche in arrivo da nord, il 9 settembre i comunisti bulgari condussero un colpo di state a Sofia, facendo passare la Bulgaria al fianco degli Alleati e aprendo le porte all'Armata Rossa. L'insurrezione nazionale slovacca alla fine di agosto fu invece schiacciata dalle forze tedesche, le quali si affrettarono anche a prevenire una possibile defezione dell'Ungheria occupando il paese in ottobre, rimpiazzando il regime autoritario di Miklós Horthy con un esecutivo di matrice nazista sotto Ferenc Szálasi.
Le residue forze tedesche ripiegarono attraverso i Carpazi e avviarono l'abbandono della Grecia e della Jugoslavia; Belgrado fu liberata il 20 ottobre dai carri armati sovietici provenienti dalla Bulgaria, insieme alle truppe partigiane di Josip Broz Tito[101].
La fine di una grande potenza
Le offensive alleate nel Pacifico stavano ormai convergendo sul Giappone stesso. Dopo l'isolamento della base di Truk la flotta nipponica si era rifugiata a Singapore, più vicino alle riserve di carburante del Borneo e al sicuro dalle incursioni aeree statunitensi ma troppo lontano per appoggiare la difesa del Pacifico meridionale. Di ciò ne approfittarono le forze di MacArthur, che tra febbraio e maggio 1944 occuparono le isole dell'Ammiragliato per poi avviare, a partire da aprile, la liberazione della Nuova Guinea occidentale[102]. Anche le forze di Nimitz nel Pacifico centrale avanzarono con decisione: bombardieri statunitensi avevano condotto alcune incursioni contro obiettivi strategici giapponesi a partire da basi situate nella Cina continentale, ma gli aeroporti cinesi erano difficili da approvvigionare (i rifornimenti dovevano giungere dall'India attraverso un ponte aereo che scavalcava l'Himalaya, il cosiddetto The Hump) e vulnerabili alle offensive via terra dei giapponesi; gli statunitensi puntarono quindi alla conquista delle Isole Marianne nel Pacifico occidentale, dove potevano essere allestite basi aeree per i nuovi bombardieri a lungo raggio Boeing B-29 Superfortress rifornibili direttamente dagli Stati Uniti[103].
La portaerei giapponese Zuiho sotto attacco aereo statunitense durante la battaglia del Golfo di Leyte
Il 15 giugno le forze statunitensi diedero il via alla campagna delle Marianne attaccando l'isola di Saipan, cui fecero seguito gli sbarchi a Guam il 21 luglio e a Tinian il 24 luglio. La minaccia al Giappone rappresentata dagli sbarchi nelle Marianne non sfuggì all'attention del comando nipponico e la flotta da battaglia, già mobilitata per tentare di ostacolare l'avanzata statunitense nella Nuova Guinea occidentale, fu dirottata per fronteggiare questa nuova minaccia. Tra il 19 e il 20 giugno le opposte flotte si affrontarono nella battaglia del Mare delle Filippine: in una serie di scontri aeronavali, i giapponesi persero tre portaerei e ben 360 aerei imbarcati senza riuscire a infliggere agli statunitensi perdite significative; il corpo aereo della Marina giapponese, faticosamente ricostruito nel corso di un intero anno dopo le perdite di piloti e velivoli patite a Midway e nelle Salomone, fu di fatto spazzato via nel corso di quest'unica battaglia, rendendo inutili ai fini bellici le portaerei superstiti. Le operazioni nelle Marianne si conclusero quindi entro i primi di agosto con l'annientamento delle guarnigioni nipponiche; in ragione di questa sconfitta, il primo ministro Tojo fu costretto alle dimissioni e rimpiazzato con il generale Kuniaki Koiso[104].
La caduta delle Marianne aprì la strada alla riconquista statunitense delle Filippine, fortemente voluta dal generale MacArthur, benché Nimitz le preferisse un assalto anfibio all'isola di Formosa. Preceduto a metà settembre dall'occupazione dei punti strategici dell'arcipelago delle Palau (battaglie di Peleliu e di Angaur), lo sbarco nelle Filippine ebbe inizio il 20 ottobre con l'assalto all'isola di Leyte, dove gli statunitensi stabilirono rapidamente una testa di ponte. La perdita dell'arcipelago avrebbe definitivamente tagliato fuori il Giappone dai pozzi petroliferi delle Indie olandesi, e la Marina nipponica era pronta a sacrificare le sue ultime risorse per impedirlo; fu concepito un piano ambizioso: la squadra delle portaerei, ormai quasi inutilizzabile per mancanza di velivoli imbarcati, avrebbe fatto da esca attirando a nord delle Filippine le portaerei statunitensi, permettendo a due gruppi navali di corazzate e incrociatori di convergere sulla flotta d'invasione ammassata davanti Leyte. L'azione portò, tra il 23 e il 26 ottobre, alla vasta battaglia del Golfo di Leyte, la più grande battaglia navale della guerra; lo scontro segnò definitivamente la superiorità dell'aereo imbarcato contro le grandi navi armate di cannoni: i giapponesi furono completamente sconfitti perdendo, principalmente in attacchi aerei, quattro portaerei, tre corazzate e sei incrociatori pesanti[105].
Mentre la lotta infuriava nelle isole del Pacifico le operazioni belliche nell'Asia continentale erano ristagnate, salvo conoscere un'improvvisa recrudescenza nel 1944. A partire da aprile e fino a dicembre i giapponesi sferrarono una grande offensiva nella Cina meridionale, la loro prima operazione su vasta scala in territorio cinese dal 1939; l'operazione Ichi-Go rappresentò l'ultima grande vittoria giapponese della guerra: vaste zone nello Henan, nello Hunan e nel Guangxi furono occupate, e il Kuomintang fu politicamente umiliato per via della sua incapacità nel difendere i cinesi dai giapponesi[106].
Nel frattempo, i giapponesi passarono all'offensiva anche sul fronte della Birmania: per tutto il 1943 i giapponesi avevano mantenuto un atteggiamento difensivo, limitandosi a contrastare le azioni portate avanti dagli Alleati (gli anglo-indiani a ovest, le armate cinesi assistite da contingenti statunitensi a nord), ma nel marzo 1944 i reparti giapponesi lanciarono una vasta offensiva (operazione U-Go) in direzione dell'Assam, sia per occupare gli aeroporti da cui partivano i rifornimenti per i cinesi sia nel tentativo di scatenare una rivolta anticolonialista in India. Le truppe anglo-indiane del generale William Slim erano ora meglio addestrate alle operazioni nella giungla, e riuscirono a bloccare l'offensiva giapponese tra le città di Imphal e Kohima finché l'arrivo del monsone in giugno non provocò il crollo delle linee di approvvigionamento nipponiche. L'operazione si risolse in una catastrofe per i giapponesi, che persero 60 000 dei 100 000 uomini impiegati; a coronamento di questo successo per gli Alleati, in agosto le forze cinesi riconquistarono Myitkyina nel nord della Birmania ristabilendo i collegamenti terrestri tra India e Cina[107].
L'ultimo azzardo di Hitler
Alla metà di settembre, la folgorante avanzata degli Alleati sul fronte occidentale iniziò a mostrare segni di rallentamento. La decisione di Hitler di lasciare forti guarnigioni a presidiare i porti lungo la costa occidentale della Francia e nella zona dello stretto di Dover, se da un lato lasciò tagliati fuori migliaia di soldati tedeschi, dall'altro impedì agli anglo-statunitensi di disporre di scali dove scaricare i rifornimenti, i quali dovevano essere convogliati unicamente attraverso i porti della Normandia o della Provenza lungo strade e ferrovie sconvolte dalla guerra. Ciò provocò un progressivo calo del flusso di rifornimenti alle armate sul campo, ora organizzate in tre gruppi d'armate sotto la direzione del generale Eisenhower (responsabile del Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force): a nord in Belgio gli anglo-canadesi del 21st Army Group di Montgomery, al centro in Lorena gli statunitensi del Twelfth United States Army Group di Bradley e a sud in Alsazia i franco-statunitensi del Sixth United States Army Group del generale Jacob Devers.
Il rallentamento del ritmo dell'avanzata consentì ai tedeschi di radunare le forze e riprendersi. Il 17 settembre Montgomery lanciò l'operazione Market Garden, un attacco combinato terrestre e aviotrasportato per occupare in un sol colpo tutti i ponti strategici sui vari rami del Reno nei Paesi Bassi; l'operazione, troppo ambiziosa, fallì quando i tedeschi negarono ai britannici la conquista del ponte di Arnhem, impedendo lo sfondamento finale. Maggior successo ebbe la campagna intrapresa dai canadesi a partire da ottobre per liberare l'estuario del fiume Schelda, via d'accesso al porto di Anversa: la battaglia della Schelda si concluse in novembre, aprendo una vitale rotta di rifornimento per gli Alleati. Le forze statunitensi erano nel frattempo impegnate in aspri scontri al confine franco-tedesco, dove la Wehrmacht poteva appoggiarsi alle vecchie fortificazioni della Linea Sigfrido: dopo aver infranto un contrattacco tedesco nel corso della battaglia di Arracourt alla fine di settembre, la 3ª Armata di Patton si ritrovò invischiata in sanguinosi scontri a Metz e nella Foresta di Hürtgen, venendo alla fine bloccata; maggior successo ebbero gli attacchi della 1ª Armata statunitense di Courtney Hodges, che in ottobre conquistò Aquisgrana aprendo una falla nella Linea Sigfrido. I tedeschi persero altro terreno, ma nel complesso riuscirono a stabilizzare solidamente il fronte occidentale[108].
Nel frattempo, Hitler aveva insistito per preparare una grande controffensiva sul fronte occidentale per dicembre, quando le pessime condizioni meteo potevano impedire agli Alleati di far valere la loro superiorità aerea. Il progetto era più che ambizioso: tre armate tedesche, rinforzate da unità corazzate richiamate anche dal fronte orientale, avrebbero attaccato nella regione delle Ardenne, impervia ma debolmente presidiata dalla 1ª Armata statunitense in quanto ritenuta un settore tranquillo del fronte; lo scopo dell'attacco era quello di raggiungere il fiume Mosa, piegare a nord e riconquistare Anversa, chiudendo in un'enorme sacca le forze alleate del 21st Army Group.
L'offensiva tedesca scattò il 16 dicembre, cogliendo completamente di sorpresa i comandi alleati: alcune colonne corazzate tedesche penetrarono in profondità, superando i deboli sbarramenti statunitensi, catturando più di 6 000 prigionieri sul massiccio dell'Eifel e avanzando verso Bastogne. I panzer di testa, rallentati dal terreno boscoso e dalle intemperie climatiche che avevano anche impedito l'intervento dell'aviazione alleata, giunsero in vista della Mosa il 24 dicembre. Tuttavia, grazie alla coraggiosa resistenza di alcuni reparti statunitensi assediati a Bastogne e alla scarsità di rifornimenti tedeschi, in particolar modo di carburante, gli Alleati poterono bloccare l'offensiva e passare al contrattacco: da nord le unità di Montgomery ricacciarono indietro i tedeschi nel corso della battaglia di Ciney, mentre a sud le forze corazzate di Patton liberarono Bastogne dall'assedio il 26 dicembre. A metà gennaio 1945 la battaglia, sanguinosa per entrambe le parti con circa 80 000 perdite a testa, era finita: i contrattacchi alleati costrinsero i tedeschi ad abbandonare il terreno conquistato e a ritornare sulle posizioni di partenza[109].
1945
A cavallo tra il 1944 e il 1945 ebbero luogo in Ungheria duri scontri tra tedeschi e sovietici, i primi con l'aiuto di reparti dell'esercito ungherese e i secondi appoggiati da contingenti romeni. Le colonne meccanizzate sovietiche, a cavallo del Danubio, accerchiarono completamente Budapest e le cospicue forze tedesche e ungheresi poste a sua difesa il 27 dicembre 1944[110]; l'assedio di Budapest infuriò fino al 13 febbraio 1945 come una dura battaglia urbana, con perdite ingentissime per tutte e due le parti e devastazioni della città altrettanto enormi, prima che le residue forze tedesche e ungheresi capitolassero[79].
Mentre infuriavano i combattimenti per le strade di Budapest, le enormi forze sovietiche ammassate più a nord iniziarono la marcia alla volta di Berlino. L'ultima grande offensiva invernale dell'Armata Rossa iniziò il 12 gennaio forse in anticipo sui piani per ordine di Stalin, sollecitato da Churchill affinché sferrasse un attacco per alleggerire la situazione degli Alleati nelle Ardenne[111]. A partire dalle teste di ponte sulla Vistola di Baranow e Sandomir, una vera valanga di uomini con 32 000 cannoni, 6 400 carri armati e 4 800 aerei[112] si abbatté sulle difese tedesche: le prime linee sulla Vistola vennero rapidamente travolte, Varsavia cadde senza combattere e le riserve corazzate tedesche furono distrutte nella battaglia di Kielce dai corpi meccanizzati del maresciallo Konev[113]. Un enorme vuoto si aprì davanti alle colonne dei marescialli Žukov e Konev, che si lanciarono rapidamente in profondità aggirando i capisaldi di Breslavia e Posen, difesi dai tedeschi per ordine tassativo di Hitler[114]. L'avanzata in Polonia fu rapidissima: il 17 gennaio venne raggiunta Częstochowa, il 19 Łódź e Cracovia, il 28 gennaio Katowice e il bacino industriale della Slesia[115]; il 27 gennaio i soldati sovietici fecero il loro ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz.
Molto più combattuta fu la battaglia per la Prussia Orientale, attaccata dal 13 gennaio. I tedeschi si batterono con abilità ed efficacia sfruttando il terreno boscoso e le solide fortificazioni, tuttavia le colonne corazzate sovietiche raggiunsero la costa baltica presso Marienburg il 27 gennaio[116]. Le superstiti navi da guerra della Kriegsmarine intervennero con le loro artiglierie in aiuto delle truppe di terra ed eseguirono numerose evacuazioni di reparti militari e soprattutto di civili in fuga davanti alla devastazione sovietica[117]; i sommergibili sovietici colarono a picco diverse navi cariche di civili: il siluramento del transatlantico Wilhelm Gustloff il 30 gennaio causò 5 300 morti (il più grande disastro navale della storia)[118]. La poderosa fortezza di Königsberg fu attaccata a partire dal 1º aprile dalle forze sovietiche, guidate personalmente dal maresciallo Vasilevskij, e conquistata il 9 aprile grazie all'impiego in massa dell'artiglieria pesante e di grandi rinforzi di aviazione, causando 150 000 perdite tra i tedeschi[79][117]. Piccoli nuclei di resistenza tedeschi rimasero attivi nella regione del Frisches Haff fino alla capitolazione del Terzo Reich.
Alla fine di gennaio l'Armata Rossa raggiunse dopo un'avanzata forsennata il fiume Oder, l'ultimo ostacolo naturale prima di Berlino, e costituì subito teste di ponte sulla riva occidentale a Küstrin e Opole. La capitale tedesca era distante appena 80 km e i tedeschi avevano perso quasi 400 000 uomini in un mese[119]; il paese era devastato, i civili avevano abbandonato in massa i territori invasi mentre i soldati sovietici si abbandonavano spesso al saccheggio e alla vendetta sulle popolazioni[120]. Le forze sovietiche giunte all'Oder, tuttavia, interruppero la loro avanzata: Stalin, impegnato in quei giorni nella conferenza di Jalta con Roosevelt e Churchill, non voleva rischiare un balzo sulla capitale prima di aver messo al sicuro i fianchi dell'avanzata; durante febbraio e marzo, quindi, l'Armata Rossa si impegnò nel rastrellamento delle sacche di resistenza rimaste nelle retrovie e nella sconfitta delle forze nemiche in Pomerania e in Slesia. La Wehrmacht tentò anche alcune disperate controffensive, l'operazione Solstizio in Pomerania e l'operazione Frühlingserwachen nell'Ungheria occidentale, senza riuscire però ad approdare a niente.
Dopo la battaglia delle Ardenne e il trasferimento di numerose divisioni verso il fronte orientale, l'esercito tedesco a ovest era ormai in netta inferiorità numerica e materiale nei confronti delle forze alleate[122]. Dopo una fase di riorganizzazione e pianificazione, e anche di scontri tra i vertici britannici e statunitensi sulle priorità strategico-operative da adottare[123], gli Alleati poterono quindi ricominciare l'offensiva; l'opzione migliore per la Wehrmacht era di ripiegare dietro al Reno e di usare il fiume come barriera, ma Hitler si oppose all'abbandono della Renania con il risultato che le migliori unità tedesche finirono annientate nelle offensive concentriche sferrate dagli Alleati tra febbraio e marzo, l'operazione Veritable degli anglo-canadesi e l'operazione Grenade degli statunitensi. Il 6 marzo gli statunitensi entrarono a Colonia e, sfruttando la crescente confusione tra le file del nemico, il 7 marzo si impadronirono con un colpo di mano a Remagen di un ponte sul Reno, costituendo una prima testa di ponte a est del fiume[124]. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo fu la volta della 3ª Armata di Patton di attraversare a sorpresa il Reno a Oppenheim, mentre il 24 marzo anche Montgomery portò le sue forze oltre il fiume a Wesel con l'appoggio dell'ultimo grande assalto aviotrasportato della guerra, l'operazione Varsity; a sud, dopo aver completato la liberazione della Francia schiacciando la sacca di Colmar in febbraio, i franco-statunitensi di Devers valicarono a loro volta il Reno il 26 marzo tra Mannheim e Worms.
La fine dei dittatori
Perduta la barriera del Reno, il fronte tedesco a ovest cedette definitivamente: il 2 aprile le colonne anglo-statunitensi chiusero la sacca della Ruhr, capitolata già il 21 aprile con 325 000 uomini fatti prigionieri[119]; i mezzi corazzati alleati poterono così dilagare nella Germania occidentale, contrastati solo da una sporadica resistenza di alcuni reparti fanatici di Waffen-SS e Gioventù hitleriana mentre il grosso dei tedeschi si arrese o ripiegò in rotta[124]. Gli anglo-canadesi puntarono su Brema e Amburgo, raggiunta il 2 maggio, per anticipare i sovietici in Danimarca; le unità statunitensi al centro, con quasi 4 000 carri armati[119], puntarono verso il fiume Elba, che secondo le disposizioni di Eisenhower doveva costituire il limite massimo dell'avanzata alleata su cui si doveva incontrare i sovietici: il 10 aprile fu raggiunta Hannover, il 13 Magdeburgo e el 14 Lipsia[125]. Più a sud, le colonne del generale Patton avanzarono nell'alta Baviera dirigendo sulla Cecoslovacchia, mentre altre forze statunitensi e francesi penetrarono in Baviera dove il 20 aprile cadde Norimberga e il 30 aprile Monaco[126]. L'esercito tedesco ad ovest aveva ormai cessato di combattere, e milioni di soldati si consegnarono spontaneamente agli alleati per non cadere in mano ai sovietici. Il primo collegamento tra reparti sovietici e statunitensi avvenne quindi a Torgau, sul fiume Elba, il 25 aprile.
Gli anglo-statunitensi passarono all'offensiva anche in Italia a partire dal 6 aprile: i britannici sfondarono il fronte sul lato adriatico nella zona delle Valli di Comacchio mentre gli statunitensi avanzarono al centro su Bologna, liberata il 21 aprile; gli Alleati valicarono quindi il Po e dilagarono verso nord. Il 25 aprile i partigiani italiani diedero il via a un'insurrezione di massa in tutta l'Italia settentrionale, affrettando la dissoluzione della Repubblica Sociale Italiana; Mussolini, in fuga verso la Germania nascosto a bordo di un convoglio di truppe tedesche, fu catturato dai partigiani e fucilato il 28 aprile. Mentre i primi reparti statunitensi entravano a Milano, già liberata dai partigiani, il 27 aprile i delegati tedeschi si recarono al quartier generale degli Alleati per trattare; la resa di Caserta entrò quindi in vigore il 2 maggio, ponendo ufficialmente fine alle ostilità in Italia. Gli anglo-statunitensi proseguirono quindi verso nord alla volta dell'Austria, dove ai primi di aprile avevano fatto il loro ingresso anche le forze sovietiche: Vienna stessa fu conquistata dall'Armata Rossa il 13 aprile dopo alcuni duri scontri in città, e i sovietici si incontrarono il 4 maggio con gli statunitensi nella regione di Linz[79].
Il 16 aprile 1945 l'Armata Rossa sferrò la sua ultima offensiva generale, con obiettivo Berlino; l'attacco fu lanciato in gran fretta sotto la pressione di Stalin, che temeva di essere preceduto dagli Alleati occidentali. Le forze sovietiche, agli ordini dei marescialli Žukov e Konev, erano imponenti e nettamente superiori a quelle nemiche,
ma inizialmente furono impiegate male e confusamente; le perdite, di fronte alle difese fortificate tedesche, furono altissime e lo sfondamento decisivo, ottenuto con la forza bruta di migliaia di carri armati impiegati in massa, fu ottenuto solo il 20 aprile. Dopo queste difficoltà iniziali, la velocità dell'avanzata aumentò e le armate corazzate sovietiche manovrarono per accerchiare la capitale. Hitler decise di rimanere in città e di organizzare la difesa, contando su reparti raccogliticci di Waffen-SS straniere, resti di Panzer-Division disciolte e truppe del Volkssturm e della Gioventù hitleriana. La battaglia casa per casa fu durissima e sanguinosa, i sovietici avanzarono passo passo da tutte le direzioni lentamente e a costo di pesanti perdite. Hitler si suicidò nel suo bunker sotterraneo il 30 aprile, insieme alla moglie Eva Braun che aveva sposato il giorno prima, dopo aver trasferito i suoi poteri di capo dello stato all'ammiraglio Dönitz, in quel momento a Flensburg vicino al confine con la Danimarca; lo stesso giorno in tarda serata i sergenti sovietici Meliton Kantaria e Michail Egorov issarono, dopo aspri scontri ravvicinati, la bandiera della Vittoria sovietica sul tetto del Palazzo del Reichstag. La battaglia nel centro di Berlino si concluse definitivamente il 2 maggio con la resa della guarnigione, dopo aver provocato 135 000 perdite nei ranghi dell'Armata Rossa e 400 000 tra morti e feriti e 450 000 prigionieri tra i tedeschi.
Mentre scontri sanguinosi infuriavano ancora a Praga, dove la popolazione ceca era insorta contro i tedeschi all'approssimarsi delle prime colonne sovietiche, il governo di Flensburg allestito da Dönitz si accinse ad accettare la resa imposta dagli Alleati. La capitolazione tedesca a ovest fu firmata ufficialmente dal generale Alfred Jodl il 7 maggio a Reims, alla presenza del generale Eisenhower; la notte dell'8 maggio, al quartier generale del maresciallo Žukov a Berlino, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel firmò un secondo documento di resa incondizionata della Germania, ponendo ufficialmente fine alle ostilità in Europa.
Lotta senza speranza
All'inizio del 1945 era ormai chiaro che il Giappone avrebbe perso la guerra. Dopo aver completato l'occupazione di Leyte nel dicembre precedente, le forze di MacArthur nelle Filippine sbarcarono a Luzon il 9 gennaio e il 3 marzo seguente liberarono Manila dopo una sanguinosa lotta casa per casa che portò alla distruzione dell'80% degli edifici della città; dopo Varsavia, Manila fu la capitale degli Alleati che subì i maggiori danni durante il conflitto. Gli Alleati erano all'offensiva anche sul fronte della Birmania, dove i reparti anglo-indiani del generale Slim valicarono il corso dell'Irrawaddy, l'ultimo grande ostacolo geografico sulla loro strada, il 14 gennaio; finché i combattimenti si erano sviluppati nella giungla i giapponesi avevano potuto compensare con il terreno impervio la loro inferiorità in fatto di mobilità e potenza di fuoco, ma quando gli scontri si spostarono nelle pianure della Birmania centrale gli Alleati poterono usare a pieno la loro superiorità in carri armati e supporto aereo ravvicinato: il nucleo delle forze nipponiche in Birmania finì annientato nel corso della battaglia di Meiktila e Mandalay entro la fine di marzo, e la campagna si concluse con la riconquista britannica di Rangoon (operazione Dracula) il 3 maggio.
Sul mare gli Alleati avevano ormai una superiorità schiacciante. In febbraio una grande flotta statunitense compì un'incursione aeronavale lungo le coste del Giappone stesso, la prima dal raid su Tokyo dell'aprile 1942; a testimonianza della superiorità industriale statunitense, delle 119 unità navali impegnate nel raid solo sei erano state in servizio nel periodo prebellico. Mentre portaerei e navi da battaglia battevano le città costiere giapponesi, la flotta di sommergibili della US Navy aveva imposto un sostanziale blocco alle importazioni navali nipponiche, in una sorta di vittoriosa riedizione della guerra sommergibilistica tedesca in Atlantico: complice anche l'insufficiente dispositivo di protezione al traffico mercantile allestito dalla Marina giapponese, i sommergibili statunitensi inflissero danni catastrofici affondando mercantili pari a circa 5,3 milioni di tonnellate di stazza lorda, facendo crollare le importazioni nipponiche dalle 48 milioni di tonnellate di merci del 1941 alle 7 milioni di tonnellate del 1945. A parte la gravissima mancanza di carburante e materie prime per l'industria, ciò si tradusse in una devastante penuria di generi alimentari per la popolazione, le cui razioni medie calarono al 16% della dose considerata il minimo vitale; nel 1945, almeno 7 milioni di civili giapponesi erano a forte rischio di morte per malnutrizione.
La portaerei Bunker Hill in fiamme dopo essere stata colpita da un kamikaze l'11 maggio 1945 davanti Okinawa
Non di meno, la resistenza dei reparti giapponesi raggiunse vette di fanatismo altissime. Il 19 febbraio i marines diedero l'assalto all'isola di Iwo Jima, onde farne una base avanzata per i raid di bombardieri sulle isole giapponesi: il generale Tadamichi Kuribayashi aveva trasformato l'isola in un enorme complesso di bunker e postazioni in caverna, e la lotta proseguì per oltre un mese al prezzo di 6 800 morti e 18 000 feriti per gli statunitensi; della guarnigione giapponese di 23 000 uomini non si contarono più di un migliaio di prigionieri di guerra. Ancora più devastanti furono gli scontri che seguirono lo sbarco statunitense sull'isola di Okinawa il 1º aprile seguente, primo passo per l'avanzata verso le isole stesse del Giappone: i 130 000 soldati della guarnigione giapponese resistettero fino al 22 giugno prima di essere quasi completamente annientati, infliggendo agli statunitensi più di 48 000 tra morti e feriti.
Già durante gli scontri aeronavali nelle Filippine nell'ottobre 1944, i giapponesi avevano costituito un reparto di piloti volontari da impiegare in missioni suicide: definiti come Kamikaze, questi piloti erano addestrati a schiantarsi deliberatamente contro le navi nemiche con aerei imbottiti di esplosivo, un buon sistema per compensare il carente addestramento delle ultime generazioni di piloti nipponici; la disperazione spince i giapponesi a convertire alle tattiche kamikaze negli ultimi mesi di guerra interi squadroni, dotandoli anche di velivoli appositi (gli Yokosuka MXY7) che non erano più che missili a pilotaggio umano. Superato lo shock iniziale, gli statunitensi furono ben presto in grado di contrastare questa tattica: negli scontri nelle acque di Okinawa l'aviazione nipponica perse quasi 7 000 aerei affondando solo 34 navi nemiche e danneggiandone irreparabilmente altre 25. La furia suicida contagiò anche la Marina, che il 7 aprile fece salpare con le ultime scorte di carburante disponibili l'unica grande unità rimasta operativa, la corazzata Yamato: la nave doveva incagliarsi deliberatamente al largo di Okinawa e lottare fino alla fine con i suoi cannoni, ma fu colata a picco a metà strada da ripetute incursioni aeree.
La capitolazione del Giappone
Era convinzione generale che solo un'invasione anfibia dello stesso Giappone avrebbe potuto mettere fine alla guerra in Asia. Gli strateghi alleati erano da tempo all'opera per stilare un piano in tal senso: sotto il nome in codice di operazione Downfall, prevedeva come prima mossa l'occupazione di parte dell'isola di Kyūshū per allestirvi basi aeree da cui appoggiare, in una seconda fase, lo sbarco nella regione di Kantō presso Tokyo. L'esperienza dei combattimenti su Iwo Jima e Okinawa faceva agevolmente prevedere che i giapponesi avrebbero opposto una resistenza fanatica; secondo alcuni specialisti si potevano ipotizzare fino a 500000 perdite totali (morti, feriti, dispersi) tra i reparti impegnati nell'operazione; impressionati da una simile prospettiva, i comandi degli Alleati si misero alla ricerca di una strategia alternativa.
Nell'agosto 1939 una lettera a firma di Albert Einstein, indirizzata al presidente Roosevelt, aveva sollevato presso il governo statunitense il pericolo che la Germania nazista potesse impiegare le recenti scoperte scientifiche in materia di fissione nucleare per realizzare un ordigno dalla potenza distruttiva mai vista prima. Questa lettera fu l'atto di nascita del programma statunitense per la realizzazione di una bomba atomica: sotto il nome in codice di "Progetto Manhattan", il programma si avvalse della collaborazione di centinaia di scienziati statunitensi e britannici coordinati dal fisico Robert Oppenheimer. Il primo prototipo di una bomba atomica (The Gadget) venne testato con successo il 16 luglio 1945 nel poligono di Alamogordo nel Nuovo Messico, e il presidente Harry Truman (succeduto a Roosevelt, deceduto per cause naturali, il 12 aprile 1945) autorizzò immediatamente l'impiego della nuova arma contro il Giappone.
Il 6 agosto il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò una bomba all'uranio (Little Boy) sulla città giapponese di Hiroshima: tre quarti della città furono distrutti e 78 000 persone morirono all'istante. Tre giorni più tardi, il 9 agosto, il B-29 BOCKSCAR sganciò una bomba al plutonio (Fat Man) sulla città di Nagasaki: due quinti dell'abitato furono spazzati via e le vittime immediate furono 35 000, ma come a Hiroshima molte migliaia di persone perirono nei giorni seguenti a causa delle gravi ustioni e dell'avvelenamento da radiazioni. Le bombe atomiche non furono i soli colpi mortali inferti al Giappone: tenendo fede a un impegno assunto fin dal 1943, l'8 agosto l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e un milione e mezzo di soldati sovietici diedero il via all'invasione della Manciuria; benché i reparti giapponesi e mancesi schierati nella regione ammontassero a circa un milione di uomini, i sovietici possedevano una schiacciante superiorità quantitativa e qualitativa in fatto di carri armati, aerei e artiglieria, e travolsero rapidamente ogni resistenza. Gran parte della Manciuria cadde in mano sovietica entro il 19 agosto e, mentre alcune unità proseguivano l'avanzata in direzione della Corea settentrionale, operazioni anfibie portarono all'occupazione di Sachalin e delle isole Curili entro i primi di settembre.
Davanti a questi disastri, il governo giapponese non poté fare altro che capitolare. Nel corso di una riunione nella notte tra il 9 e il 10 agosto, l'intervento dell'imperatore Hirohito fu determinante nel convincere il gabinetto imperiale ad accettare la richiesta alleata di una resa incondizionata. Un tentativo di colpo di stato promosso da ufficiali di basso grado che non volevano accettare la resa fu stroncato sul nascere dalla fedeltà all'imperatore dimostrata dai reparti, e il 15 agosto Hirohito in persona lesse alla radio l'annuncio dell'accettazione dei termini di resa formulati dagli Alleati. Il 28 agosto i primi reparti statunitensi fecero il loro ingresso incontrastati nella capitale nipponica e il 2 settembre seguente, a bordo della corazzata USS Missouri ancorata nella Baia di Tokyo, il generale MacArthur presiedette alla cerimonia della firma dell'atto di capitolazione del Giappone, ponendo formalmente fine alla guerra mondiale.
I bombardamenti strategici
Benché esempi di bombardamento aereo delle città si fossero verificati già durante la prima guerra mondiale, la seconda guerra sino-giapponese e la guerra di Spagna, fu nella seconda guerra mondiale che la pratica di condurre bombardamenti strategici contro i centri abitati e industriali raggiunse le sue vette più alte. Gli inizi furono abbastanza cauti: aerei tedeschi bombardarono svariate città polacche nel settembre 1939 ma con effetti abbastanza limitati, fatta eccezione per i grandi raid organizzati ai danni di Varsavia sul finire della campagna. Sul fronte occidentale, a parte poche fallimentari incursioni britanniche contro i porti del nord della Germania, i bombardamenti sulle città non iniziarono fino all'avvio della campagna di Francia nel maggio 1940: il bombardamento di Rotterdam da parte dei tedeschi il 14 maggio fu dovuto più che altro a un errore di comunicazione, ma fu preso a pretesto da Churchill per autorizzare attacchi aerei sui centri industriali tedeschi e, nella notte tra il 15 e il 16 maggio, i velivoli del Bomber Command britannico attaccarono depositi di carburante e snodi ferroviari a Gelsenkirchen.
La battaglia d'Inghilterra vide la prima grande campagna di bombardamento strategico della guerra: la Luftwaffe iniziò la battaglia prendendo di mira principalmente obiettivi militari ma in seguito cambiò strategia e attaccò le città, per distruggere le industrie e soprattutto per scuotere il morale della popolazione civile. A partire dal 7 settembre 1940 una campagna di bombardamenti notturni quasi quotidiani (il cosiddetto The Blitz) si abbatté su Londra, mentre raid di non minore intensità colpivano altri centri dell'Inghilterra; particolarmente distruttivo fu il bombardamento di Coventry del 14 novembre. La campagna di bombardamenti strategici tedeschi sull'Inghilterra cessò in gran parte nel maggio 1941 per via del massiccio trasferimento di velivoli in vista dell'invasione dell'URSS, anche se conobbe alcune brevi riproposizioni più avanti (il Baedeker Blitz dell'aprile-maggio 1942 e l'operazione Steinbock del gennaio-maggio 1944) come rappresaglie per gli attacchi britannici alla Germania.
Germania
La nomina nel febbraio 1942 del maresciallo Arthur Harris alla guida del Bomber Command diede nuovo impulso ai bombardamenti strategici britannici. La minaccia delle difese aeree tedesche obbligava i bombardieri britannici a operare quasi esclusivamente di notte, ma questo, nonostante l'adozione di nuovi strumenti di guida dei velivoli tramite radar e onde radio, diminuiva enormemente la capacità di prendere di mira un obiettivo in particolare; Harris ordinò quindi di condurre missioni di bombardamento a tappeto, colpindo indiscriminatamente tanto le fabbriche quanto le abitazioni e i quartieri cittadini che vi stavano intorno. L'accento fu posto sempre più sulla conduzione di veri e propri "bombardamenti terroristici", ovvero rivolti a terrorizzare la popolazione civile tedesca e indebolire la sua volontà di continuare la guerra. L'entrata in linea dei grandi quadrimotori a lunga autonomia come gli Avro 683 Lancaster e gli Handley Page Halifax consentì di mettere in pratica questa nuova strategia a partire dal marzo 1942, quando gli antichi centri storici di Lubecca e Rostock furono devastati da una serie di incursioni incendiarie; seguì il lancio dell'operazione Millennium tra maggio e giugno: Harris tentò di concentrare l'intera forza di bombardieri della RAF (poco meno di mille velivoli per volta) su un unico obiettivo, radendo al suolo Colonia ma subendo anche forti perdite da parte dei caccia notturni della Luftwaffe quando attacchi simili furono tentati su Essen e Brema.
Alla fine del 1942 ai britannici si unirono le forze aeree statunitensi, organizzate nella Eighth Air Force del generale Carl Andrew Spaatz; gli statunitensi adottarono un approccio diverso, puntando su bombardamenti di precisione condotti di giorno e confidando nella corazzatura e nel pesante armamento difensivo dei bombardieri Boeing B-17 Flying Fortress e Consolidated B-24 Liberator per respingere i caccia tedeschi. Fu concepita la tattica del bomber stream, mirante a soverchiare le difese tedesche tramite un flusso continuo di bombardieri che sganciavano il loro carico bellico in tempi rapidissimi, messa in pratica nel corso della battaglia della Ruhr in marzo e poi ancora, con effetti devastanti, durante l'operazione Gomorrah in luglio: Amburgo fu rasa al suolo da bombardamenti continui che generarono una vera e propria tempesta di fuoco nel centro cittadino, ma a dispetto della distruzione del 73% del centro abitato le fabbriche della città, velocemente delocalizzate in campagna, fecero registrare un'interruzione di soli due mesi nella produzione. Il decentramento dell'industria tedesca neutralizzò in gran parte gli effetti dei bombardieri sulla produzione bellica, che conobbe il suo incremento massimo proprio nel corso del 1943; nel mentre, la Luftwaffe e l'artiglieria contraerea (FlaK) continuavano a infliggere pesanti perdite agli attaccanti: la battaglia aerea di Berlino iniziata in novembre dovette essere interrotta nel marzo 1944 a causa delle troppe perdite riportate dai bombardieri.
La chiave del successo per gli Alleati fu l'entrata in linea, alla fine del 1943, del caccia North American P-51 Mustang: velivolo di lunga autonomia, il Mustang poteva scortare i bombardieri durante tutto il loro tragitto sopra la Germania e attaccare le forze della Luftwaffe ogni volta che se ne presentava l'occasione. La conquista di un vero e proprio dominio dell'aria da parte dei caccia alleati portò a un incremento delle missioni di bombardamento diurne, la cui maggiore precisione consentiva ora di prendere di mira obiettivi più specifici di un'intera città: in aprile i bombardieri anglo-statunitensi intrapresero un'efficace campagna per paralizzare i collegamenti stradali e ferroviari in Francia, rivelatasi importante per la riuscita degli sbarchi in Normandia, cui fece seguito un'intensa serie di attacchi ai danni delle industrie petrolifere della Germania. La distruzione del sistema di produzione del carburante si rivelò catastrofica per la Germania: per quanto le industrie tedesche continuassero a produrre grandi quantitativi di carri armati e aerei di ottima qualità, questi erano inutilizzabili perché privi della benzina per muoversi. Il successo della campagna di bombardamenti mirati portò all'abbandono della tattica dei bombardamenti a tappeto, pure proseguita fino agli ultimi giorni di guerra con il catastrofico bombardamento di Dresda del 13-15 febbraio 1945.
La rappresaglia tedesca si concretizzò nell'impiego di armi di nuova generazione, come le bombe volanti V1 e i missili balistici V2: per quanto scagliati in gran numero sull'Inghilterra meridionale, la Francia e il Belgio a partire dal giugno 1944, e per quanto risultassero molto difficili da intercettare per le difese alleate, il loro intervento avvenne troppo tardi per costituire un importante fattore bellico.
Giappone
Il bombardamento strategico comparve tardi nel teatro di guerra del Pacifico, ma qui fece registrare enormi successi per gli Alleati. Benché alcuni raid fossero stati condotti a partire dalla Cina (operazione Matterhorn), solo dopo la conquista delle Marianne i bombardieri B-29 statunitensi divennero una presenza costante nei cieli giapponesi. I primi attacchi della Twentieth Air Force nel novembre 1944, bombardamenti di precisione condotti a bassa quota, si rivelarono poco efficaci, disturbati dalle difese giapponesi e dalle pessime condizioni meteo. La nomina nel gennaio 1945 al comando della forza del generale Curtis LeMay portò a un cambio di strategia: i B-29 furono privati dell'armamento difensivo perché potessero volare più in alto, a quote irraggiungibili per i caccia nipponici, e iniziarono a condurre incursioni notturne con la tecnica del bombardamento a tappeto. Il fatto che gran parte delle città giapponesi fossero realizzate in legno le rese spaventosamente vulnerabili alle incursioni statunitensi: nella notte del 9 marzo una concentrazione di B-29 colpì Tokyo con 2 000 tonnellate di bombe incendiarie, generando una tempesta di fuoco che rase al suolo 40 km² di città e uccise 124 000 persone, più danni di quelli provocati dalla bomba atomica su Hiroshima. Entro la fine della guerra 66 grandi città giapponesi erano state devastate, 13 milioni di persone avevano perso la loro casa e la produzione industriale era calata del 40%: una devastazione paragonabile a quella della Germania, ma inflitta nell'arco di sette mesi invece che in tre anni.
Italia
L'Italia fu bersagliata dagli aerei britannici fin dai primi giorni dopo l'entrata in guerra: queste prime azioni colpirono principalmente il triangolo industriale Genova-Milano-Torino e le basi navali di La Spezia e Napoli, ma non si rivelarono particolarmente efficaci o distruttive. La situazione mutò dalla fine del 1942, quando le forze aeree statunitensi e britanniche iniziarono raid di bombardamenti a tappeto con l'impiego di centinaia di velivoli per volta: tutti i maggiori centri del paese furono bombardati e pesantemente danneggiati, compresa Roma duramente colpita il 19 luglio 1943; bombardamenti della Luftwaffe sui centri dell'Italia liberata furono rari, ma un'incursione particolarmente distruttiva colpì Bari il 2 dicembre 1943. In totale, la stima delle vittime dei bombardamenti aerei sull'Italia si aggira su un totale di 65 000 morti. Anche l'aeronautica italiana tentò di attuare qualche campagna di bombardamenti strategici, pur mancando di mezzi adeguati: tra luglio e settembre 1940 velivoli italiani colpirono vari centri della Palestina britannica come Haifa e Tel Aviv, mentre varie città greci furono attaccate durante l'invasione italiana dell'ottobre seguente.
Fronte Orientale
L'impiego del bombardamento strategico fu relativamente più limitato sul fronte orientale, dove le opposte aviazioni erano più concentrate nel supporto ai reparti a terra. La Luftwaffe bombardò fin dai primi giorni di guerra svariate città sovietiche come Minsk, Leningrado e Sebastopoli; il primo bombardamento aereo di Mosca fu effettuato il 21 luglio 1941 con varie azioni che si ripeterono fino al dicembre seguente, Stalingrado fu letteralmente rasa al suolo da ripetuti attacchi della Luftwaffe tra l'agosto e il novembre 1942 mentre gli attacchi aerei al grande centro industriale di Nižnij Novgorod proseguirono fino al giugno 1943. Si ritiene che circa 500 000 cittadini sovietici rimasero uccisi dai bombardamenti aerei tedeschi. L'aviazione sovietica aveva solo una ridotta forza di bombardieri strategici, ma questo non le impedì di condurre i suoi primi raid contro i campi petroliferi romeni fin dai primi giorni di Barbarossa, mentre il primo bombardamento sovietico di Berlino fu portato a termine il 7 agosto 1941; raid contro la capitale tedesca, ma anche contro altre città della Germania orientale come pure su Helsinki, Bucarest e Budapest spesso come bombardamenti terroristici, furono portati avanti dai sovietici per tutta la durata della guerra.
La Resistenza
In tutti i paesi invasi dalle forze dell'Asse nel corso della guerra si svilupparono, in maniera più o meno estesa e più o meno intensa, forme e movimenti di collaborazionismo con gli occupanti e, dall'altro lato, di resistenza agli invasori. In entrambi i casi ciò poteva concretizzarsi in molti modi diversi, da un mero appoggio pratico di modesta ampiezza all'estremo opposto rappresentato dalla formazione di gruppi armati che si affrontavano sul campo in azioni di guerriglia e repressione, generando forme più o meno intense di vera e propria guerra civile tra gruppi ideologici contrapposti all'interno delle varie nazioni.
Entrambi i contendenti favorirono le forme più violente di collaborazionismo e resistenza: le forze dell'Asse reclutarono unità di polizia e miliziani locali per la repressione dei movimenti resistenziali nei rispettivi paesi, ma anche contingenti ben più numerosi e strutturati per l'impiego sulla linea del fronte (come l'Azad Hind Fauj, reclutato dai giapponesi tra i prigionieri di guerra indiani contrari al dominio coloniale britannico, o i numerosi reparti di truppe straniere nelle Waffen-SS tedesche); gli Alleati si premunirono di appoggiare i partigiani e i gruppi resistenziali nei paesi occupati paracadutando personale specialistico e rifornimenti di armi tramite varie organizzazioni a ciò dedicate: l'Europa occidentale e i Balcani erano zone d'operazione dello Special Operations Executive britannico e dell'Office of Strategic Services statunitense (quest'ultimo attivo anche in Asia insieme alla britannica Force 136), mentre i partigiani sovietici erano sostenuti direttamente dalla polizia segreta NKVD.
Europa occidentale
Lo stesso argomento in dettaglio: Resistenza francese e Resistenza italiana.
Si possono definire diverse differenze tra la Resistenza nell'Europa occidentale e quella nell'Europa orientale. In occidente i movimenti resistenziali si caratterizzarono per una notevole frammentazione politica, con gruppi che appoggiavano gli ideali del comunismo e altri fermi su posizioni più conservatrici e fedeli ai governi d'anteguerra, ma nella maggior parte dei casi ciò non si concretizzò in scontri armati tra le opposte fazioni e in generale fu possibile costituire comandi unitari che raccogliessero tutte le principali anime della Resistenza antitedesca; ciò nonostante, i movimenti resistenziali dell'Europa occidentale non rappresentarono mai una seria minaccia bellica per i tedeschi, limitandosi a condurre operazioni di sabotaggio industriale e delle linee di comunicazione, di propaganda e di soccorso ai soggetti ricercati dagli occupanti (in particolare ebrei e piloti alleati abbattuti).
Maquis francesi nel 1944
Solo in Francia e in Italia la Resistenza si concretizzò in una significativa forza militare. In Francia il territorio vasto e ricco di rifugi, la tradizionale ostilità verso i tedeschi e la particolarità che vedeva (almeno fino al novembre 1942) parte del territorio nazionale non direttamente occupato dalla Germania favorirono la nascita di un vasto movimento resistenziale. La Francia Libera di De Gaulle tentò di assumere la guida del movimento partigiano tramite l'organizzazione da essa appoggiata (il Mouvements unis de la Résistance), scontrandosi però con le pretese di autonomia avanzate dai gruppi comunisti dei Francs-Tireurs et Partisans; queste divisioni furono alla fine appianate nel maggio 1943, quando venne costituito l'unitario Conseil national de la Résistance. Oltre che contro i tedeschi, i partigiani francesi (maquis) dovettero fronteggiare le formazioni collaborazioniste espressione tanto del governo de Vichy quanto di vari gruppi politici fascisti interni, spesso ferocemente rivali gli uni con gli altri; l'organizzazione collaborazionista più attiva fu la Milice française, nata nel gennaio 1943. Dopo lo sbarco in Normandia i maquis furono riuniti in una struttura più "regolare", le Forces Françaises de l'Intérieur, efficacemente impiegata nelle operazioni di rastrellamento dei reparti tedeschi rimasti isolati dall'avanzata alleata e poi confluita nelle forze armate della Francia Libera.
L'Italia fu l'ultimo paese dell'Europa occidentale a sviluppare un proprio movimento resistenziale, visto che i primi gruppi si formarono solo dopo l'armistizio del settembre 1943; tuttavia, fu in Italia che si verificarono le azioni di guerriglia più violente e le repressioni tedesche più sanguinose di tutta l'Europa occidentale. I vari partiti politici antifascisti (dai monarchici ai comunisti) costituirono quasi immediatamente una struttura di comando unitaria (il Comitato di Liberazione Nazionale), anche se i rapporti tra le varie anime della Resistenza non furono sempre idilliaci e occasionalmente degenerarono in fatti di sangue (come nel caso dell'eccidio di Porzûs). Ad ogni modo, le forze partigiane italiane riunite nel Corpo volontari della libertà arrivarono a organizzare un gran numero di unità armate, capaci anche di operazioni su vasta scala che portarono, nel corso del 1944, alla temporanea creazione di vere e proprie "Repubbliche partigiane" nei territori occupati; la reazione dei tedeschi e delle forze collaborazioniste della Repubblica Sociale Italiana fu di pari intensità, concretizzandosi spesso in sanguinose azioni di rappresaglia contro la popolazione civile (come nei casi della strage di Marzabotto, dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, e dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema). Nei giorni che precedettero la resa tedesca in Italia, le forze partigiane furono infine in grado di organizzare una vasta insurrezione che portò alla liberazione dei centri più importanti del Norditalia. Importante da ricordare è l'impresa avvenuta nel settembre 1943 nel quale la città di Napoli si è da sola liberata dall'occupazione nazifascista, diventando la prima città Europea a intraprendere tale azione, attraverso le sue quattro giornate.
Europa orientale e Balcani
La resistenza partigiana nell'Europa orientale e nei Balcani assunse i caratteri della guerriglia più rapidamente e in misura nettamente maggiore rispetto all'Europa occidentale: le spietate politiche razziali tedesche, molto più severe che a occidente e tradottesi spesso in feroci massacri di civili, fecero sì che migliaia di persone trovassero rifugio nelle foreste, nelle montagne e nelle paludi che abbondavano nella regione, dove si unirono ai molti sbandati degli eserciti regolari tagliati fuori dalle fulminee avanzate della Wehrmacht per formare vere e proprie armate partigiane, arrivate a contare decine di migliaia di effettivi in armi. A differenza che in occidente poi, la lotta nella regione si caratterizzò per una complicata guerra fra tre distinti raggruppamenti, ostili gli uni con gli altri: gli occupanti tedeschi e i reparti collaborazionisti da loro reclutati, i partigiani di ideologia comunista sostenuti dall'Unione Sovietica, e i gruppi resistenziali nazionalisti anticomunisti; tentativi di costituire un fronte comune contro gli invasori naufragarono spesso dopo poco tempo, e in molte zone i partigiani comunisti e nazionalisti passarono tanto tempo a combattersi tra di loro di quanto ne passarono a combattere le truppe dell'Asse. In effetti, la guerra partigiana in Europa orientale non si concluse con la resa della Germania ma proseguì nel corso degli anni 1950 contro le truppe sovietiche e i regimi comunisti da esse sostenuti.
Partigiani polacchi durante la rivolta di Varsavia
Fin dai primi giorni dell'invasione tedesca la Polonia sviluppò un vasto movimento di resistenza agli occupanti, il cosiddetto "Stato segreto polacco". La principale formazione armata era la Armia Krajowa (AK), arrivata a contare anche 400 000 uomini; nazionalista e fedele al Governo in esilio della Polonia, l'AK fu sempre in cattivi rapporti con i partigiani comunisti dell'Armia Ludowa, numericamente più piccoli ma spalleggiati dai sovietici. L'AK sviluppò un vasto piano per attuare un'insurrezione generale prima che l'Armata Rossa potesse rioccupare la Polonia stessa (operazione Tempest), culminato nella grande ma fallimentare rivolta di Varsavia nell'agosto-ottobre 1944; l'AK subì però pesanti perdite in questi ultimi scontri con i tedeschi e i sovietici si affrettarono a smantellarne i resti tramite ondate di arresti. I sopravvissuti dell'organizzazione (i cosiddetti Żołnierze wyklęci, "Soldati maledetti") continuarono una guerriglia a danno dei sovietici almeno fino alla fine degli anni 1950.
Le spietate politiche razziali e di spoliazione adottate dai tedeschi portarono allo sviluppo di un vastissimo movimento di Resistenza sovietica nelle regioni invase dell'URSS arrivato a contare al suo picco anche 300 000 uomini, coordinati da uno stato maggiore regolare insediato a Mosca e capaci di condizionare pesantemente le linee di comunicazione delle truppe dell'Asse e il loro controllo delle zone rurali. Le regioni dove i partigiani sovietici agivano maggiormente erano la Bielorussia, la Russia occidentale e l'area di Leningrado, ma altrove la guerriglia di matrice comunista non riuscì ad attecchire. Nei paesi baltici, il forte sentimento nazionalista impedì la nascita di un credibile movimento partigiano comunista: estoni, lettoni e lituani confidarono nel fatto che l'invasione tedesca potesse portare al ripristino delle loro patrie nazionali annesse all'Unione Sovietica nel 1940, ma queste speranze furono ben presto disilluse e decine di migliaia di baltici confluirono nei movimenti partigiani nazionalisti noti collettivamente come "Fratelli della foresta"; dopo la rioccupazione sovietica della regione, i partigiani baltici continuarono una lotta senza speranza almeno fino al 1952. Similmente, in Ucraina l'Esercito insurrezionale ucraino nazionalista si rivelò significativamente più forte dei partigiani comunisti, arrivando a disporre anche di 300 000 uomini e a porre sotto controllo il 60% dell'Ucraina nord-occidentale; impegnati in una lotta senza quartiere contro tedeschi, sovietici e partigiani polacchi, i nazionalisti ucraini non furono sconfitti che all'inizio del 1950.
La Resistenza greca si polarizzò fin da subito in due movimenti ideologicamente inconciliabili, il comunista ELAS (numericamente più forte e capace di operare nell'intero territorio nazionale) e il monarchico EDES (più piccolo e confinato al solo Epiro, ma forte dell'appoggio ricevuto dal Regno Unito). Tentativi di creare un fronte comune fallirono ben presto, e nell'ottobre 1943 ELAS ed EDES si affrontarono in una guerra aperta in cui furono coinvolti anche i reparti britannici, sbarcati ad Atene nell'ottobre 1944 dopo la ritirata dei tedeschi dalla zona; questi scontri, intervallati da fragili tregue, furono i prodromi della guerra civile greca che avrebbe infuriato fino alla fine del 1949. Simile fu la situazione in Jugoslavia, dove i comunisti dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (EPLJ) dovettere ben presto confrontarsi armi alla mano con i partigiani nazionalisti dell'Esercito jugoslavo in patria (o "cetnici"); la contesa fu tale che i cetnici arrivarono anche a cooperare in molti casi con le forze occupanti dell'Asse contro i partigiani comunisti. Questa condotta costò tuttavia ai cetnici il sostegno degli Alleati, che si riversò tutto sui partigiani comunisti: alla fine del 1944 l'EPLJ era ormai divenuto, grazie all'aiuto britannico e sovietico, un vero esercito regolare con 800 000 combattenti organizzati in quattro armate e circa 50 divisioni, con forze pesanti meccanizzate e squadriglie aeree, in grado di partecipare autonomamente alle offensive finali alleate contro le ultime posizioni tedesche.
Asia
Benché si proponessero come liberatori dei popoli asiatici dal giogo coloniale degli europei, i giapponesi attuarono politiche severe nei territori da loro occupati, asservendo le economie locali alle esigenze belliche del Giappone, confiscando materie prime e reprimendo con spietatezza ogni forma di dissenso; i territori più fortunati (come Filippine e Birmania) furono consegnati a governi fantoccio in tutto e per tutto asserviti al Giappone, quelli più sfortunati (come Corea, Malesia e Indonesia) furono sottoposti a vere e proprie politiche di "nipponizzazione" della società. Abbastanza prevedibilmente, tutto ciò non fece che generare movimenti di resistenza contro gli occupanti.
Alcuni movimenti resistenziali furono creati direttamente dagli Alleati, come nel caso del Seri Thai thailandese o dell'Esercito di liberazione coreano; in vari casi, unità speciali alleate armarono contro i giapponesi le minoranze etniche perseguitate (come i Daiacchi del Borneo o i Karen della Birmania). Altri movimenti resistenziali furono invece espressione di partiti politici autoctoni, in primo luogo comunisti: fu questo il caso dell'Esercito anti-giapponese dei popoli malesi o dell'Organizzazione anti-fascista birmana; vari di questi movimenti avversavano tanto i giapponesi quanto il ripristino delle vecchie autorità coloniali, come nel caso del Viet Minh indocinese.
I movimenti di Resistenza anti-giapponese numericamente più forti furono quello cinese e quello filippino. Lo spietato regime di occupazione imposto dal Giappone alla Cina generò una vastità di gruppi guerriglieri attivi dietro la linea del fronte: benché notevolmente frammentati e ideologicamente divisi tra il supporto al Partito comunista cinese o al Kuomintang nazionalista, questi gruppi contribuirono non poco a tenere bloccati 325 000 soldati giapponesi (e varie decine di migliaia di truppe collaborazioniste cinesi) che altrimenti sarebbero stati impiegati altrove. La Resistenza filippina fu parimenti molto estesa, arrivando a contare anche 270 000 guerriglieri sparpagliati nelle numerose isole dell'arcipelago; molti di questi gruppi si erano originati dalla dissoluzione delle forze armate filippine ed erano guidati e appoggiati da ufficiali statunitensi, ma non mancarono i gruppi di ideologia comunista (Hukbalahap) o espressione di minoranze ostili tanto ai nuovi che ai vecchi occupanti (i Moro musulmani che abitavano le isole meridionali).
Crimini di guerra e contro l'umanità
Il periodo della seconda guerra mondiale vide l'apice delle politiche di persecuzione razziale avviate dalle istituzioni naziste fin dalla loro presa del potere. Intere categorie di persone e gruppi etnici furono etichettati dai tedeschi come Untermensch (letteralmente "sub-umano"), considerati come inferiori alla "razza ariana" e quindi privati di ogni diritto e soggetti a ogni tipo di persecuzione; oggetto dell'odio nazista furono, in particolare, gli ebrei, i popoli romaní, i popoli slavi, gli omosessuali, i malati di mente e portatori di handicap, alcuni tipi di minoranze religiose (come testimoni di Geova e pentecostali).
La discriminazione economica e sociale di queste categorie di persone, la loro detenzione in campi di prigionia (Lager) e i primi tentativi di sterminio (come nel caso della Aktion T4, il programma di soppressione dei malati di mente e dei portatori di malattie genetiche) avevano avuto luogo già negli anni 1930, ma conobbero un'impennata dopo l'inizio della guerra. Subito dopo l'occupazione della Polonia, le autorità naziste avviarono l'uccisione di massa dei membri dell'intelligencija polacca, mentre i territori del Governatorato Generale furono selezionati come zona di detenzione per gli ebrei deportati dalla Germania e dalle regioni occupate a ovest. In varie città polacche furono allestiti dei ghetti nazisti all'interno dei quali furono ammassate a forza centinaia di migliaia di persone, ben presto cadute vittime di malattie e denutrizione; nel ghetto di Varsavia 40 000 persone morirono di stenti nel solo 1941.
Membri di un Einsatzgruppen mentre fucilano alcuni ebrei in Ucraina nel 1942
L'invasione dell'Unione Sovietica nel giugno 1941 portò a un incremento della brutalità: unità speciali delle SS appositamente dedicate (Einsatzgruppen) furono incaricate di eliminare tramite fucilazioni ed esecuzioni sommarie vaste categorie di persone come ebrei, zingari, commissari politici, iscritti al partito comunista e portatori di handicap, venendo appoggiate in questo anche da reparti di truppe regolari della Wehrmacht che spesso distaccava reparti con lo scopo di individuare, rastrellare e uccidere la popolazione civile sovietica e le comunità ebraiche. Il diffuso sentimento antisemita nelle regioni occidentali dell'URSS portò all'organizzazione di massacri di enormi proporzioni, portati avanti dall'esercito tedesco anche con l'ausilio di collaborazionisti reclutati localmente e di reparti di truppe alleate: il massacro di Babij Jar il 29-30 settembre portò all'uccisione di più di 33 000 ebrei di Kiev con l'ausilio di collaborazionisti ucraini, il massacro d'Odessa del 22-24 ottobre perpetrato da soldati regolari tedeschi e romeni causò tra le 75 000 e le 80 000 vittime, mentre il massacro di Rumbula nelle vicinanze di Riga tra novembre e dicembre vide la morte di 25 000 ebrei; i rapporti ufficiali degli Einsatzgruppen indicarono in 1 152 000 gli ebrei giustiziati entro il dicembre 1942.
Il trattamento riservato ai territori polacchi e sovietici occupati fu di una brutalità estrema: nei piani di Hitler le regioni conquistate a oriente dovevano essere asservite a un regime di stampo coloniale, con una classe dirigente di origine tedesca incaricata di governare milioni di slavi locali ridotti a una condizione di sostanziale schiavitù; ogni "eccedenza" di popolazione locale rispetto alle esigenze dei dominatori doveva essere deportata di là dagli Urali, oppure lasciata morire. L'intera produzione di materie prime e alimenti fu asservita alle esigenze dei tedeschi causando migliaia di morti per fame (80 000 solo a Char'kov), mentre centinaia di migliaia di persone furono deportate a forza in Germania perché lavorassero come manodopera schiava (nel settembre 1944, 7 847 000 stranieri provenienti da tutta Europa, quasi tutti deportati a forza, si trovavano impiegati nelle fabbriche tedesche). Ogni parvenza di classe intellettuale di origine slava fu soppressa tramite ondate di fucilazioni; i tedeschi instaurarono un regime del terrore, compiendo massacri a ogni minimo segno di opposizione: circa 250 villaggi in Ucraina furono completamente rasi al suolo e i loro abitanti sterminati in quanto sospetti rifugi dei partigiani locali. Alle politiche razziali tedesche non sfuggirono i prigionieri di guerra sovietici, privati in tutto e per tutto dei diritti concessi loro dalle convenzioni internazionali in merito: con l'approvazione delle più alte cariche militari tedesche sul fronte orientale, dei 5,5 milioni di soldati sovietici caduti in mano tedesca, circa 3,3 milioni morirono in enormi campi di prigionia per esecuzioni, fame, privazioni e gelo.
I detenuti del campo di concentramento di Buchenwald poco dopo la liberazione da parte delle truppe statunitensi nell'aprile 1945. Nella foto è presente lo scrittore Elie Wiesel (settimo da sinistra, seconda fila dal basso)
Il 20 gennaio 1942 la conferenza di Wannsee stabilì l'attuazione della cosiddetta "soluzione finale della questione ebraica", concretizzatasi in un vero e proprio genocidio degli ebrei europei: nei territori polacchi occupati furono allestiti dei campi di sterminio aventi come scopo primario quello di uccidere i prigionieri che vi giungevano, sia impiegandoli in lavori forzati in condizioni di vita spaventose, sia sopprimendoli a gruppi tramite camere a gas; il sistema dei campi fu organizzato secondo tecniche scientifiche e di pianificazione di tipo industriale, curando nel dettaglio il sistema di trasferimento dei prigionieri tramite la rete ferroviaria e l'eliminazione dei corpi tramite forni crematori; non raro fu l'impiego dei prigionieri per crudeli esperimenti su esseri umani. Verso i campi di sterminio fu progressivamente convogliata gran parte della popolazione ebraica e romaní dei territori occupati dai tedeschi, e lo sterminio proseguì fino agli ultimi giorni di guerra: quando i territori occupati della Polonia furono invasi dall'Armata Rossa, i prigionieri furono trasferiti a forza in altri Lager della Germania tramite vere e proprie marce della morte.
Calcolare il numero delle vittime causate dalle politiche razziali della Germania è molto difficile, per quanto svariati studi susseguitisi negli anni siano giunti a una stima compresa tra i 15 e i 17 milioni di morti comprendente circa 6 milioni di ebrei, 6 milioni di civili sovietici, 1,8 milioni di civili polacchi, più di 250 000 disabili e tra 196 000 e 220 000 romaní.
Teatro europeo
Azioni criminali e massacri perpetrati sulla base di motivazioni razziali non furono appannaggio dei soli tedeschi. Il complicato mosaico etnico rappresentato dalla Jugoslavia degenerò negli anni della guerra in conflitti e massacri sanguinosi, i quali afflissero in particolare le comunità serbe: nella Voivodina le truppe d'occupazione ungheresi compirono rappresaglie e massacri contro i serbi, il più grave dei quali fu il massacro di Novi Sad nel gennaio 1942 che portò alla morte di 3 000 persone. Lo Stato Indipendente di Croazia attuò politiche di sterminio su vasta scala contro i serbi residenti nei suoi confini, arrivando a provocare tra le 320 000 e le 340 000 vittime (oltre a circa 30 000 ebrei croati e tra i 15 000 e i 20 000 romanì); tristemente celebre divenne il campo di concentramento di Jasenovac, il più grande organizzato in Croazia, all'interno del quale rimasero uccise tra le 77 000 e le 99 000 persone. Tutti gli alleati europei della Germania (con l'eccezione della Finlandia) vararono politiche discriminatorie nei confronti degli ebrei, analoghe a quelle dei tedeschi, e deportarono verso i campi di sterminio gli ebrei stranieri o residenti nei territori recentemente annessi, anche se spesso si rifiutarono di consegnare ai tedeschi gli ebrei residenti nei propri territori nazionali: in alcuni casi ciò valse a salvare dall'Olocausto alcune comunità ebraiche nazionali (come in Bulgaria), ma in altri servì solo a rimandare l'inevitabile deportazione che seguì all'occupazione tedesca di quei territori (come nei casi di Ungheria e Italia).
Le unità delle Waffen-SS tedesche si macchiarono di ripetuti crimini di guerra tanto sul fronte orientale quanto su quello occidentale, come nei casi del massacro di Le Paradis il 27 maggio 1940 (97 prigionieri di guerra britannici assassinati dopo la cattura) e del massacro di Malmédy il 17 dicembre 1944 (84 prigionieri statunitensi uccisi); le unità delle SS furono incaricate delle rappresaglie più brutali inflitte alle popolazioni occupate, come nei casi del massacro di Lidice in Cecoslovacchia il 10 giugno 1942 (340 morti tra fucilati e deportati nei campi di sterminio), del massacro di Oradour-sur-Glane in Francia il 10 giugno 1944 (642 morti) e la strage di Marzabotto in Italia il 29 settembre-5 ottobre 1944 (770 morti). Anche i reparti dell'esercito regolare tedesco non furono esenti dal commettere crimini e atrocità, come nei casi dell'eccidio di Cefalonia il 23-28 settembre 1943 (6 500 soldati italiani fucilati dopo la cattura) o del massacro di Kalavryta il 13 dicembre 1943 (696 civili greci fucilati per rappresaglia). La commissione di certi crimini fu in qualche modo "istituzionalizzata" dal governo tedesco tramite l'emissione di appositi provvedimenti formali, come l'Ordine Commando, l'Ordine del commissario e il Decreto "Notte e Nebbia".
Truppe italiane con i cadaveri di alcune delle vittime della strage di Domenikon
Le truppe di occupazione italiane attuarono azioni di rappresaglia in Jugoslavia e Grecia non troppo dissimili da quelle commesse dalle altre forze dell'Asse (uccisione di partigiani feriti o dei maschi validi sorpresi in zona di combattimenti, presa e fucilazione di ostaggi tra la popolazione civile, devastazione di villaggi), anche se non con la brutalità estrema messa in luce da tedeschi o croati; tra gli episodi più gravi vi fu la strage di Domenikon in Grecia il 16 febbraio 1943 (circa 145 civili uccisi come rappresaglia per un attacco partigiano). Decine di migliaia di civili, in particolare jugoslavi, furono deportati dagli italiani in campi di concentramento perché sospettati di appoggiare la resistenza locale; di particolare durezza fu il campo di concentramento di Arbe, dove per fame e malattie morì tra il 1942 e il 1943 circa un quinto dei 10 000 prigionieri. In Grecia la politica di rapina delle materie prime condotta da tedeschi e italiani causò lo scoppio di una devastante carestia, arrivata a provocare circa 360 000 morti tra la popolazione (più della metà delle vittime totali greche della guerra).
Teatro asiatico
Le politiche di occupazione del Giappone in Asia non furono dissimili da quelle adottate dalla Germania in Europa, come messo già in luce dai fatti del massacro di Nanchino del dicembre 1937. I giapponesi si ritennero investiti del ruolo di "civilizzatori" delle masse asiatiche, il che si tradusse in pratica in ondate di soprusi e massacri: dopo la conquista della Malesia, almeno 70 000 cinesi ivi residenti furono rastrellati e in gran parte massacrati dalle truppe giapponesi in una purga nota come Sook Ching. Il sistema di lavori forzati imposto alle popolazioni assoggettate era analogo a quello dei tedeschi: circa 270 000 indonesiani furono costretti a espatriare con la forza per lavorare nelle fabbriche in Giappone, da cui pochissimi fecero poi ritorno. Migliaia di donne coreane, cinesi, filippine e provenienti da altre zone occupate furono trasformate, a volte con la forza e molto spesso con l'inganno, in schiave sessuali (le cosiddette Comfort women) per soddisfare i bisogni delle truppe nipponiche; sul numero esatto delle donne coinvolte vi è grandissimo dibattito, andando da un totale di 20 000 secondo alcuni autori giapponesi fino a 410 000 secondo autori cinesi.
La combinazione tra le credenze razziali giapponesi e l'etica militare nipponica, che riteneva profondamente disonorevole per un soldato essere catturato vivo in battaglia, si rivelò deleteria per i 200 000 prigionieri di guerra alleati catturati nel Pacifico: privati dei diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali, i prigionieri, oltre che oggetto di esecuzioni e torture, morirono a migliaia per denutrizione, malattie e lavori forzati. Circa la metà dei 20 000 prigionieri statunitensi catturati nelle Filippine morì prima della liberazione, mentre tra i 60 000 prigionieri di guerra impiegati per la costruzione del ponte ferroviario sul fiume Khwae Noi in Thailandia si contarono 12 000 morti; solo sei degli originari 2 500 prigionieri detenuti nel campo di Sandakan nel Borneo furono ritrovati vivi alla fine della guerra. Circa 3 000 tra prigionieri di guerra e civili furono impiegati come cavie umane per gli esperimenti dell'Unità 731, il reparto di armi biologiche dell'esercito giapponese.
Crimini degli Alleati
Alleati occidentali
Benché su scala enormemente inferiore per quantità e intensità rispetto alle forze dell'Asse, anche gli Alleati si macchiarono di crimini di guerra e di atrocità nel corso del conflitto, sebbene non equiparabili al sistematico uso della violenza da parte di tedeschi e giapponesi.
Tra le truppe statunitensi non era sconosciuta la pratica di uccidere prigionieri di guerra o soldati nemici appena arresisi; le inchieste formali furono rare e pertanto non vi sono registrazioni o archivi completi in merito a questi episodi, che per la maggior parte sono riportati solo nei ricordi personali dei singoli soldati. Tra i pochi casi che diedero luogo a inchieste ufficiali vi furono il massacro di Biscari avvenuto tra il 10 e il 14 luglio 1943 (l'uccisione di 76 soldati italiani e tedeschi presi prigionieri), e il massacro di Dachau del 29 aprile 1945 (l'uccisione di un certo numero di guardie delle SS, mai accertato con precisione ma probabilmente intorno alle 50, subito dopo la liberazione del campo di concentramento di Dachau). Vi sono dei riferimenti a ordini di ufficiali superiori statunitensi, in almeno un caso messi per iscritto, secondo cui non si dovevano prendere prigionieri i membri delle Waffen-SS, in particolare dopo i fatti del massacro di Malmédy. Nel teatro del Pacifico, vari resoconti riferiscono come i soldati statunitensi e australiani fossero più che riluttanti a prendere prigionieri i giapponesi che si arrendevano, preferendo invece giustiziarli sul posto; tra le truppe statunitensi fu rilevata la pratica di prendere come trofei teste, denti od orecchie dai cadaveri dei giapponesi uccisi, cosa vietata dalle convenzioni internazionali.
Soldati statunitensi compirono stupri tanto nel teatro di guerra europeo che nel Pacifico. Secondo alcuni studi, tra il 1942 e il 1945 militari statunitensi commisero circa 14 000 stupri in Inghilterra, Francia e Germania. Non vi sono evidenze documentali ufficiali circa la commissione di stupri di massa da parte delle forze statunitensi impegnate nel teatro del Pacifico, ma numerose e circostanziate testimonianze riferiscono della commissione di numerosi stupri da parte di soldati e marines statunitensi nel corso della battaglia di Okinawa nel giugno 1945; alcuni studi hanno stimato in circa 10 000 le donne di Okinawa stuprate dai soldati statunitensi al termine della battaglia. Nel periodo compreso tra il 7 dicembre 1941 e il 22 febbraio 1946 le corti marziali dell'esercito statunitense condannarono a morte per stupro 69 soldati.
Nel corso della campagna d'Italia, le forze coloniali del Corps expéditionnaire français en Italie si macchiarono di numerosi stupri nonché di saccheggi e uccisioni di civili in Sicilia e nella regione del Basso Lazio, in una serie di episodi collettivamente noti come "marocchinate". Il saccheggio delle proprietà private, già diffuso tra le truppe anglo-statunitensi in Francia e in Belgio, divenne una pratica comune una volta che i reparti entrarono in Germania.
Unione Sovietica
L'occupazione sovietica della Polonia orientale nel settembre 1939 e degli Stati baltici nell'agosto 1940 ebbe poco da invidiare all'analoga occupazione tedesca: l'NKVD sovietica attuò ondate di arresti nei confronti di intellettuali, uomini d'affari, politici e funzionari pubblici, molti dei quali in seguito furono assassinati. Tra l'aprile e il maggio 1940 più di 21 000 ufficiali e militari polacchi furono trucidati in segreto nella foresta di Katyn' dall'NKVD; quando poi la regione fu occupata dalla Wehrmacht e le tracce del massacro furono rese pubbliche, i sovietici incolparono i tedeschi del fatto. Tra il febbraio 1940 e il giugno 1941 circa 2 milioni di polacchi e 127 000 baltici furono deportati in Siberia o in Asia centrale; migliaia di essi perirono per malnutrizione e malattie. Le comunità ebraiche presenti nei territori di nuova acquisizione furono trattate duramente: le autorità furono arrestate e deportate, le associazioni e i movimenti giovanili furono chiuso e le pratiche religiose fortemente osteggiate; gli ebrei tedeschi che avevano trovato rifugio in URSS negli anni 1930 furono in gran parte rastrellati e riconsegnati alla Germania.
Nei caotici giorni dell'operazione Barbarossa, l'NKVD si abbandonò a un'ondata di massacri nelle regioni occidentali dell'URSS, dettata in generale da panico e disorganizzazione: per non lasciarli liberi o in mano ai tedeschi le guardie del NKVD uccisero in massa, spesso in maniera efferata, i detenuti delle carceri, non solo i prigionieri politici ma anche i criminali comuni e le persone in attesa di giudizio; altre migliaia di detenuti furono obbligati a intraprendere "marce della morte" a seguito dei reparti in ritirata. Con il pretesto dell'invasione, Stalin attuò una serie di rappresaglie contro le minoranza etniche di cui dubitava della lealtà: nell'agosto 1941 circa 600 000 tedeschi del Volga furono rastrellati e deportati in Asia centrale, nonostante le loro caratteristiche "germaniche" fossero ormai da tempo attenuate e vi fossero scarsissime prove di un loro sostegno all'invasione nazista; dopo giorni di viaggio a bordo di carri bestiame e senza cibo, furono scaricati in tratti di aperta campagna dove morirono a migliaia per freddo, fame e malattie. Tra il 1943 e il 1944, nell'ambito dell'operazione Lentil, un'ondata di deportazioni colpì ceceni, ingusci, baschiri, tatari di Crimea e altri; benché alcune di queste popolazioni avessero effettivamente collaborato con i tedeschi, altre furono dichiarate colpevoli per associazione. Le deportazioni colpirono le persone senza distinzioni di sesso o età, e furono accompagnate da massacri di quanti si opponevano o non erano in grado di affrontare il viaggio. In totale oltre 1,5 milioni di persone furono deportate verso le regioni orientali dell'URSS; fonti della stessa NKVD stimarono in 231 000 i morti tra i deportati, gli ultimi dei quali non poterono tornare alle loro case se non dopo il 1956.
Civili tedeschi assassinati dalle truppe sovietiche nel corso della strage di Nemmersdorf nell'ottobre 1944
Una volta superati i confini dell'URSS, le forze dell'Armata Rossa si abbandonarono a ripetuti saccheggi, uccisioni di civili e stupri, in un sorta di grande vendetta per le distruzioni causate dai tedeschi in Unione Sovietica; i comandi sovietici non autorizzarono né incoraggiarono tali pratiche ma fondamentalmente non fecero nulla per prevenirle o mettervi fine, salvo quando la loro prosecuzione ostacolava la continuazione delle operazioni belliche. Il 6 febbraio 1945 un ordine di Stalin dispose la deportazione di tutti i tedeschi atti al lavoro compresi tra i 17 e i 50 anni, perché contribuissero a riparare i danni della guerra in URSS; poiché la maggior parte degli uomini era sotto le armi, i deportati furono in maggioranza donne. Il saccheggio di proprietà private divenne un fatto comune, e verso la fine del conflitto interi impianti industriali furono smontati perché venissero trasferiti in URSS. Il movimento di resistenza tedesco all'invasione alleata (il cosiddetto Werwolf) attuò in definitiva poche azioni, ma la fulminea avanzata sovietica in Germania aveva lasciato vari gruppi di soldati tedeschi tagliati fuori e isolati nelle retrovie nemiche, dove attaccarono i convogli dell'Armata Rossa più che altro per procurarsi di che vivere; queste attività furono scambiate dai comandi sovietici per azioni di resistenza organizzata, e come rappresaglia svariati villaggi tedeschi furono rasi al suolo e i loro occupanti fucilati.
Lo stupro divenne attività comune tra le truppe sovietiche: oltre alle donne tedesche, ne caddero vittima anche le donne polacche e le donne sovietiche liberate dai lavori forzati. Benché solo stimati per approssimazione e oggetto di contestazione da parte degli storici russi, i numeri risultano elevati: circa 2 milioni di donne tedesche furono violentate da soldati sovietici, la maggior parte nel corso di stupri di gruppo; tutte uscirono traumatizzate dalla vicenda e i suicidi tra le sopravvissute furono frequenti: un medico calcolò che su 100 000 donne stuprate a Berlino circa 10 000 si tolsero la vita. Chi tentava di reagire o impedire uno stupro veniva generalmente ucciso. Truppe sovietiche compirono stupri, saccheggi e uccisioni di civili anche nel corso dell'invasione della Manciuria nell'agosto 1945.
Il recupero di resti umani dalla foiba di Vines presso Albona in Istria negli ultimi mesi del 1943
I prigionieri di guerra sovietici liberati e i civili deportati per lavorare come manodopera schiava furono trattati con enorme sospetto, e diversi di loro furono arrestati o uccisi dall'NKVD. I sovietici entrati a far parte dei reparti collaborazionisti (stimati tra un milione e un milione e mezzo) furono quasi sempre giustiziati sul posto una volta catturati dall'Armata Rossa: benché molti di loro fossero entrati al servizio dei tedeschi per convinzioni politiche, diversi altri avevano aderito solo per evitare una morte di stenti nei campi di prigionia.
Jugoslavia
Una simile "resa dei conti" accompagnò la liberazione della Jugoslavia da parte delle forze partigiane di Tito: uccisioni e persecuzioni, oltre che contro i collaborazionisti o i criminali di guerra propriamente detti, furono dirette anche contro intere etnie o personalità varie ritenute, a torto o a ragione, ostili all'introduzione di un regime comunista in Jugoslavia. Dopo la riconquista della regione della Voivodina nell'ottobre 1944, la locale minoranza ungherese fu oggetto da parte dei partigiani jugoslavi di uccisioni e internamento in campi di prigionia, per un totale di morti stimato tra i 20 000 e i 50 000; un destino simile afflisse la minoranza tedesca degli svevi del Danubio: privati dei diritti politici, circa 50 000 di loro morirono per esecuzioni oppure di fame e stenti nei campi di internamento e di lavoro jugoslavi.
La dissoluzione dello Stato Indipendente di Croazia nel maggio 1945 vide l'esodo di decine di migliaia di croati, militari e civili, in direzione dell'Austria dove speravano di ottenere la protezione degli Alleati occidentali; le truppe britanniche decisero però di restituire i croati alla Jugoslavia, e nel corso di una serie di episodi noti come "massacro di Bleiburg" migliaia di loro furono giustiziati sommariamente dai partigiani: la stima del numero delle vittime varia da 50 000 a 140 000. A un destino simile andarono incontro i reparti collaborazionisti e i civili sloveni fuggiti in Austria: i britannici li riconsegnarono agli jugoslavi e nel corso dei cosiddetti massacri di Kočevski rog circa 10 000 di loro furono sommariamente passati per le armi. Le uccisioni di sloveni e croati nell'immediato dopoguerra si congiunsero a quelle degli italiani di Venezia Giulia e Dalmazia, nel corso degli eventi noti come massacri delle foibe iniziati già nel settembre 1943: gli italiani vittime degli jugoslavi ammontarono tra i 4 000 e i 5 000, comprendendo fascisti locali ma anche esponenti della classe dirigente, di organizzazioni partigiane o antifasciste e in generale di personalità contrarie all'annessione della regione alla Jugoslavia.
Modifiche territoriali
Lo stesso argomento in dettaglio: Modifiche territoriali causate dalla seconda guerra mondiale.
Le condizioni di pace tra gli Alleati e le potenze minori dell'Asse furono definite nei trattati di Parigi del 10 febbraio 1947. I confini dell'Europa orientale furono riportati sostanzialmente alla situazione esistente all'inizio del 1938, ma con alcune modifiche: la Romania dovette cedere la Dobrugia alla Bulgaria, la Finlandia, oltre a dover riconoscere le perdite territoriali già inflitte dalla guerra d'inverno del 1939-1940, perse la regione di Petsamo a vantaggio dell'Unione Sovietica; l'Austria riottenne l'indipendenza, ma fu sottoposta a un regime di occupazione da parte delle potenze vincitrici fino al 1955. Furono inoltre riconosciuti i guadagni territoriali conseguiti tra il 1939 e il 1940 dall'Unione Sovietica (la Polonia orientale, gli Stati baltici e la Bessarabia), che inoltre si annetté la porzione nord della Prussia Orientale e la Transcarpazia.
L'Italia perse il suo intero impero coloniale (l'Etiopia tornò indipendente e si annetté l'Eritrea, il Dodecaneso tornò alla Grecia, Libia e Somalia ottennero l'indipendenza rispettivamente nel 1951 e nel 1960 dopo un periodo di amministrazione fiduciaria) e dovette fare concessioni territoriali a favore di Francia e soprattutto Jugoslavia; la definizione del confine orientale italiano innescò una lunga crisi diplomatica, che fu risolta definitivamente solo con il memorandum di Londra del 1954 e il Trattato di Osimo del 1975: Zara, l'Istria e buona parte della Venezia Giulia furono cedute alla Jugoslavia, mentre Trieste tornò all'Italia dopo un periodo di occupazione anglo-statunitense. I rivolgimenti della guerra ebbero un profondo impatto sul paese, che con un referendum nel 1946 abolì la monarchia e passò a un regime repubblicano.
La linea Curzon nel 1945
Le trattative riguardanti il Giappone si protrassero più a lungo e portarono alla stipula del Trattato di San Francisco l'8 settembre 1951: il paese fu privato di tutte le conquiste conseguite al di fuori delle isole patrie, venendo in pratica riportato ai confini precedenti la prima guerra sino-giapponese, oltre a dover cedere le isole Curili all'Unione Sovietica. Il trattato portò a termine il regime di occupazione del Giappone instaurato dagli Stati Uniti subito dopo la guerra; tale periodo vide l'approvazione di una nuova costituzione di stampo pacifista, e la società nipponica mutò da una struttura rigida e gerarchica a una più pluralista e moderna, avviando il paese verso un'era di prosperità economica.
La Germania fu trattata più duramente: come stabilito nella conferenza di Potsdam del luglio 1945, la frontiera orientale fu arretrata alla linea Oder-Neiße, cedendo la Slesia, la Pomerania e la porzione sud della Prussia Orientale alla Polonia come compensazione per i territori perduti dai polacchi a vantaggio dell'Unione Sovietica, mentre a ovest il bacino industriale della Saarland fu costituito come protettorato della Saar sotto la Francia; il resto del territorio tedesco, come pure la stessa città di Berlino, fu spartito in quattro zone di occupazione soggette alle potenze vincitrici. Una definizione generale della questione tedesca fu impedita dai contrasti sorti in seno agli Alleati, e il paese rimase diviso: con il Trattato Generale del 26 maggio 1952 le potenze occidentali acconsentirono alla costituzione di uno Stato tedesco indipendente, la Repubblica Federale di Germania, nelle zone da loro occupate, ma la zona sovietica rimase sotto l'orbita di Mosca come Repubblica Democratica Tedesca; la stessa Berlino rimase divisa in una zona ovest controllata dagli Alleati occidentali e una zona est controllata dai sovietici.
Il secondo dopoguerra: l’ordine bipolare e i nuovi attori della storia
Negli anni '50 si assiste alla «guerra fredda» tra USA ed URSS, agli interventi americani per risollevare l’economia europea (Piano Marshall) e alla nascita di organizzazioni atte a regolamentare i rapporti economici e politici mondiali (ONU, CEE, FAO, UNESCO etc.) e militari (NATO). La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, viene divisa in due Stati (Repubblica Federale Tedesca e Repubblica Democratica Tedesca). In Italia i cittadini votano per la prima volta con suffragio universale per la Costituzione della repubblica (1° gennaio 1948). La Gran Bretagna avvia la politica assistenziale (Welfare State) mentre in Russia Krusciov quella di destalinizzazione. Nel 1947 l’ONU vota la spartizione della Palestina: nasce lo Stato d’Israele.
Alla fine del conflitto l’Europa si ritrova divisa in due: nella parte orientale, sotto l’influenza russa, sono istituiti regimi comunisti, mentre nella parte occidentale, sotto l’influenza americana, si rafforza la consistenza delle repubbliche democratiche. L’Europa ha ormai perso la propria centralità politica ed economica per lasciare spazio alle due superpotenze, USA e URSS, divise da una cortina di ferro, come la definisce Churchill. L’avvicinamento degli USA agli Stati minacciati dall’URSS e la messa a punto della bomba atomica da parte degli URSS porta alla cosiddetta guerra fredda, una sorta di conflitto incruento e non dichiarato che provoca tensione nel mondo.
La guerra di Corea
Il primo conflitto «indiretto» tra le due superpotenze mondiali è la guerra di Corea (1950-53) tra la Corea del nord, comunista ed appoggiata dall’URSS, e la Corea del sud, filoamericana. La crisi coreana si conclude il 27 luglio 1953, quando Corea del Nord e Corea del Sud firmano l’Armistizio di Panmunjom, in virtù del quale viene ristabilita la linea di confine lungo il 38° parallelo, si delimita una zona-cuscinetto smilitarizzata ed entrambi i paesi vengono riconosciuti dall’ONU, rimandando agli anni successivi la sottoscrizione di una pace vera e propria.
L'economia europea e il Piano Marshall
Nel secondo dopoguerra la ripresa economica europea avviene grazie al flusso di aiuti americani: tra il 1946-1947 ne beneficia anche l’Unione Sovietica, mentre nel 1948 gli interventi diventano più cospicui e prendono il nome di European Recovery Program (ERP) o, più comunemente, Piano Marshall, dal nome del segretario di Stato americano George Catlett Marshall che, in un discorso tenuto all’università di Harvard nel giugno del 1947, invita gli Stati europei a elaborare un programma di ricostruzione economica che gli USA avrebbero finanziato. Il Piano Marshall riversa sulle economie europee 13 miliardi di dollari fra materie prime, beni di consumo, risorse energetiche e prestiti a fondo perduto. Come contropartita, gli Stati beneficiari hanno l’obbligo di acquistare una certa quantità di forniture industriali americane e sottoporsi al controllo sull’impiego dei fondi e sui piani adottati dai singoli paesi. Il Piano rafforza l’egemonia politico-economica degli USA.
La collaborazione tra la fine degli anni 40' e gli anni 50'
Nel venticinquennio successivo alla guerra, gli Stati più avanzati dell’area capitalistica (Europa occidentale, America del nord, Giappone) cominciano a mettere in atto una serie di politiche economiche che portano al boom degli anni '50. In questo periodo si avviano strategie per la globalizzazione dell’economia, grazie a una serie di accordi commerciali e finanziari internazionali che incentivano gli scambi. Nell’ottobre 1947 viene stipulato il GATT («Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio»), con cui i paesi firmatari si impegnano a mantenere le tariffe doganali basse per liberalizzare i commerci. I contenuti dell’accordo hanno portato, nel 1995, alla trasformazione del GATT in WTO («Organizzazione mondiale del commercio»).
Gli accordi di Bretton Woods.
Fin dal 1944, tutti i paesi delle Nazioni Unite hanno provveduto a stabilire il futuro ordine monetario internazionale postbellico con gli Accordi di Bretton Woods, che portano alla costituzione del Fondo monetario internazionale e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. Seguono l’unione doganale del Benelux (Belgio, Olanda, Lussemburgo, 1948), la nascita della CECA (Comunità europea del carbone dell’acciaio, 1951), della CEE (Comunità economica europea, 1957) e dell’EURATOM (Comunità europea per l’energia atomica).
La nascita delle organizzazioni mondiali moderne
Organizzazione delle Nazioni Unite.
Il 26 giugno 1945 nasce l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, cui aderiscono 50 paesi che si definiscono Stati pacifici. Nel dicembre 1955 entra a farne parte anche l’Italia. Scopo dell’Organizzazione, che ha sede a New York, è la garanzia di relazioni pacifiche tra i vari Stati del mondo, tramite la creazione di istituzioni sovranazionali atte a regolamentare i rapporti economici e politici mondiali. Organi principali della struttura dell’ONU sono: l’Assemblea generale, il Consiglio di sicurezza, il Segretario generale. Tra le organizzazioni che dipendono dalle Nazioni Unite vi sono la FAO («Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura»), istituita nel 1945 con lo scopo di risolvere i problemi alimentari mondiali stimolando la produzione agricola; l’UNESCO («Organizzazione educativa, scientifica e culturale delle Nazioni Unite»), fondata nel 1945 con l’obiettivo di favorire scambi culturali, scientifici ed educativi tra i popoli; la WHO («Organizzazione mondiale della sanità»), costituita nel 1948 allo scopo di promuovere la cooperazione internazionale per la tutela della salute; l’UNICEF («Fondo internazionale delle Nazioni Unite per l’infanzia»), sorto nel 1946 per promuovere progetti e interventi utili all’infanzia.
Comunità economica europea.
Il 25 marzo 1957 viene firmato a Roma il trattato che dà vita alla CEE (Comunità Economica Europea). I 6 Stati fondatori — Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo (cui si uniscono, in seguito, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Svezia e Finlandia) — danno vita a un’organizzazione politica sovranazionale il cui obiettivo è quello di ricostruire la potenza europea in modo da formare un terzo blocco da contrapporre alle due superpotenze USA e URSS.
COMECON.
Nato nel 1949 come risposta al Piano Marshall, il COMECON («Consiglio di mutua assistenza economica») ha la funzione di stimolare e aiutare le economie dei paesi del blocco comunista per incentivare l’industrializzazione dell’Europa dell’Est. Travolto anch’esso dal crollo dei regimi comunisti, il COMECON viene sciolto nel 1991.
NATO.
Il 4 aprile 1949 nasce la NATO (North atlantic treaty organization, «Organizzazione del Patto dell’Atlantico settentrionale»), un’organizzazione militare che sancisce l’alleanza a scopo difensivo tra i paesi occidentali. Attualmente ne fanno parte:
- dal 4 aprile 1949: Belgio, Canada, Danimarca, Francia (ritiratasi unilateralmente dal Comando Militare Integrato nel 1966, per poi essere riammessa nell’Alleanza dopo l’annuncio ufficiale di rientro nel 2009), Islanda (unico membro a non essere dotato di un proprio esercito, tanto da aver aderito all’Alleanza a condizione di non doverne creare uno), Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti;
- dal 18 febbraio 1952: Grecia e Turchia;
- dal 9 maggio 1955: Germania (intesa come Repubblica Federale Tedesca, ovvero Germania Ovest);
- dal 30 maggio 1982: Spagna;
- dal 12 marzo 1999: Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria;
- dal 29 marzo 2004: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia;
- dal 4 aprile 2009: Albania e Croazia.
Patto di Varsavia.
Nel 1955, in conseguenza dell’ingresso della Repubblica Federale Tedesca nella NATO, viene sottoscritta un’alleanza militare tra i paesi socialisti dell’Europa orientale. Dotato di un comando unico con sede a Mosca e guidato da un generale sovietico, il Patto è stato poi sciolto nel 1991 in seguito alla caduta dei regimi socialisti nell’Est europeo, con conseguente ritiro delle truppe dell’Armata Rossa di stanza nei paesi alleati.
Il secondo dopoguerra dei paesi sconfitti
La Germania
Nella conferenza internazionale tenutasi a Potsdam, in Germania, nel 1945, Truman, Stalin e Churchill decidono la divisione di Berlino e della Germania in quattro zone sotto l’amministrazione militare francese, britannica, statunitense e sovietica. Venuta meno la possibilità di un’intesa con i sovietici sul futuro della Germania, USA e Gran Bretagna, all’inizio del 1947, unificano le proprie zone, attuandovi una riforma monetaria, liberalizzando l’economia e rivitalizzandola attraverso gli aiuti economici disposti dal Piano Marshall; l’anno successivo nasce la Repubblica Federale Tedesca con capitale Bonn. Stalin reagisce a queste iniziative prima con il «blocco di Berlino» (giugno 1948 - maggio 1949), chiudendo, cioè, gli accessi via terra tra Berlino e la Germania occidentale, poi con la creazione, nella zona orientale del paese, della Repubblica Democratica Tedesca (1949) con capitale Pankow. L’8 agosto 1945 viene istituito un Tribunale militare internazionale per giudicare i criminali nazisti, con processi che si tengono nella città di Norimberga.
Il Giappone
Nei primi anni del dopoguerra, il presidente statunitense Truman affida il governo del Giappone al generale MacArthur, che provvede alla demilitarizzazione del paese e alla destituzione di tutti i responsabili politici nazionalisti. Alla fine degli anni '50, la ripresa economica, favorita dall’assistenza americana, e la stabilità politica conducono il Giappone a recuperare l’antico ruolo di grande potenza.
L'Italia
Subito dopo la liberazione del paese, nel giugno 1945, i partiti antifascisti formano un governo di unità nazionale presieduto da Ferruccio Parri, uno dei più prestigiosi leader della Resistenza e del Partito d’azione. Il suo governo dura solo pochi mesi perché è osteggiato dall’apparato burocratico e dalle forze moderate, finché Parri è sostituito dal democristiano Alcide De Gasperi, che pone le basi del lungo predominio della DC. Il primo problema che il nuovo esecutivo deve affrontare è quello istituzionale: il 2 giugno 1946 i cittadini vengono chiamati alle urne sia per eleggere l’assemblea costituente, incaricata di redigere la nuova Costituzione che avrebbe sostituito lo Statuto albertino, sia per esprimersi a favore della repubblica o della monarchia. Le due consultazioni si svolgono per la prima volta in Italia a suffragio universale, poiché votano anche le donne. Prevalgono i sostenitori della repubblica e il re Umberto II — che poco prima del referendum istituzionale era salto al trono in seguito all’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III — lascia l’Italia senza abdicare ritirandosi in esilio in Portogallo. La vittoria dei partiti di massa è schiacciante: emerge una sinistra forte con il Partito comunista italiano (PCI) e il Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP), fronteggiata dalla Democrazia cristiana quale partito di maggioranza relativa; i partiti laici vengono ridimensionati; De Gasperi è confermato Presidente del Consiglio, carica che mantiene sino al 1953.
Inizialmente, per garantire un ampio consenso al nuovo testo costituzionale e alla firma del trattato di pace con gli alleati, il governo si serve della collaborazione delle sinistre. Gli accordi di pace, sottoscritti a Parigi il 10 febbraio 1947, stabiliscono condizioni particolarmente onerose per l’Italia che, oltre a dover versare 360 milioni di dollari a titolo di risarcimento, perde sia le isole del Dodecaneso (che passano alla Grecia), sia Zara, Fiume e l’Istria (a vantaggio della Iugoslavia), nonché Briga e Tenda (attribuite alla Francia). A ciò si aggiunge la rinuncia forzata a tutte le colonie, fatta eccezione per l’amministrazione fiduciaria della Somalia (rimasta in vigore fino al 1960), mentre Trieste, trasformata in territorio libero sotto la tutela dell’ONU, sarebbe poi stata restituita al nostro paese solo nel 1954.
L’alleanza tra i democristiani e le sinistre è comunque destinata a durare poco. Divergenze sulla politica economica e sulla collocazione internazionale dell’Italia inducono De Gasperi ad allontanare le sinistre dall’esecutivo, creando in tal modo forti dissapori ai quali si cerca di porre rimedio con la formazione di un nuovo governo di centro comprendente democristiani, liberali e indipendenti moderati. Il nuovo orientamento in senso moderato e filoamericano è determinato da quanto accade nella politica internazionale: per godere dei considerevoli aiuti finanziari previsti dal Piano Marshall è infatti necessaria una precisa scelta di campo, prendendo le distanze dalle forze politiche (comunisti e socialisti) vicine all’Unione Sovietica. Con il nuovo governo centrista di De Gasperi, che entra in carica nel maggio del 1947, tramonta definitivamente l’iniziale collaborazione governativa tra i partiti antifascisti.
Il 1° gennaio 1948, dopo essere stata approvata dall’assemblea costituente con grande spirito unitario, entra in vigore la Costituzione della Repubblica, per la quale viene raggiunto un accordo quasi unanime sia sui principi di fondo sia sull’assetto istituzionale da dare allo Stato. Dopo le elezioni svoltesi il 18 aprile 1948 — che vedono da una parte la Democrazia cristiana (con il 48% dei voti) che difende i valori delle società occidentali e dei cattolici, dall’altra le sinistre, unite nel Fronte democratico popolare (con il 31% dei suffragi), che si presentano come sostenitrici delle istanze di rinnovamento dei lavoratori — il problema più urgente da affrontare diventa la ricostruzione economica del paese. De Gasperi, contando sui consistenti aiuti del Piano Marshall, affida al liberale Luigi Einaudi (futuro Presidente della Repubblica) la direzione della politica economica, che si propone di frenare l’inflazione attraverso una politica monetaria restrittiva e di lasciare mano libera alle imprese per garantire profitti e investimenti. In breve tempo la lira si stabilizza, l’inflazione scende e le imprese ricominciano a produrre, anche se tutto ciò avviene ai danni delle classi meno abbienti. Infatti, aumenta la disoccupazione perché le industrie, per sopravvivere, devono licenziare numerosi dipendenti; le campagne diventano sempre più misere; la classe operaia si indebolisce a causa della rottura dell’unità sindacale. Ne scaturiscono forti tensioni sociali guidate dalle forze politiche di sinistra: a partire dal 1949 il movimento contadino occupa le terre lasciate incolte dai latifondisti e rivendica la riforma agraria. Il governo risponde inizialmente con una dura repressione, successivamente vara una serie di provvedimenti per il Meridione che nel 1950 portano alla riforma auspicata dalla manodopera rurale e all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. In quello stesso anno nascono anche i sindacati CISL (Confederazione italiana sindacati lavoratori), di estrazione cattolica, e UIL (Unione italiana del lavoro), di estrazione socialista.
Agli inizi del 1953, lo stesso anno in cui Enrico Mattei fonda l’ENI (Ente nazionale idrocarburi), il parlamento approva una legge elettorale maggioritaria, propugnata da De Gasperi, considerata dalle sinistre legge truffa, in quanto prevede che alla lista o all’insieme delle liste che, essendosi «apparentate» tra loro, ottengano più del 50% dei voti validi, tocchi il 65% dei seggi disponibili alla Camera dei deputati. Tuttavia, in occasione delle elezioni che si tengono nel giugno di quello stesso anno, i partiti di governo non ottengono suffragi sufficienti per potersi procacciare l’auspicato premio di maggioranza: ciò provoca una grave instabilità politica, in conseguenza della quale De Gasperi rinuncia alla carica di Presidente del Consiglio e assume quella di segretario della DC, mentre la «legge truffa» è abrogata nel 1954. Nel 1955 viene poi eletto Giovanni Gronchi, terzo dei Presidenti della Repubblica italiana, i quali, dal 1946 in poi, sono stati:
- Enrico De Nicola (1946-1948);
- Luigi Einaudi (1948-1955);
- Giovanni Gronchi (1955-1962);
- Antonio Segni (1962-1964);
- Giuseppe Saragat (1964-1971);
- Giovanni Leone (1971-1978);
- Sandro Pertini (1978-1985);
- Francesco Cossiga (1985-1992);
- Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999);
- Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006);
- Giorgio Napolitano (2006-).
Sempre nel corso degli anni Cinquanta l’Italia, che già il 4 aprile 1949 aveva fatto il suo ingresso nella NATO, prima entra a far parte, nel 1955, dell’ONU, poi aderisce anche alla Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM o CEEA) e alla Comunità economica europea (CEE), i cui trattati istitutivi vengono entrambi firmati ufficialmente a Roma il 25 marzo 1957. Il 1958, invece, è l’anno in cui, oltre alla nascita del CSM (Consiglio superiore della magistratura), ha luogo l’ascesa al soglio pontificio di papa Giovanni XXIII (al secolo, Angelo Giuseppe Roncalli), il quale conferisce alla Chiesa cattolica un forte indirizzo progressista destinato a culminare nel Concilio Vaticano II (1962-1965) e si rende autore, nel 1961, dell’enciclica Mater et magistra sulla questione sociale.
Il secondo dopoguerra dei paesi vincitori
Francia.
Dopo la liberazione (1944), il generale Charles De Gaulle costituisce un esecutivo provvisorio, incaricato di dare inizio ai lavori che avrebbero portato alla proclamazione della IV Repubblica (la Terza aveva cessato di esistere sotto l’occupazione tedesca). Nel 1945, De Gaulle, confermato capo del primo governo della nuova repubblica, cerca di attuare una riforma presidenziale dello Stato, ma fallisce il suo obiettivo ed è costretto a dimettersi. De Gaulle, allora, forma un nuovo partito che si pone all’opposizione fino al 1958, quando egli torna al governo per risolvere la crisi causata dai movimenti indipendentisti algerini e per preparare una nuova Costituzione, basata sul presidenzialismo (V Repubblica). Charles De Gaulle domina la scena politica della Francia fino al 1969, anno del suo ritiro. Nel 1981 il governo passa dai gollisti alle sinistre, con la presidenza di François Mitterrand.
La Gran Bretagna
Alla fine della guerra, si tengono le prime elezioni dopo dieci anni, che vedono la sconfitta di Winston Churchill e dei conservatori. Nel 1945 viene formato un governo laburista che dà inizio al Welfare State.
L'Unione Sovietica
Dopo la guerra, l’URSS si afferma come la superpotenza mondiale egemone in tutta l’Europa orientale. La scena politica è dominata da Stalin e dalla sua politica repressiva. Il dittatore sovietico mantiene il potere assoluto fino alla sua morte, avvenuta nel 1953. In quell’anno Nikita Krusciov, membro del Comitato centrale del PCUS, riesce a farsi nominare segretario generale del partito. La sua politica di distensione nei confronti degli USA e di destalinazzazione è tesa a dare stabilità al paese. Krusciov in economia sostiene il rapido incremento del settore industriale, in particolare della produzione di beni di consumo per migliorare la vita dei cittadini. L’URSS sperimenta in questi anni un notevole progresso scientifico e tecnologico, che avrebbe visto i sovietici lanciare il primo satellite artificiale, lo Sputnik. Quattro anni dopo, l’astronauta Yuri Gagarin è il primo uomo a compiere un volo orbitale intorno alla Terra. In politica estera, dopo lo scioglimento del Cominform, Krusciov incontra a Ginevra il presidente degli Stati Uniti, Eisenhower, per avviare una fase di dialogo tra le due superpotenze.
Gli Stati Uniti
All’indomani del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti si sono affermati come la potenza militare, industriale ed economica più forte del globo. Il «manifesto programmatico» della politica statunitense è contenuto nella cosiddetta Dottrina Truman (presidente succeduto a Roosevelt, morto nel 1945), che decide di sostenere l’economia dei Paesi amici per «contenere» l’espansionismo sovietico e comunista. Ciò porta gli Stati Uniti ad appoggiare le forze anticomuniste che lottano in Vietnam contro il regime di Ho Chi-minh, a sponsorizzare il riarmo della Germania occidentale, come pure a favorire l’instaurazione di un governo conservatore e anticomunista in Giappone. Tuttavia, le conseguenze della guerra di Corea e la consapevolezza che, a partire dal 1949, anche l’URSS si è ormai dotata di armi atomiche, influiscono pesantemente sulla situazione civile e ideologica interna. Nel corso degli anni '50, il senatore repubblicano Joseph McCarthy ne approfitta per scatenare una poderosa campagna anticomunista, fenomeno conosciuto come maccartismo, che, in un vero e proprio clima di «caccia alle streghe», culmina nel processo e nella condanna a morte dei coniugi Rosenberg (1953), accusati di spionaggio a favore dei sovietici. Le elezioni presidenziali del 1952 sono vinte dal candidato democratico, il generale Dwight Eisenhower, il cui governo dura otto anni. I suoi due mandati sono segnati dall’inasprirsi della guerra fredda, dall’acuirsi dei problemi razziali e dall’inizio della recessione economica. Al lancio sovietico del primo satellite artificiale, lo Sputnik (4 ottobre 1957), gli USA rispondono nel 1958, anno della creazione dell’ente spaziale NASA, con un proprio satellite: l’Explorer.
La Spagna di Franco
Dopo la guerra civile (1936-1939), il vincitore Francisco Franco, che nel 1937 è proclamato capo dello Stato dai nazionalisti e l’anno successivo assume il titolo di caudillo (duce), instaura un regime di stampo fascista. Nel 1945, una legge sostituisce definitivamente le elezioni con i referendum, il primo dei quali viene indetto nel 1947 per varare una legge che avrebbe dovuto regolare le modalità di successione nella carica di capo dello Stato: in Spagna viene proclamata la monarchia e, alla fine del mandato di Franco, il suo successore sarà un re con poteri limitati dalle altre istituzioni. La Spagna si trova isolata politicamente a causa della condanna del regime franchista da parte dell’ONU nel 1946, isolamento che si conclude solo nel 1955, quando viene ammessa all’ONU. Per avere maggiore stabilità, Franco decide di incorporare nel governo i cattolici. Il 25 agosto 1953, il caudillo firma un Concordato con il Vaticano in base al quale la Chiesa ottiene grossi privilegi, restando comunque soggetta allo Stato.
La nascita dello stato di Israele
Le atrocità del genocidio perpetrato dai nazisti, che provoca circa 6.000.000 di vittime, riaccendono l’aspirazione a creare uno Stato sionista autonomo in Palestina, già promesso agli ebrei dalla Gran Bretagna (Dichiarazione di Balfour, 1917), che nel 1922 ottiene il mandato su quel territorio. Di conseguenza, migliaia di ebrei migrano nella regione palestinese, ma la convivenza con le popolazioni arabe si rivela tutt’altro che facile, tanto da sfociare spesso in violenti conflitti. Nel novembre 1947, l’assemblea delle Nazioni Unite vota la spartizione della Palestina e dà via libera alla creazione di uno Stato ebraico indipendente, con Gerusalemme vincolata a rimanere sotto l’amministrazione dell’ONU. Il 14 maggio 1948, un governo provvisorio con a capo Ben Gurion proclama la nascita dello Stato d’Israele, che, in quello stesso giorno, viene attaccato dagli eserciti di Arabia Saudita, Giordania, Libano, Siria ed Egitto, riuniti nella Lega araba. Alla fine della guerra, essendo riusciti a respingere gli attacchi nemici, gli israeliani si trovano in possesso di un’area superiore a quella prevista dal piano di spartizione dell’ONU, ma i rapporti restano ugualmente tesi e vengono caratterizzati da una serie di rappresaglie nei territori di frontiera con Egitto, Giordania e Libano. Il conflitto riprende quando, nel 1956, l’Egitto decide di nazionalizzare il canale di Suez, controllato dalla Gran Bretagna e dalla Francia, la qual cosa avrebbe obbligato le navi israeliane a circumnavigare tutto il continente africano, essendo difficile un accordo tra gli egiziani e lo Stato ebraico. Così, il 29 ottobre, Gran Bretagna, Francia e Israele attaccano l’Egitto («campagna del Sinai») e occupano in pochi giorni la zona di Suez, lasciando il controllo del canale ai caschi blu delle Nazioni Unite. Israele ottiene forniture militari dalla Gran Bretagna e dalla Francia, aiuti economici dagli USA e un reattore nucleare per poter produrre armi atomiche; l’Egitto, invece, conserva il controllo del canale e ottiene aiuti dall’URSS per la costruzione della diga di Assuan. La resistenza palestinese, a sua volta, è tutt’altro che doma: nel 1956, su iniziativa di Yasser Arafat, nasce il movimento denominato AlFatah, che poi diventa la principale formazione militare dell’OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina costituita a Gerusalemme il 28 maggio 1964.
Ilprocesso di colonizzazione
I movimenti indipendentisti, già presenti da tempo nei paesi afroasiatici, acquistano forza con la Seconda guerra mondiale anche grazie all’appoggio delle grandi potenze. A guerra finita, un ruolo decisivo in questo processo è svolto dalle contrapposizioni ideologiche scaturite dalla «guerra fredda». Le due potenze vincitrici, liquidando il vecchio ordine mondiale fondato sull’eurocentrismo, cercano di eliminare il dominio europeo sui paesi dell’Asia e dell’Africa per poi imporre la loro egemonia sul Terzo Mondo. Nello specifico, mentre la Gran Bretagna mette in atto un graduale processo deallentamento del proprio dominio coloniale, concedendo Costituzioni e trasformando l’impero in una comunità di nazioni sovrane (Commonwealth), la Francia oppone una violenta resistenza ai movimenti indipendentisti. Ciò spiega, quindi, l’accanimento con cui i francesi si impegnano, a partire dal 1954, in una sanguinosa lotta contro il movimento di liberazione algerino, risultato vittorioso, infine, nel 1962. Per il resto, occorre comunque sottolineare che, tra gli anni '50 e l’inizio degli anni '60, il processo di decolonizzazione ha modo di svilupparsi in maniera imponente, tanto che riescono a conseguire l’indipendenza quasi tutti i popoli africani e asiatici. Tuttavia, l’indipendenza politica non risolve i problemi delle ex colonie. Spesso si tratta di un’indipendenza poco più che formale, perché di fatto la direzione dell’economia resta saldamente nelle mani delle classi dirigenti occidentali e i rapporti di sfruttamento restano inalterati, mentre il divario complessivo tra il Nord e il Sud del mondo aumenta sempre più.