Argomenti di Storia

L’età degli imperi e la Seconda Rivoluzione industriale (1875-1914)

Seconda Rivoluzione Industriale e Imperialismo

Negli ultimi decenni del secolo XIX e nel primo del XX, lo sviluppo industriale raggiunse la sua piena maturità, tanto che si è potuto parlare di una “seconda rivoluzione industriale” diversa dalla prima, quella iniziata in Inghilterra nella seconda metà del secolo XVIII.

Della seconda rivoluzione più rapidi furono gli effetti, più prodigiosi i risultati che determinarono una trasformazione decisiva nella vita e nelle prospettive dell’uomo. Essa fu caratterizzata dall’espansione dell’economia capitalistica nei continenti africano ed asiatico, dal prevalere dell’industria pesante (metallurgica e meccanica) su quella leggera, dal concentrarsi di masse umane nelle grandi città, dalla diffusione di nuovi materiali (acciaio e gomma) e di nuove fonti di energia (petrolio ed elettricità). La produzione su scala mondiale si impennò vertiginosamente.

Innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale

Lo sviluppo industriale fu sostenuto anche questa volta da invenzioni scientifiche e da processi tecnologici che consentirono un migliore sfruttamento delle materie prime ed una più elevata resa della produzione. Nel campo della metallurgia il convertitore sperimentato nel 1879 da Thomas consentì un notevole risparmio di tempi e di costi nel processo di trasformazione in acciaio dei materiali ferrosi.

La turbina a vapore progettata negli anni Ottanta in Inghilterra e in Svezia rivoluzionò le vecchie macchine a vapore rendendo possibili notevoli risparmi nelle spese e nei rifornimenti di combustibile. Un largo impiego di elettricità, quale fonte di energia meccanica, poté essere ottenuto con la costruzione di potenti centrali idroelettriche. L’introduzione dell’elettricità nei più diversi settori produttivi portò profondi mutamenti nell’economia dei singoli paesi e rinnovò molti procedimenti tecnici.

L’invenzione della lampada a filamento di carbone, dovuta all’americano Edison (1879), rese possibile l’illuminazione elettrica delle grandi città nelle quali, gradatamente, venne eliminata l’illuminazione a gas che pure era sembrata, qualche decennio prima, un importante simbolo di modernità. Anche l’industria chimica realizzò un rapido sviluppo con l’invenzione di nuove procedure nei campi dei coloranti, dei concimi artificiali, degli esplosivi, dei medicinali.

Il “sistema di fabbrica” decollò definitivamente con la diffusione del cosiddetto “sistema industriale americano”, basato su catene di montaggio, supporti elettromeccanici e sull’organizzazione razionale del lavoro secondo cadenze attentamente studiate.

Industrializzazione e imperialismo

L’imperialismo costituì l’altra faccia del processo di industrializzazione, dando inizio a una corsa all’accaparramento delle terre africane ed asiatiche. Il nuovo colonialismo fu diverso da quello del passato: organizzò il mondo in aree economiche e strategiche funzionali alle grandi concentrazioni di capitali.

Tra il 1881 e il 1886 quasi tutta l’Africa fu assoggettata dalle potenze europee. All’inizio del Novecento non esistevano più “spazi vuoti” nel mondo. Le potenze coloniali trasferirono anche idee come libertà, uguaglianza e democrazia, che in seguito alimentarono la reazione dei popoli colonizzati contro l’imperialismo.

Seconda Rivoluzione Industriale e capitalismo

Nell’ultimo quarto del XIX secolo crebbe il numero delle grandi imprese, che eliminarono molte aziende minori. Nacquero così i monopoli, cioè l’accentramento del mercato nelle mani di pochi operatori.

I legami tra banche e industria portarono alla nascita del capitale finanziario, che concentrò il controllo dell’economia in poche mani. I capitali venivano esportati nei paesi meno sviluppati, dove la manodopera costava meno, aumentando i profitti ma anche le disuguaglianze.

Imperialismo e Colonialismo

L'Imperialismo e il Colonialismo sono due momenti storici che hanno caratteristiche differenti, e in questo articolo cercheremo di ricapitolarli entrambi in breve.

L'Imperialismo nasce nel 1870 ed è un termine coniato in Francia con un significato preciso: imporre, da parte di una nazione su un'altra, il proprio dominio economico e politico al fine di creare imperi economici molto potenti.

Per il Paese che andava ad imporsi su un altro ciò significava ottenere materie prime importanti a basso costo. Le motivazioni che portarono allo sviluppo di questa corrente storica furono essenzialmente tre.

Motivazioni dell’imperialismo

L’economia: ottenere materie prime a basso costo.

La politica: la politica interna serviva a scaricare le tensioni sociali create dall’industrializzazione; la politica estera mirava a ottenere prestigio internazionale e supremazia sulle altre nazioni.

La cultura: con la diffusione di razzismo e nazionalismo, si cercava di affermare la presunta superiorità dell’uomo bianco sugli altri popoli.

Principi del colonialismo

Il colonialismo comincia nel XVI secolo, quindi prima dell’imperialismo, e consisteva nell’espansione di una nazione su territori esterni per motivi principalmente economici.

Anche in questo caso si trattava di occupare territori e imporre regole economiche e politiche, ma in modo diverso rispetto all’imperialismo.

Si distinguono due tipi di colonialismo:

  • Colonialismo di popolamento: conquista del territorio e insediamento di una nuova popolazione.
  • Colonialismo di sfruttamento: conquista del territorio e sottomissione della popolazione locale.

Differenze tra imperialismo e colonialismo

La differenza fondamentale risiede nel fatto che il colonialismo comporta la presa di controllo totale di un territorio e l’imposizione completa del dominio economico, politico e culturale di una nazione su un’altra. Le popolazioni sottomesse perdono la propria autonomia e questo processo favorisce fenomeni come razzismo e schiavitù.

L’imperialismo, invece, pur mantenendo un forte controllo economico e commerciale, non prevede sempre l’occupazione diretta del territorio e lascia una parziale autonomia alle nazioni sottoposte.

Sostanziali differenze

Il colonialismo, avviato dagli Stati europei dopo la scoperta dell’America, portò spesso a forme di vera e propria schiavitù nelle popolazioni conquistate.

L’imperialismo fu generalmente meno diretto: invece di assumere il controllo totale dei territori, esercitava un dominio parziale diventando un punto di riferimento economico e politico.

L’imperialismo fu una corrente storica principalmente basata sull’economia, poiché mirava alla costruzione di grandi imperi economici ricchi e potenti.

L’età giolittiana

Giolitti e il movimento operaio

Primo ministro del governo Zanardelli, dal 1901 al 1903, e poi capo del governo fino al 1914, Giolitti fu protagonista della politica italiana sino a poco prima della guerra mondiale. I punti principali del suo programma politico furono lo sviluppo economico e la libertà politica, in quanto considerate condizioni necessarie per assicurare stabilità al paese. Di fronte all'affermarsi del movimento socialista, puntò ad integrare la classe operaia nelle istituzioni dello stato, praticando una politica di accordo con i rappresentanti del movimento operaio. Mantenne quindi il governo in posizione neutrale di fronte ai conflitti sociali, in quanto riteneva che in Italia non vi fosse un pericolo rivoluzionario, in quanto giudicava che il movimento sindacale avesse soltanto fini economici. Questo suo atteggiamento rafforzò il movimento rivoluzionario, aumentarono quindi gli scioperi, ma nonostante ciò, egli mantenne la sua politica, pur consapevole che questa avrebbe provocato una grossa redistribuzione della ricchezza. Ma giudicò anche questo fatto in modo positivo, in quanto un maggior benessere delle classi operaie, avrebbe provocato un aumento dei consumi (in termini economici) e un aumento dei consensi (in termini politici).

Successi e limiti delle riforme

È nel periodo giolittiano che aumentano i diritti e le tutele dei lavoratori, delle donne e migliora l'assistenza. Le riforme di Giovanni Giolitti ebbero molto successo (statalizzazione delle ferrovie, riforma scolastica, creazioni Ina come unico ente nazionale per le assicurazioni sulla vita). Nonostante ciò, si tende ad evidenziare i limiti del riformismo, infatti nella sua politica non furono considerati due problemi fondamentali per lo sviluppo italiano: la riforma tributaria e la questione meridionale. Gli interventi di Giolitti a favore del mezzogiorno furono veramente pochi e spesso inutili. Infatti nell'età di Giolitti la questione meridionale si aggravò ulteriormente, in quanto il suo ideale di progresso si basava su miglioramenti del settore industriale del Nord, escludendo quindi il meridione.

Nazionalismo e politica coloniale

Nel periodo giolittiano si diffuse il nazionalismo. Il fenomeno fu inizialmente letterario e culturale, limitato ad una ristretta cerchia di intellettuali, ma nel 1910 fu fondata l'associazione nazionalista italiana. Questa manifestava la necessità di uno Stato forte e di un'espansione coloniale al fine di affermare la grandezza dell'Italia sul piano internazionale. Il nazionalismo ottenne molti consensi, e Giolitti decise così di riprendere la politica coloniale nel nord Africa, con la guerra di Libia. L'impresa divenne interessante in quanto pubblicizzata come una grande opportunità economica per l'Italia: la Libia era un paese di grandi ricchezze. In effetti, però, questa zona non aveva alcun rilievo economico. La conquista della Libia fu portata a termine in modo diplomatico, con la Turchia che si ritirò dalla regione.

Cattolici e politica italiana

Dopo la presa di Roma (1870), l'estraneità dei cattolici alla vita politica del paese si stava lentamente attenuando. I cattolici si unirono in organizzazioni, importanti sono le "leghe bianche", organizzazioni sindacali cattoliche. All'interno del nuovo movimento cattolico, si distinguono però tre diverse tendenze: gli "intransigenti", contrari allo stato liberale e fedelissimi al Papa; i moderati, favorevoli ad un progressivo inserimento di cattolici nello stato liberale; la Democrazia Cristiana, movimento fondato da Murri, il quale riteneva che per affermare la chiesa nella nuova società industriale fosse necessario creare un partito di massa cattolico. Giovanni Giolitti attenuò la netta distinzione fra Stato e chiesa, soprattutto in base al fatto che egli vedeva i cattolici come possibili alleati per contrapporsi alla sinistra. Nacquero così degli accordi tra Giolitti e i cattolici. (patto Gentiloni) Giolitti e le elezioni del 1913 Giolitti si presentò alle elezioni politiche del 1913, le quali furono le prime elezioni a suffragio universale maschile della storia italiana. Il suffragio universale maschile fu introdotto da Giolitti e prevedeva che potevano votare i maschi maggiorenni non analfabeti, e anche gli analfabeti, purché avessero più di trent'anni o assolto il servizio militare. A queste elezioni, si rivelarono molto efficaci gli accordo con i cattolici, in quanto i voti di questi risultarono determinanti per la vittoria dei liberali. Nonostante ciò Giolitti si dimise un anno dopo, convinto di poter riprendere il governo del paese in breve tempo, ma ciò non avvenne e gli succedette Antonio Salandra.

Politica estera e guerra di Libia

In politica estera, Giolitti decise di allontanarsi dall’alleanza con Germania e Austria e di avvicinarsi a Francia (con la quale prese accordi per una possibile espansione francese in Marocco) e Inghilterra, il cui appoggio avrebbe potuto favorire un ampliamento coloniale dell’Italia e un suo rafforzamento nel contesto internazionale. In tal modo egli poté preparare diplomaticamente la conquista della Libia (posta sotto il debole dominio Turco), con lo scopo di migliorare l’economia e per inviare coloni italiani e limitare l’emigrazione che era favorita dal notevolmente aumento della popolazione. L’avventura coloniale era fortemente richiesta anche dal movimento nazionalista (Corradini), sostenitore di un nuovo intervento in Africa e contro ogni tendenza pacifista; perciò, nel 1911, quando la Francia iniziò la conquista del Marocco, l’Italia prese come pretesto alcuni incidenti verificatisi a Tripoli ai danni dei cittadini italiani, e sbarcò a Tripoli invadendo tutta la costa. La conquista dell’interno fu però più difficile e lenta per le difficoltà del territorio e per l’opposizione delle popolazioni locali. Il conflitto si concluse nel 1912 con la pace di Losanna, con la quale la Turchia dovette riconoscere all’Italia il possesso della Tripolitania e della Cirenaica. L’impresa libica contribuì a rafforzare la posizione italiana sul Mediterraneo ma incoraggiò il desiderio di azione dei nazionalisti, spingendoli sempre più apertamente contro il governo, considerato debole e indeciso. Inoltre la conquista della Libia comportò una spaccatura del Partito Socialista tra riformisti, favorevoli al conflitto, e pacifisti (in maggioranza), avversi ad ogni tipo di guerra imperialistica. Il congresso di Reggio Emilia (1912) espulse dal partito alcuni riformisti (Bissolati e Bonomi) che dettero vita al Partito Socialista Riformista Italiano; gli altri riformisti guidati da Filippo Turati, rimasero nel Psi, diretto da Benito Mussolini, che rappresentava l’ala intransigente del partito, in aperta opposizione al governo. Questo contribuì ad indebolire la leadership di Giolitti che, nel 1914, fu costretto a cedere il governo al liberale moderato Antonio Salandra che però seguì una strada differente, ordinando alla polizia di intervenire durante una manifestazione socialista e uccidendo 3 persone. La situazione sociale si andava così inasprendo sulla spinta di una forte protesta operaia e contadina, che dette vita ad uno sciopero generale e ad agitazioni, tumulti e sabotaggi durati sette giorni (settimana rossa, giugno 1914).

La Grande Guerra

Prima Guerra Mondiale

La Prima Guerra Mondiale è conosciuta anche con il termine la Grande Guerra, perché è stata il più grande e totale conflitto armato mai combattuto fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Coinvolse 28 paesi contrapposti tra le forze dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia, Italia e loro alleati) e gli Imperi dell’Europa Centrale (Austria-Ungheria, Germania e loro alleati) che avevano mire imperialistiche. Si definisce mondiale anche perché si combatte, oltre che in Europa, nell’Impero ottomano, nelle colonie tedesche in Asia e su tutti i mari.

Prima Guerra Mondiale: anno 1914

L’evento scatenante della Prima Guerra Mondiale fu l’attentato di Sarajevo (28 giugno 1914), nel quale morirono l’Arciduca Francesco Ferdinando (erede al trono dell’Impero austro-ungarico) e sua moglie.

Un mese dopo, il 28 luglio 1914, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia ritenuta corresponsabile dell’attentato. La Russia, tradizionalmente alleata della Serbia e ostile a un’espansione dell’Austria nei Balcani, reagì immediatamente: il giorno dopo (29 luglio) il governo russo ordinò la mobilitazione generale, cioè la chiamata alle armi di tutti i soldati di leva.

Il 31 luglio la Germania (legata all’Austria-Ungheria e all’Italia dalla Triplice Alleanza) inviò un ultimatum alla Russia, intimandole l’immediata sospensione dei preparativi bellici. L’ultimatum non ottenne risposta e la Germania proclamò guerra allo zar (1° agosto).

Il giorno stesso (1° agosto) la Francia (legata alla Russia e alla Gran Bretagna dalla Triplice Intesa) mobilitò le proprie forze armate, ricevendo (3 agosto) la dichiarazione di guerra da parte della Germania.

Il giorno stesso (3 agosto) l’Italia dichiarò la propria neutralità, mentre le truppe tedesche (come previsto dal piano elaborato dall’allora capo di Stato maggiore Alfred von Schlieffen), mossero contro la Francia attraverso il Belgio violandone la neutralità.

Ciò provocò la dichiarazione di guerra alla Germania da parte della Gran Bretagna alleata della Francia (4 agosto).

Il conflitto assunse rapidamente una dimensione “mondiale”: il 2 agosto l’Impero ottomano era entrato segretamente in guerra al fianco dell’Austria-Ungheria e della Germania.

Il 6 agosto l’Austria dichiarò guerra alla Russia, e la Serbia dichiarò guerra alla Germania.

Il 23 agosto il Giappone (deciso a occupare le basi tedesche in Estremo Oriente) dichiarò guerra alla Germania.

La lotta si fece più cruenta sul fronte occidentale. Invaso il Belgio, infatti, i Tedeschi, comandati dal generale von Moltke, presero Liegi e quindi Bruxelles (20 agosto).

Ai primi di settembre l’esercito tedesco era quasi giunto alle porte di Parigi; i Francesi ne bloccarono l’avanzata con la Battaglia della Marna (6-12 settembre).

La Battaglia della Marna segnò la fine della guerra-lampo prevista dai Tedeschi e il conflitto si trasformò in una guerra di trincea, ovvero in una estenuante guerra di logoramento, scandita da brevi ma micidiali scontri quotidiani, con perdite umane mai verificatesi in nessun conflitto precedente. A Natale del primo anno di guerra, sul solo Fronte occidentale le perdite ammontavano già a 400 000 morti e quasi un milione di feriti.

A Oriente, intanto, dopo l’invasione russa della Prussia orientale, i Tedeschi (comandati da Hindenburg e Ludendorff) respinsero il nemico nelle battaglie di Tannenberg (27-30 agosto) e dei Laghi Masuri (9-14 settembre).

In Serbia, gli Austriaci conquistarono Belgrado il 2 novembre, per perderla il 16 dicembre. Truppe anglo-francesi penetrarono nei possedimenti tedeschi in Africa.

Infine, i britannici ebbero la meglio al largo delle isole Falkland, sbaragliando i Tedeschi (8 dicembre).

Prima Guerra Mondiale: anno 1915

Il 26 aprile 1915 il Governo italiano firmò un accordo segreto, il Patto di Londra, che prevedeva l’ingresso dell’Italia in guerra al fianco della Triplice Intesa con la promessa di ottenere, finite le ostilità, il Trentino, il Tirolo Cisalpino, Trieste, Gorizia, l’Istria fino al Quarnaro esclusa Fiume, la Dalmazia, Valona e il protettorato sull’Albania, le isole del Dodecaneso, il bacino carbonifero di Adalia e altri compensi coloniali.

Il 7 maggio i Tedeschi affondarono il transatlantico inglese Lusitania partito da New York: morirono 128 passeggeri americani; l’America era a un passo dall’entrata in guerra.

Il 24 maggio 1915 l’Italia, nonostante l’opposizione della maggioranza del Parlamento, entrò in guerra, schierandosi con l’Intesa, contro Austria e Germania sue alleate sino a quel momento.

Tra giugno e dicembre, il generale Luigi Cadorna, comandante in capo dell’esercito italiano, schierò il grosso delle truppe lungo il fiume Isonzo e sull’altopiano del Carso, dove erano attestate le forze austro-ungariche: Cadorna sferrò quattro sanguinose offensive (le prime quattro battaglie dell’Isonzo) senza riuscire a cogliere alcun successo. Alla fine dell’anno, dopo aver perso quasi 250 000 uomini tra morti e feriti, l’esercito italiano si trovava a combattere sulle stesse posizioni su cui era schierato in giugno.

Nel mese di agosto, i Tedeschi costrinsero i Russi a lasciare Polonia, Lituania e Kurlandia.

Il 14 ottobre, la Bulgaria, alleatasi con Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, entrò nel conflitto.

L’Impero ottomano colse il pretesto del conflitto per mettere in atto il genocidio degli Armeni (oltre un milione di vittime).

Prima Guerra Mondiale: anno 1916

21 febbraio-24 giugno, i Tedeschi attaccarono l’esercito francese a Verdun: la battaglia, della durata di quattro mesi, costò complessivamente oltre 600 000 morti.

La carneficina proseguì nei mesi successivi, quando gli Inglesi tentarono una controffensiva sul fiume Somme. Qui, in sei mesi, il numero dei morti arrivò a quasi un milione.

Il 21 marzo, in Trentino, dopo l’inutile quinta battaglia dell’Isonzo, gli Austriaci lanciarono la Strafexpedition (spedizione punitiva) contro l’Italia: sfondarono ad Asiago ma, contenuti in Valsugana e sul Pasubio, cedettero al contrattacco italiano (4-7 agosto) che portò alla conquista del Sabotino, del Podgora, di Oslavia, San Michele e Gorizia.

31 maggio-2 giugno, nella battaglia dello Jutland, al largo della costa danese, la flotta tedesca inflisse gravi perdite a quella inglese, ma il dominio dei mari restò all’Inghilterra.

Il 27 agosto, la Romania entrò in guerra al fianco dell’Intesa; lo stesso giorno l’Italia dichiarò guerra alla Germania.

Prima Guerra Mondiale: anno 1917

Il 6 aprile, gli Stati Uniti entrarono in guerra al fianco dell’Intesa.

Tra maggio-giugno, si svolse la decima battaglia dell’Isonzo: gli Italiani conquistarono l’Ortigara e l’altopiano di Bainsizza (Venezia Giulia). Si iniziarono a registrare casi di manifestazioni popolari contro la guerra ed episodi di ribellione fra le stesse truppe. Questo clima di stanchezza – espresso anche da papa Benedetto XV (1° agosto) – non si riscontrava solo in Italia.

Tra 24 ottobre-12 novembre, le truppe italiane esauste e disorientate furono travolte dalle truppe austriache e tedesche, che sfondarono le linee italiane a Caporetto mettendo in fuga 700 000 uomini. Essi marciarono a ritroso per oltre 150 chilometri, seguiti da un fiume di profughi che, di fronte all’avanzata nemica, abbandonavano tutto ciò che avevano. Gli alti ufficiali riuscirono a reagire solo dopo giorni, facendo attestare le truppe sulla linea del fiume Piave. Il generale Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz.

Prima Guerra Mondiale: anno 1918

La Russia, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, si ritirò dal conflitto stipulando con la Germania la Pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) con cui rinunciava a Polonia orientale, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia e Transcaucasia e riconosceva l’indipendenza dell’Ucraina.

Il 9 aprile, gli Anglo-Francesi respinsero un’offensiva tedesca volta alla conquista di Dunkerque e Calais;

Il 27 maggio, un’ulteriore offensiva portò i Tedeschi sulla Marna: gli Alleati contrattaccarono (18 agosto-26 settembre) fino a riottenere il controllo su tutta la Francia e il Belgio.

Intanto in Germania e in Austria si susseguivano episodi di rivolta nell’esercito e nella popolazione civile. Tumulti rivoluzionari scoppiarono a Monaco, a Vienna, a Praga, a Budapest, mettendo in gravi difficoltà gli Imperi tedesco e austriaco.

Il 29 ottobre, gli Italiani sfondarono le linee austriache a Vittorio Veneto e avanzarono in Cadore.

Il 2 novembre, gli Italiani entrarono a Trento e a Trieste.

Il 3 novembre, l’Austria firmò con l’Italia l’Armistizio di Villa Giusti.

Il 4 novembre, l’Armistizio di Villa Giusti entrò in vigore e cessarono le ostilità.

11 novembre:

  • fu firmato l’Armistizio di Compiègne: l’atto segnò la fine della Prima guerra mondiale;
  • l’imperatore Carlo I d’Austria abdicò: in Austria fu proclamata la Repubblica;
  • lo smembramento dell’Impero asburgico portò alla nascita della Polonia e della Cecoslovacchia.

I trattati di pace

Le diverse prospettive del dopoguerra

Quando si apre la conferenza di Parigi, le prospettive nella costruzione della pace appaiono particolarmente complesse, perché diversi sono gli obiettivi che i cosiddetti quattro grandi (Wilson per gli Stati Uniti, Clemenceau per la Francia, Lloyd-George per il Regno Unito, Orlando per l’Italia) si pongono per il dopoguerra.

Dal lato statunitense, l’ideologia wilsoniana è quella di costruire una “pace giusta” e un mondo post-bellico fondato sull’interdipendenza economica e sull’autodeterminazione dei popoli, ovvero sul riconoscimento dell’indipendenza delle nazionalità sottoposte agli imperi. Wilson chiede poi la fondazione di una società sovranazionale per garantire la pace. La posizione di Wilson è la più forte, perché gli Stati Uniti sono risultati decisivi per la vittoria della guerra. Tuttavia:

  • la Francia vuole imporre una pace punitiva alla Germania;
  • Francia e Regno Unito sono ostili ad applicare il principio di autodeterminazione al mondo delle colonie;
  • l’Italia vuole il riconoscimento delle promesse del Patto di Londra, anche su territori non abitati da popolazioni italiane.

Da questi punti di vista divergenti, e senza considerare le esigenze degli sconfitti, si costruirà una pace fondata su basi fragili.

La pace imposta alla Germania

La pace imposta alla Germania fu particolarmente dura: l’ex impero fu ritenuto il principale responsabile del conflitto mondiale. Alla Germania vennero imposte:

  • la perdita dell’Alsazia e della Lorena a favore della Francia;
  • la perdita del corridoio di Danzica a favore della Polonia;
  • la smilitarizzazione del confine del Reno;
  • la perdita dei territori conquistati alla Russia (come le repubbliche baltiche);
  • la riduzione dell’esercito a 100.000 uomini;
  • la perdita di tutte le colonie;
  • l’imposizione di riparazioni di guerra pari a 132 miliardi di marchi d’oro.

Lo smembramento dell’impero austro-ungarico

Dalla dissoluzione dell’impero austro-ungarico e dal ridimensionamento della Bulgaria derivarono:

  • la nascita dell’Austria e dell’Ungheria come Stati indipendenti;
  • la formazione della Cecoslovacchia;
  • la nascita della Jugoslavia;
  • l’ampliamento della Romania;
  • la ricostituzione della Polonia;
  • l’estensione dei confini italiani (Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia e Istria).

La fine dell’impero ottomano e il nodo mediorientale

I trattati di Sèvres portarono allo smembramento dell’impero ottomano, con la perdita di gran parte dei territori e l’occupazione degli stretti, la creazione di zone di influenza europee e la previsione di Stati curdo e armeno.

In Turchia si sviluppò una forte opposizione guidata da Mustafa Kemal, che portò alla nascita della Repubblica turca e alla sostituzione del trattato di Sèvres con quello di Losanna nel 1923.

Nel Medio Oriente i territori furono spartiti tra Francia e Regno Unito sotto forma di “mandati”, una forma di colonialismo mascherato che alimentò rivolte e un profondo sentimento anti-occidentale.

La Società delle Nazioni

La Società delle Nazioni, voluta da Wilson nel 1919, avrebbe dovuto garantire il nuovo ordine internazionale, ma nacque con gravi limiti: l’esclusione di Russia e Germania e la mancata adesione degli stessi Stati Uniti, che optarono per una politica di isolazionismo.

L’eredità della Grande Guerra

  • fine dell’eurocentrismo;
  • crollo dei grandi imperi e nascita di nuovi Stati spesso instabili e multietnici;
  • punizione della Germania, che favorirà instabilità politica e l’ascesa del nazismo;
  • malcontento in Italia e mito della “vittoria mutilata”;
  • nascita dei movimenti anticoloniali;
  • avvio della rivoluzione russa e nascita dell’URSS;
  • affermazione della società di massa e nascita dei regimi totalitari negli anni Venti e Trenta.

La Rivoluzione russa

La Rivoluzione Russa: contesto e crollo dello zarismo

Nel contesto delle turbolenze politiche e sociali scatenate dalla Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa si distinse come la più aggressiva, la più scioccante e anche la più inaspettata. L'anno del 1917 fu segnato da due rivoluzioni (una a febbraio e l'altra a ottobre), e portò al collasso definitivo della monarchia zarista e all'ascesa al potere dei bolscevichi. Da quel momento in poi, la Russia, il più arretrato tra i grandi paesi d’Europa, divenne il primo Stato socialista della storia, considerato dai suoi sostenitori come la patria dei lavoratori di tutto il mondo e dai suoi nemici come la prima espressione di società totalitaria. Dal momento della sua incoronazione nel 1896, l’ultimo Zar di Russia, Nicola II, impose uno dei più drammatici assolutismi europei. La guerra russo-giapponese per il controllo della Manciuria indebolì ulteriormente il regime. La sconfitta provocò conflitti interni culminati nella domenica di sangue del 1905, quando la polizia uccise centinaia di manifestanti. All’inizio del Novecento apparve evidente l’incapacità dell’autocrazia di rispondere alle richieste politiche e sociali. Il tentativo di introdurre un regime semi-rappresentativo tra il 1906 e il 1914 non bastò a risolvere le tensioni.

La Prima Guerra Mondiale e la rivoluzione di febbraio

Con l’ingresso nella Prima Guerra mondiale, l’Impero russo subì gravi sconfitte militari e un progressivo logoramento economico. Le condizioni di vita peggiorarono drasticamente: carestie, aumento dei prezzi e disorganizzazione produttiva colpirono sia il fronte sia le città. Nel 1917 la crisi economica e sociale portò a scioperi e manifestazioni di massa che dilagarono da Pietrogrado in tutto il Paese. Reparti militari ribelli si unirono agli operai e nacquero i soviet. Di fronte al crollo dell’autorità, Nicola II abdicò e si formò un governo provvisorio guidato da esponenti liberali della Duma, con l’obiettivo di continuare la guerra e riformare lo Stato secondo modelli occidentali.

Lenin, i soviet e la Rivoluzione d’Ottobre

Parallelamente al governo provvisorio, i soviet acquisirono un ruolo centrale nella vita politica del Paese, dando per la prima volta voce a operai, contadini e soldati in un contesto privo di tradizioni democratiche. In questo clima si affermarono menscevichi e bolscevichi. Lenin, rientrato dall’esilio nel 1917, propose nelle Tesi di Aprile l’uscita immediata dalla guerra, la redistribuzione delle terre e il trasferimento del potere ai soviet. Dopo il fallimento del governo Kerenskij e il tentato colpo di stato reazionario di Kornilov, i bolscevichi conquistarono la maggioranza nei soviet. Nell’ottobre 1917, guidati anche da Lev Trockij, organizzarono l’insurrezione che portò alla presa del Palazzo d’Inverno e al rovesciamento del governo provvisorio.

Il nuovo potere bolscevico, la guerra civile e la nascita dell’URSS

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, il nuovo governo bolscevico approvò i decreti sulla pace e sulla terra. Con il trattato di Brest-Litovsk del 1918 la Russia uscì dalla guerra a prezzo di gravi perdite territoriali. Il regime instaurò la dittatura del partito bolscevico, sospendendo le libertà democratiche e reprimendo gli oppositori attraverso la polizia politica (Ceka) e il terrore rosso. Seguirono anni di guerra civile contro le forze controrivoluzionarie dell’Armata Bianca, fino alla vittoria dell’Armata Rossa guidata da Trockij. Nel frattempo, Lenin promosse la nascita della Terza Internazionale per diffondere la rivoluzione nel mondo. Al termine di questo processo, sulle rovine dell’Impero zarista nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), che divenne il centro del movimento comunista internazionale.

Il primo dopoguerra e l’avvento del fascismo in Italia

La difficile eredità della guerra

All'indomani della prima guerra mondiale il Regno d'Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale difficile e precaria. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650 000 caduti e circa 1 500 000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell'Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.

Le tensioni internazionali e la "vittoria mutilata"

Il sorgere della Jugoslavia alle frontiere orientali pose una pesante e decisiva ipoteca sulle idee di irredentismo italiano, con l'acquisizione dei territori promessi e inclusi nel patto di Londra: gli altri Alleati si erano appoggiati ai quattordici punti del presidente statunitense Woodrow Wilson per assegnare allo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi stesso (in slavo SHS, Slovenaca, Hrvata i Srba, il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni a partire dal 1º dicembre) la Dalmazia, Fiume (che secondo il trattato del 1915 sarebbe dovuto restare all'Impero austro-ungarico o, in subordine, a un minuscolo Stato croato) e l'Istria orientale. La città - dal canto suo - aveva espresso fin dagli ultimi fuochi della guerra la volontà di essere riunita all'Italia, ponendo in tal modo il governo di Roma nell'imbarazzo di dover accettare i voti della cittadinanza fiumana e, contemporaneamente, entrare in urto con Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Regno di Jugoslavia. Infine, nonostante la fine delle ostilità con gli Imperi centrali, l'Italia restava coinvolta nella campagna di Albania, dai contorni incerti e dagli obiettivi ancora più incerti, mentre il Montenegro, Stato vincitore della guerra e col quale l'Italia per motivi dinastici e strategici intratteneva rapporti privilegiati, veniva annesso alla Jugoslavia con il consenso delle altre potenze alleate e ciò venne recepito come un'altra grave ferita alla politica adriatica italiana.

La crisi economica interna

Alla situazione politica internazionale difficile si aggiungeva una situazione economica interna drammatica: l'Italia dipendeva in buona parte dalle importazioni oltremare di grano e carbone e aveva contratto pesantissimi debiti con gli Stati Uniti. Le casse statali erano quasi vuote, con la lira che durante il conflitto, aveva perso buona parte del suo valore, con un costo della vita aumentato di almeno il 450%. Alla mancanza di materie seguiva anche la progressiva smobilitazione del Regio Esercito (dopo averne impiegato una significativa parte come manodopera per le immediate necessità del dopoguerra e nel primo raccolto del 1919) e la fine della produzione bellica, che implicava una riconversione delle fabbriche. La mancanza di un solido mercato interno e la crisi di quelli esteri impediva - tuttavia - che la produzione potesse trovare sfogo e, di conseguenza, numerose manifatture semplicemente chiusero.

Disoccupazione e conflitti sociali

In breve, inoltre, l'Italia si trovò ad affrontare il problema dell'assorbimento di centinaia di migliaia di disoccupati dell'industria di guerra e di milioni di soldati smobilitati. Le promesse a loro indirizzate durante la guerra (come l'espropriazione di terre ai latifondisti e la loro distribuzione in lotti ai reduci) non furono rispettate, provocando delusione e rabbia. L'attrito fra le masse di ex combattenti e quelle operaie si delineò immediatamente, con l'accusa nei confronti dei secondi di essersi "imboscati" e dei primi di essere stati "servi della guerra borghese". In un primo momento ciò provocò un'importante crescita di partiti e movimenti della sinistra, in particolar modo del Partito Socialista Italiano, la cui componente minoritaria rivoluzionaria era chiaramente galvanizzata dal successo della rivoluzione russa. La fine della guerra, delle restrizioni politiche e della censura permise di riprendere le attività propagandistiche e sindacali. A destra, invece, le formazioni interventiste e nazionaliste si scatenavano nella contestazione del governo e dei trattati di pace, mentre attorno ai circoli dannunziani emergeva il concetto della "vittoria mutilata", che sarebbe divenuto il simbolo della delusione dell'opinione pubblica italiana.

Il "Biennio Rosso"

Lo Stato si venne quindi a trovare sotto un triplice attacco: dall'estero, con l'evidente tentativo delle potenze alleate di ridimensionare la portata della vittoria e delle rivendicazioni italiane a vantaggio del Regno di Jugoslavia. Dalle formazioni socialiste e sindacali, che intrapresero una campagna para-rivoluzionaria, soprattutto attraverso una durissima campagna di scioperi. Dalle formazioni nazionaliste, la cui campagna denigratoria verso l'azione del governo sarebbe culminata nel settembre 1919 con l'Impresa di Fiume.

A risentire di questa instabilità fu principalmente l'ordine pubblico, con l'acuirsi del radicalismo e della violenza, l'urto fra le compagini socialiste e internazionaliste (compresse durante gli anni del conflitto e ora libere di agire nuovamente) e quelle nazionaliste e interventiste. Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, l'iniziativa politica rimase nelle mani dei movimenti sindacali rappresentati dalle leghe socialiste e popolari che lanciarono un'escalation di scioperi e occupazioni, storicamente nota come "Biennio rosso", culminata nell'estate del 1920 in un'occupazione generalizzata di terreni agricoli, opifici e installazioni industriali in quasi tutta l'Italia, con esperimenti di autogestione, autoproduzione e la creazione di consigli di fabbrica sul modello dei soviet.

La nascita del fascismo

Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti in vista dell'interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita a un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un gruppo di reduci e intellettuali interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari, si radunò in un locale di piazza San Sepolcro a Milano, dando vita ai Fasci di combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista.

Dagli strati sociali scontenti e soggetti alle suggestioni della propaganda nazionalista che, a seguito dei trattati di pace, si infiammò e alimentò il mito della vittoria mutilata, emersero organizzazioni di reduci e, in particolare, quelle che raccoglievano gli ex-arditi. Queste ultime, riconosciute subito dai comandi militari come fonte di turbolenza politica, furono sciolte e i membri congedati, restituendo alla vita civile decine di migliaia di ex soldati agguerriti e portatori di un'ideologia aggressiva, intollerante, violenta e gerarchizzante. Fra costoro, e fra gli altri congedati all'inquietudine generalizzato, si accompagnò un profondo risentimento causato dal non aver ottenuto un adeguato riconoscimento per i sacrifici, il coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati in anni di durissimi combattimenti al fronte e per le offese subite dai militanti socialisti, giunte fino alla bastonatura degli ufficiali in uniforme e all'insulto nei confronti dei decorati che ostentassero le medaglie. Come numerosi storici hanno riportato è principalmente dalla borghesia rurale, che il primitivo fascismo attinge i suoi militanti. Questo strato sociale – tendenzialmente costretto in Italia da un proletariato industriale e agricolo organizzato e rappresentato da partiti di massa (PSI e popolari) e sindacati e l'alta borghesia, protagonista ed egemone dell'Italia del periodo liberale –, con la guerra aveva acquisito un ruolo fondamentale, fornendo alle forze armate italiane il nerbo degli ufficiali di complemento.

In qualche misura, a fronte dunque delle altre classi sociali, già organizzate o rappresentate, la bassa borghesia nel dopoguerra si trovò priva di referenti e minacciata di essere riportata a un ruolo di secondo piano, minacciata com'era dal basso dalle agitazioni socialiste e, dall'alto, dal capitalismo che prometteva di assorbirne mercati e risorse. La notevole frustrazione per questa situazione fu terreno fertile per la fondazione il 23 marzo 1919 a Milano del primo fascio di combattimento, adottando simboli che sino ad allora avevano contraddistinto gli arditi, come le camicie nere e il teschio.

Le elezioni del 1919 e lo squadrismo

Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d'ogni arma fra i quali si ricorda personaggi come Arturo Toscanini, Filippo Marinetti e Pietro Nenni confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità e avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei fasci di combattimento le neonate squadre d'azione si scontrarono con i socialisti e condussero l'assalto all'Avanti! (un quotidiano politico socialista), devastandone la sede: l'insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia, sebbene con una consistenza assai scarsa.

Il 23 giugno 1919 si insediò il governo di Francesco Saverio Nitti, sostituendo il dimissionario Vittorio Emanuele Orlando, dopo le delusioni seguite ai trattati di pace. Le politiche intraprese da Nitti sollevarono un proteste fra militari, reduci congedati e nazionalisti.

Il 19 settembre, Gabriele D'Annunzio ruppe gli indugi e alla testa di reparti ammutinati del Regio Esercito marciò su Fiume dove, manu militari, instaurò un governo rivoluzionario con l'obiettivo di affermare l'unione all'Italia del comune carnero. Questa azione fu immediatamente esaltata dal movimento fascista, anche se Mussolini non offrì – né avrebbe potuto offrire – alcun reale appoggio alla causa dei legionari. Per il suo contributo politico e alla propaganda, già all'epoca il poeta D'Annunzio fu definito il vate del fascismo italiano.

Le elezioni politiche italiane del 1919 (per la prima volta secondo il sistema proporzionale) videro il trionfo dei due partiti di massa: il Partito Socialista Italiano che si affermò primo partito con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo che, alla sua prima prova elettorale ottenne il 20% dei voti e 100 seggi. L'esordiente movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.

In seguito alla durissima sconfitta elettorale, Mussolini meditò seriamente l'abbandono della politica, nonostante la sbandierata esistenza di 88 Fasci combattenti con 20.000 iscritti; cifra che alcuni storici ritengono viziata da eccessivo ottimismo. In ogni caso, i risultati elettorali non garantirono tuttavia al paese la stabilità necessaria e il PSI, che aveva il maggior peso, continuò a rifiutare alleanze con i partiti "borghesi"; in particolare le occupazioni di terreni agricoli convinsero molti latifondisti, principalmente in Emilia, nell'alta Toscana e nella bassa Lombardia, a svendere cascine e fattorie a ex-mezzadri, fattori o piccoli coltivatori diretti. Fu questa la nuova categoria di proprietari terrieri, ben più decisa a difendere i propri beni dalle occupazioni rispetto ai precedenti latifondisti, alla quale Mussolini si rivolse per dare consistenza al movimento fascista, sposandone appieno le necessità.

Mentre i socialisti erano dilaniati dalle diatribe interne e dalla concorrenza sindacale delle leghe bianche dei Popolari sturziani, schiere di appartenenti alla borghesia agraria, artigiana o del commercio, allarmati dalle occupazioni e dai disordini, confluirono nel movimento guidato da Mussolini. Nei mesi successivi si costituirono in Italia oltre 800 nuovi Fasci, con circa 250.000 iscritti, i quali diedero vita alle squadre d'azione, dette spregiativamente "squadracce" dagli avversari politici, che contrastarono le leghe rosse e bianche, durante gli scioperi o le azioni di occupazione, in un diffuso clima di violenza politica. La direzione velleitaria e confusa delle occupazioni, che aveva mostrato l'incapacità delle forze politiche radicali a sviluppare una reale e progressiva azione rivoluzionaria, fu immediatamente chiara a personalità politiche quali a Gramsci e a Giolitti, subentrato al secondo governo Nitti. Nel settembre 1920 Giolitti riuscì a spezzare il fronte occupazionista, attraverso la concessione di limitati progressi salariali, ottenendo il ritorno della legalità. Stabilita una temporanea pace sociale interna, affrontò la questione di Fiume, deciso a risolvere il problema internazionale della Reggenza del Carnaro. Dopo serrate trattative fra Italia, Jugoslavia e D'Annunzio, Giolitti diede il via all'azione militare, volta a sgomberare con la forza i legionari dal comune carnero, culminata con il Natale di sangue del 1920.

La componente militare largamente prevalente nelle squadre, conferì a queste una netta superiorità negli scontri coi socialisti, i popolari e i sindacati non fascisti, che sebbene notevolmente più numerosi subirono l'urto delle camicie nere. La sistematica campagna fascista di distruzione dei centri di aggregazione socialista, popolare e sindacale di intimidazione e aggressione dei loro militanti, assieme alla contemporanea politica sotterranea condotta da Mussolini nei confronti dei partiti moderati e della destra, portarono il socialismo a una crisi, mentre parallelamente cresceva la forza numerica e il morale dei Fasci di Combattimento. Nel 1921 il Partito Socialista Italiano si disgregò in due successive scissioni, dando vita al Partito Comunista d'Italia; il 7 novembre 1921 nasceva il Partito Nazionale Fascista (PNF), trasformando il movimento in partito, abbandonando parzialmente le posizioni del sindacalismo rivoluzionario, accettando alcuni compromessi legalitari e costituzionali con le forze moderate e distaccandosi dalla linea politica fondativa del movimento, sancita nel programma di San Sepolcro del 1919. In quel periodo il PNF giunse ad avere 300.000 iscritti (nel momento di massima espansione il PSI aveva superato i 200.000 iscritti).

Dal punto di vista organizzativo, al "gruppo di Milano" (nucleo originario del Fascismo) si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell'appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell'olio di ricino o addirittura commettendo omicidi che restavano a volte impuniti. In questo clima di violenze alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini.

La celebrità del partito crebbe ancora quando i sindacati non fascisti proclamarono per il 1º agosto 1922 uno sciopero generale, come reazione agli scontri avvenuti a Ravenna: i fascisti per ordine di Mussolini sostituirono gli scioperanti, nel tentativo di far fallire la protesta. Sempre nell'agosto del 1922 gli abitanti di Parma, con epicentro nel quartiere popolare di Oltretorrente, organizzati dagli Arditi del Popolo, comandati da Guido Picelli e Antonio Cieri riuscirono a resistere alle squadre fasciste guidate da Italo Balbo, futuro "trasvolatore atlantico"; fu l'ultima resistenza all'incalzare del fascismo.

La marcia su Roma e l'arrivo al potere

Dopo il congresso di Napoli in cui 40.000 camicie nere inneggiarono a marciare su Roma, Mussolini decise di agire: il momento pareva propizio e dunque un contingente di 50.000 squadristi venne radunato in Umbria e Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale. Era il 28 ottobre 1922. Mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare il colpo di mano fascista il re Vittorio Emanuele III non dichiarò lo stato di assedio e vietò al Regio Esercito di intervenire per contrastare il tentativo di colpo di Stato e disperdere gli insorti, per opportunità della Corona e strumentale calcolo politico, nonché per evitare un bagno di sangue che avrebbe potuto potenzialmente portare il paese in una guerra civile. Il re non avendo firmato il decreto di stato d'assedio, aprì la strada alle colonne fasciste verso la capitale dello Stato. Le camicie nere entrarono a Roma il 30 ottobre.

Lo stesso giorno, a compimento della marcia su Roma, il re mandò una missiva firmata a Benito Mussolini in cui lo convocava a Roma al fine di formare il nuovo governo dopo che il primo ministro Luigi Facta si dimise. Il capo del fascismo aveva lasciato Milano per Roma e si mise immediatamente all'opera. A soli 39 anni Mussolini diveniva presidente del consiglio, il più giovane nella storia del regno. Il nuovo governo comprendeva elementi dei partiti moderati di centro e di destra, militari e alcuni esponenti fascisti e liberali.

Fra le prime iniziative intraprese dal nuovo corso politico vi fu il tentativo di "normalizzazione" riguardante l'intenzio legali le squadre fasciste – che in molti casi continuavano a commettere violenze – , provvedimenti a favore dei mutilati e degli invalidi di guerra, drastiche riduzioni della spesa pubblica, la riforma della scuola (Riforma Gentile), la firma degli accordi di Washington sul disarmo navale, l'accettazione dello status quo col regno di Jugoslavia circa le frontiere orientali e la protezione della minoranza italiana in Dalmazia.

Il fascismo si trasforma in dittatura

Al movimento e al partito fascista è stata ricondotta la responsabilità diretta o indiretta della morte di molte persone e del danneggiamento di sedi di associazioni e movimenti di opposizione al regime: tali due fenomeni sono concentrati soprattutto nel periodo di instaurazione del regime fascista (1919-1924) e nel periodo bellico (1940-1945).

Nel primo semestre del 1921, le squadre d'azione fasciste assaltarono 17 tipografie, 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni e circoli socialisti, 100 circoli di cultura e 53 circoli operai. Le vittime degli scontri, nel solo 1921, sono stimate in circa 500 morti e migliaia di feriti.

A volte gli squadristi, che (almeno sino alla loro riorganizzazione nella forma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, creata nel 1923) erano sottoposti a uno scarso controllo da parte del Partito Nazionale Fascista, agirono di propria iniziativa nel compimento di tali azioni senza aver ricevuto ordini in materia dal PNF, che tuttavia avallava l'operato della sua base. Molti squadristi con la loro violenza sfogarono vecchie frustrazioni: la società italiana era stata sconvolta dalla prima guerra mondiale e viveva un periodo di grande violenza e di profondi tumulti e rivolgimenti sociali, dovuti principalmente all'insoddisfazione per la cosiddetta vittoria mutilata e alle precarie condizioni in cui si trovava a vivere il popolo, impoverito dagli sforzi patiti durante il conflitto.

Il Tribunale Speciale (operante sino al luglio del 1943 e dal gennaio 1944 al crollo della Repubblica Sociale Italiana), corte giudicante in materia di reati contro la sicurezza dello stato ma anche per reati comuni quali rapina e omicidio, emise 5.619 sentenze di condanna, delle quali 4 596 eseguite. Le sentenze di condanne a morte furono quarantadue, di cui trentuno eseguite; le sentenze di ergastolo furono 3.

L'omicidio Matteotti e la svolta dittatoriale

In vista delle elezioni politiche del 1924 Mussolini fece approvare la legge Acerbo, una nuova legge elettorale che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno un quarto dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi e la Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 60% dei voti. Come ha scritto lo storico e senatore comunista Francesco Renda, le elezioni del 1924 furono di fatto "la prima e ultima legittimazione costituzionale del fascismo".

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando apertamente i risultati delle elezioni e dichiarandone la loro illegittimità. Al mattino del 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito fuori dalla propria casa e fu successivamente ucciso da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini.

L'opposizione rispose a questo avvenimento con la secessione dell'Aventino, sebbene la posizione di Mussolini avesse tenuto fino al 16 agosto, quando il corpo decomposto di Matteotti fu ritrovato nei pressi di Roma. Uomini come Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando esercitarono allora pressioni sul re affinché Mussolini fosse destituito, Giovanni Amendola gli prospettò scenari inquietanti, ma Vittorio Emanuele III appellandosi allo Statuto Albertino replicò: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera» e quindi non intervenne.

Il punto di svolta si è riconducibile tradizionalmente alla notte di San Silvestro del 1924: ciò che accadde esattamente non sarà forse mai accertato; si sostiene ricorrentemente che una quarantina di consoli della Milizia, guidati da Enzo Emilio Galbiati, ingiunsero a Mussolini di instaurare la dittatura minacciando di rovesciarlo in caso contrario.

Con il discorso del 3 gennaio 1925, alla Camera, Mussolini si assunse ogni responsabilità a proposito dei recenti accadimenti:

«Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.»

Questo discorso prelude all'avvento della dittatura. Il 26 gennaio, nel suo primo e unico intervento da deputato, Gramsci denuncia il carattere di regime piccolo-borghese del fascismo, alleato e sponsorizzato dai grandi proprietari terrieri e industriali e ironizza pesantemente sull'ex alleato di partito, rievocando il suo passato socialista.

Gli Stati Uniti dal dopoguerra alla crisi del ‘29

Il boom degli anni '20 e le contraddizioni dell'economia USA

Dopo la Grande Guerra gli Stati Uniti d'America conobbero un periodo di prosperità e progresso socioeconomico trainato soprattutto dal settore automobilistico, che a sua volta fece da volano alla crescita trascinando con sé altri settori come l'industria metallurgica, l'industria della gomma, il settore petrolifero, quello dei trasporti e quello edile. Dal 1922 al 1929 l'indice azionario da 63,0 aveva assunto il valore di 381,17. Durante questo periodo la bolla azionaria di Wall Street raggiunse il suo massimo.

Sembrava quindi essersi innescato un circolo virtuoso: l'alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo favoriva quindi gli investimenti, che permettevano a loro volta di aumentare la produttività. Tuttavia agli investimenti e al continuo aumento della produttività, non corrispose una proporzionata crescita del potere d'acquisto. Nei primi anni dopo il primo conflitto mondiale, lo sviluppo era stato infatti sostenuto dai risparmi accumulati negli anni della guerra e dai bassi tassi d'interesse.

Una seconda contraddizione interna all'economia statunitense era rappresentata dal sistema finanziario. Non furono infatti posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa valori, dovute alla volontà da parte degli acquirenti di detenere titoli, non tanto per ottenere dividendi e dunque profitti, quanto solo per aumentare il proprio capitale. In sostanza dunque si comperava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità dei titoli; all'aumento di domanda dei titoli si accompagnò direttamente quella delle quotazioni.

A tutto questo va aggiunta la responsabilità dei rappresentanti delle holding che detenevano portafogli di azioni e obbligazioni (le quali avevano interesse che i costi lievitassero) che, per spingere i risparmiatori all'acquisto di titoli, rilasciavano dichiarazioni e previsioni troppo ottimistiche. Il valore delle azioni industriali però corrispondeva sempre meno a un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni, tanto che, dopo essere cresciuto molto per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, questo scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il noto crollo della borsa.

La crisi negli USA

Il 24 ottobre 1929 (poi chiamato il giovedì nero) il mercato aveva subito un primo duro collasso. Periodi di vendita e di grossi volumi di trading erano mescolati con brevi periodi di prezzi in crescita e recupero. L'economista e autore Jude Wanniski correlò in seguito queste oscillazioni con la prospettiva del passaggio della legge di Smoot-Hawley che imponeva una maggiorazione sulle tariffe imposte sui beni importati, che era dibattuta in quel periodo nel Congresso degli Stati Uniti.

Ma fu il cosiddetto Martedì nero (detto anche "Big Crash") il giorno del crollo della borsa valori, avvenuto il 29 ottobre 1929 a New York, presso lo Stock Exchange, sede del mercato finanziario più importante per volume degli Stati Uniti. Il prezzo delle azioni di numerose imprese di grandi dimensioni, come la General Electric, precipitò. Quel giorno più di sedici milioni di azioni vennero negoziate e il valore delle stesse calò di altri dieci miliardi di dollari. Ciò ebbe un riflesso immediato sulle altre borse degli Stati Uniti, da Chicago a San Francisco.

La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni venti, oltre ad avervi investito i propri risparmi, aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole. La loro uscita dal mercato indeboliva proprio le industrie produttrici di beni di consumo durevole (come quelle automobilistiche). Queste industrie cessarono di commissionare materiali, semilavorati e componenti a quelle operanti nei settori dell'indotto, le quali dovettero ridurre il personale e i salari, provocando una contrazione a valanga anche nei settori dei beni di consumo primario (come quello agricolo).

La situazione era poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Infatti, nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori, i quali si precipitarono nelle banche per ritirare il proprio denaro: ciò diede origine ad una crisi di liquidità di ampie dimensioni e l'insolvenza di molte banche, che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito. Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi e i licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono a una elevata diminuzione della domanda di lavoro, bloccando quasi completamente l'economia americana.

Una volta innescata la crisi, a causa dell'aumento della disoccupazione e del parallelo calo dei consumi, questa assunse i connotati di una crisi di sovrapproduzione, cioè eccesso di offerta rispetto alla domanda con conseguente calo della produzione che scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.

Dopo il crollo, il Dow Jones Industrial Average (DJIA) recuperò all'inizio del 1930, per poi calare nuovamente, raggiungendo un minimo di mercato nel 1932. Il Dow Jones non tornò ai livelli precedenti al 1929 prima della fine del 1954.

La crisi nel resto del mondo

La grande crisi si propagò rapidamente fuori dagli USA, inizialmente verso tutti quei paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all'aiuto economico degli americani dopo la prima guerra mondiale, ovvero Regno Unito, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia.

In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da diminuzione dei prezzi, crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati (12 milioni negli USA, 6 milioni in Germania, 3 milioni in Gran Bretagna), il tutto aggravato anche dall'introduzione di misure protezionistiche come freno al libero scambio nel sistema economico globale. Va notato che la crisi non colpì l'economia dell'URSS, la quale in quegli anni aveva inaugurato il suo primo piano quinquennale con l'obiettivo di creare una base industriale moderna. Restarono inoltre immuni dalla crisi anche il Giappone - che affrontò la crisi (inclusa la guerra) con misure inflazionistiche - e i Paesi scandinavi che, in quanto esportatori di particolari materie prime, non risentirono della riduzione della domanda dei loro prodotti. Anche la Cina fu colpita dalla grande depressione, che portò ad una fortissima contrazione del commercio internazionale.

Nel 1931 la Gran Bretagna abbandonò il gold standard, imitata subito dai paesi scandinavi. Nel 1934 sterlina e dollaro vennero fortemente svalutati.

La crisi in Germania ebbe gravi effetti. Non fu possibile approvare un budget per il 1931 e il cancelliere iniziò a governare per decreto. Nel maggio 1931 fallì la banca Austrian Credit-Anstalt (Creditanstalt), mentre nel luglio 1931 fallì la seconda banca tedesca, Danat, a causa del legame con l'azienda tessile Nordwolle, che fallì nel giugno 1931. La Danat venne fusa per ordine governativo alla prima banca. Gli stipendi calarono in media del 40% e la disoccupazione aumentò del 30%. Il CEO di Danat, Jacob Goldschmidt, era ebreo e venne preso di mira dalla propaganda nazista.

Conseguenze economiche

La seguente tabella riporta gli indici della produzione industriale negli anni immediatamente seguenti la crisi del 1929, ponendo come riferimento a 100 il valore nel 1929.

Stato 1929 1930 1931 1932 1933 1934 1935
Stati Uniti100836955636970
Regno Unito10094868995105125
Francia1009985748379
Germania1008672596892223
Austria1009178666875
Italia1009384778385
Svezia100102978993111
Cecoslovacchia1009164606770
Ungheria10087828899107
Romania10010582101126
Bulgaria10010410710398103
U.R.S.S.100183

Analisi delle cause

L'economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell'economia americana responsabili dell'inizio della crisi:

  • cattiva distribuzione del reddito;
  • cattiva struttura o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;
  • cattiva struttura del sistema bancario;
  • eccesso di prestiti a carattere speculativo (ricorso al margin);
  • errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale, considerato un fattore penalizzante per l'economia).

Cause pregresse

Sul fronte internazionale una prima causa di fragilità del sistema economico internazionale è insita nell'eredità dei debiti di guerra. Alla fine del conflitto Regno Unito, Francia e Italia si erano ritrovate debitrici con gli USA per somme ingenti che costringevano tutte e tre a una politica di esportazioni molto aggressiva per procurarsi la valuta necessaria a pagare i debiti. Si era quindi fatta strada l'idea di adottare lo stesso espediente dell'indomani della guerra franco-prussiana, quando le riparazioni di guerra imposte alla Francia avevano permesso non solo di coprire il costo della guerra ma anche di consentire la ripresa economica, e perciò fu deciso di addebitare i costi bellici alla Germania.

L'industria tedesca, pur avendo un grande potenziale, era uscita dalla guerra stremata. Da allora gli stessi paesi vincitori, soprattutto gli Stati Uniti, si erano resi conto della necessità di sostenere l'economia tedesca con ingenti finanziamenti. Questi finanziamenti avevano creato un curioso triangolo, in cui la Germania usava gran parte di queste risorse per pagare i debiti a Gran Bretagna e Francia e queste a loro volta usavano i capitali per pagare i propri debiti. Dunque questo sistema sarebbe sopravvissuto fin quando gli USA fossero stati in grado di esportare capitali in Germania.

Un secondo elemento di fragilità del sistema economico internazionale era costituito dall'assenza di un Paese guida credibile con la volontà e un'influenza tale da correggere eventuali crisi economiche globali. Dopo la Grande guerra il primato sarebbe dovuto passare in mano agli USA, i quali, pur avendo un apparato industriale di gran lunga superiore a quello degli altri paesi, tuttavia non si impadronirono dello status internazionale che gli sarebbe spettato a causa di una politica isolazionista. Lo status di Paese guida rimase quindi in mano al Regno Unito. L'assenza di un'appropriata guida economico-finanziaria si rifletteva in modo drammatico sul sistema internazionale: nella conferenza di Genova del 1922 venne definito un sistema misto, noto come gold exchange standard, che da una parte garantiva respiro all'economia del Regno Unito, dall'altro affidava alla sua finanza un ruolo di regolatore dell'economia internazionale che non era in grado di assumere.

Il sistema economico globale

Tuttavia la causa principale che portò il crollo finanziario a diventare una depressione economica di enormi dimensioni, ovvero quasi globale, fu la chiusura delle economie nazionali e coloniali tramite misure protezionistiche con forte freno al libero commercio. Così come nella Grande depressione del 1873-1895 furono infatti i dazi doganali a deprimere l'economia: alcuni stati producevano beni in surplus che però altri stati non acquistavano poiché venivano resi troppo costosi dai dazi all'importazione imposti per favorire i produttori interni. Di conseguenza, quando in un paese produttore un dato bene raggiungeva livelli di saturazione, il prezzo scendeva tanto che non era più conveniente produrre quel bene, a meno di trovare nuovi mercati che potessero assorbire parte delle merci. In definitiva, in assenza di nuovi mercati, la produzione si fermò, pur mantenendo un potenziale valore.

Ad esempio nella crisi degli anni 1873-1895 il grano era il bene ideale: negli Stati Uniti vi era una sovrapproduzione di grano dovuta all'ampiezza degli spazi coltivati estensivamente e alla bassa densità di popolazione. I progressi tecnologici consentivano di trasportare il grano su distanze sempre più ampie, cosicché gli USA iniziarono a esportare grano in Europa, che lo acquistava a prezzo più basso rispetto a quello locale. Questo danneggiava i proprietari terrieri europei, i quali imposero ai governi i dazi per bloccare le importazioni dall'America.

Quella che fu la soluzione alla crisi del 1873-1895 portò a quella del 1929, e questo perché a un certo punto anche i mercati coloniali arrivarono al punto di saturazione e l'isolamento dei sistemi commerciali, imposto dai dazi, rese impossibile la diversificazione delle produzioni. Quindi a causa di questo blocco del commercio si ritornò alla situazione del 1873-1895 nella quale le industrie non trovavano sbocchi commerciali per le proprie merci o i prezzi erano tanto bassi da dover abbandonare la produzione e al contempo i prezzi delle merci da comprare diventavano troppo alti. Con il crescere delle tensioni economiche i dazi doganali furono l'arma con cui fu combattuta una guerra commerciale tra nazioni, guerra che da commerciale era divenuta militare negli anni 1914-1918 e il cui risultato aveva ridato "ossigeno" all'economia globale per qualche anno in più, fino al 1929. Senza la prima guerra mondiale la crisi del 1929 sarebbe arrivata molto prima. Se qualche anno prima lo scoppio delle ostilità (che rappresentò un grosso stimolo all'economia per la massiccia mobilitazione di risorse da parte dei governi) aveva scongiurato l'imminente crisi, nel 1929 le condizioni internazionali non erano tali da scatenare una guerra. Ma una volta iniziata la Grande depressione, la soluzione venne spasmodicamente ricercata, fino a raggiungerla, nella seconda guerra mondiale, che aprì i mercati coloniali a tutte le nazioni in vista della futura e auspicata indipendenza delle colonie.

La tesi "austriaca"

La Scuola austriaca ha elaborato una teoria in merito alle cause della Grande depressione che si discosta nettamente dalla visione comune, almeno per ciò che concorre alla crisi iniziale interna statunitense. L'economista appartenente a tale scuola che più di tutti ha trattato questo argomento è stato lo statunitense Murray Rothbard, che, nella pubblicazione La Grande depressione datata 1963, ha esposto la sua teoria per cui la crisi del 1929 sarebbe stata causata non dall'eccessivo libero mercato, come sostenuto da molti, bensì al contrario dall'eccessivo interventismo statale nell'economia americana a partire dagli anni dieci con il presidente Thomas Woodrow Wilson.

La causa principale secondo Rothbard sarebbe stata la politica monetaria tenuta dalla Federal Reserve a partire dalla sua creazione, avvenuta nel 1913 (sebbene la Federal Reserve sia, come molte altre banche centrali, un organismo indipendente dal governo). La continua espansione del credito ottenuta attraverso tassi tenuti artificialmente bassi e il successivo inevitabile rialzo dei tassi avrebbe causato una reazione a catena che avrebbe poi portato al famoso giovedì nero. In sintesi, secondo la Scuola austriaca, le cause della crisi del 1929 furono la politica inflazionistica (permessa anche dall'abbandono del sistema aureo classico) della Federal Reserve iniziata negli anni dieci combinata con un eccessivo peso dello Stato culminato poi nel New Deal roosveltiano, che secondo gli austriaci non fu altro che la continuazione dell'interventismo del suo predecessore, Herbert Hoover.

Il protezionismo e la Grande depressione

Gli anni 1920-1929 sono generalmente descritti, erroneamente, come anni in cui il protezionismo ha guadagnato terreno in Europa. In effetti, da un punto di vista generale, secondo Paul Bairoch, il periodo pre-crisi in Europa può essere considerato preceduto dalla liberalizzazione del commercio. Inoltre, la Smoot-Hawley Tariff Act fu firmata da Hoover il 17 giugno 1930, mentre il crollo di Wall Street avvenne nell'autunno del 1929.

Paul Krugman scrive che il protezionismo non porta a recessioni. Secondo lui, la diminuzione delle importazioni (che può essere ottenuta con l'introduzione di tariffe) ha un effetto espansivo, cioè favorevole alla crescita. Inoltre, egli osserva che la tariffa Smoot-Hawley non ha causato la Grande depressione. Il declino del commercio tra il 1929 e il 1933 "è stato quasi interamente una conseguenza della Depressione, non una causa. Le barriere commerciali sono state una risposta alla depressione, in parte una conseguenza della deflazione."

Jacques Sapir spiega che la crisi internazionale ha altre cause oltre al protezionismo. Egli sottolinea che "la produzione nazionale nei principali paesi industrializzati sta diminuendo [...] più velocemente di quanto si stia contraendo il commercio internazionale". "In realtà, è la liquidità internazionale la causa della contrazione del commercio. Questa liquidità è crollata nel 1930 (-35,7%) e nel 1931 (-26,7%)". Uno studio del National Bureau of Economic Research sottolinea l'influenza predominante dell'instabilità monetaria (che ha portato alla crisi internazionale di liquidità) e l'improvviso aumento dei costi di trasporto nel declino del commercio durante gli anni '30.

Milton Friedman riteneva inoltre che la tariffa Smoot-Hawley del 1930 non avesse causato la Grande depressione. Douglas A. Irwin scrive: "la maggior parte degli economisti, sia liberali che conservatori, dubita che Smoot Hawley abbia avuto un ruolo importante nella successiva contrazione".

Conseguenze sociali e politiche

La Grande depressione fu un periodo caratterizzato dall'aumento della criminalità, sia organizzata che non. Dopo il proibizionismo gli Stati Uniti affrontarono una nuova ondata di criminali, a seguito dei cambiamenti di Cosa nostra statunitense (su tutti l'arresto di Al Capone nel 1930) e della creazione di bande criminali come la banda Karpis-Barker (guidata da Alvin Karpis e Arthur "Doc" Barker), oltre che dell'affermazione di vari gangster. Tra i gangster che si affermarono, oltre ai già citati Karpis e Barker, spiccarono in particolare John Dillinger, Fred Goetz, John Hamilton, "Machine Gun" Kelly, "Pretty Boy" Floyd, "Baby Face" Nelson, Bonnie Parker e Clyde Barrow.

Principalmente questi criminali rapinavano banche, ma vi furono anche dei sequestri di banchieri e di milionari. John Dillinger fu il criminale che si distinse più di tutti. Per tutti era il gangster vestito sempre elegantemente e che impugnava un mitra Thompson, ed era un eroe per il popolo perché, oltre a rapinare le banche con metodi rigorosi, bruciava i registri contabili, in cui figuravano i nomi delle persone in difficoltà economiche e con debiti o ipoteche a loro carico.

Contromisure

Il fallimento dei tentativi iniziali di trovare soluzioni comuni alla crisi sul piano internazionale spinse da una parte tutti i paesi a introdurre misure protezionistiche e a creare "aree economiche chiuse" (maggiore esempio fu il sistema di "tariffe preferenziali" fra gli Stati del Commonwealth britannico deciso nel 1931), mentre dall'altra i governi furono indotti a sperimentare su vastissima scala forme di partecipazione diretta dello Stato alla vita economica nazionale.

Effetti della Grande depressione negli Usa e nel Mondo:

  • fame diffusa, povertà e disoccupazione;
  • crisi economica a livello mondiale;
  • sfiducia nel sistema capitalistico.

Gli stati svolsero così funzioni imprenditoriali (ricorrendo alla spesa pubblica come elemento strutturale e centrale della dinamica economica nazionale) e previdenziali (con l'attivazione di misure legislative di sicurezza sociale). Questo tipo di interventi, chiamato New Deal in USA, furono sistemizzati e teorizzati successivamente da John Maynard Keynes, da cui la definizione politiche keynesiane, in forte opposizione ai principi della teoria classica liberista.

In Italia il regime fascista decise l'intervento pubblico che in primis riguardò la Banca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi finanziaria del 1929, aveva aumentato in modo preoccupante la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l'intervento statale: le partecipazioni azionarie della Comit nelle industrie furono trasferite alla Società Finanziaria Industriale Italiana (Sofindit), e soprattutto con la fondazione dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), al quale le grandi banche cedettero le proprie partecipazioni industriali e i crediti verso le imprese, in cambio di liquidità, necessaria a proseguire l'attività bancaria. Per ottenere liquidità furono nel contempo create obbligazioni garantite dallo Stato, che alla fine divenne proprietario di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale.

Fuori dagli USA, fu la Germania a subire il contraccolpo più violento per via della grave crisi economica in cui già versava la Repubblica di Weimar, anche per effetto dei debiti di guerra della prima guerra mondiale, con la grande depressione che provocò una fortissima inflazione della moneta e milioni di disoccupati, che andarono poi a formare la base di consenso che portò all'ascesa e al potere il Partito nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler. Questi intervenne con una forte politica di investimenti pubblici negli armamenti e nel sistema siderurgico.

Nel complesso, nonostante un accenno di ripresa a partire dal 1933, la crisi non fu mai completamente superata fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Il Giappone, diversamente, si riprese continuando la sua politica di espansione imperialista, occupando la Manciuria e instaurando lo stato fantoccio del Manciukuò nel 1931, per poi riprendere l'espansione in Cina, dove occupò la città di Shanghai e altre province; iniziò così la guerra sino-giapponese, che sarà uno dei fronti della seconda guerra mondiale. Gli USA, grazie al New Deal, si ripresero molto velocemente ed incominciò un boom economico che si interromperà soltanto alla metà degli anni '70. I risultati del New Deal furono incredibili: nel 1935 il numero di disoccupati tornò ai livelli pre-crisi e alla fine del 1933 la produzione industriale tornò ai livelli del decennio precedente fino alla seconda guerra mondiale, quando la produzione quadruplicò. Inoltre, tra il 1934 e il 1935, gli Stati Uniti diedero molti aiuti all'Europa, che invece non si era ancora ripresa del tutto.

Avvento del nazismo

Le origini: dal Partito Tedesco dei Lavoratori alla guida del NSDAP

L'ascesa al potere di Adolf Hitler iniziò ufficialmente nel settembre del 1919, quando il futuro dittatore tedesco si iscrisse al Partito Tedesco dei Lavoratori. In poco tempo, Hitler raggiunse una posizione di rilievo all'interno del partito, diventandone uno dei più acclamati oratori.

Nel 1920, dopo che Hitler ne assunse la direzione, il Partito Tedesco dei Lavoratori cambiò il suo nome in Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (in tedesco: Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei). L'aggiunta dell'aggettivo "nazionalsocialista", il quale era già correntemente utilizzato in Germania e Austria a partire dal 1890, doveva far si che nella neonata forza politica si potessero identificare anche le classi proletarie di sinistra, facendo comunque mantenere al partito il suo ideale incentrato sul patriottismo ed esorando quest'ultimo dall'assumere una precisa politica sull'argomento. Difatti, nonostante il partito nazista sia, fin dall'origine, nato come una forza politica di destra, tra i suoi ideali spiccavano inizialmente alcune politiche anticapitaliste e antiborghesi. Tuttavia, negli anni successivi alla presa di potere all'interno del partito, Hitler scacciò ogni membro del neonato movimento politico, epurando il Partito nazista da ogni ideologia affine agli ambienti politici di sinistra.

Il fallito Putsch di Monaco e la prigionia

Nel 1923, ispirato da quanto aveva fatto Mussolini in Italia e avendo ormai un potere incontrastato all'interno del suo partito, Hitler tentò un colpo di Stato in Baviera, passato alla storia con il nome di Putsch di Monaco. Dopo il fallimento di tale golpe, Hitler fu arrestato e processato. Il procedimento giudiziario, che condannò il futuro dittatore tedesco a cinque anni di prigione, accrebbe ulteriormente la popolarità di Hitler, il quale in carcere, insieme a uno dei suoi primi collaboratori, Rudolf Hess, scrisse il Mein Kampf, testo che diventerà il vademecum dell'ideologia nazista. Dopo aver scontato nove mesi per buona condotta, Hitler uscì dal carcere e decise, dato l'esito fallimentare del colpo di Stato, di prendere il potere attraverso metodi legali e democratici.

La crisi economica e la crescita del consenso

Hitler, che il popolo tedesco già conosceva a causa del fallito Putsch di Monaco, diede inizio a una campagna elettorale furiosa portata avanti con veemenza e i cui punti principali toccavano l'anticomunismo, l'antisemitismo e l'ultranazionalismo. Hitler fece inoltre diversi discorsi nei quali aspramente criticava il governo democratico della Repubblica di Weimar e il Trattato di Versailles, promettendo di trasformare la Germania in una potenza mondiale. Tuttavia, durante la maggior parte degli anni '20, i discorsi del futuro Führer e le ideologie naziste non ebbero presa sui cittadini tedeschi, in quanto l'economia del paese, principalmente grazie ai prestiti effettuati dagli Stati Uniti nel contesto del piano Dawes, si stava riprendendo dagli effetti disastrosi che aveva provocato la fine del primo conflitto mondiale.

Dopo il crollo di Wall Street nel 1929, il panorama politico tedesco mutò drasticamente. A causa di un'enorme perdita all'interno sistema economico statunitense, la Grande Depressione arrestò anche l'economia tedesca, contribuendo a polarizzare ulteriormente la politica della Germania. I nazisti iniziarono dunque a sfruttare l'aspra crisi, criticando con toni ancora più rabbiosi il governo democratico-liberale tedesco. In questo incerto panorama politico-economico, si inserì inoltre anche il Partito comunista, il quale diede inizio a una forte campagna elettorale, che spesso invocava la necessità di attuare rivoluzione. A causa di questa intensa propaganda politica comunista, molti imprenditori tedeschi incominciarono gradualmente a sostenere il partito nazista.

La via democratica al potere

Grazie a tale sostegno politico, Adolf Hitler si candidò alle elezioni presidenziali del 1932 e, nonostante sia stato dal presidente in carica Paul von Hindenburg, i dati ricavati dalle votazioni in entrambi i turni mostrarono un fronte appoggio nei confronti del partito nazista. Alle elezioni parlamentari tenute nel luglio dello stesso anno, il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori divenne ottenne più seggi di qualunque altra forza forza politica nel Reichstag, nonostante non avesse raggiunto la maggioranza assoluta. Secondo la costituzione tedesca, il leader del partito che detiene il maggior numero di seggi all'interno deve essere nominato cancelliere dal presidente. Tuttavia, il presidente Paul von Hindenburg era titubante nell'affidare a Hitler tale posizione. Tuttavia, dopo diverse trattative tenute nascoste al grande pubblico tra alcuni industriali, l'ex cancelliere Franz von Papen e Hitler stesso, l'anziano presidente tedesco nominò quest'ultimo formalmente il 30 gennaio 1933 cancelliere della Germania.

La costruzione della dittatura: l'incendio del Reichstag e la legge dei pieni poteri

Nonostante Hitler avesse finalmente ottenuto la carica politica più prestigiosa nel suo paese, la trasformazione della Germania in un totalitarismo avvenne attraverso alcuni eventi e leggi successivi alla sua elezione. Il 27 febbraio di quell'anno, infatti, il Reichstag fu colpito da un violento incendio. Hitler accusò i comunisti di aver provocato l'attentato al parlamento tedesco e convinse l'ancora presidente von Hindenburg a emanare il decreto dell'incendio del Reichstag, tramite il quale il neocancelliere limitò drasticamente le libertà e i diritti di tutti i cittadini del suo paese, servendosi inoltre della legge per eliminare i suoi oppositori politici. Successivamente, il 27 marzo, Adolf Hitler propose al parlamento di emanare la legge dei pieni poteri. Tramite tale decreto, che fu approvato da 228 deputati del Reichstag, Hitler dichiarò lo stato d'emergenza e conferì alla figura del cancelliere, rivestita da lui stesso, il potere di far rispettare le leggi senza che dovesse avvenire alcuna votazione da parte del parlamento. Con queste due leggi, quella di Hitler si era, di fatto, tramutata in una dittatura totalitaria. Il Partito Socialdemocratico di Germania e quello comunista furono messi fuori legge e Hitler ordinò, al fine di internare i suoi oppositori politici, la costruzione del campo di concentramento di Dachau, il primo campo di concentramento nazista. Dopo la morte del presidente Hindenburg, avvenuta il 2 agosto del 1934, Adolf Hitler assunse pieni poteri, assumendo il titolo di Führer.

L'entrata in politica e il Putsch di Monaco

Adolf Hitler entrò nel Partito Tedesco dei Lavoratori nel 1919, poco dopo la fine della prima guerra mondiale. Immediatamente, il futuro dittatore fece assumere al partito un assetto violento, dotandolo inoltre di una forza paramilitare detta Sturmabteilung (nota anche con l'acronimo SA). Dopo che il partito divenne noto alle grandi masse, Hitler decise di tentare un colpo di Stato in Baviera, in quanto essa, in prevalenza cattolica, veniva spesso vista come la regione più politicamente instabile della Germania. Nel 1923, partendo da una birreria situata a Monaco, Hitler effettuò un golpe, il quale tuttavia fallì e lo costrinse a nove mesi di prigione. Durante questo periodo, insieme al suo compagno e sostenitore Rudolf Hess, scrisse il Mein Kampf, opuscolo nel quale sostenne che l'etica giudaico-cristiana aveva indebolito la Germania, la quale per riprendersi aveva bisogno di un uomo forte.

Dalla prima guerra mondiale all'iscrizione nel Partito Tedesco dei Lavoratori

Nel 1914, dopo aver ottenuto il permesso tramite un regio decreto del re Ludovico III di Baviera, in quanto formalmente egli non era ancora un cittadino tedesco, il venticinquenne Adolf Hitler, all'epoca aspirante artista di origine austriaca, si arruolò volontario in un reggimento bavarese dell'esercito imperiale tedesco, combattendo sul fronte occidentale. Hitler apprese della fine del conflitto e della resa della Germania all'interno dell'ospedale Pasewalk, nel quale era ricoverato a causa di una ferita agli occhi provatagli durante una battaglia. Dopo esse stato dimesso dalla struttura ospedaliera il 19 novembre, tre giorni dopo, Hitler tornò a Monaco di Baviera, che, non appena terminò il conflitto, divenne teatro di una violenta sollevazione socialista. Nella città bavarese, fu posto al comando della 7a compagnia del 2° reggimento di fanteria, con l'ordine di sopprimere il tumulto.

Durante tale periodo, Hitler assistette ai violenti scontri che avvenivano in città e che portarono all'omicidio di diverse figure politiche dell'epoca, come il socialista Kurt Eisner, il quale venne assassinato il 21 febbraio 1919 da Anton Graf von Arco auf Valley, un nazionalista tedesco che in seguito si iscriverà al partito nazista. A causa di questi disordini politici, Berlino inviò in Baviera l'esercito, ponendo Hitler, il 3 aprile 1919, come capo di un battaglione militare; tuttavia, il futuro dittatore impose alle sue unità di prendere una posizione neutrale, senza schierarsi con l'esercito regolare né con i socialisti.

In quel periodo, infatti, l'alto comando militare tedesco emanò un decreto tramite il quale si stabiliva che la priorità principale dell'esercito fosse quello, insieme al corpo di polizia, di sorvegliare sulla popolazione e di mantenere l'ordine, evitando l'accadere di nuove rivoluzioni. Nel giugno di quell'anno, Karl Mayr, capo del dipartimento di intelligence a Monaco di Baviera, dato il suo forte anticomunismo, reclutò Hitler per essere un agente sotto copertura, con il compito di infiltrarsi all'interno dei comizi politici dei partiti per comprenderne il possibile carattere rivoluzionario e sovversivo.

Nel mese successivo, Mayr ordinò a Hitler di infiltrarsi all'interno del Partito Tedesco dei lavoratori (in tedesco: Deutsche Arbeiterpartei - DAP), per studiarne le idee e capire se fossero un pericolo per la sicurezza pubblica della Germania. Il DAP era stato fondato da due politici minori, Anton Drexler e Karl Harrer, il 5 gennaio 1919 nel ristorante Fuerstenfelder Hof a Monaco di Baviera. Mentre esaminava le attività e le ideologie del Partito Tedesco dei lavoratori, Adolf Hitler rimase estremamente impressionato e ben presto coinvolto dalle idee antisemite, nazionaliste, anticapitaliste e antimarxiste proprie del presidente di partito Anton Drexler.

Ascesa all'interno del partito

All'inizio del 1920, il Partito Tedesco dei Lavoratori contava 101 membri. Notando che il DAP continuava a rimanere un piccolo partito e riconoscendo le capacità oratorie e propagandistiche di Hitler, Anton Drexler decise di nominare proprio quest'ultimo organizzatore della propaganda per il movimento politico. In poco più di un mese, Hitler, grazie alle sue doti in tali ambiti, riuscì ad organizzare il più grande raduno che il partito avesse mai fatto. Tale comizio, che coinvolse ben 2.000 persone e si tenne il 24 febbraio 1920 in un'antica birreria a Monaco chiamata Hofbräuhaus, fu la prima grande adunanza della carriera politica di Adolf Hitler. Difatti, durante tale incontro, il futuro dittatore tedesco annunciò il nuovo programma, articolato in 25 punti, del partito e il cambiamento del nome di quest'ultimo da Partito Tedesco dei Lavoratori a Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (in tedesco: Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei - NSDAP). Inoltre, sempre durante tale conferenza, Hitler presentò il nuovo simbolo, disegnato da lui stesso, del partito, una svastica semirovesciata in un cerchio bianco su uno sfondo rosso.

Sempre nel 1920, Adolf Hitler costituì un piccolo gruppo armato di persone il cui compito era quello di mantenere l'ordine durante le riunioni di partito. Tale forza paramilitare, che fu inizialmente posta sotto il comando di Emil Maurice, venne chiamata Ordnertruppen (traducibile in italiano con "Truppe d'ordine"), tuttavia, novembre dell'anno successivo, lo stesso Hitler cambiò il nome in Sturmabteilung, universalmente note come SA.

Nel giugno del 1921, quando Adolf Hitler e Dietrich Eckart, fedele amico e compagno del primo, erano a Berlino per svolgere alcuni comizi e raccogliere fondi per il movimento politico, scoppiò, nella sua sede organizzativa, una rottura all'interno del partito nazista. Alcuni membri del comitato esecutivo, rappresentanti dell'ala sinistra del partito nazista, espressero la volontà di fondere il movimento politico con il Partito socialista tedesco, un partito con sede a Norimberga e che mischiava ideologie di estrema destra e sinistra. Hitler tornò a Monaco l'11 luglio e immediatamente rassegnò le sue dimissioni dal partito nazista, affermando che ormai il suo ruolo era fondamentale e che il partito non sarebbe sopravvissuto senza di lui. Durante una conferenza tenuta dai membri del comitato esecutivo, questi si resero ben presto conto che le parole di Hitler erano corrette e che senza quello che ormai era diventato il volto del partito il movimento nazista era destinato a terminare. Quando il partito chiese a Hitler di iscriversi nuovamente, questi affermò che sarebbe rientrato nel partito soltanto alla condizione che ne sarebbe diventato il presidente, sostituendo Anton Drexler. Il comitato esecutivo acconsentì alla sua richiesta e Hitler si riunì al partito ufficialmente il 26 luglio.

Il Putsch di Monaco

Tra la fine del 1922 e l'inizio dell'anno successivo, Adolf Hitler fondò due organizzazioni interne al partito nazista, le quali in seguito sarebbero divenute colonne portanti proprio di quest'ultimo. La prima associazione che venne fondata fu la Jugendbund der NSDAP, l'organizzazione giovanile del partito che successivamente sarebbe diventata la Gioventù hitleriana. Nel maggio del 1923, venne invece istituita la Stoßtrupp-Hitler, una sorta di guardia del corpo personale e armata di Hitler che in seguitò diverrà la Schutzstaffel, meglio conosciuta con l'acronimo SS. Dopo aver formato tali organizzazioni all'interno del suo partito, Hitler, ispirato da quanto aveva fatto in Italia Benito Mussolini con la marcia su Roma l'anno precedente, iniziò a meditare l'idea di attuare un colpo di Stato per rovesciare la Repubblica di Weimar.

Nonostante il primo fallimentare tentativo, Hitler, la sera tra l'8 e il 9 novembre di quell'anno, decise di tentare un altro colpo di Stato, passato alla storia con il nome di Putsch di Monaco. Il golpe ebbe inizio nella birreria Bürgerbräukeller, ove importanti leader politici bavaresi, tra cui il ministro presidente della Baviera Gustav von Kahr, dovevano tenere una riunione. Il piano, infatti, era quello di costringere i più alti funzionari bavaresi a cedere il potere a Hitler, il quale avrebbe occupato i più importanti edifici governativi e successivamente rapidamente marciato su Berlino. Tuttavia, l'esito del colpo di Stato fu un totale fallimento. Quasi 2.000 membri del partito nazista si recarono a Marienplatz, la piazza principale di Monaco, per irrompere nella birreria, ove tuttavia incontrarono una barriera di 130 poliziotti. Seguì uno scontro caotico e violento tra i golpisti e le forze dell'ordine, il quale portò alla morte di sedici membri del partito nazista e quattro ufficiali di polizia. Vedendo il fallimento del colpo di Stato in prima persona, Hitler fuggì brevemente da Monaco, tuttavia la sua latitanza durò soltanto fino all'11 novembre, quando venne trovato e arrestato con l'accusa di alto tradimento.

Sebbene il golpe fosse stata una disfatta clamorosa, il processo che interessò Hitler e i suoi collaboratori portarono il partito nazista e la sua figura a essere molto conosciuti tra la popolazione tedesca. Il processo ebbe inizio il 26 febbraio 1924. La difesa di Hitler consistette nell'affermare che il suo atto era stato fatto per il bene del popolo tedesco e che il suo vero traditore era soltanto il governo democratico-liberale della Repubblica di Weimar. Insieme a molti altri membri del partito nazista, il futuro dittatore fu condannato il 1º aprile a cinque anni di prigione da scontare nel carcere di Landsberg. All'interno di tale prigione, egli ricevette un trattamento molto preferenziale da parte delle guardie; gli era infatti stata assegnata una cella con vista sul fiume e gli era permesso di non indossare la divisa carceraria, di avere frequenti visite e di ricevere più lettere di quanto non fosse concesso. Graziato dalla Corte Suprema bavarese, nonostante le obiezioni del pubblico ministero, il 20 dicembre fu rilasciato dal carcere dopo aver scontato solo nove mesi per buona condotta. Durante tali mesi di prigionia, Adolf Hitler, dettando parola per parola al suo vice Rudolf Hess, scrisse il Mein Kampf, saggio autobiografico e polito che diverrà il manifesto dell'ideologia nazista. Inoltre, Hitler, durante tale periodo, intuì che l'unico modo che aveva per assicurarsi il potere in Germania era servendosi delle stesse istituzioni democratiche già presenti, rigettando completamente l'idea di organizzare un nuovo golpe.

La scalata verso il potere

Il 27 febbraio 1925, il partito nazista fu nuovamente reso legale e partecipò alle prime elezioni parlamentari che si presentarono, quelle del maggio 1928. Tuttavia, i risultati per il partito nazista furono molto scadenti, in quanto riuscì ad assicurarsi soltanto 12 seggi al Reichstag con il 2,1%. Per superare tale periodo di crisi politica, Adolf Hitler scelse di usare due tattiche. Inizialmente, egli decise di scrivere un secondo libro, al fine di diffondere più velocemente per tutta la Germania le sue idee e il suo programma politico. Tuttavia, il libro rimase inedito a causa degli alti costi per la pubblicazione, la quale avvenne a scopi storici soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale nel 1958. Contemporaneamente, durante questi anni, al fine di attirare più voti, Hitler ordinò alle SA di cercare lo scontro diretto contro la Roter Frontkämpferbund, la forza paramilitare del partito comunista. Tramite atti violenti come attacchi alle sedi del partito comunista e frequenti risse in occasione dei ritrovi di quest'ultimo, il partito nazista accrebbe sempre di più la sua popolarità.

La retorica di Hitler e le continue manifestazioni di veemenza portarono il partito, nel 1928, ad avere ben 130.000 iscritti, mentre nell'anno successivo vi si unirono personalità più conosciute del mondo tedesco, tra le quali spiccò il generale Erich Ludendorff. Tuttavia l'economia tedesca, grazie agli aiuti statunitensi del piano Dawes, era in una lenta ma costante crescita, la quale portò la maggior parte della popolazione tedesca a guardare con diffidenza e distacco le ideologie estremiste del partito nazista e di quello comunista, preferendo votare forze politiche come il Partito Socialdemocratico o il Partito di Centro. La violenza politica, al fine di dare origine a un clima del terrore, aumentò dunque anche tra le file del partito comunista.

Con l'intento di vendicarsi sui comunisti, la forza paramilitare nazista assaltò, il 25 agosto, una sede del Rotfront, mentre alcuni giorni si avventarono contro la sede principale del partito a Berlino. Sempre sull'ondata di tali violenze, durante il mese di settembre del 1929, Joseph Goebbels, un giornalista che si era iscritto al partito nazista cinque anni prima, cercò di assaltare insieme gruppo di uomini delle SA la sede del partito comunista presente nel quartiere di Neukölln. Tuttavia, le forze comuniste lì presenti si armarono e velocemente lo scontro tra le due fazioni sfociò in una violenta sparatoria. Nonostante la sede del partito fu ben difesa dai comunisti e l'attacco nazista fallì, Goebbels, con questo atto, era riuscito a farsi notare da Hitler, il quale riconobbe quasi subito le straordinarie abilità propagandistiche del giornalista.

Il mese successivo, si verificò un altro evento che aumentò e consolidò ulteriormente la propaganda nazista. La sera del 14 gennaio 1930, infatti, verso le 22:00, Horst Wessel, un militare membro del partito nazista, iniziò a discutere animatamente con la sua vicina di casa, una donna dalla forte fede comunista. La discussione degenerò molto velocemente e Wessel minacciò di alzare le mani sulla vicina, la quale gridò per chiamare aiuto. In suo soccorso, accorse un amico, Albert Hochter, membro delle Roter Frontkämpferbund, il quale sparò al militare nazista ferendolo mortalmente. La vicende dell'omicidio di Wessel, il quale morì in ospedale il 23 febbraio a causa delle ferite riportate dopo la sparatoria, sarà strumentalizzata a fini propagandistici da Hitler e Goebbels.

L'abile azione di propaganda e i continui comizi tenuti da Hitler portarono il partito nazista a ottenere alle elezioni parlamentari di quell'anno ben 107 seggi all'interno del Reichstag con il 18,3% dei voti. I nazisti divennero così il secondo partito più grande in tutti la Germania, secondo soltanto al Partito socialdemocratico e, come notò lo storico tedesco Joseph Bendersky, l'unica forza politica davvero significativa della destra.

Il fallimento dei partiti democratici nel fermare l'ascesa di Hitler

Il disastroso crollo dell'economia tedesca a seguito della Grande depressione portò il popolo tedesco a essere più diffidente nei confronti del sistema liberal-democratico e ad avvicinarsi a posizioni politiche più estremiste quali il nazismo e il comunismo. Difatti, i seggi che occupavano i nazisti e i comunisti a seguito delle elezioni del 1930 comprendevano all'incirca il 40% delle sezioni presenti nel Reichstag. In tale contesto politico, Lev Trockij, famoso politico e rivoluzionario sovietico esiliato da Stalin, fu il primo a notare ed evidenziare la rapida ascesa di Hitler e del nazismo. Egli infatti si mostrò molo scettico nella decisione del Comintern di esortare il partito comunista tedesco a concentrare la propria lotta politica contro i socialdemocratici, dalla Terza internazionale definiti come "socialfascisti", piuttosto che il partito nazista. Diversi studiosi, tra cui lo storico Bertrand Patenaude, hanno avanzato la tesi che tale politica favorì ulteriormente l'ascesa di Hitler e ne fu addirittura determinante.

L'inabilità dei partiti democratici di formare un'alleanza stabile e il sistema politico della repubblica di Weimar resero complesso per ogni cancelliere dell'epoca costituire un governo che avesse una maggioranza parlamentare stabile. Spesso, dunque, al fine di coprire tali vuoti di potere, le istituzioni si affidavano ai poteri straordinari del presidente, il quale dal 1925 era il vecchio generale Paul von Hindenburg. Nel 1931, Adolf Hitler decise di proseguire con la campagna e la propaganda elettorale anche al di fuori del periodo delle votazioni. In questi anni, i nazisti mescolarono metodi di campagna legali insieme ad atti terroristici. Hitler era infatti solito essere sempre in viaggio per tutta la Germania a recitare discorsi politici e a organizzare convegni, mentre le SA, sfilando per le strade, picchiavano gli oppositori e scatenavano risse ai loro comizi.

Dopo le elezioni del 1930, fu nominato cancelliere Heinrich Brüning, esponente del Partito di Centro. Durante il suo governo, Hitler tentò il più possibile di mettere il Reichstag sempre contro Brüning, il quale difatti governò soprattutto grazie all'appoggio del presidente e dell'esercito. Tuttavia, tale supporto si rivelò estremamente precario. L'ottantaquattrenne presidente Paul von Hindenburg, generale monarchico e conservatore, tentennò nel prendere misure che limitassero le azioni violente dei nazisti, mentre l'ambizioso generale Kurt von Schleicher nutriva simpatie per l'estrema destra e sperava di ottenere il sostegno di Hitler. Proprio un'alleanza tra quest'ultimo e il futuro dittatore costrinse il presidente Hindenburg, il 1 giugno del 1932, a destituire Brüning e a nominare cancelliere Franz von Papen, ex membro del Partito di Centro di ideali conservatori e monarchici.

Alle elezioni parlamentari tenutesi nel luglio del 1932, il partito nazista risultò essere la forza politica con più seggi all'interno del Reichstag (230 su 608), senza tuttavia raggiungere una maggioranza assoluta. Non appena terminate le elezioni, Hitler diede immediatamente inizio a uno crisi di governo. Egli infatti minacciò Papen che avrebbe sfiduciato il suo governo, chiedendo di essere lui stesso nominato cancellerie. Tuttavia, il presidente Hindenburg rifiutò la richiesta di Hitler e Papen fu dunque costretto a sciogliere nuovamente il parlamento e a indire nuove elezioni. A tali elezioni, tenutesi novembre, il partito nazista risultò nuovamente essere il più votato, tuttavia si registrò una leggera diminuzione nell'appoggio popolare nei confronti del movimento di estrema destra. Questo permesso a Papen di proporre una nuova legge elettorale, la quale avrebbe limitato e sanzionato il partito nazista per i suoi atti violenti. Tuttavia, il generale Schleicher convinse Hindenburg a destituire Papen e farsi nominare lui stesso cancelliere, promettendo di formare un'alleanza tra nazisti e nazionalisti.

La nomina a cancelliere

Nonostante i successi conseguiti dal partito nazista in ambito politico, le violenze perpetrate da parte delle camicie brune non fecero altro che aumentare. L'utilizzo di manifestazioni sempre più brutali di violenza portò il le istituzioni tedesche, il 10 marzo del 1931, resero illegali il corpo delle SA. Tuttavia, pochi giorni dopo l'emanazione di tale divieto, durante una rissa, alcuni membri delle camicie brune uccisero due militanti comunisti e l'alta corte tedesca decretò il divieto a Goebbels di parlare durante i comizi pubblici, dal momento che questi veniva additato come il principale istigatore degli episodi di violenza. Tuttavia, l'esperto capo della propaganda riuscì a eludere tale legge registrando i suoi discorsi e facendoli ascoltare ai convegni in sua assenza.

Verso la fine del 1931, Ernst Röhm, colonnello delle SA, che nonostante il loro forzato scioglimento continuavano a operare indisturbate dalle forze di polizia, mise a capo della sezione di Berlino Wolf-Heinrich von Helldorff, ex poliziotto, convinto antisemita e sostenitore della violenza in ambito politico. Tale scelta di aumentare di aumentare gli episodi di brutalità (in soltanto due mesi furono uccisi più di 80 membri del partito comunista) coincideva con le elezioni presidenziali del 1932. Adolf Hitler decise infatti di tentare per la prima volta di partecipare alle elezioni presidenziali contro Ernst Thälmann, esponente della forza comunista, e il presidente uscente Hindenburg, la cui popolarità tra il popolo tedesco era in costante crescita. Durante il primo turno, che si tenne il 13 marzo, Hitler ottenne 11 milioni di voti, rimanendo tuttavia indietro a Hindenburg. Il secondo, il quale ebbe luogo il 10 aprile, vide Hitler arrivare secondo con il 36,8% dei voti, Paul von Hindenburg vincere con un'ampia maggioranza del 53,0% e Thälmann ottenere soltanto il 10,2% dei voti. Nonostante Hitler avesse perso le elezioni, il numero degli iscritti al partito nazista aumentò esponenzialmente, raggiungendo gli 800.000. Inoltre, tali elezioni dimostrarono al futuro dittatore quanto, grazie alle continue azioni di violenza, era riuscito a far allontanare la popolazione dal partito comunista.

Il 13 aprile 1932, il governo tedesco emanò un decreto d'emergenza, dichiarando che le SA e le SS fossero forze anticostituzionali e rendendole di fatto nuovamente illegali. Due giorni prima, infatti, la polizia tedesca era venuta a conoscenza di alcuni documenti segreti redatti dalle SA, i quali attestavano l'ordine dato alle Sturmabteilung che, qualora Hitler avesse vinto l'elezioni, avrebbero dovuto mettere in atto un colpo di Estado, prendendo con la violenza i principali edifici governativi di Berlino. Hitler minacciò immediatamente di togliere la fiducia al nuovo presidente nel caso non fosse annullato il decreto. La legge fu abrogata il 16 giugno da Franz von Papen, all'epoca ancora cancelliere, il quale si mostrò nuovamente incapace di confrontarsi con i nazisti.

Dal momento che il partito nazista era ormai il partito con la maggioranza all'interno del Reichstag, esso aveva il diritto di scegliere il presidente del parlamento. Per tale posizione, Hitler scelse di nominare un membro del partito nazista di lunga data, Hermann Göring. Quando il Reichstag accettò la nomina di Hitler, quest'ultimo, sperando di ottenere lo stesso risultato positivo, chiese al presidente di essere nominato cancelliere. Tuttavia, von Papen, su consiglio di Hindenburg, offrì a Hitler il ruolo di vice-cancelliere, nella speranza di placare le sue mire di espansione all'interno del governo. Tuttavia, Hitler rifiutò, capendo il volere di von Papen e di Hindenburg di confinarlo politicamente.

Dopo che il cancelliere von Papen lasciò la sua carica a seguito dell'elezioni di novembre, egli, in un incontro segreto con Hitler, gli comunicò che il presidente Hindenburg lo teneva ancora in grande considerazione e che, qualora il futuro Führer lo avesse nominato vice-cancelliere del suo governo, avrebbe potuto convincerlo a destituire il nuovo cancelliere Kurt von Schleicher. Hitler accettò la proposta di von Papen, il quale si adoperò immediatamente per influenzare Hindenburg a rivalutare la figura del politico nazista. Tuttavia, l'evento che convinse l'anziano presidente a dare il potere a Hitler fu una petizione, passata alla storia con il nome di Industrielleneingabe, nella quale 22 tra i più importanti industriali, banchieri e latifondisti tedeschi chiedevano a Hindenburg di nominare cancelliere proprio il capo del movimento nazista. Paul von Hindenburg, soggetto alle continue pressioni degli imprenditori e di von Papen e vedendo come l'alleanza proposta da Schleicher tra nazisti e nazionalisti era lungi dall'essere realizzata, nominò con riluttanza Hitler cancelliere, dandogli il compito di formare un nuovo governo formato da una coalizione tra il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori e il Partito Popolare Nazionale Tedesco.

L'inizio del governo Hitler

Il 30 gennaio 1933, dopo una breve cerimonia all'interno dell'ufficio di Hindenburg, il gabinetto di Hitler iniziò ufficialmente il suo mandato. Inizialmente, i nazisti occuparono soltanto tre posizioni di rilievo: Hitler era il cancelliere, Wilhelm Frick fu nominato ministro degli Interni e Hermann Göring ministro senza portafoglio. Durante la cerimonia di apertura del governo Hitler, al di fuori del palazzo del Reichstag, diversi reparti appartenenti alle SA e alle SS parteciparono a una grande e vistosa fiaccolata che coinvolse l'intera città Berlino. Franz von Papen fu nominato vice-cancelliere come desiderava e riteneva ancora di poter domare le aspirazioni di Hitler e del suo movimento. Difatti, von Papen, inizialmente, si espresse contro diverse politiche proposte da Hitler per trasformare la Germania in una dittatura nazista. Per tale motivo, Himmler lo inserì nell'elenco di persone da eliminare durante la notte dei lunghi coltelli, tuttavia, grazie a una scorta che Göring gli fornì, riuscì a salvarsi, assumendo da quel momento in poi soltanto incarichi di ambasceria.

Sia in Germania che all'estero, in un primo momento, furono pochi timori che Hitler potesse servirsi delle istituzioni democratiche per stabilire un regime dittatoriale e monopartitico. I conservatori, il cui esempio più emblematico fu proprio il vice-cancelliere von Papen, erano ancora convinti di poter manovrare Hitler e le politiche del partito nazista. La maggior parte degli ambasciatori stranieri minimizzarono la figura di Hitler, definendolo un politico "mediocre" e una brutta copia di Mussolini. Addirittura Kurt Schumacher, membro dell'opposizione e militante del SPD, banalizzò il ruolo politico di Hitler, definendolo soltanto un membro di facciata del nuovo governo. I giornali tedeschi scrissero che il governo di Hitler avrebbe certamente cercato il più possibile di limitare i propri oppositori di sinistra, ma che sarebbe stato impossibile per i nazisti stabilire una dittatura in Germania.

Tuttavia, alcuni politici e diplomatici riuscirono a riconoscere immediatamente le vere ambizioni di Hitler e del partito nazista. Il diplomatico inglese Horace Rumbold, ad esempio, scrisse il 22 febbraio 1933: "Hitler potrebbe non essere un abile statista, tuttavia è un demagogo insolitamente abile e audace, pieno consapevole di ogni istinto delle masse". Pochi giorni dopo, egli informò l'Ufficio degli esteri di non avere dubbi sul fatto che le vere intenzioni dei nazisti fossero quelle di instaurare una feroce dittatura. Dopo aver ricevuto il dispaccio di Rumbold, Robert Vansittart, sottosegretario permanente del Foreign Office, concluse che se Hitler avesse ottenuto poteri illimitati sarebbe potuta scoppiare in breve tempo un'altra guerra su larga scala. Lo stesso Adolf Hitler sembrava consapevole delle cause che avevano favorito la sua ascesa al potere, tra cui soprattutto l'incapacità dei movimenti politici che si opponevano al nazismo di fare fronte comune contro di esso.

Da cancelliere a dittatore

Non appena Hitler assunse democraticamente il potere, egli iniziò a occuparsi di eliminare le istituzioni liberali e democratiche della Repubblica di Weimar al fine di formare una dittatura basata sull'ideologia nazista. La notte del 27 febbraio, poco meno di un mese che Hitler era stato nominato cancelliere, un violento incendio doloso colpì il Reichstag. Hitler colse l'occasione e fece sì che la colpa ricadesse sul muratore olandese Marinus van der Lubbe, attivista affiliato al partito comunista. Successivamente, Hitler emanò il decreto dell'incendio del Reichstag, con il quale sospese diverse libertà politiche, individuali ed espulse i comunisti dal parlamento tedesco. Alle elezioni tenutesi nel marzo del 1933, le ultime consultazioni multipartitiche in Germania fino al 1945, nuovamente nessun partito riuscì a organizzare un'opposizione forte al partito nazista. Così, il 23 marzo 1933, Adolf Hitler propose al Reichstag l'emanazione della legge dei pieni poteri, attraverso la quale gli sarebbero stati concessi temporaneamente il potere di poter sospendere la costituzione e di agire senza dover consultare il parlamento.

Non appena Hitler pronunciò il suo discorso, in parlamento si scatenarono molti disordini e dunque il neocancelliere fu nuovamente costretto a prendere la parola. Hitler, tramite un discorso che mescolava frasi intimidatorie ed elementi volti alla negoziazione, promise che non avrebbe violato i diritti del Reichstag, il ruolo del presidente, l'autonomia degli Stati e non avrebbe interferito per quanto riguarda la libertà religiosa. Dopo che i paramilitari nazisti circondarono il parlamento, Hitler concluse il suo discorso dicendo: "Spetta a voi, signori del Reichstag, decidere tra la guerra e la pace". Quasi tutti i partiti presenti all'interno del Reichstag, compreso il Partito di Centro che aveva ricevuto la garanzia che la libertà religiosa sarebbe stata rispettata, votarono a favore della nuova legge. L'unico partito che si oppose fu quello socialdemocratico, i cui 94 voti contrari, tuttavia, non poterono fare la differenza.

La legge consentì a Hitler e al suo governo di mantenere poteri d'emergenza per quattro anni, tuttavia, il nuovo cancelliere si adoperò immediatamente per abolire i poteri che garantivano l'autonomia agli stati e l'esistenza di partiti altri rispetto a quello nazista. Il 14 luglio 1933, furono ufficialmente messi fuorilegge tutti i partiti non nazista e il Reichstag rinunciò formalmente a tutti i suoi ruoli democratici. L'unico ostacolo che ancora si contrapponeva tra Hitler e il potere assoluto era il presidente Hindenburg, il quale rimase in capo dell'esercito e si occupò formalmente della politica estera.

Tuttavia, l'anno successivo, il 2 agosto 1934, Hindenburg morì di vecchiaia. Hitler, dopo la notte dei lunghi coltelli, aveva assicurato la lealtà dell'esercito. A seguito di un'ulteriore legge, fuse la carica del presidente e quella del cancelliere in una sola, assumendo ufficialmente il potere assoluto sulla Germania con il titolo di Führer. Tale legge fu infine approvata tramite un referendum popolare, attraverso il quale Hitler trasformò il suo paese in un repressivo totalitarismo.

La Seconda guerra mondiale

Introduzione: il conflitto più sanguinoso della storia

La seconda guerra mondiale vide contrapporsi, tra il 1939 e il 1945, le cosiddette potenze dell'Asse e gli Alleati che, come già accaduto ai belligeranti della prima guerra mondiale, si combatterono su gran parte del pianeta. Il conflitto ebbe inizio il 1º settembre 1939, con l'attacco della Germania nazista alla Polonia, e terminò, nel teatro europeo, l'8 maggio 1945, con la resa tedesca e, in quello asiatico, il successivo 2 settembre, con la resa dell'Impero giapponese dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki da parte degli Stati Uniti d'America.

È stato il più grande e sanguinoso conflitto armato della storia e costò all'umanità sei anni di sofferenze, distruzioni e massacri, con una stima totale di morti che oscilla tra i 55 e i 60 milioni di individui. Le popolazioni civili si trovarono coinvolte nelle operazioni in una misura sino ad allora sconosciuta e furono, anzi, bersaglio dichiarato di bombardamenti, rappresaglie, persecuzioni, deportazioni e stermini. In particolare, il Terzo Reich portò avanti con metodi ingegneristici l'Olocausto per annientare, tra le altre, le popolazioni di origine o etnia ebraica, perseguendo anche una politica di riorganizzazione etnico-politica dell'Europa centro-orientale.

Al termine della guerra, l'Europa, ridotta a un cumulo di macerie, completò il processo di involuzione iniziato con la prima guerra mondiale e perse definitivamente il primato politico-economico mondiale, che fu assunto in buona parte dagli Stati Uniti. Ad essi si contrappose l'Unione Sovietica, l'altra grande superpotenza forgiata dal conflitto, in un teso equilibrio geopolitico internazionale, che fu definito in seguito guerra fredda. Le immani distruzioni della guerra portarono alla nascita dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), avvenuta al termine della Conferenza di San Francisco il 26 giugno 1945.

Il contesto storico: le cause del conflitto

L'espansionismo nipponico in Asia

La fase successiva alla prima guerra mondiale vide la completa affermazione dell'Impero giapponese come grande potenza. Lo scoppio della grande depressione nel 1929 spinse il paese a guardare con più interesse ai mercati asiatici; escluso dalle spartizioni coloniali del XIX secolo, il Giappone si ritenne privato dell'accesso alle ricche risorse dell'Asia dalle potenze europee e decise di compensare questo stato di cose con una serie di aggressive manovre di espansionismo territoriale.

Lo scivolamento del Giappone verso una politica di imperialismo venne favorito da una forte militarizzazione della società nipponica. L'influenza dei militari nella società portò a recuperare il concetto filosofico medievale del Gekokujō, secondo il quale un ufficiale inferiore può disobbedire agli ordini superiori se lo ritiene moralmente giusto; questo principio fu la giustificazione adottata dai generali nipponici per portare avanti campagne di espansionismo territoriale in maniera del tutto autonoma dai desideri del governo nazionale.

Lo sbocco primario di questo espansionismo fu la Cina, indebolita da una decennale guerra civile. Agendo in totale autonomia dal governo, i generali giapponesi orchestrarono il 18 settembre 1931 un finto sabotaggio ferroviario a Mukden, utilizzato come pretesto per avviare l'invasione della regione della Manciuria nel nord della Cina, dove fu insediato lo Stato fantoccio del Manciukuò. Il conflitto tra giapponesi e cinesi esplose infine in una guerra totale a partire dal luglio 1937.

L'espansionismo tedesco in Europa

Il trattato di Versailles del 1919, conclusivo della Grande Guerra, impose punizioni estremamente dure per gli sconfitti tedeschi. Condizioni estremamente punitive per una nazione che alla fine delle ostilità aveva truppe ancora attestate sul territorio francese, e che contribuirono a creare il mito della "pugnalata alle spalle". Questo mito, unito alla pessima situazione economica della Repubblica di Weimar, fu importante per l'affermarsi del Partito Nazionassocialista Tedesco dei Lavoratori di Adolf Hitler.

Con Hitler al potere iniziarono ben presto reiterate violazioni della pace del 1919. Iniziò a formarsi un sodalizio tra la Germania nazista e il Regno d'Italia, concretizzandosi in un'alleanza militare tra le due nazioni (il cosiddetto "Asse Roma-Berlino").

Mentre il riarmo tedesco continuava, Hitler attuò i suoi piani per un'espansione territoriale della Germania, in modo che essa ottenesse quello spazio vitale (Lebensraum) di cui, secondo quanto asserito nel Mein Kampf, aveva assoluto bisogno. Sfruttando la politica dell'appeasement di Gran Bretagna e Francia, nel marzo 1938 l'Austria fu pacificamente annessa al Reich tedesco (episodio noto come Anschluss). Più resistenza oppose la Cecoslovacchia a cedere la regione dei Sudeti; la conferenza di Monaco nel settembre 1938 portò alla risoluzione pacifica di questa controversia, ma pochi mesi dopo, nel marzo 1939, quanto rimaneva della Cecoslovacchia cessò di esistere.

Successivo obiettivo dei tedeschi divenne la Polonia. Dopo Monaco, gli anglo-francesi fornirono immediato supporto alla Polonia perché si opponesse ai voleri di Hitler. Berlino rispose con un abile colpo diplomatico: il 24 agosto 1939 il ministro degli esteri sovietico Molotov e quello tedesco Ribbentrop firmarono un patto di non aggressione tra le due nazioni, il patto Molotov-Ribbentrop; un protocollo segreto dell'accordo prevedeva una spartizione della Polonia. Il 1º settembre, alle 04:45 del mattino, le truppe tedesche attraversarono la frontiera polacca; due giorni dopo Francia e Regno Unito dichiararono guerra alla Germania, episodio che storicamente viene indicato come inizio della seconda guerra mondiale.

La guerra (1939-1940)

L'invasione della Polonia e la "strana guerra"

Alle 4:45 del 1º settembre 1939, utilizzando come pretesto l'incidente di Gleiwitz organizzato dai servizi segreti tedeschi, la Germania diede inizio alle operazioni militari contro la Polonia, impiegando l'innovativa tattica militare della guerra lampo o Blitzkrieg. L'esercito polacco contava un milione di uomini, ma non sufficientemente consistente e coordinato. L'8 settembre i primi carri armati tedeschi giunsero alle porte di Varsavia dando il via a una feroce battaglia.

Il 17 settembre, in linea con quanto previsto nel patto Molotov-Ribbentrop, l'Unione Sovietica invase la Polonia da est. L'attacco sovietico segnò definitivamente il destino della Polonia: Varsavia si arrese ai tedeschi il 27 settembre 1939. I territori polacchi finirono spartiti tra tedeschi e sovietici.

Mentre a est la Polonia finiva annientata, la situazione sul fronte occidentale rimase fondamentalmente tranquilla: tanto i francesi quanto i tedeschi adottarono una strategia difensiva, non impegnandosi in scontri campali di vasta portata. Questo periodo di conflitto senza ostilità, protrattosi per diversi mesi, passò quindi alla storia come la "strana guerra".

La Germania punta a occidente: Danimarca, Norvegia e Francia

La "strana guerra" ebbe una brusca interruzione il 9 aprile 1940, quando la Germania lanciò l'invasione della Danimarca e della Norvegia (operazione Weserübung). La Danimarca capitolò dopo sole 6 ore, mentre i norvegesi opposero una dura resistenza; i tedeschi furono ben presto in grado di portare a compimento l'occupazione del paese.

Mentre la campagna norvegese era ancora in svolgimento, il 10 maggio 1940 la Wehrmacht sferrò la lungamente pianificata offensiva sul fronte occidentale attaccando simultaneamente Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. L'offensiva fu una straordinaria dimostrazione di potenza militare: il cuneo corazzato tedesco penetrò fulmineamente in Belgio spazzando via le deboli difese alleate. In soli tre giorni i panzer tedeschi formarono profonde teste di ponte a ovest della Mosa.

Dopo aver respinto alcuni tentativi di contrattacco, a partire dal 16 maggio i panzer ebbero via libera a ovest della Mosa, lanciandosi attraverso la pianura franco-belga in direzione delle coste de La Manica; il raggruppamento anglo-francese penetrato in Belgio rischiò di essere tagliato fuori. I panzer ebbero via libera e, fin dal 20 maggio, i primi reparti corazzati raggiunsero le coste della Manica; quasi 600 000 soldati anglo-francesi furono accerchiati e intrappolati tra il mare e l'esercito tedesco. La situazione peggiorò ulteriormente dopo l'improvvisa resa dell'esercito belga il 28 maggio.

Il 26 maggio il nuovo primo ministro del Regno Unito Winston Churchill autorizzò l'evacuazione del corpo di spedizione britannico verso il porto di Dunkerque. Dal 26 maggio al 4 giugno le forze anglo-francesi riuscirono in gran parte a trarsi in salvo da Dunkerque (operazione Dynamo). I tedeschi si lasciarono sfuggire una grossa parte delle truppe alleate accerchiate: furono evacuati circa 338 000 soldati alleati.

La resa della Francia e la battaglia d'Inghilterra

Il 5 giugno 1940 i tedeschi diedero inizio alla battaglia per la conquista di Parigi e, temendo che l'Italia potesse restare esclusa dal "tavolo della pace", il 10 giugno Mussolini portò il paese in guerra contro gli Alleati. L'esordio bellico delle forze italiane non fu dei migliori.

Nel frattempo, il 10 giugno, i tedeschi attraversarono la Senna mentre l'esercito francese si ritirava disordinatamente oltre la Loira; il governo francese si trasferì a Tours, lasciando Parigi ai tedeschi che la occuparono incontrastati il 14 giugno. Nella notte del 16 giugno il potere passò al maresciallo Philippe Pétain; il nuovo governo francese presentò subito la richiesta di armistizio. Le trattative tra tedeschi e francesi portarono quindi alla stipula il 22 giugno dell'armistizio di Compiègne; la Francia centro-meridionale rimase indipendente, e Pétain insediò il suo governo nella cittadina di Vichy dando vita al cosiddetto "Governo di Vichy".

La capitolazione da parte del governo di Vichy non fu senza opposizione: da Londra, il generale Charles de Gaulle proclamò con un appello radiofonico il 18 giugno la sua intenzione di proseguire la lotta contro i tedeschi, fondando il movimento della Francia libera.

Non trovando terreno fertile per una pace con il Regno Unito, Hitler cominciò a considerare l'idea di invadere le isole britanniche; tuttavia, per preparare la gigantesca operazione di sbarco i tedeschi dovevano prima ottenere il controllo dei cieli britannici. A partire dal 10 luglio 1940 la Luftwaffe diede inizio a una serie di incursioni diurne e notturne contro il Regno Unito. La campagna, passata alla storia con il nome di "battaglia d'Inghilterra", vide un'intensa serie di scontri aerei tra la Luftwaffe e la RAF; ottimamente supportati da una rete di stazioni radar, i britannici riuscirono a infliggere perdite sempre più insostenibili ai tedeschi finché, il 31 ottobre 1940, lo stesso Hitler decise di rinviare l'invasione a tempo indeterminato.

1941: La guerra si espande

La guerra nel Mediterraneo e in Africa

L'entrata in guerra dell'Italia portò all'apertura di diversi teatri bellici in Africa e nell'area del mar Mediterraneo. La Regia Marina italiana ebbe come compito principale quello di contrastare la presenza navale britannica nel Mediterraneo. La guerra navale del Mediterraneo si strutturò ben presto come una gigantesca battaglia di convogli.

Le colonie italiane in Africa furono ben presto teatro di ampi scontri. Mussolini ordinò alle forze schierate in Libia di invadere l'Egitto nel settembre 1940. L'avanzata delle truppe del maresciallo Rodolfo Graziani si arrestò a Sidi Barrani, esponendosi al contrattacco delle forze britanniche del generale Archibald Wavell. L'offensiva britannica (operazione Compass), lanciata a partire dall'8 dicembre, fu un successo ben oltre ogni aspettativa: le forze di Graziani furono accerchiate e distrutte e l'avanzata proseguì oltre il confine fino in Cirenaica.

Dopo il travolgente successo dell'operazione Compass, all'inizio del 1941 il fronte libico si era stabilizzato all'altezza di El-Agheila. Di questa pausa dell'avanzata britannica ne approfittarono le forze dell'Asse: nel febbraio 1941 un contingente di truppe meccanizzate tedesche (Deutsches Afrikakorps) fu inviato ad appoggiare i reparti italiani in Libia. Al comando del generale Erwin Rommel, le forze italo-tedesche ottennero subito grossi risultati: un'improvvisa offensiva di Rommel in marzo colse impreparati i britannici, costretti a sgombrare in fretta e furia la Cirenaica.

Operazione Barbarossa: l'invasione dell'Unione Sovietica

La decisione di Hitler di rompere il patto Molotov-Ribbentrop e di scatenare un attacco generale contro l'Unione Sovietica nasceva in primo luogo dalle concezioni ideologico-razziali del dittatore volte alla costituzione di un Lebensraum ("spazio vitale") per la nazione tedesca.

L'invasione tedesca (operazione Barbarossa) iniziò il 22 giugno 1941 con un attacco simultaneo su tutto il fronte; l'obiettivo era di occupare l'intera Unione Sovietica occidentale. Stalin, nonostante i numerosi avvertimenti, fu colto di sorpresa. Oltre 3 milioni di soldati tedeschi con 3 350 carri armati e 2 000 aerei mossero all'attacco su un fronte lungo 1 600 chilometri.

Fin dall'inizio, la situazione dei sovietici si rivelò drammatica: le forze tedesche, divise in tre gruppi d'armate (Nord, Centro e Sud), avanzarono subito in profondità. A metà luglio lo schieramento iniziale sovietico era stato praticamente distrutto dall'attacco tedesco, con oltre un milione di prigionieri presi nel solo primo mese di guerra.

Superata Minsk, i tedeschi procedettero rapidamente sulla strada per Mosca accerchiando il secondo scaglione sovietico nel corso della battaglia di Smolensk a metà luglio. Dopo il successo di Smolensk, il Gruppo d'armate Centro in marcia su Mosca fu privato di gran parte delle sue forze corazzate, spedite a sud in Ucraina; ciò consentì ai tedeschi di chiudere due enormi sacche, a Uman' e poi a Kiev, dove l'intero gruppo di forze sovietiche del settore meridionale fu accerchiato e distrutto con la perdita di oltre 600 000 soldati.

Riportati i gruppi corazzati in appoggio al Gruppo d'armate Centro, il 30 settembre i tedeschi sferrarono quindi la loro grande offensiva per prendere Mosca (operazione Tifone). L'intervento di truppe scelte provenienti dalla Siberia, le capacità del generale Georgij Žukov e anche l'arrivo dell'autunno fangoso fermarono la marcia tedesca sulla capitale a fine ottobre.

L'ultima spallata tedesca, iniziata il 16 novembre, fallì di fronte alla solida resistenza sovietica e al progressivo peggioramento del clima. Stalin e Žukov disponevano ancora di forze di riserva efficienti e ben equipaggiate per l'inverno, con cui sferrarono a partire dal 5 dicembre un improvviso contrattacco. L'operazione Barbarossa si concluse quindi alla fine dell'anno con un fallimento: l'Unione Sovietica, nonostante la perdita di 4,3 milioni di uomini, non era crollata ed era invece passata al contrattacco.

Pearl Harbor: l'entrata in guerra del Giappone e degli USA

Lo scoppio della guerra nel settembre 1939 aveva spiazzato il Giappone. Il coinvolgimento delle potenze europee nella guerra contro la Germania lasciava quasi indifese le loro colonie nel Sud-est asiatico. Le manovre espansionistiche nipponiche trovarono però un'ostilità sempre più manifesta da parte del governo statunitense: nel luglio 1941 il presidente Roosevelt decretò il congelamento dei beni nipponici presenti negli Stati Uniti e un embargo totale sulle esportazioni di petrolio verso il Giappone.

Mentre trattative ormai inutili continuavano tra Tokyo e Washington, lo stato maggiore giapponese stese i suoi piani definitivi per una guerra contro gli Stati Uniti nel Pacifico. L'ammiraglio Isoroku Yamamoto concepì un piano ambizioso: la flotta statunitense doveva essere resa inoffensiva nelle prime ore di guerra con un attacco aereo a sorpresa contro il suo principale ancoraggio di Pearl Harbor nelle Hawaii. L'attacco venne sferrato la mattina del 7 dicembre 1941 e ottenne un grande successo: anche se le portaerei statunitensi evitarono qualunque danno, tutte e otto le navi da battaglia della United States Pacific Fleet furono colpite e neutralizzate. Immediata fu la risposta degli Stati Uniti, che il giorno dopo dichiararono guerra al Giappone; il quadro fu completato, l'11 dicembre, dalla dichiarazione di guerra agli Stati Uniti da parte di Germania e Italia.

1942: La svolta della guerra

Le conquiste giapponesi nel Pacifico e in Asia

L'attacco giapponese a Pearl Harbor segnò l'entrata del Giappone nella seconda guerra mondiale e fu immediatamente seguito da un'impressionante serie di offensive simultanee contro i possedimenti statunitensi ed europei nell'Asia orientale.

Gli sparsi possedimenti statunitensi furono colpiti in pieno: i giapponesi invasero e occuparono Guam il 10 dicembre e l'Isola di Wake il 23 dicembre. Un pesante attacco aereo nipponico l'8 dicembre distrusse al suolo gran parte delle forze aeree statunitensi dislocate a protezione delle Filippine, e fu seguito dallo sbarco dei reparti giapponesi su Luzon il 22 dicembre; le forze statunitensi dovettero abbandonare Manila in mano al nemico il 2 gennaio 1942 e ripiegare sulla piazzaforte di Bataan, dove rimasero assediate. Per ordine diretto di Roosevelt, il generale Douglas MacArthur si sottrasse alla cattura e riparò in Australia, mentre le sue forze dovettero capitolare il 9 maggio.

L'8 dicembre 1941 truppe giapponesi invasero la Thailandia. L'affondamento in attacchi aerei il 10 dicembre delle unità della Force Z della Royal Navy aprì all'invasione giapponese la Malesia britannica e la sua strategica piazzaforte di Singapore: la battaglia di Singapore si concluse il 15 febbraio 1942 con la resa delle forze anglo-indiane.

La capitolazione di Singapore lasciò indifeso l'ampio arcipelago delle Indie orientali olandesi: i giapponesi invasero il Borneo olandese e l'isola di Celebes a partire dall'11 gennaio 1942. Le forze alleate tentarono di organizzare una resistenza ma subirono una pesante sconfitta navale nella battaglia del Mare di Giava il 27 febbraio. Nel frattempo, il 20 gennaio truppe giapponesi provenienti dalla Thailandia avevano dato il via all'invasione della Birmania.

El Alamein e Stalingrado: le grandi sconfitte dell'Asse

A metà novembre 1942 i tedeschi erano avvinghiati in un sanguinoso scontro a Stalingrado, bloccati definitivamente nel Caucaso e ridotti alla difensiva su tutto il fronte orientale. Il 19 novembre 1942 i sovietici sferrarono l'Operazione Urano: in quattro giorni i corpi corazzati e meccanizzati sovietici travolsero le difese tedesco-rumene sul Don. Il 23 novembre i corpi corazzati si incontrarono a Kalač, accerchiando completamente la 6ª Armata tedesca bloccata dentro Stalingrado; la sacca così formata vide intrappolati circa 300 000 uomini. Dopo il fallimento a dicembre di una controffensiva tedesca per liberare le forze intrappolate, l'eliminazione della sacca fu portata avanti dai sovietici nei primi mesi del 1943 per concludersi definitivamente il 2 febbraio 1943: la 6ª Armata tedesca fu completamente annientata lasciando circa 100 000 prigionieri in mano ai sovietici.

La catastrofe di Stalingrado giunse in contemporanea alla pesante sconfitta riportata dagli italo-tedeschi in Egitto: nel corso della seconda battaglia di El Alamein tra il 23 ottobre e il 3 novembre 1942, la Eighth Army del generale Bernard Law Montgomery sfondò il fronte tenuto dai reparti di Rommel. A complemento di questa vittoria, l'8 novembre 1942 truppe statunitensi e britanniche lanciarono l'operazione Torch sbarcando in forze in Marocco e Algeria. A Rommel non restò altro da fare che ordinare una lunga ritirata strategica delle sue sparute forze fino in Tunisia, abbandonando l'intera Libia in mano ai britannici.

1943: L'inizio della fine per l'Asse

La ritirata tedesca in Russia e la vittoria in Atlantico

L'operazione Urano nel settore di Stalingrado non fu l'unica grande offensiva sferrata dai sovietici tra la fine del 1942 e i primi mesi del 1943. Tra il novembre 1942 e il febbraio 1943 l'Asse perse circa 1 milione di uomini; almeno 30 divisioni tedesche, 18 rumene, 10 italiane e 10 ungheresi finirono annientate.

I comandi sovietici puntarono a respingere il nemico almeno fino al Dnepr e alla Desna prima del sopraggiungere del disgelo primaverile. Le vittorie sovietiche si succedettero: a fine gennaio l'operazione Iskra portò al ristabilimento di collegamenti terrestri con Leningrado assediata, mentre il 2 febbraio l'operazione Stella portò le colonne corazzate sovietiche a liberare Kursk e Char'kov. Ormai l'Armata Rossa era esausta dopo tre mesi di offensive. I tedeschi, dopo un momento di sbandamento, ritrovarono la loro efficienza e con l'afflusso di reparti corazzati provenienti dalla Francia si affrettarono a organizzare una controffensiva.

A partire dal 19 febbraio, le Panzer-Division tedesche del feldmaresciallo Erich von Manstein sferrarono il loro contrattacco nel settore di Char'kov: i sovietici furono colti di sorpresa, e i tedeschi riguadagnarono la linea del Donec e del Mius riconquistando la stessa Char'kov. A metà marzo, con l'arrivo della rasputizsa, il disgelo primaverile, le operazioni si fermarono e il fronte si stabilizzò momentaneamente.

La caduta dell'Italia e lo sbarco in Sicilia

I primi mesi del 1943 videro la chiusura della lunga campagna dell'Africa settentrionale. Gli italo-tedeschi di Rommel, ritiratisi dalla Libia, si erano attestati in Tunisia stretti a est dalla Eighth Army di Montgomery e a ovest dalle truppe anglo-statunitensi del generale Dwight D. Eisenhower. Progressivamente privati dei rifornimenti, gli italo-tedeschi capitolarono infine il 13 maggio lasciando circa 200 000 prigionieri in mano al nemico.

Preceduto da azioni preliminari contro Pantelleria e Lampedusa, il 9 luglio 1943 ebbe quindi inizio lo sbarco in Sicilia dei reparti alleati: truppe britanniche, statunitensi e canadesi sgominarono nel corso di duri scontri la resistenza delle forze italo-tedesche, costrette ad abbandonare l'isola il 17 agosto seguente. La perdita della Sicilia fu un colpo mortale per il regime fascista italiano: messo in minoranza dallo stesso Gran consiglio del fascismo nel corso di una tempestosa riunione il 25 luglio, Mussolini fu destituito dal re Vittorio Emanuele III e posto agli arresti, venendo rimpiazzato alla guida del governo dal maresciallo Pietro Badoglio. Le trattative per una pace separata approdarono infine alla stipula dell'armistizio di Cassibile il 3 settembre.

I tedeschi si erano tuttavia premuniti per fronteggiare un voltafaccia dell'Italia, e quando l'armistizio venne reso noto la sera dell'8 settembre scatenarono la loro rappresaglia: nel corso della cosiddetta operazione Achse, i tedeschi attaccarono e disarmarono le truppe italiane dislocate tanto nella penisola quanto nei territori occupati. Almeno 800 000 soldati italiani caddero in mano ai tedeschi. Mussolini fu liberato dai tedeschi e posto a capo della Repubblica Sociale Italiana.

Mentre era in corso il disarmo dell'esercito italiano, gli Alleati avevano dato il via all'invasione della penisola la mattina del 9 settembre: mentre reparti della Eighth Army britannica sbarcavano a Taranto, gli statunitensi della Fifth Army presero terra a Salerno dovendo subito fronteggiare l'opposizione dei reparti del feldmaresciallo Albert Kesselring. Dopo aver rallentato l'avanzata anglo-statunitense, i tedeschi ripiegarono metodicamente sulle varie linee difensive stabilite sugli Appennini Meridionali; alla fine dell'anno le intemperie invernali e l'abile condotta dei Kesselring condussero alla definitiva stabilizzazione del fronte sulla cosiddetta Linea Gustav, imperniata sulle difese di Cassino.

1944: L'anno della liberazione

Overlord: lo sbarco in Normandia

Dopo quasi due anni di preparativi, il 6 giugno 1944 prese il via l'invasione anfibia della Francia attraverso il canale de La Manica (operazione Overlord): truppe statunitensi, britanniche e canadesi sbarcarono in Normandia con l'appoggio di un'imponente flotta aeronavale, cogliendo di sorpresa i tedeschi e stabilendo una testa di ponte lungo la costa. Le settimane seguenti allo sbarco videro una serie di duri scontri nel difficile teatro del bocage normanno.

Mentre gli anglo-canadesi rimanevano bloccati nella zona di Caen, gli statunitensi riuscirono alla fine di luglio a sfondare l'ala sinistra del fronte tedesco nei pressi di Saint-Lô; ciò permise alla 3ª Armata statunitense del generale George Smith Patton di aprirsi un varco in direzione della Bretagna. Hitler proibì qualunque ripiegamento e ordinò un contrattacco, che fu tuttavia interrotto dopo soli quattro giorni a causa della schiacciante superiorità aerea degli Alleati.

Le forze statunitensi piegarono quindi verso sud-est in direzione della Valle della Loira, minacciando di chiudere in un'enorme sacca le armate tedesche che ancora tenevano il fronte in Normandia. Il 14 agosto la 1ª Armata canadese sferrò un'offensiva verso Falaise, allo scopo di congiungersi con le forze statunitensi; l'operazione Tractable portò alla fine di agosto alla chiusura della sacca di Falaise: sebbene gran parte delle forze tedesche fossero riuscite a ripiegare verso la Senna, l'eliminazione della sacca fruttò agli Alleati la cattura di 50 000 prigionieri. Sconfitte le forze tedesche poste a difesa della Normandia le forze alleate poterono dirigersi verso Parigi, che venne liberata il 25 agosto.

Nel frattempo, il 15 agosto truppe francesi e statunitensi sbarcarono in Provenza (operazione Dragoon), suggellando la disfatta tedesca: mentre gli Alleati avanzavano verso Marsiglia e Lione, i tedeschi dovettero evacuare in fretta l'intera Francia occidentale; a metà settembre le armate provenienti dalla Provenza si ricongiunsero con le truppe che scendevano dalla Normandia. Mentre i canadesi ripulivano dalle forze tedesche la costa dello stretto di Dover, il 3 settembre i britannici entrarono a Bruxelles e l'11 settembre le prime truppe alleate raggiun

sero il confine tedesco; nel frattempo i reparti corazzati del generale Patton superarono la Mosa e la Mosella dopo aver sconfitto i tedeschi nel corso della battaglia di Nancy, raggiungendo quindi la Lorena[97].

L'operazione Bagration

In attesa dell'offensiva risolutiva contro i tedeschi prevista in contemporanea con lo sbarco anglo-statunitense in Normandia, le forze sovietiche condussero una serie di operazioni periferiche ai due estremi del fronte orientale: a sud l'Armata Rossa liberò la Crimea riconquistando Sebastopoli il 9 maggio, mentre il 10 giugno i sovietici attaccarono in forze il fronte finlandese in Carelia ricacciando il nemico oltre la frontiera del 1941. Il governo finlandesco si affrettò a intavolare trattative per una pace separata con i sovietici, che approdarono infine alla stipula dell'armistizio di Mosca il 19 settembre; seguirono quindi scontri armati tra tedeschi e finlandesi in Lapponia mentre i primi cercavano di ripiegare in Norvegia.

Il 22 giugno Stalin diede il via all'operazione Bagration, che si risolse in una spettacolare dimostrazione della potenza dell'Armata Rossa. L'attacco venne sferrato contro le forze tedesche in Bielorussia e fin dall'inizio ottenne pieno successo: con una manovra a tenaglia, i 4 000 mezzi corazzati sovietici prima travolsero i capisaldi tedeschi di Vitebsk sulla Dvina il 26 giugno e di Babrujsk sulla Beresina il 27, quindi si diressero velocemente su Minsk. I tedeschi tentarono disperatamente di rallentare l'avanzata per permettere il deflusso delle forze che rischiavano di rimanere tagliate fuori ad est della Beresina, ma l'avanzata sovietica fu inarrestabile: Minsk venne liberata il 3 luglio, decretando in pratica l'annientamento del Gruppo d'armate centro tedesco, che alla fine delle operazioni perse tra 350 000 e 400 000 uomini, fra morti, feriti e prigionieri[79].

L'intero raggruppamento centrale tedesco crollò, e a questo punto le colonne corazzate sovietiche proseguirono l'avanzata in due direzioni: verso nord-ovest presero Vilnius il 13 luglio e Kaunas il 1º agosto, per raggiungere poi la costa del mar Baltico; verso ovest proseguirono in direzione del Niemen e della Vistola, prendendo Lublino il 23 luglio e Brest-Litovsk il 28 luglio per raggiungere il confine tedesco in Prussia Orientale il 31 luglio. Inoltre, fin dal 13 luglio, l'Armata Rossa passò all'attacco anche più a sud, in Volinia; dopo duri scontri, i carri armati sovietici liberarono Leopoli il 27 luglio e proseguirono verso la Vistola che attraversarono a Sandomierz e Magnuszew. Tuttavia i tedeschi, con l'arrivo di riserve corazzate, riuscirono a riprendersi, a fermare l'avanzata sovietica verso il golfo di Riga, a contenere le teste di ponte sulla Vistola e ad arrestare l'avanzata su Varsavia.

Il 1º agosto l'Armia Krajowa polacca (filo-occidentale e legata al governo polacco in esilio a Londra) diede il via a una sollevazione generale a Varsavia; i tedeschi riuscirono però a controllare la situazione, a schiacciare l'insurrezione e a respingere le esauste colonne corazzate sovietiche in avvicinamento alla capitale polacca nella battaglia di Radzymin. Infatti l'Armata Rossa, dopo un'avanzata di oltre 500 km e dopo aver inflitto ai tedeschi una perdita di 900 000 uomini da giugno a agosto[98], si trovò nell'impossibilità logistica di continuare ad avanzare e dovette inoltre affrontare i violenti contrattacchi tedeschi sulla Vistola, sul Bug e sul Narew: anche le sue perdite erano state ingenti con quasi 500 000 uomini fuori combattimento, a riprova della ferocia della difesa tedesca nel settore[38][99]. Inoltre una vittoria dell'AK avrebbe guastato i progetti sovietici nell'area, pertanto Stalin non aveva interesse a contribuire alla buona riuscita della rivolta. È anche vero che i rivoltosi stessi avevano la necessità di agire nel minor tempo possibile proprio per evitare la presa del potere da parte dei sovietici in Polonia, visto che il 22 luglio, poco più di una settimana prima dell'inizio della rivolta, il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (filo-comunista) venne riconosciuto come il nuovo governo legittimo dall'URSS[100].

Il 20 agosto le forze sovietiche a sud dei Carpazi sferrarono la terza grande offensiva dell'estate 1944; una nuova manovra a tenaglia si chiuse rapidamente su tutto lo schieramento tedesco-rumeno il 24 agosto e l'offensiva Iași-Chișinău si concluse con la perdita di altri 200 000 soldati tedeschi[79]. Il disastro aprì alla defezione degli alleati balcanici della Germania: il 23 agosto il re Michele I di Romania condusse un colpo di stato a Bucarest, deponendo il regime fascista di Ion Antonescu e affrettandosi a siglare il 12 settembre un armistizio con l'URSS; con l'aiuto delle forze sovietiche in arrivo da nord, il 9 settembre i comunisti bulgari condussero un colpo di state a Sofia, facendo passare la Bulgaria al fianco degli Alleati e aprendo le porte all'Armata Rossa. L'insurrezione nazionale slovacca alla fine di agosto fu invece schiacciata dalle forze tedesche, le quali si affrettarono anche a prevenire una possibile defezione dell'Ungheria occupando il paese in ottobre, rimpiazzando il regime autoritario di Miklós Horthy con un esecutivo di matrice nazista sotto Ferenc Szálasi.

Le residue forze tedesche ripiegarono attraverso i Carpazi e avviarono l'abbandono della Grecia e della Jugoslavia; Belgrado fu liberata il 20 ottobre dai carri armati sovietici provenienti dalla Bulgaria, insieme alle truppe partigiane di Josip Broz Tito[101].

La fine di una grande potenza

Le offensive alleate nel Pacifico stavano ormai convergendo sul Giappone stesso. Dopo l'isolamento della base di Truk la flotta nipponica si era rifugiata a Singapore, più vicino alle riserve di carburante del Borneo e al sicuro dalle incursioni aeree statunitensi ma troppo lontano per appoggiare la difesa del Pacifico meridionale. Di ciò ne approfittarono le forze di MacArthur, che tra febbraio e maggio 1944 occuparono le isole dell'Ammiragliato per poi avviare, a partire da aprile, la liberazione della Nuova Guinea occidentale[102]. Anche le forze di Nimitz nel Pacifico centrale avanzarono con decisione: bombardieri statunitensi avevano condotto alcune incursioni contro obiettivi strategici giapponesi a partire da basi situate nella Cina continentale, ma gli aeroporti cinesi erano difficili da approvvigionare (i rifornimenti dovevano giungere dall'India attraverso un ponte aereo che scavalcava l'Himalaya, il cosiddetto The Hump) e vulnerabili alle offensive via terra dei giapponesi; gli statunitensi puntarono quindi alla conquista delle Isole Marianne nel Pacifico occidentale, dove potevano essere allestite basi aeree per i nuovi bombardieri a lungo raggio Boeing B-29 Superfortress rifornibili direttamente dagli Stati Uniti[103].

La portaerei giapponese Zuiho sotto attacco aereo statunitense durante la battaglia del Golfo di Leyte

Il 15 giugno le forze statunitensi diedero il via alla campagna delle Marianne attaccando l'isola di Saipan, cui fecero seguito gli sbarchi a Guam il 21 luglio e a Tinian il 24 luglio. La minaccia al Giappone rappresentata dagli sbarchi nelle Marianne non sfuggì all'attention del comando nipponico e la flotta da battaglia, già mobilitata per tentare di ostacolare l'avanzata statunitense nella Nuova Guinea occidentale, fu dirottata per fronteggiare questa nuova minaccia. Tra il 19 e il 20 giugno le opposte flotte si affrontarono nella battaglia del Mare delle Filippine: in una serie di scontri aeronavali, i giapponesi persero tre portaerei e ben 360 aerei imbarcati senza riuscire a infliggere agli statunitensi perdite significative; il corpo aereo della Marina giapponese, faticosamente ricostruito nel corso di un intero anno dopo le perdite di piloti e velivoli patite a Midway e nelle Salomone, fu di fatto spazzato via nel corso di quest'unica battaglia, rendendo inutili ai fini bellici le portaerei superstiti. Le operazioni nelle Marianne si conclusero quindi entro i primi di agosto con l'annientamento delle guarnigioni nipponiche; in ragione di questa sconfitta, il primo ministro Tojo fu costretto alle dimissioni e rimpiazzato con il generale Kuniaki Koiso[104].

La caduta delle Marianne aprì la strada alla riconquista statunitense delle Filippine, fortemente voluta dal generale MacArthur, benché Nimitz le preferisse un assalto anfibio all'isola di Formosa. Preceduto a metà settembre dall'occupazione dei punti strategici dell'arcipelago delle Palau (battaglie di Peleliu e di Angaur), lo sbarco nelle Filippine ebbe inizio il 20 ottobre con l'assalto all'isola di Leyte, dove gli statunitensi stabilirono rapidamente una testa di ponte. La perdita dell'arcipelago avrebbe definitivamente tagliato fuori il Giappone dai pozzi petroliferi delle Indie olandesi, e la Marina nipponica era pronta a sacrificare le sue ultime risorse per impedirlo; fu concepito un piano ambizioso: la squadra delle portaerei, ormai quasi inutilizzabile per mancanza di velivoli imbarcati, avrebbe fatto da esca attirando a nord delle Filippine le portaerei statunitensi, permettendo a due gruppi navali di corazzate e incrociatori di convergere sulla flotta d'invasione ammassata davanti Leyte. L'azione portò, tra il 23 e il 26 ottobre, alla vasta battaglia del Golfo di Leyte, la più grande battaglia navale della guerra; lo scontro segnò definitivamente la superiorità dell'aereo imbarcato contro le grandi navi armate di cannoni: i giapponesi furono completamente sconfitti perdendo, principalmente in attacchi aerei, quattro portaerei, tre corazzate e sei incrociatori pesanti[105].

Mentre la lotta infuriava nelle isole del Pacifico le operazioni belliche nell'Asia continentale erano ristagnate, salvo conoscere un'improvvisa recrudescenza nel 1944. A partire da aprile e fino a dicembre i giapponesi sferrarono una grande offensiva nella Cina meridionale, la loro prima operazione su vasta scala in territorio cinese dal 1939; l'operazione Ichi-Go rappresentò l'ultima grande vittoria giapponese della guerra: vaste zone nello Henan, nello Hunan e nel Guangxi furono occupate, e il Kuomintang fu politicamente umiliato per via della sua incapacità nel difendere i cinesi dai giapponesi[106].

Nel frattempo, i giapponesi passarono all'offensiva anche sul fronte della Birmania: per tutto il 1943 i giapponesi avevano mantenuto un atteggiamento difensivo, limitandosi a contrastare le azioni portate avanti dagli Alleati (gli anglo-indiani a ovest, le armate cinesi assistite da contingenti statunitensi a nord), ma nel marzo 1944 i reparti giapponesi lanciarono una vasta offensiva (operazione U-Go) in direzione dell'Assam, sia per occupare gli aeroporti da cui partivano i rifornimenti per i cinesi sia nel tentativo di scatenare una rivolta anticolonialista in India. Le truppe anglo-indiane del generale William Slim erano ora meglio addestrate alle operazioni nella giungla, e riuscirono a bloccare l'offensiva giapponese tra le città di Imphal e Kohima finché l'arrivo del monsone in giugno non provocò il crollo delle linee di approvvigionamento nipponiche. L'operazione si risolse in una catastrofe per i giapponesi, che persero 60 000 dei 100 000 uomini impiegati; a coronamento di questo successo per gli Alleati, in agosto le forze cinesi riconquistarono Myitkyina nel nord della Birmania ristabilendo i collegamenti terrestri tra India e Cina[107].

L'ultimo azzardo di Hitler

Alla metà di settembre, la folgorante avanzata degli Alleati sul fronte occidentale iniziò a mostrare segni di rallentamento. La decisione di Hitler di lasciare forti guarnigioni a presidiare i porti lungo la costa occidentale della Francia e nella zona dello stretto di Dover, se da un lato lasciò tagliati fuori migliaia di soldati tedeschi, dall'altro impedì agli anglo-statunitensi di disporre di scali dove scaricare i rifornimenti, i quali dovevano essere convogliati unicamente attraverso i porti della Normandia o della Provenza lungo strade e ferrovie sconvolte dalla guerra. Ciò provocò un progressivo calo del flusso di rifornimenti alle armate sul campo, ora organizzate in tre gruppi d'armate sotto la direzione del generale Eisenhower (responsabile del Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force): a nord in Belgio gli anglo-canadesi del 21st Army Group di Montgomery, al centro in Lorena gli statunitensi del Twelfth United States Army Group di Bradley e a sud in Alsazia i franco-statunitensi del Sixth United States Army Group del generale Jacob Devers.

Il rallentamento del ritmo dell'avanzata consentì ai tedeschi di radunare le forze e riprendersi. Il 17 settembre Montgomery lanciò l'operazione Market Garden, un attacco combinato terrestre e aviotrasportato per occupare in un sol colpo tutti i ponti strategici sui vari rami del Reno nei Paesi Bassi; l'operazione, troppo ambiziosa, fallì quando i tedeschi negarono ai britannici la conquista del ponte di Arnhem, impedendo lo sfondamento finale. Maggior successo ebbe la campagna intrapresa dai canadesi a partire da ottobre per liberare l'estuario del fiume Schelda, via d'accesso al porto di Anversa: la battaglia della Schelda si concluse in novembre, aprendo una vitale rotta di rifornimento per gli Alleati. Le forze statunitensi erano nel frattempo impegnate in aspri scontri al confine franco-tedesco, dove la Wehrmacht poteva appoggiarsi alle vecchie fortificazioni della Linea Sigfrido: dopo aver infranto un contrattacco tedesco nel corso della battaglia di Arracourt alla fine di settembre, la 3ª Armata di Patton si ritrovò invischiata in sanguinosi scontri a Metz e nella Foresta di Hürtgen, venendo alla fine bloccata; maggior successo ebbero gli attacchi della 1ª Armata statunitense di Courtney Hodges, che in ottobre conquistò Aquisgrana aprendo una falla nella Linea Sigfrido. I tedeschi persero altro terreno, ma nel complesso riuscirono a stabilizzare solidamente il fronte occidentale[108].

Nel frattempo, Hitler aveva insistito per preparare una grande controffensiva sul fronte occidentale per dicembre, quando le pessime condizioni meteo potevano impedire agli Alleati di far valere la loro superiorità aerea. Il progetto era più che ambizioso: tre armate tedesche, rinforzate da unità corazzate richiamate anche dal fronte orientale, avrebbero attaccato nella regione delle Ardenne, impervia ma debolmente presidiata dalla 1ª Armata statunitense in quanto ritenuta un settore tranquillo del fronte; lo scopo dell'attacco era quello di raggiungere il fiume Mosa, piegare a nord e riconquistare Anversa, chiudendo in un'enorme sacca le forze alleate del 21st Army Group.

L'offensiva tedesca scattò il 16 dicembre, cogliendo completamente di sorpresa i comandi alleati: alcune colonne corazzate tedesche penetrarono in profondità, superando i deboli sbarramenti statunitensi, catturando più di 6 000 prigionieri sul massiccio dell'Eifel e avanzando verso Bastogne. I panzer di testa, rallentati dal terreno boscoso e dalle intemperie climatiche che avevano anche impedito l'intervento dell'aviazione alleata, giunsero in vista della Mosa il 24 dicembre. Tuttavia, grazie alla coraggiosa resistenza di alcuni reparti statunitensi assediati a Bastogne e alla scarsità di rifornimenti tedeschi, in particolar modo di carburante, gli Alleati poterono bloccare l'offensiva e passare al contrattacco: da nord le unità di Montgomery ricacciarono indietro i tedeschi nel corso della battaglia di Ciney, mentre a sud le forze corazzate di Patton liberarono Bastogne dall'assedio il 26 dicembre. A metà gennaio 1945 la battaglia, sanguinosa per entrambe le parti con circa 80 000 perdite a testa, era finita: i contrattacchi alleati costrinsero i tedeschi ad abbandonare il terreno conquistato e a ritornare sulle posizioni di partenza[109].

1945

A cavallo tra il 1944 e il 1945 ebbero luogo in Ungheria duri scontri tra tedeschi e sovietici, i primi con l'aiuto di reparti dell'esercito ungherese e i secondi appoggiati da contingenti romeni. Le colonne meccanizzate sovietiche, a cavallo del Danubio, accerchiarono completamente Budapest e le cospicue forze tedesche e ungheresi poste a sua difesa il 27 dicembre 1944[110]; l'assedio di Budapest infuriò fino al 13 febbraio 1945 come una dura battaglia urbana, con perdite ingentissime per tutte e due le parti e devastazioni della città altrettanto enormi, prima che le residue forze tedesche e ungheresi capitolassero[79].

Mentre infuriavano i combattimenti per le strade di Budapest, le enormi forze sovietiche ammassate più a nord iniziarono la marcia alla volta di Berlino. L'ultima grande offensiva invernale dell'Armata Rossa iniziò il 12 gennaio forse in anticipo sui piani per ordine di Stalin, sollecitato da Churchill affinché sferrasse un attacco per alleggerire la situazione degli Alleati nelle Ardenne[111]. A partire dalle teste di ponte sulla Vistola di Baranow e Sandomir, una vera valanga di uomini con 32 000 cannoni, 6 400 carri armati e 4 800 aerei[112] si abbatté sulle difese tedesche: le prime linee sulla Vistola vennero rapidamente travolte, Varsavia cadde senza combattere e le riserve corazzate tedesche furono distrutte nella battaglia di Kielce dai corpi meccanizzati del maresciallo Konev[113]. Un enorme vuoto si aprì davanti alle colonne dei marescialli Žukov e Konev, che si lanciarono rapidamente in profondità aggirando i capisaldi di Breslavia e Posen, difesi dai tedeschi per ordine tassativo di Hitler[114]. L'avanzata in Polonia fu rapidissima: il 17 gennaio venne raggiunta Częstochowa, il 19 Łódź e Cracovia, il 28 gennaio Katowice e il bacino industriale della Slesia[115]; il 27 gennaio i soldati sovietici fecero il loro ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz.

Molto più combattuta fu la battaglia per la Prussia Orientale, attaccata dal 13 gennaio. I tedeschi si batterono con abilità ed efficacia sfruttando il terreno boscoso e le solide fortificazioni, tuttavia le colonne corazzate sovietiche raggiunsero la costa baltica presso Marienburg il 27 gennaio[116]. Le superstiti navi da guerra della Kriegsmarine intervennero con le loro artiglierie in aiuto delle truppe di terra ed eseguirono numerose evacuazioni di reparti militari e soprattutto di civili in fuga davanti alla devastazione sovietica[117]; i sommergibili sovietici colarono a picco diverse navi cariche di civili: il siluramento del transatlantico Wilhelm Gustloff il 30 gennaio causò 5 300 morti (il più grande disastro navale della storia)[118]. La poderosa fortezza di Königsberg fu attaccata a partire dal 1º aprile dalle forze sovietiche, guidate personalmente dal maresciallo Vasilevskij, e conquistata il 9 aprile grazie all'impiego in massa dell'artiglieria pesante e di grandi rinforzi di aviazione, causando 150 000 perdite tra i tedeschi[79][117]. Piccoli nuclei di resistenza tedeschi rimasero attivi nella regione del Frisches Haff fino alla capitolazione del Terzo Reich.

Alla fine di gennaio l'Armata Rossa raggiunse dopo un'avanzata forsennata il fiume Oder, l'ultimo ostacolo naturale prima di Berlino, e costituì subito teste di ponte sulla riva occidentale a Küstrin e Opole. La capitale tedesca era distante appena 80 km e i tedeschi avevano perso quasi 400 000 uomini in un mese[119]; il paese era devastato, i civili avevano abbandonato in massa i territori invasi mentre i soldati sovietici si abbandonavano spesso al saccheggio e alla vendetta sulle popolazioni[120]. Le forze sovietiche giunte all'Oder, tuttavia, interruppero la loro avanzata: Stalin, impegnato in quei giorni nella conferenza di Jalta con Roosevelt e Churchill, non voleva rischiare un balzo sulla capitale prima di aver messo al sicuro i fianchi dell'avanzata; durante febbraio e marzo, quindi, l'Armata Rossa si impegnò nel rastrellamento delle sacche di resistenza rimaste nelle retrovie e nella sconfitta delle forze nemiche in Pomerania e in Slesia. La Wehrmacht tentò anche alcune disperate controffensive, l'operazione Solstizio in Pomerania e l'operazione Frühlingserwachen nell'Ungheria occidentale, senza riuscire però ad approdare a niente.

Dopo la battaglia delle Ardenne e il trasferimento di numerose divisioni verso il fronte orientale, l'esercito tedesco a ovest era ormai in netta inferiorità numerica e materiale nei confronti delle forze alleate[122]. Dopo una fase di riorganizzazione e pianificazione, e anche di scontri tra i vertici britannici e statunitensi sulle priorità strategico-operative da adottare[123], gli Alleati poterono quindi ricominciare l'offensiva; l'opzione migliore per la Wehrmacht era di ripiegare dietro al Reno e di usare il fiume come barriera, ma Hitler si oppose all'abbandono della Renania con il risultato che le migliori unità tedesche finirono annientate nelle offensive concentriche sferrate dagli Alleati tra febbraio e marzo, l'operazione Veritable degli anglo-canadesi e l'operazione Grenade degli statunitensi. Il 6 marzo gli statunitensi entrarono a Colonia e, sfruttando la crescente confusione tra le file del nemico, il 7 marzo si impadronirono con un colpo di mano a Remagen di un ponte sul Reno, costituendo una prima testa di ponte a est del fiume[124]. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo fu la volta della 3ª Armata di Patton di attraversare a sorpresa il Reno a Oppenheim, mentre il 24 marzo anche Montgomery portò le sue forze oltre il fiume a Wesel con l'appoggio dell'ultimo grande assalto aviotrasportato della guerra, l'operazione Varsity; a sud, dopo aver completato la liberazione della Francia schiacciando la sacca di Colmar in febbraio, i franco-statunitensi di Devers valicarono a loro volta il Reno il 26 marzo tra Mannheim e Worms.

La fine dei dittatori

Perduta la barriera del Reno, il fronte tedesco a ovest cedette definitivamente: il 2 aprile le colonne anglo-statunitensi chiusero la sacca della Ruhr, capitolata già il 21 aprile con 325 000 uomini fatti prigionieri[119]; i mezzi corazzati alleati poterono così dilagare nella Germania occidentale, contrastati solo da una sporadica resistenza di alcuni reparti fanatici di Waffen-SS e Gioventù hitleriana mentre il grosso dei tedeschi si arrese o ripiegò in rotta[124]. Gli anglo-canadesi puntarono su Brema e Amburgo, raggiunta il 2 maggio, per anticipare i sovietici in Danimarca; le unità statunitensi al centro, con quasi 4 000 carri armati[119], puntarono verso il fiume Elba, che secondo le disposizioni di Eisenhower doveva costituire il limite massimo dell'avanzata alleata su cui si doveva incontrare i sovietici: il 10 aprile fu raggiunta Hannover, il 13 Magdeburgo e el 14 Lipsia[125]. Più a sud, le colonne del generale Patton avanzarono nell'alta Baviera dirigendo sulla Cecoslovacchia, mentre altre forze statunitensi e francesi penetrarono in Baviera dove il 20 aprile cadde Norimberga e il 30 aprile Monaco[126]. L'esercito tedesco ad ovest aveva ormai cessato di combattere, e milioni di soldati si consegnarono spontaneamente agli alleati per non cadere in mano ai sovietici. Il primo collegamento tra reparti sovietici e statunitensi avvenne quindi a Torgau, sul fiume Elba, il 25 aprile.

Gli anglo-statunitensi passarono all'offensiva anche in Italia a partire dal 6 aprile: i britannici sfondarono il fronte sul lato adriatico nella zona delle Valli di Comacchio mentre gli statunitensi avanzarono al centro su Bologna, liberata il 21 aprile; gli Alleati valicarono quindi il Po e dilagarono verso nord. Il 25 aprile i partigiani italiani diedero il via a un'insurrezione di massa in tutta l'Italia settentrionale, affrettando la dissoluzione della Repubblica Sociale Italiana; Mussolini, in fuga verso la Germania nascosto a bordo di un convoglio di truppe tedesche, fu catturato dai partigiani e fucilato il 28 aprile. Mentre i primi reparti statunitensi entravano a Milano, già liberata dai partigiani, il 27 aprile i delegati tedeschi si recarono al quartier generale degli Alleati per trattare; la resa di Caserta entrò quindi in vigore il 2 maggio, ponendo ufficialmente fine alle ostilità in Italia. Gli anglo-statunitensi proseguirono quindi verso nord alla volta dell'Austria, dove ai primi di aprile avevano fatto il loro ingresso anche le forze sovietiche: Vienna stessa fu conquistata dall'Armata Rossa il 13 aprile dopo alcuni duri scontri in città, e i sovietici si incontrarono il 4 maggio con gli statunitensi nella regione di Linz[79].

Il 16 aprile 1945 l'Armata Rossa sferrò la sua ultima offensiva generale, con obiettivo Berlino; l'attacco fu lanciato in gran fretta sotto la pressione di Stalin, che temeva di essere preceduto dagli Alleati occidentali. Le forze sovietiche, agli ordini dei marescialli Žukov e Konev, erano imponenti e nettamente superiori a quelle nemiche,

ma inizialmente furono impiegate male e confusamente; le perdite, di fronte alle difese fortificate tedesche, furono altissime e lo sfondamento decisivo, ottenuto con la forza bruta di migliaia di carri armati impiegati in massa, fu ottenuto solo il 20 aprile. Dopo queste difficoltà iniziali, la velocità dell'avanzata aumentò e le armate corazzate sovietiche manovrarono per accerchiare la capitale. Hitler decise di rimanere in città e di organizzare la difesa, contando su reparti raccogliticci di Waffen-SS straniere, resti di Panzer-Division disciolte e truppe del Volkssturm e della Gioventù hitleriana. La battaglia casa per casa fu durissima e sanguinosa, i sovietici avanzarono passo passo da tutte le direzioni lentamente e a costo di pesanti perdite. Hitler si suicidò nel suo bunker sotterraneo il 30 aprile, insieme alla moglie Eva Braun che aveva sposato il giorno prima, dopo aver trasferito i suoi poteri di capo dello stato all'ammiraglio Dönitz, in quel momento a Flensburg vicino al confine con la Danimarca; lo stesso giorno in tarda serata i sergenti sovietici Meliton Kantaria e Michail Egorov issarono, dopo aspri scontri ravvicinati, la bandiera della Vittoria sovietica sul tetto del Palazzo del Reichstag. La battaglia nel centro di Berlino si concluse definitivamente il 2 maggio con la resa della guarnigione, dopo aver provocato 135 000 perdite nei ranghi dell'Armata Rossa e 400 000 tra morti e feriti e 450 000 prigionieri tra i tedeschi.

Mentre scontri sanguinosi infuriavano ancora a Praga, dove la popolazione ceca era insorta contro i tedeschi all'approssimarsi delle prime colonne sovietiche, il governo di Flensburg allestito da Dönitz si accinse ad accettare la resa imposta dagli Alleati. La capitolazione tedesca a ovest fu firmata ufficialmente dal generale Alfred Jodl il 7 maggio a Reims, alla presenza del generale Eisenhower; la notte dell'8 maggio, al quartier generale del maresciallo Žukov a Berlino, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel firmò un secondo documento di resa incondizionata della Germania, ponendo ufficialmente fine alle ostilità in Europa.

Lotta senza speranza

All'inizio del 1945 era ormai chiaro che il Giappone avrebbe perso la guerra. Dopo aver completato l'occupazione di Leyte nel dicembre precedente, le forze di MacArthur nelle Filippine sbarcarono a Luzon il 9 gennaio e il 3 marzo seguente liberarono Manila dopo una sanguinosa lotta casa per casa che portò alla distruzione dell'80% degli edifici della città; dopo Varsavia, Manila fu la capitale degli Alleati che subì i maggiori danni durante il conflitto. Gli Alleati erano all'offensiva anche sul fronte della Birmania, dove i reparti anglo-indiani del generale Slim valicarono il corso dell'Irrawaddy, l'ultimo grande ostacolo geografico sulla loro strada, il 14 gennaio; finché i combattimenti si erano sviluppati nella giungla i giapponesi avevano potuto compensare con il terreno impervio la loro inferiorità in fatto di mobilità e potenza di fuoco, ma quando gli scontri si spostarono nelle pianure della Birmania centrale gli Alleati poterono usare a pieno la loro superiorità in carri armati e supporto aereo ravvicinato: il nucleo delle forze nipponiche in Birmania finì annientato nel corso della battaglia di Meiktila e Mandalay entro la fine di marzo, e la campagna si concluse con la riconquista britannica di Rangoon (operazione Dracula) il 3 maggio.

Sul mare gli Alleati avevano ormai una superiorità schiacciante. In febbraio una grande flotta statunitense compì un'incursione aeronavale lungo le coste del Giappone stesso, la prima dal raid su Tokyo dell'aprile 1942; a testimonianza della superiorità industriale statunitense, delle 119 unità navali impegnate nel raid solo sei erano state in servizio nel periodo prebellico. Mentre portaerei e navi da battaglia battevano le città costiere giapponesi, la flotta di sommergibili della US Navy aveva imposto un sostanziale blocco alle importazioni navali nipponiche, in una sorta di vittoriosa riedizione della guerra sommergibilistica tedesca in Atlantico: complice anche l'insufficiente dispositivo di protezione al traffico mercantile allestito dalla Marina giapponese, i sommergibili statunitensi inflissero danni catastrofici affondando mercantili pari a circa 5,3 milioni di tonnellate di stazza lorda, facendo crollare le importazioni nipponiche dalle 48 milioni di tonnellate di merci del 1941 alle 7 milioni di tonnellate del 1945. A parte la gravissima mancanza di carburante e materie prime per l'industria, ciò si tradusse in una devastante penuria di generi alimentari per la popolazione, le cui razioni medie calarono al 16% della dose considerata il minimo vitale; nel 1945, almeno 7 milioni di civili giapponesi erano a forte rischio di morte per malnutrizione.

La portaerei Bunker Hill in fiamme dopo essere stata colpita da un kamikaze l'11 maggio 1945 davanti Okinawa

Non di meno, la resistenza dei reparti giapponesi raggiunse vette di fanatismo altissime. Il 19 febbraio i marines diedero l'assalto all'isola di Iwo Jima, onde farne una base avanzata per i raid di bombardieri sulle isole giapponesi: il generale Tadamichi Kuribayashi aveva trasformato l'isola in un enorme complesso di bunker e postazioni in caverna, e la lotta proseguì per oltre un mese al prezzo di 6 800 morti e 18 000 feriti per gli statunitensi; della guarnigione giapponese di 23 000 uomini non si contarono più di un migliaio di prigionieri di guerra. Ancora più devastanti furono gli scontri che seguirono lo sbarco statunitense sull'isola di Okinawa il 1º aprile seguente, primo passo per l'avanzata verso le isole stesse del Giappone: i 130 000 soldati della guarnigione giapponese resistettero fino al 22 giugno prima di essere quasi completamente annientati, infliggendo agli statunitensi più di 48 000 tra morti e feriti.

Già durante gli scontri aeronavali nelle Filippine nell'ottobre 1944, i giapponesi avevano costituito un reparto di piloti volontari da impiegare in missioni suicide: definiti come Kamikaze, questi piloti erano addestrati a schiantarsi deliberatamente contro le navi nemiche con aerei imbottiti di esplosivo, un buon sistema per compensare il carente addestramento delle ultime generazioni di piloti nipponici; la disperazione spince i giapponesi a convertire alle tattiche kamikaze negli ultimi mesi di guerra interi squadroni, dotandoli anche di velivoli appositi (gli Yokosuka MXY7) che non erano più che missili a pilotaggio umano. Superato lo shock iniziale, gli statunitensi furono ben presto in grado di contrastare questa tattica: negli scontri nelle acque di Okinawa l'aviazione nipponica perse quasi 7 000 aerei affondando solo 34 navi nemiche e danneggiandone irreparabilmente altre 25. La furia suicida contagiò anche la Marina, che il 7 aprile fece salpare con le ultime scorte di carburante disponibili l'unica grande unità rimasta operativa, la corazzata Yamato: la nave doveva incagliarsi deliberatamente al largo di Okinawa e lottare fino alla fine con i suoi cannoni, ma fu colata a picco a metà strada da ripetute incursioni aeree.

La capitolazione del Giappone

Era convinzione generale che solo un'invasione anfibia dello stesso Giappone avrebbe potuto mettere fine alla guerra in Asia. Gli strateghi alleati erano da tempo all'opera per stilare un piano in tal senso: sotto il nome in codice di operazione Downfall, prevedeva come prima mossa l'occupazione di parte dell'isola di Kyūshū per allestirvi basi aeree da cui appoggiare, in una seconda fase, lo sbarco nella regione di Kantō presso Tokyo. L'esperienza dei combattimenti su Iwo Jima e Okinawa faceva agevolmente prevedere che i giapponesi avrebbero opposto una resistenza fanatica; secondo alcuni specialisti si potevano ipotizzare fino a 500000 perdite totali (morti, feriti, dispersi) tra i reparti impegnati nell'operazione; impressionati da una simile prospettiva, i comandi degli Alleati si misero alla ricerca di una strategia alternativa.

Nell'agosto 1939 una lettera a firma di Albert Einstein, indirizzata al presidente Roosevelt, aveva sollevato presso il governo statunitense il pericolo che la Germania nazista potesse impiegare le recenti scoperte scientifiche in materia di fissione nucleare per realizzare un ordigno dalla potenza distruttiva mai vista prima. Questa lettera fu l'atto di nascita del programma statunitense per la realizzazione di una bomba atomica: sotto il nome in codice di "Progetto Manhattan", il programma si avvalse della collaborazione di centinaia di scienziati statunitensi e britannici coordinati dal fisico Robert Oppenheimer. Il primo prototipo di una bomba atomica (The Gadget) venne testato con successo il 16 luglio 1945 nel poligono di Alamogordo nel Nuovo Messico, e il presidente Harry Truman (succeduto a Roosevelt, deceduto per cause naturali, il 12 aprile 1945) autorizzò immediatamente l'impiego della nuova arma contro il Giappone.

Il 6 agosto il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò una bomba all'uranio (Little Boy) sulla città giapponese di Hiroshima: tre quarti della città furono distrutti e 78 000 persone morirono all'istante. Tre giorni più tardi, il 9 agosto, il B-29 BOCKSCAR sganciò una bomba al plutonio (Fat Man) sulla città di Nagasaki: due quinti dell'abitato furono spazzati via e le vittime immediate furono 35 000, ma come a Hiroshima molte migliaia di persone perirono nei giorni seguenti a causa delle gravi ustioni e dell'avvelenamento da radiazioni. Le bombe atomiche non furono i soli colpi mortali inferti al Giappone: tenendo fede a un impegno assunto fin dal 1943, l'8 agosto l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e un milione e mezzo di soldati sovietici diedero il via all'invasione della Manciuria; benché i reparti giapponesi e mancesi schierati nella regione ammontassero a circa un milione di uomini, i sovietici possedevano una schiacciante superiorità quantitativa e qualitativa in fatto di carri armati, aerei e artiglieria, e travolsero rapidamente ogni resistenza. Gran parte della Manciuria cadde in mano sovietica entro il 19 agosto e, mentre alcune unità proseguivano l'avanzata in direzione della Corea settentrionale, operazioni anfibie portarono all'occupazione di Sachalin e delle isole Curili entro i primi di settembre.

Davanti a questi disastri, il governo giapponese non poté fare altro che capitolare. Nel corso di una riunione nella notte tra il 9 e il 10 agosto, l'intervento dell'imperatore Hirohito fu determinante nel convincere il gabinetto imperiale ad accettare la richiesta alleata di una resa incondizionata. Un tentativo di colpo di stato promosso da ufficiali di basso grado che non volevano accettare la resa fu stroncato sul nascere dalla fedeltà all'imperatore dimostrata dai reparti, e il 15 agosto Hirohito in persona lesse alla radio l'annuncio dell'accettazione dei termini di resa formulati dagli Alleati. Il 28 agosto i primi reparti statunitensi fecero il loro ingresso incontrastati nella capitale nipponica e il 2 settembre seguente, a bordo della corazzata USS Missouri ancorata nella Baia di Tokyo, il generale MacArthur presiedette alla cerimonia della firma dell'atto di capitolazione del Giappone, ponendo formalmente fine alla guerra mondiale.

I bombardamenti strategici

Benché esempi di bombardamento aereo delle città si fossero verificati già durante la prima guerra mondiale, la seconda guerra sino-giapponese e la guerra di Spagna, fu nella seconda guerra mondiale che la pratica di condurre bombardamenti strategici contro i centri abitati e industriali raggiunse le sue vette più alte. Gli inizi furono abbastanza cauti: aerei tedeschi bombardarono svariate città polacche nel settembre 1939 ma con effetti abbastanza limitati, fatta eccezione per i grandi raid organizzati ai danni di Varsavia sul finire della campagna. Sul fronte occidentale, a parte poche fallimentari incursioni britanniche contro i porti del nord della Germania, i bombardamenti sulle città non iniziarono fino all'avvio della campagna di Francia nel maggio 1940: il bombardamento di Rotterdam da parte dei tedeschi il 14 maggio fu dovuto più che altro a un errore di comunicazione, ma fu preso a pretesto da Churchill per autorizzare attacchi aerei sui centri industriali tedeschi e, nella notte tra il 15 e il 16 maggio, i velivoli del Bomber Command britannico attaccarono depositi di carburante e snodi ferroviari a Gelsenkirchen.

La battaglia d'Inghilterra vide la prima grande campagna di bombardamento strategico della guerra: la Luftwaffe iniziò la battaglia prendendo di mira principalmente obiettivi militari ma in seguito cambiò strategia e attaccò le città, per distruggere le industrie e soprattutto per scuotere il morale della popolazione civile. A partire dal 7 settembre 1940 una campagna di bombardamenti notturni quasi quotidiani (il cosiddetto The Blitz) si abbatté su Londra, mentre raid di non minore intensità colpivano altri centri dell'Inghilterra; particolarmente distruttivo fu il bombardamento di Coventry del 14 novembre. La campagna di bombardamenti strategici tedeschi sull'Inghilterra cessò in gran parte nel maggio 1941 per via del massiccio trasferimento di velivoli in vista dell'invasione dell'URSS, anche se conobbe alcune brevi riproposizioni più avanti (il Baedeker Blitz dell'aprile-maggio 1942 e l'operazione Steinbock del gennaio-maggio 1944) come rappresaglie per gli attacchi britannici alla Germania.

Germania

La nomina nel febbraio 1942 del maresciallo Arthur Harris alla guida del Bomber Command diede nuovo impulso ai bombardamenti strategici britannici. La minaccia delle difese aeree tedesche obbligava i bombardieri britannici a operare quasi esclusivamente di notte, ma questo, nonostante l'adozione di nuovi strumenti di guida dei velivoli tramite radar e onde radio, diminuiva enormemente la capacità di prendere di mira un obiettivo in particolare; Harris ordinò quindi di condurre missioni di bombardamento a tappeto, colpindo indiscriminatamente tanto le fabbriche quanto le abitazioni e i quartieri cittadini che vi stavano intorno. L'accento fu posto sempre più sulla conduzione di veri e propri "bombardamenti terroristici", ovvero rivolti a terrorizzare la popolazione civile tedesca e indebolire la sua volontà di continuare la guerra. L'entrata in linea dei grandi quadrimotori a lunga autonomia come gli Avro 683 Lancaster e gli Handley Page Halifax consentì di mettere in pratica questa nuova strategia a partire dal marzo 1942, quando gli antichi centri storici di Lubecca e Rostock furono devastati da una serie di incursioni incendiarie; seguì il lancio dell'operazione Millennium tra maggio e giugno: Harris tentò di concentrare l'intera forza di bombardieri della RAF (poco meno di mille velivoli per volta) su un unico obiettivo, radendo al suolo Colonia ma subendo anche forti perdite da parte dei caccia notturni della Luftwaffe quando attacchi simili furono tentati su Essen e Brema.

Alla fine del 1942 ai britannici si unirono le forze aeree statunitensi, organizzate nella Eighth Air Force del generale Carl Andrew Spaatz; gli statunitensi adottarono un approccio diverso, puntando su bombardamenti di precisione condotti di giorno e confidando nella corazzatura e nel pesante armamento difensivo dei bombardieri Boeing B-17 Flying Fortress e Consolidated B-24 Liberator per respingere i caccia tedeschi. Fu concepita la tattica del bomber stream, mirante a soverchiare le difese tedesche tramite un flusso continuo di bombardieri che sganciavano il loro carico bellico in tempi rapidissimi, messa in pratica nel corso della battaglia della Ruhr in marzo e poi ancora, con effetti devastanti, durante l'operazione Gomorrah in luglio: Amburgo fu rasa al suolo da bombardamenti continui che generarono una vera e propria tempesta di fuoco nel centro cittadino, ma a dispetto della distruzione del 73% del centro abitato le fabbriche della città, velocemente delocalizzate in campagna, fecero registrare un'interruzione di soli due mesi nella produzione. Il decentramento dell'industria tedesca neutralizzò in gran parte gli effetti dei bombardieri sulla produzione bellica, che conobbe il suo incremento massimo proprio nel corso del 1943; nel mentre, la Luftwaffe e l'artiglieria contraerea (FlaK) continuavano a infliggere pesanti perdite agli attaccanti: la battaglia aerea di Berlino iniziata in novembre dovette essere interrotta nel marzo 1944 a causa delle troppe perdite riportate dai bombardieri.

La chiave del successo per gli Alleati fu l'entrata in linea, alla fine del 1943, del caccia North American P-51 Mustang: velivolo di lunga autonomia, il Mustang poteva scortare i bombardieri durante tutto il loro tragitto sopra la Germania e attaccare le forze della Luftwaffe ogni volta che se ne presentava l'occasione. La conquista di un vero e proprio dominio dell'aria da parte dei caccia alleati portò a un incremento delle missioni di bombardamento diurne, la cui maggiore precisione consentiva ora di prendere di mira obiettivi più specifici di un'intera città: in aprile i bombardieri anglo-statunitensi intrapresero un'efficace campagna per paralizzare i collegamenti stradali e ferroviari in Francia, rivelatasi importante per la riuscita degli sbarchi in Normandia, cui fece seguito un'intensa serie di attacchi ai danni delle industrie petrolifere della Germania. La distruzione del sistema di produzione del carburante si rivelò catastrofica per la Germania: per quanto le industrie tedesche continuassero a produrre grandi quantitativi di carri armati e aerei di ottima qualità, questi erano inutilizzabili perché privi della benzina per muoversi. Il successo della campagna di bombardamenti mirati portò all'abbandono della tattica dei bombardamenti a tappeto, pure proseguita fino agli ultimi giorni di guerra con il catastrofico bombardamento di Dresda del 13-15 febbraio 1945.

La rappresaglia tedesca si concretizzò nell'impiego di armi di nuova generazione, come le bombe volanti V1 e i missili balistici V2: per quanto scagliati in gran numero sull'Inghilterra meridionale, la Francia e il Belgio a partire dal giugno 1944, e per quanto risultassero molto difficili da intercettare per le difese alleate, il loro intervento avvenne troppo tardi per costituire un importante fattore bellico.

Giappone

Il bombardamento strategico comparve tardi nel teatro di guerra del Pacifico, ma qui fece registrare enormi successi per gli Alleati. Benché alcuni raid fossero stati condotti a partire dalla Cina (operazione Matterhorn), solo dopo la conquista delle Marianne i bombardieri B-29 statunitensi divennero una presenza costante nei cieli giapponesi. I primi attacchi della Twentieth Air Force nel novembre 1944, bombardamenti di precisione condotti a bassa quota, si rivelarono poco efficaci, disturbati dalle difese giapponesi e dalle pessime condizioni meteo. La nomina nel gennaio 1945 al comando della forza del generale Curtis LeMay portò a un cambio di strategia: i B-29 furono privati dell'armamento difensivo perché potessero volare più in alto, a quote irraggiungibili per i caccia nipponici, e iniziarono a condurre incursioni notturne con la tecnica del bombardamento a tappeto. Il fatto che gran parte delle città giapponesi fossero realizzate in legno le rese spaventosamente vulnerabili alle incursioni statunitensi: nella notte del 9 marzo una concentrazione di B-29 colpì Tokyo con 2 000 tonnellate di bombe incendiarie, generando una tempesta di fuoco che rase al suolo 40 km² di città e uccise 124 000 persone, più danni di quelli provocati dalla bomba atomica su Hiroshima. Entro la fine della guerra 66 grandi città giapponesi erano state devastate, 13 milioni di persone avevano perso la loro casa e la produzione industriale era calata del 40%: una devastazione paragonabile a quella della Germania, ma inflitta nell'arco di sette mesi invece che in tre anni.

Italia

L'Italia fu bersagliata dagli aerei britannici fin dai primi giorni dopo l'entrata in guerra: queste prime azioni colpirono principalmente il triangolo industriale Genova-Milano-Torino e le basi navali di La Spezia e Napoli, ma non si rivelarono particolarmente efficaci o distruttive. La situazione mutò dalla fine del 1942, quando le forze aeree statunitensi e britanniche iniziarono raid di bombardamenti a tappeto con l'impiego di centinaia di velivoli per volta: tutti i maggiori centri del paese furono bombardati e pesantemente danneggiati, compresa Roma duramente colpita il 19 luglio 1943; bombardamenti della Luftwaffe sui centri dell'Italia liberata furono rari, ma un'incursione particolarmente distruttiva colpì Bari il 2 dicembre 1943. In totale, la stima delle vittime dei bombardamenti aerei sull'Italia si aggira su un totale di 65 000 morti. Anche l'aeronautica italiana tentò di attuare qualche campagna di bombardamenti strategici, pur mancando di mezzi adeguati: tra luglio e settembre 1940 velivoli italiani colpirono vari centri della Palestina britannica come Haifa e Tel Aviv, mentre varie città greci furono attaccate durante l'invasione italiana dell'ottobre seguente.

Fronte Orientale

L'impiego del bombardamento strategico fu relativamente più limitato sul fronte orientale, dove le opposte aviazioni erano più concentrate nel supporto ai reparti a terra. La Luftwaffe bombardò fin dai primi giorni di guerra svariate città sovietiche come Minsk, Leningrado e Sebastopoli; il primo bombardamento aereo di Mosca fu effettuato il 21 luglio 1941 con varie azioni che si ripeterono fino al dicembre seguente, Stalingrado fu letteralmente rasa al suolo da ripetuti attacchi della Luftwaffe tra l'agosto e il novembre 1942 mentre gli attacchi aerei al grande centro industriale di Nižnij Novgorod proseguirono fino al giugno 1943. Si ritiene che circa 500 000 cittadini sovietici rimasero uccisi dai bombardamenti aerei tedeschi. L'aviazione sovietica aveva solo una ridotta forza di bombardieri strategici, ma questo non le impedì di condurre i suoi primi raid contro i campi petroliferi romeni fin dai primi giorni di Barbarossa, mentre il primo bombardamento sovietico di Berlino fu portato a termine il 7 agosto 1941; raid contro la capitale tedesca, ma anche contro altre città della Germania orientale come pure su Helsinki, Bucarest e Budapest spesso come bombardamenti terroristici, furono portati avanti dai sovietici per tutta la durata della guerra.

La Resistenza

In tutti i paesi invasi dalle forze dell'Asse nel corso della guerra si svilupparono, in maniera più o meno estesa e più o meno intensa, forme e movimenti di collaborazionismo con gli occupanti e, dall'altro lato, di resistenza agli invasori. In entrambi i casi ciò poteva concretizzarsi in molti modi diversi, da un mero appoggio pratico di modesta ampiezza all'estremo opposto rappresentato dalla formazione di gruppi armati che si affrontavano sul campo in azioni di guerriglia e repressione, generando forme più o meno intense di vera e propria guerra civile tra gruppi ideologici contrapposti all'interno delle varie nazioni.

Entrambi i contendenti favorirono le forme più violente di collaborazionismo e resistenza: le forze dell'Asse reclutarono unità di polizia e miliziani locali per la repressione dei movimenti resistenziali nei rispettivi paesi, ma anche contingenti ben più numerosi e strutturati per l'impiego sulla linea del fronte (come l'Azad Hind Fauj, reclutato dai giapponesi tra i prigionieri di guerra indiani contrari al dominio coloniale britannico, o i numerosi reparti di truppe straniere nelle Waffen-SS tedesche); gli Alleati si premunirono di appoggiare i partigiani e i gruppi resistenziali nei paesi occupati paracadutando personale specialistico e rifornimenti di armi tramite varie organizzazioni a ciò dedicate: l'Europa occidentale e i Balcani erano zone d'operazione dello Special Operations Executive britannico e dell'Office of Strategic Services statunitense (quest'ultimo attivo anche in Asia insieme alla britannica Force 136), mentre i partigiani sovietici erano sostenuti direttamente dalla polizia segreta NKVD.

Europa occidentale

Lo stesso argomento in dettaglio: Resistenza francese e Resistenza italiana.

Si possono definire diverse differenze tra la Resistenza nell'Europa occidentale e quella nell'Europa orientale. In occidente i movimenti resistenziali si caratterizzarono per una notevole frammentazione politica, con gruppi che appoggiavano gli ideali del comunismo e altri fermi su posizioni più conservatrici e fedeli ai governi d'anteguerra, ma nella maggior parte dei casi ciò non si concretizzò in scontri armati tra le opposte fazioni e in generale fu possibile costituire comandi unitari che raccogliessero tutte le principali anime della Resistenza antitedesca; ciò nonostante, i movimenti resistenziali dell'Europa occidentale non rappresentarono mai una seria minaccia bellica per i tedeschi, limitandosi a condurre operazioni di sabotaggio industriale e delle linee di comunicazione, di propaganda e di soccorso ai soggetti ricercati dagli occupanti (in particolare ebrei e piloti alleati abbattuti).

Maquis francesi nel 1944

Solo in Francia e in Italia la Resistenza si concretizzò in una significativa forza militare. In Francia il territorio vasto e ricco di rifugi, la tradizionale ostilità verso i tedeschi e la particolarità che vedeva (almeno fino al novembre 1942) parte del territorio nazionale non direttamente occupato dalla Germania favorirono la nascita di un vasto movimento resistenziale. La Francia Libera di De Gaulle tentò di assumere la guida del movimento partigiano tramite l'organizzazione da essa appoggiata (il Mouvements unis de la Résistance), scontrandosi però con le pretese di autonomia avanzate dai gruppi comunisti dei Francs-Tireurs et Partisans; queste divisioni furono alla fine appianate nel maggio 1943, quando venne costituito l'unitario Conseil national de la Résistance. Oltre che contro i tedeschi, i partigiani francesi (maquis) dovettero fronteggiare le formazioni collaborazioniste espressione tanto del governo de Vichy quanto di vari gruppi politici fascisti interni, spesso ferocemente rivali gli uni con gli altri; l'organizzazione collaborazionista più attiva fu la Milice française, nata nel gennaio 1943. Dopo lo sbarco in Normandia i maquis furono riuniti in una struttura più "regolare", le Forces Françaises de l'Intérieur, efficacemente impiegata nelle operazioni di rastrellamento dei reparti tedeschi rimasti isolati dall'avanzata alleata e poi confluita nelle forze armate della Francia Libera.

L'Italia fu l'ultimo paese dell'Europa occidentale a sviluppare un proprio movimento resistenziale, visto che i primi gruppi si formarono solo dopo l'armistizio del settembre 1943; tuttavia, fu in Italia che si verificarono le azioni di guerriglia più violente e le repressioni tedesche più sanguinose di tutta l'Europa occidentale. I vari partiti politici antifascisti (dai monarchici ai comunisti) costituirono quasi immediatamente una struttura di comando unitaria (il Comitato di Liberazione Nazionale), anche se i rapporti tra le varie anime della Resistenza non furono sempre idilliaci e occasionalmente degenerarono in fatti di sangue (come nel caso dell'eccidio di Porzûs). Ad ogni modo, le forze partigiane italiane riunite nel Corpo volontari della libertà arrivarono a organizzare un gran numero di unità armate, capaci anche di operazioni su vasta scala che portarono, nel corso del 1944, alla temporanea creazione di vere e proprie "Repubbliche partigiane" nei territori occupati; la reazione dei tedeschi e delle forze collaborazioniste della Repubblica Sociale Italiana fu di pari intensità, concretizzandosi spesso in sanguinose azioni di rappresaglia contro la popolazione civile (come nei casi della strage di Marzabotto, dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, e dell'eccidio di Sant'Anna di Stazzema). Nei giorni che precedettero la resa tedesca in Italia, le forze partigiane furono infine in grado di organizzare una vasta insurrezione che portò alla liberazione dei centri più importanti del Norditalia. Importante da ricordare è l'impresa avvenuta nel settembre 1943 nel quale la città di Napoli si è da sola liberata dall'occupazione nazifascista, diventando la prima città Europea a intraprendere tale azione, attraverso le sue quattro giornate.

Europa orientale e Balcani

La resistenza partigiana nell'Europa orientale e nei Balcani assunse i caratteri della guerriglia più rapidamente e in misura nettamente maggiore rispetto all'Europa occidentale: le spietate politiche razziali tedesche, molto più severe che a occidente e tradottesi spesso in feroci massacri di civili, fecero sì che migliaia di persone trovassero rifugio nelle foreste, nelle montagne e nelle paludi che abbondavano nella regione, dove si unirono ai molti sbandati degli eserciti regolari tagliati fuori dalle fulminee avanzate della Wehrmacht per formare vere e proprie armate partigiane, arrivate a contare decine di migliaia di effettivi in armi. A differenza che in occidente poi, la lotta nella regione si caratterizzò per una complicata guerra fra tre distinti raggruppamenti, ostili gli uni con gli altri: gli occupanti tedeschi e i reparti collaborazionisti da loro reclutati, i partigiani di ideologia comunista sostenuti dall'Unione Sovietica, e i gruppi resistenziali nazionalisti anticomunisti; tentativi di costituire un fronte comune contro gli invasori naufragarono spesso dopo poco tempo, e in molte zone i partigiani comunisti e nazionalisti passarono tanto tempo a combattersi tra di loro di quanto ne passarono a combattere le truppe dell'Asse. In effetti, la guerra partigiana in Europa orientale non si concluse con la resa della Germania ma proseguì nel corso degli anni 1950 contro le truppe sovietiche e i regimi comunisti da esse sostenuti.

Partigiani polacchi durante la rivolta di Varsavia

Fin dai primi giorni dell'invasione tedesca la Polonia sviluppò un vasto movimento di resistenza agli occupanti, il cosiddetto "Stato segreto polacco". La principale formazione armata era la Armia Krajowa (AK), arrivata a contare anche 400 000 uomini; nazionalista e fedele al Governo in esilio della Polonia, l'AK fu sempre in cattivi rapporti con i partigiani comunisti dell'Armia Ludowa, numericamente più piccoli ma spalleggiati dai sovietici. L'AK sviluppò un vasto piano per attuare un'insurrezione generale prima che l'Armata Rossa potesse rioccupare la Polonia stessa (operazione Tempest), culminato nella grande ma fallimentare rivolta di Varsavia nell'agosto-ottobre 1944; l'AK subì però pesanti perdite in questi ultimi scontri con i tedeschi e i sovietici si affrettarono a smantellarne i resti tramite ondate di arresti. I sopravvissuti dell'organizzazione (i cosiddetti Żołnierze wyklęci, "Soldati maledetti") continuarono una guerriglia a danno dei sovietici almeno fino alla fine degli anni 1950.

Le spietate politiche razziali e di spoliazione adottate dai tedeschi portarono allo sviluppo di un vastissimo movimento di Resistenza sovietica nelle regioni invase dell'URSS arrivato a contare al suo picco anche 300 000 uomini, coordinati da uno stato maggiore regolare insediato a Mosca e capaci di condizionare pesantemente le linee di comunicazione delle truppe dell'Asse e il loro controllo delle zone rurali. Le regioni dove i partigiani sovietici agivano maggiormente erano la Bielorussia, la Russia occidentale e l'area di Leningrado, ma altrove la guerriglia di matrice comunista non riuscì ad attecchire. Nei paesi baltici, il forte sentimento nazionalista impedì la nascita di un credibile movimento partigiano comunista: estoni, lettoni e lituani confidarono nel fatto che l'invasione tedesca potesse portare al ripristino delle loro patrie nazionali annesse all'Unione Sovietica nel 1940, ma queste speranze furono ben presto disilluse e decine di migliaia di baltici confluirono nei movimenti partigiani nazionalisti noti collettivamente come "Fratelli della foresta"; dopo la rioccupazione sovietica della regione, i partigiani baltici continuarono una lotta senza speranza almeno fino al 1952. Similmente, in Ucraina l'Esercito insurrezionale ucraino nazionalista si rivelò significativamente più forte dei partigiani comunisti, arrivando a disporre anche di 300 000 uomini e a porre sotto controllo il 60% dell'Ucraina nord-occidentale; impegnati in una lotta senza quartiere contro tedeschi, sovietici e partigiani polacchi, i nazionalisti ucraini non furono sconfitti che all'inizio del 1950.

La Resistenza greca si polarizzò fin da subito in due movimenti ideologicamente inconciliabili, il comunista ELAS (numericamente più forte e capace di operare nell'intero territorio nazionale) e il monarchico EDES (più piccolo e confinato al solo Epiro, ma forte dell'appoggio ricevuto dal Regno Unito). Tentativi di creare un fronte comune fallirono ben presto, e nell'ottobre 1943 ELAS ed EDES si affrontarono in una guerra aperta in cui furono coinvolti anche i reparti britannici, sbarcati ad Atene nell'ottobre 1944 dopo la ritirata dei tedeschi dalla zona; questi scontri, intervallati da fragili tregue, furono i prodromi della guerra civile greca che avrebbe infuriato fino alla fine del 1949. Simile fu la situazione in Jugoslavia, dove i comunisti dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (EPLJ) dovettere ben presto confrontarsi armi alla mano con i partigiani nazionalisti dell'Esercito jugoslavo in patria (o "cetnici"); la contesa fu tale che i cetnici arrivarono anche a cooperare in molti casi con le forze occupanti dell'Asse contro i partigiani comunisti. Questa condotta costò tuttavia ai cetnici il sostegno degli Alleati, che si riversò tutto sui partigiani comunisti: alla fine del 1944 l'EPLJ era ormai divenuto, grazie all'aiuto britannico e sovietico, un vero esercito regolare con 800 000 combattenti organizzati in quattro armate e circa 50 divisioni, con forze pesanti meccanizzate e squadriglie aeree, in grado di partecipare autonomamente alle offensive finali alleate contro le ultime posizioni tedesche.

Asia

Benché si proponessero come liberatori dei popoli asiatici dal giogo coloniale degli europei, i giapponesi attuarono politiche severe nei territori da loro occupati, asservendo le economie locali alle esigenze belliche del Giappone, confiscando materie prime e reprimendo con spietatezza ogni forma di dissenso; i territori più fortunati (come Filippine e Birmania) furono consegnati a governi fantoccio in tutto e per tutto asserviti al Giappone, quelli più sfortunati (come Corea, Malesia e Indonesia) furono sottoposti a vere e proprie politiche di "nipponizzazione" della società. Abbastanza prevedibilmente, tutto ciò non fece che generare movimenti di resistenza contro gli occupanti.

Alcuni movimenti resistenziali furono creati direttamente dagli Alleati, come nel caso del Seri Thai thailandese o dell'Esercito di liberazione coreano; in vari casi, unità speciali alleate armarono contro i giapponesi le minoranze etniche perseguitate (come i Daiacchi del Borneo o i Karen della Birmania). Altri movimenti resistenziali furono invece espressione di partiti politici autoctoni, in primo luogo comunisti: fu questo il caso dell'Esercito anti-giapponese dei popoli malesi o dell'Organizzazione anti-fascista birmana; vari di questi movimenti avversavano tanto i giapponesi quanto il ripristino delle vecchie autorità coloniali, come nel caso del Viet Minh indocinese.

I movimenti di Resistenza anti-giapponese numericamente più forti furono quello cinese e quello filippino. Lo spietato regime di occupazione imposto dal Giappone alla Cina generò una vastità di gruppi guerriglieri attivi dietro la linea del fronte: benché notevolmente frammentati e ideologicamente divisi tra il supporto al Partito comunista cinese o al Kuomintang nazionalista, questi gruppi contribuirono non poco a tenere bloccati 325 000 soldati giapponesi (e varie decine di migliaia di truppe collaborazioniste cinesi) che altrimenti sarebbero stati impiegati altrove. La Resistenza filippina fu parimenti molto estesa, arrivando a contare anche 270 000 guerriglieri sparpagliati nelle numerose isole dell'arcipelago; molti di questi gruppi si erano originati dalla dissoluzione delle forze armate filippine ed erano guidati e appoggiati da ufficiali statunitensi, ma non mancarono i gruppi di ideologia comunista (Hukbalahap) o espressione di minoranze ostili tanto ai nuovi che ai vecchi occupanti (i Moro musulmani che abitavano le isole meridionali).

Crimini di guerra e contro l'umanità

Il periodo della seconda guerra mondiale vide l'apice delle politiche di persecuzione razziale avviate dalle istituzioni naziste fin dalla loro presa del potere. Intere categorie di persone e gruppi etnici furono etichettati dai tedeschi come Untermensch (letteralmente "sub-umano"), considerati come inferiori alla "razza ariana" e quindi privati di ogni diritto e soggetti a ogni tipo di persecuzione; oggetto dell'odio nazista furono, in particolare, gli ebrei, i popoli romaní, i popoli slavi, gli omosessuali, i malati di mente e portatori di handicap, alcuni tipi di minoranze religiose (come testimoni di Geova e pentecostali).

La discriminazione economica e sociale di queste categorie di persone, la loro detenzione in campi di prigionia (Lager) e i primi tentativi di sterminio (come nel caso della Aktion T4, il programma di soppressione dei malati di mente e dei portatori di malattie genetiche) avevano avuto luogo già negli anni 1930, ma conobbero un'impennata dopo l'inizio della guerra. Subito dopo l'occupazione della Polonia, le autorità naziste avviarono l'uccisione di massa dei membri dell'intelligencija polacca, mentre i territori del Governatorato Generale furono selezionati come zona di detenzione per gli ebrei deportati dalla Germania e dalle regioni occupate a ovest. In varie città polacche furono allestiti dei ghetti nazisti all'interno dei quali furono ammassate a forza centinaia di migliaia di persone, ben presto cadute vittime di malattie e denutrizione; nel ghetto di Varsavia 40 000 persone morirono di stenti nel solo 1941.

Membri di un Einsatzgruppen mentre fucilano alcuni ebrei in Ucraina nel 1942

L'invasione dell'Unione Sovietica nel giugno 1941 portò a un incremento della brutalità: unità speciali delle SS appositamente dedicate (Einsatzgruppen) furono incaricate di eliminare tramite fucilazioni ed esecuzioni sommarie vaste categorie di persone come ebrei, zingari, commissari politici, iscritti al partito comunista e portatori di handicap, venendo appoggiate in questo anche da reparti di truppe regolari della Wehrmacht che spesso distaccava reparti con lo scopo di individuare, rastrellare e uccidere la popolazione civile sovietica e le comunità ebraiche. Il diffuso sentimento antisemita nelle regioni occidentali dell'URSS portò all'organizzazione di massacri di enormi proporzioni, portati avanti dall'esercito tedesco anche con l'ausilio di collaborazionisti reclutati localmente e di reparti di truppe alleate: il massacro di Babij Jar il 29-30 settembre portò all'uccisione di più di 33 000 ebrei di Kiev con l'ausilio di collaborazionisti ucraini, il massacro d'Odessa del 22-24 ottobre perpetrato da soldati regolari tedeschi e romeni causò tra le 75 000 e le 80 000 vittime, mentre il massacro di Rumbula nelle vicinanze di Riga tra novembre e dicembre vide la morte di 25 000 ebrei; i rapporti ufficiali degli Einsatzgruppen indicarono in 1 152 000 gli ebrei giustiziati entro il dicembre 1942.

Il trattamento riservato ai territori polacchi e sovietici occupati fu di una brutalità estrema: nei piani di Hitler le regioni conquistate a oriente dovevano essere asservite a un regime di stampo coloniale, con una classe dirigente di origine tedesca incaricata di governare milioni di slavi locali ridotti a una condizione di sostanziale schiavitù; ogni "eccedenza" di popolazione locale rispetto alle esigenze dei dominatori doveva essere deportata di là dagli Urali, oppure lasciata morire. L'intera produzione di materie prime e alimenti fu asservita alle esigenze dei tedeschi causando migliaia di morti per fame (80 000 solo a Char'kov), mentre centinaia di migliaia di persone furono deportate a forza in Germania perché lavorassero come manodopera schiava (nel settembre 1944, 7 847 000 stranieri provenienti da tutta Europa, quasi tutti deportati a forza, si trovavano impiegati nelle fabbriche tedesche). Ogni parvenza di classe intellettuale di origine slava fu soppressa tramite ondate di fucilazioni; i tedeschi instaurarono un regime del terrore, compiendo massacri a ogni minimo segno di opposizione: circa 250 villaggi in Ucraina furono completamente rasi al suolo e i loro abitanti sterminati in quanto sospetti rifugi dei partigiani locali. Alle politiche razziali tedesche non sfuggirono i prigionieri di guerra sovietici, privati in tutto e per tutto dei diritti concessi loro dalle convenzioni internazionali in merito: con l'approvazione delle più alte cariche militari tedesche sul fronte orientale, dei 5,5 milioni di soldati sovietici caduti in mano tedesca, circa 3,3 milioni morirono in enormi campi di prigionia per esecuzioni, fame, privazioni e gelo.

I detenuti del campo di concentramento di Buchenwald poco dopo la liberazione da parte delle truppe statunitensi nell'aprile 1945. Nella foto è presente lo scrittore Elie Wiesel (settimo da sinistra, seconda fila dal basso)

Il 20 gennaio 1942 la conferenza di Wannsee stabilì l'attuazione della cosiddetta "soluzione finale della questione ebraica", concretizzatasi in un vero e proprio genocidio degli ebrei europei: nei territori polacchi occupati furono allestiti dei campi di sterminio aventi come scopo primario quello di uccidere i prigionieri che vi giungevano, sia impiegandoli in lavori forzati in condizioni di vita spaventose, sia sopprimendoli a gruppi tramite camere a gas; il sistema dei campi fu organizzato secondo tecniche scientifiche e di pianificazione di tipo industriale, curando nel dettaglio il sistema di trasferimento dei prigionieri tramite la rete ferroviaria e l'eliminazione dei corpi tramite forni crematori; non raro fu l'impiego dei prigionieri per crudeli esperimenti su esseri umani. Verso i campi di sterminio fu progressivamente convogliata gran parte della popolazione ebraica e romaní dei territori occupati dai tedeschi, e lo sterminio proseguì fino agli ultimi giorni di guerra: quando i territori occupati della Polonia furono invasi dall'Armata Rossa, i prigionieri furono trasferiti a forza in altri Lager della Germania tramite vere e proprie marce della morte.

Calcolare il numero delle vittime causate dalle politiche razziali della Germania è molto difficile, per quanto svariati studi susseguitisi negli anni siano giunti a una stima compresa tra i 15 e i 17 milioni di morti comprendente circa 6 milioni di ebrei, 6 milioni di civili sovietici, 1,8 milioni di civili polacchi, più di 250 000 disabili e tra 196 000 e 220 000 romaní.

Teatro europeo

Azioni criminali e massacri perpetrati sulla base di motivazioni razziali non furono appannaggio dei soli tedeschi. Il complicato mosaico etnico rappresentato dalla Jugoslavia degenerò negli anni della guerra in conflitti e massacri sanguinosi, i quali afflissero in particolare le comunità serbe: nella Voivodina le truppe d'occupazione ungheresi compirono rappresaglie e massacri contro i serbi, il più grave dei quali fu il massacro di Novi Sad nel gennaio 1942 che portò alla morte di 3 000 persone. Lo Stato Indipendente di Croazia attuò politiche di sterminio su vasta scala contro i serbi residenti nei suoi confini, arrivando a provocare tra le 320 000 e le 340 000 vittime (oltre a circa 30 000 ebrei croati e tra i 15 000 e i 20 000 romanì); tristemente celebre divenne il campo di concentramento di Jasenovac, il più grande organizzato in Croazia, all'interno del quale rimasero uccise tra le 77 000 e le 99 000 persone. Tutti gli alleati europei della Germania (con l'eccezione della Finlandia) vararono politiche discriminatorie nei confronti degli ebrei, analoghe a quelle dei tedeschi, e deportarono verso i campi di sterminio gli ebrei stranieri o residenti nei territori recentemente annessi, anche se spesso si rifiutarono di consegnare ai tedeschi gli ebrei residenti nei propri territori nazionali: in alcuni casi ciò valse a salvare dall'Olocausto alcune comunità ebraiche nazionali (come in Bulgaria), ma in altri servì solo a rimandare l'inevitabile deportazione che seguì all'occupazione tedesca di quei territori (come nei casi di Ungheria e Italia).

Le unità delle Waffen-SS tedesche si macchiarono di ripetuti crimini di guerra tanto sul fronte orientale quanto su quello occidentale, come nei casi del massacro di Le Paradis il 27 maggio 1940 (97 prigionieri di guerra britannici assassinati dopo la cattura) e del massacro di Malmédy il 17 dicembre 1944 (84 prigionieri statunitensi uccisi); le unità delle SS furono incaricate delle rappresaglie più brutali inflitte alle popolazioni occupate, come nei casi del massacro di Lidice in Cecoslovacchia il 10 giugno 1942 (340 morti tra fucilati e deportati nei campi di sterminio), del massacro di Oradour-sur-Glane in Francia il 10 giugno 1944 (642 morti) e la strage di Marzabotto in Italia il 29 settembre-5 ottobre 1944 (770 morti). Anche i reparti dell'esercito regolare tedesco non furono esenti dal commettere crimini e atrocità, come nei casi dell'eccidio di Cefalonia il 23-28 settembre 1943 (6 500 soldati italiani fucilati dopo la cattura) o del massacro di Kalavryta il 13 dicembre 1943 (696 civili greci fucilati per rappresaglia). La commissione di certi crimini fu in qualche modo "istituzionalizzata" dal governo tedesco tramite l'emissione di appositi provvedimenti formali, come l'Ordine Commando, l'Ordine del commissario e il Decreto "Notte e Nebbia".

Truppe italiane con i cadaveri di alcune delle vittime della strage di Domenikon

Le truppe di occupazione italiane attuarono azioni di rappresaglia in Jugoslavia e Grecia non troppo dissimili da quelle commesse dalle altre forze dell'Asse (uccisione di partigiani feriti o dei maschi validi sorpresi in zona di combattimenti, presa e fucilazione di ostaggi tra la popolazione civile, devastazione di villaggi), anche se non con la brutalità estrema messa in luce da tedeschi o croati; tra gli episodi più gravi vi fu la strage di Domenikon in Grecia il 16 febbraio 1943 (circa 145 civili uccisi come rappresaglia per un attacco partigiano). Decine di migliaia di civili, in particolare jugoslavi, furono deportati dagli italiani in campi di concentramento perché sospettati di appoggiare la resistenza locale; di particolare durezza fu il campo di concentramento di Arbe, dove per fame e malattie morì tra il 1942 e il 1943 circa un quinto dei 10 000 prigionieri. In Grecia la politica di rapina delle materie prime condotta da tedeschi e italiani causò lo scoppio di una devastante carestia, arrivata a provocare circa 360 000 morti tra la popolazione (più della metà delle vittime totali greche della guerra).

Teatro asiatico

Le politiche di occupazione del Giappone in Asia non furono dissimili da quelle adottate dalla Germania in Europa, come messo già in luce dai fatti del massacro di Nanchino del dicembre 1937. I giapponesi si ritennero investiti del ruolo di "civilizzatori" delle masse asiatiche, il che si tradusse in pratica in ondate di soprusi e massacri: dopo la conquista della Malesia, almeno 70 000 cinesi ivi residenti furono rastrellati e in gran parte massacrati dalle truppe giapponesi in una purga nota come Sook Ching. Il sistema di lavori forzati imposto alle popolazioni assoggettate era analogo a quello dei tedeschi: circa 270 000 indonesiani furono costretti a espatriare con la forza per lavorare nelle fabbriche in Giappone, da cui pochissimi fecero poi ritorno. Migliaia di donne coreane, cinesi, filippine e provenienti da altre zone occupate furono trasformate, a volte con la forza e molto spesso con l'inganno, in schiave sessuali (le cosiddette Comfort women) per soddisfare i bisogni delle truppe nipponiche; sul numero esatto delle donne coinvolte vi è grandissimo dibattito, andando da un totale di 20 000 secondo alcuni autori giapponesi fino a 410 000 secondo autori cinesi.

La combinazione tra le credenze razziali giapponesi e l'etica militare nipponica, che riteneva profondamente disonorevole per un soldato essere catturato vivo in battaglia, si rivelò deleteria per i 200 000 prigionieri di guerra alleati catturati nel Pacifico: privati dei diritti riconosciuti dalle convenzioni internazionali, i prigionieri, oltre che oggetto di esecuzioni e torture, morirono a migliaia per denutrizione, malattie e lavori forzati. Circa la metà dei 20 000 prigionieri statunitensi catturati nelle Filippine morì prima della liberazione, mentre tra i 60 000 prigionieri di guerra impiegati per la costruzione del ponte ferroviario sul fiume Khwae Noi in Thailandia si contarono 12 000 morti; solo sei degli originari 2 500 prigionieri detenuti nel campo di Sandakan nel Borneo furono ritrovati vivi alla fine della guerra. Circa 3 000 tra prigionieri di guerra e civili furono impiegati come cavie umane per gli esperimenti dell'Unità 731, il reparto di armi biologiche dell'esercito giapponese.

Crimini degli Alleati

Alleati occidentali

Benché su scala enormemente inferiore per quantità e intensità rispetto alle forze dell'Asse, anche gli Alleati si macchiarono di crimini di guerra e di atrocità nel corso del conflitto, sebbene non equiparabili al sistematico uso della violenza da parte di tedeschi e giapponesi.

Tra le truppe statunitensi non era sconosciuta la pratica di uccidere prigionieri di guerra o soldati nemici appena arresisi; le inchieste formali furono rare e pertanto non vi sono registrazioni o archivi completi in merito a questi episodi, che per la maggior parte sono riportati solo nei ricordi personali dei singoli soldati. Tra i pochi casi che diedero luogo a inchieste ufficiali vi furono il massacro di Biscari avvenuto tra il 10 e il 14 luglio 1943 (l'uccisione di 76 soldati italiani e tedeschi presi prigionieri), e il massacro di Dachau del 29 aprile 1945 (l'uccisione di un certo numero di guardie delle SS, mai accertato con precisione ma probabilmente intorno alle 50, subito dopo la liberazione del campo di concentramento di Dachau). Vi sono dei riferimenti a ordini di ufficiali superiori statunitensi, in almeno un caso messi per iscritto, secondo cui non si dovevano prendere prigionieri i membri delle Waffen-SS, in particolare dopo i fatti del massacro di Malmédy. Nel teatro del Pacifico, vari resoconti riferiscono come i soldati statunitensi e australiani fossero più che riluttanti a prendere prigionieri i giapponesi che si arrendevano, preferendo invece giustiziarli sul posto; tra le truppe statunitensi fu rilevata la pratica di prendere come trofei teste, denti od orecchie dai cadaveri dei giapponesi uccisi, cosa vietata dalle convenzioni internazionali.

Soldati statunitensi compirono stupri tanto nel teatro di guerra europeo che nel Pacifico. Secondo alcuni studi, tra il 1942 e il 1945 militari statunitensi commisero circa 14 000 stupri in Inghilterra, Francia e Germania. Non vi sono evidenze documentali ufficiali circa la commissione di stupri di massa da parte delle forze statunitensi impegnate nel teatro del Pacifico, ma numerose e circostanziate testimonianze riferiscono della commissione di numerosi stupri da parte di soldati e marines statunitensi nel corso della battaglia di Okinawa nel giugno 1945; alcuni studi hanno stimato in circa 10 000 le donne di Okinawa stuprate dai soldati statunitensi al termine della battaglia. Nel periodo compreso tra il 7 dicembre 1941 e il 22 febbraio 1946 le corti marziali dell'esercito statunitense condannarono a morte per stupro 69 soldati.

Nel corso della campagna d'Italia, le forze coloniali del Corps expéditionnaire français en Italie si macchiarono di numerosi stupri nonché di saccheggi e uccisioni di civili in Sicilia e nella regione del Basso Lazio, in una serie di episodi collettivamente noti come "marocchinate". Il saccheggio delle proprietà private, già diffuso tra le truppe anglo-statunitensi in Francia e in Belgio, divenne una pratica comune una volta che i reparti entrarono in Germania.

Unione Sovietica

L'occupazione sovietica della Polonia orientale nel settembre 1939 e degli Stati baltici nell'agosto 1940 ebbe poco da invidiare all'analoga occupazione tedesca: l'NKVD sovietica attuò ondate di arresti nei confronti di intellettuali, uomini d'affari, politici e funzionari pubblici, molti dei quali in seguito furono assassinati. Tra l'aprile e il maggio 1940 più di 21 000 ufficiali e militari polacchi furono trucidati in segreto nella foresta di Katyn' dall'NKVD; quando poi la regione fu occupata dalla Wehrmacht e le tracce del massacro furono rese pubbliche, i sovietici incolparono i tedeschi del fatto. Tra il febbraio 1940 e il giugno 1941 circa 2 milioni di polacchi e 127 000 baltici furono deportati in Siberia o in Asia centrale; migliaia di essi perirono per malnutrizione e malattie. Le comunità ebraiche presenti nei territori di nuova acquisizione furono trattate duramente: le autorità furono arrestate e deportate, le associazioni e i movimenti giovanili furono chiuso e le pratiche religiose fortemente osteggiate; gli ebrei tedeschi che avevano trovato rifugio in URSS negli anni 1930 furono in gran parte rastrellati e riconsegnati alla Germania.

Nei caotici giorni dell'operazione Barbarossa, l'NKVD si abbandonò a un'ondata di massacri nelle regioni occidentali dell'URSS, dettata in generale da panico e disorganizzazione: per non lasciarli liberi o in mano ai tedeschi le guardie del NKVD uccisero in massa, spesso in maniera efferata, i detenuti delle carceri, non solo i prigionieri politici ma anche i criminali comuni e le persone in attesa di giudizio; altre migliaia di detenuti furono obbligati a intraprendere "marce della morte" a seguito dei reparti in ritirata. Con il pretesto dell'invasione, Stalin attuò una serie di rappresaglie contro le minoranza etniche di cui dubitava della lealtà: nell'agosto 1941 circa 600 000 tedeschi del Volga furono rastrellati e deportati in Asia centrale, nonostante le loro caratteristiche "germaniche" fossero ormai da tempo attenuate e vi fossero scarsissime prove di un loro sostegno all'invasione nazista; dopo giorni di viaggio a bordo di carri bestiame e senza cibo, furono scaricati in tratti di aperta campagna dove morirono a migliaia per freddo, fame e malattie. Tra il 1943 e il 1944, nell'ambito dell'operazione Lentil, un'ondata di deportazioni colpì ceceni, ingusci, baschiri, tatari di Crimea e altri; benché alcune di queste popolazioni avessero effettivamente collaborato con i tedeschi, altre furono dichiarate colpevoli per associazione. Le deportazioni colpirono le persone senza distinzioni di sesso o età, e furono accompagnate da massacri di quanti si opponevano o non erano in grado di affrontare il viaggio. In totale oltre 1,5 milioni di persone furono deportate verso le regioni orientali dell'URSS; fonti della stessa NKVD stimarono in 231 000 i morti tra i deportati, gli ultimi dei quali non poterono tornare alle loro case se non dopo il 1956.

Civili tedeschi assassinati dalle truppe sovietiche nel corso della strage di Nemmersdorf nell'ottobre 1944

Una volta superati i confini dell'URSS, le forze dell'Armata Rossa si abbandonarono a ripetuti saccheggi, uccisioni di civili e stupri, in un sorta di grande vendetta per le distruzioni causate dai tedeschi in Unione Sovietica; i comandi sovietici non autorizzarono né incoraggiarono tali pratiche ma fondamentalmente non fecero nulla per prevenirle o mettervi fine, salvo quando la loro prosecuzione ostacolava la continuazione delle operazioni belliche. Il 6 febbraio 1945 un ordine di Stalin dispose la deportazione di tutti i tedeschi atti al lavoro compresi tra i 17 e i 50 anni, perché contribuissero a riparare i danni della guerra in URSS; poiché la maggior parte degli uomini era sotto le armi, i deportati furono in maggioranza donne. Il saccheggio di proprietà private divenne un fatto comune, e verso la fine del conflitto interi impianti industriali furono smontati perché venissero trasferiti in URSS. Il movimento di resistenza tedesco all'invasione alleata (il cosiddetto Werwolf) attuò in definitiva poche azioni, ma la fulminea avanzata sovietica in Germania aveva lasciato vari gruppi di soldati tedeschi tagliati fuori e isolati nelle retrovie nemiche, dove attaccarono i convogli dell'Armata Rossa più che altro per procurarsi di che vivere; queste attività furono scambiate dai comandi sovietici per azioni di resistenza organizzata, e come rappresaglia svariati villaggi tedeschi furono rasi al suolo e i loro occupanti fucilati.

Lo stupro divenne attività comune tra le truppe sovietiche: oltre alle donne tedesche, ne caddero vittima anche le donne polacche e le donne sovietiche liberate dai lavori forzati. Benché solo stimati per approssimazione e oggetto di contestazione da parte degli storici russi, i numeri risultano elevati: circa 2 milioni di donne tedesche furono violentate da soldati sovietici, la maggior parte nel corso di stupri di gruppo; tutte uscirono traumatizzate dalla vicenda e i suicidi tra le sopravvissute furono frequenti: un medico calcolò che su 100 000 donne stuprate a Berlino circa 10 000 si tolsero la vita. Chi tentava di reagire o impedire uno stupro veniva generalmente ucciso. Truppe sovietiche compirono stupri, saccheggi e uccisioni di civili anche nel corso dell'invasione della Manciuria nell'agosto 1945.

Il recupero di resti umani dalla foiba di Vines presso Albona in Istria negli ultimi mesi del 1943

I prigionieri di guerra sovietici liberati e i civili deportati per lavorare come manodopera schiava furono trattati con enorme sospetto, e diversi di loro furono arrestati o uccisi dall'NKVD. I sovietici entrati a far parte dei reparti collaborazionisti (stimati tra un milione e un milione e mezzo) furono quasi sempre giustiziati sul posto una volta catturati dall'Armata Rossa: benché molti di loro fossero entrati al servizio dei tedeschi per convinzioni politiche, diversi altri avevano aderito solo per evitare una morte di stenti nei campi di prigionia.

Jugoslavia

Una simile "resa dei conti" accompagnò la liberazione della Jugoslavia da parte delle forze partigiane di Tito: uccisioni e persecuzioni, oltre che contro i collaborazionisti o i criminali di guerra propriamente detti, furono dirette anche contro intere etnie o personalità varie ritenute, a torto o a ragione, ostili all'introduzione di un regime comunista in Jugoslavia. Dopo la riconquista della regione della Voivodina nell'ottobre 1944, la locale minoranza ungherese fu oggetto da parte dei partigiani jugoslavi di uccisioni e internamento in campi di prigionia, per un totale di morti stimato tra i 20 000 e i 50 000; un destino simile afflisse la minoranza tedesca degli svevi del Danubio: privati dei diritti politici, circa 50 000 di loro morirono per esecuzioni oppure di fame e stenti nei campi di internamento e di lavoro jugoslavi.

La dissoluzione dello Stato Indipendente di Croazia nel maggio 1945 vide l'esodo di decine di migliaia di croati, militari e civili, in direzione dell'Austria dove speravano di ottenere la protezione degli Alleati occidentali; le truppe britanniche decisero però di restituire i croati alla Jugoslavia, e nel corso di una serie di episodi noti come "massacro di Bleiburg" migliaia di loro furono giustiziati sommariamente dai partigiani: la stima del numero delle vittime varia da 50 000 a 140 000. A un destino simile andarono incontro i reparti collaborazionisti e i civili sloveni fuggiti in Austria: i britannici li riconsegnarono agli jugoslavi e nel corso dei cosiddetti massacri di Kočevski rog circa 10 000 di loro furono sommariamente passati per le armi. Le uccisioni di sloveni e croati nell'immediato dopoguerra si congiunsero a quelle degli italiani di Venezia Giulia e Dalmazia, nel corso degli eventi noti come massacri delle foibe iniziati già nel settembre 1943: gli italiani vittime degli jugoslavi ammontarono tra i 4 000 e i 5 000, comprendendo fascisti locali ma anche esponenti della classe dirigente, di organizzazioni partigiane o antifasciste e in generale di personalità contrarie all'annessione della regione alla Jugoslavia.

Modifiche territoriali

Lo stesso argomento in dettaglio: Modifiche territoriali causate dalla seconda guerra mondiale.

Le condizioni di pace tra gli Alleati e le potenze minori dell'Asse furono definite nei trattati di Parigi del 10 febbraio 1947. I confini dell'Europa orientale furono riportati sostanzialmente alla situazione esistente all'inizio del 1938, ma con alcune modifiche: la Romania dovette cedere la Dobrugia alla Bulgaria, la Finlandia, oltre a dover riconoscere le perdite territoriali già inflitte dalla guerra d'inverno del 1939-1940, perse la regione di Petsamo a vantaggio dell'Unione Sovietica; l'Austria riottenne l'indipendenza, ma fu sottoposta a un regime di occupazione da parte delle potenze vincitrici fino al 1955. Furono inoltre riconosciuti i guadagni territoriali conseguiti tra il 1939 e il 1940 dall'Unione Sovietica (la Polonia orientale, gli Stati baltici e la Bessarabia), che inoltre si annetté la porzione nord della Prussia Orientale e la Transcarpazia.

L'Italia perse il suo intero impero coloniale (l'Etiopia tornò indipendente e si annetté l'Eritrea, il Dodecaneso tornò alla Grecia, Libia e Somalia ottennero l'indipendenza rispettivamente nel 1951 e nel 1960 dopo un periodo di amministrazione fiduciaria) e dovette fare concessioni territoriali a favore di Francia e soprattutto Jugoslavia; la definizione del confine orientale italiano innescò una lunga crisi diplomatica, che fu risolta definitivamente solo con il memorandum di Londra del 1954 e il Trattato di Osimo del 1975: Zara, l'Istria e buona parte della Venezia Giulia furono cedute alla Jugoslavia, mentre Trieste tornò all'Italia dopo un periodo di occupazione anglo-statunitense. I rivolgimenti della guerra ebbero un profondo impatto sul paese, che con un referendum nel 1946 abolì la monarchia e passò a un regime repubblicano.

La linea Curzon nel 1945

Le trattative riguardanti il Giappone si protrassero più a lungo e portarono alla stipula del Trattato di San Francisco l'8 settembre 1951: il paese fu privato di tutte le conquiste conseguite al di fuori delle isole patrie, venendo in pratica riportato ai confini precedenti la prima guerra sino-giapponese, oltre a dover cedere le isole Curili all'Unione Sovietica. Il trattato portò a termine il regime di occupazione del Giappone instaurato dagli Stati Uniti subito dopo la guerra; tale periodo vide l'approvazione di una nuova costituzione di stampo pacifista, e la società nipponica mutò da una struttura rigida e gerarchica a una più pluralista e moderna, avviando il paese verso un'era di prosperità economica.

La Germania fu trattata più duramente: come stabilito nella conferenza di Potsdam del luglio 1945, la frontiera orientale fu arretrata alla linea Oder-Neiße, cedendo la Slesia, la Pomerania e la porzione sud della Prussia Orientale alla Polonia come compensazione per i territori perduti dai polacchi a vantaggio dell'Unione Sovietica, mentre a ovest il bacino industriale della Saarland fu costituito come protettorato della Saar sotto la Francia; il resto del territorio tedesco, come pure la stessa città di Berlino, fu spartito in quattro zone di occupazione soggette alle potenze vincitrici. Una definizione generale della questione tedesca fu impedita dai contrasti sorti in seno agli Alleati, e il paese rimase diviso: con il Trattato Generale del 26 maggio 1952 le potenze occidentali acconsentirono alla costituzione di uno Stato tedesco indipendente, la Repubblica Federale di Germania, nelle zone da loro occupate, ma la zona sovietica rimase sotto l'orbita di Mosca come Repubblica Democratica Tedesca; la stessa Berlino rimase divisa in una zona ovest controllata dagli Alleati occidentali e una zona est controllata dai sovietici.

Il secondo dopoguerra: l’ordine bipolare e i nuovi attori della storia

Negli anni '50 si assiste alla «guerra fredda» tra USA ed URSS, agli interventi americani per risollevare l’economia europea (Piano Marshall) e alla nascita di organizzazioni atte a regolamentare i rapporti economici e politici mondiali (ONU, CEE, FAO, UNESCO etc.) e militari (NATO). La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, viene divisa in due Stati (Repubblica Federale Tedesca e Repubblica Democratica Tedesca). In Italia i cittadini votano per la prima volta con suffragio universale per la Costituzione della repubblica (1° gennaio 1948). La Gran Bretagna avvia la politica assistenziale (Welfare State) mentre in Russia Krusciov quella di destalinizzazione. Nel 1947 l’ONU vota la spartizione della Palestina: nasce lo Stato d’Israele.

Alla fine del conflitto l’Europa si ritrova divisa in due: nella parte orientale, sotto l’influenza russa, sono istituiti regimi comunisti, mentre nella parte occidentale, sotto l’influenza americana, si rafforza la consistenza delle repubbliche democratiche. L’Europa ha ormai perso la propria centralità politica ed economica per lasciare spazio alle due superpotenze, USA e URSS, divise da una cortina di ferro, come la definisce Churchill. L’avvicinamento degli USA agli Stati minacciati dall’URSS e la messa a punto della bomba atomica da parte degli URSS porta alla cosiddetta guerra fredda, una sorta di conflitto incruento e non dichiarato che provoca tensione nel mondo.

La guerra di Corea

Il primo conflitto «indiretto» tra le due superpotenze mondiali è la guerra di Corea (1950-53) tra la Corea del nord, comunista ed appoggiata dall’URSS, e la Corea del sud, filoamericana. La crisi coreana si conclude il 27 luglio 1953, quando Corea del Nord e Corea del Sud firmano l’Armistizio di Panmunjom, in virtù del quale viene ristabilita la linea di confine lungo il 38° parallelo, si delimita una zona-cuscinetto smilitarizzata ed entrambi i paesi vengono riconosciuti dall’ONU, rimandando agli anni successivi la sottoscrizione di una pace vera e propria.

L'economia europea e il Piano Marshall

Nel secondo dopoguerra la ripresa economica europea avviene grazie al flusso di aiuti americani: tra il 1946-1947 ne beneficia anche l’Unione Sovietica, mentre nel 1948 gli interventi diventano più cospicui e prendono il nome di European Recovery Program (ERP) o, più comunemente, Piano Marshall, dal nome del segretario di Stato americano George Catlett Marshall che, in un discorso tenuto all’università di Harvard nel giugno del 1947, invita gli Stati europei a elaborare un programma di ricostruzione economica che gli USA avrebbero finanziato. Il Piano Marshall riversa sulle economie europee 13 miliardi di dollari fra materie prime, beni di consumo, risorse energetiche e prestiti a fondo perduto. Come contropartita, gli Stati beneficiari hanno l’obbligo di acquistare una certa quantità di forniture industriali americane e sottoporsi al controllo sull’impiego dei fondi e sui piani adottati dai singoli paesi. Il Piano rafforza l’egemonia politico-economica degli USA.

La collaborazione tra la fine degli anni 40' e gli anni 50'

Nel venticinquennio successivo alla guerra, gli Stati più avanzati dell’area capitalistica (Europa occidentale, America del nord, Giappone) cominciano a mettere in atto una serie di politiche economiche che portano al boom degli anni '50. In questo periodo si avviano strategie per la globalizzazione dell’economia, grazie a una serie di accordi commerciali e finanziari internazionali che incentivano gli scambi. Nell’ottobre 1947 viene stipulato il GATT («Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio»), con cui i paesi firmatari si impegnano a mantenere le tariffe doganali basse per liberalizzare i commerci. I contenuti dell’accordo hanno portato, nel 1995, alla trasformazione del GATT in WTO («Organizzazione mondiale del commercio»).

Gli accordi di Bretton Woods.

Fin dal 1944, tutti i paesi delle Nazioni Unite hanno provveduto a stabilire il futuro ordine monetario internazionale postbellico con gli Accordi di Bretton Woods, che portano alla costituzione del Fondo monetario internazionale e della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. Seguono l’unione doganale del Benelux (Belgio, Olanda, Lussemburgo, 1948), la nascita della CECA (Comunità europea del carbone dell’acciaio, 1951), della CEE (Comunità economica europea, 1957) e dell’EURATOM (Comunità europea per l’energia atomica).

La nascita delle organizzazioni mondiali moderne

Organizzazione delle Nazioni Unite.

Il 26 giugno 1945 nasce l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, cui aderiscono 50 paesi che si definiscono Stati pacifici. Nel dicembre 1955 entra a farne parte anche l’Italia. Scopo dell’Organizzazione, che ha sede a New York, è la garanzia di relazioni pacifiche tra i vari Stati del mondo, tramite la creazione di istituzioni sovranazionali atte a regolamentare i rapporti economici e politici mondiali. Organi principali della struttura dell’ONU sono: l’Assemblea generale, il Consiglio di sicurezza, il Segretario generale. Tra le organizzazioni che dipendono dalle Nazioni Unite vi sono la FAO («Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura»), istituita nel 1945 con lo scopo di risolvere i problemi alimentari mondiali stimolando la produzione agricola; l’UNESCO («Organizzazione educativa, scientifica e culturale delle Nazioni Unite»), fondata nel 1945 con l’obiettivo di favorire scambi culturali, scientifici ed educativi tra i popoli; la WHO («Organizzazione mondiale della sanità»), costituita nel 1948 allo scopo di promuovere la cooperazione internazionale per la tutela della salute; l’UNICEF («Fondo internazionale delle Nazioni Unite per l’infanzia»), sorto nel 1946 per promuovere progetti e interventi utili all’infanzia.

Comunità economica europea.

Il 25 marzo 1957 viene firmato a Roma il trattato che dà vita alla CEE (Comunità Economica Europea). I 6 Stati fondatori — Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo (cui si uniscono, in seguito, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Svezia e Finlandia) — danno vita a un’organizzazione politica sovranazionale il cui obiettivo è quello di ricostruire la potenza europea in modo da formare un terzo blocco da contrapporre alle due superpotenze USA e URSS.

COMECON.

Nato nel 1949 come risposta al Piano Marshall, il COMECON («Consiglio di mutua assistenza economica») ha la funzione di stimolare e aiutare le economie dei paesi del blocco comunista per incentivare l’industrializzazione dell’Europa dell’Est. Travolto anch’esso dal crollo dei regimi comunisti, il COMECON viene sciolto nel 1991.

NATO.

Il 4 aprile 1949 nasce la NATO (North atlantic treaty organization, «Organizzazione del Patto dell’Atlantico settentrionale»), un’organizzazione militare che sancisce l’alleanza a scopo difensivo tra i paesi occidentali. Attualmente ne fanno parte:

  • dal 4 aprile 1949: Belgio, Canada, Danimarca, Francia (ritiratasi unilateralmente dal Comando Militare Integrato nel 1966, per poi essere riammessa nell’Alleanza dopo l’annuncio ufficiale di rientro nel 2009), Islanda (unico membro a non essere dotato di un proprio esercito, tanto da aver aderito all’Alleanza a condizione di non doverne creare uno), Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti;
  • dal 18 febbraio 1952: Grecia e Turchia;
  • dal 9 maggio 1955: Germania (intesa come Repubblica Federale Tedesca, ovvero Germania Ovest);
  • dal 30 maggio 1982: Spagna;
  • dal 12 marzo 1999: Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria;
  • dal 29 marzo 2004: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia;
  • dal 4 aprile 2009: Albania e Croazia.

Patto di Varsavia.

Nel 1955, in conseguenza dell’ingresso della Repubblica Federale Tedesca nella NATO, viene sottoscritta un’alleanza militare tra i paesi socialisti dell’Europa orientale. Dotato di un comando unico con sede a Mosca e guidato da un generale sovietico, il Patto è stato poi sciolto nel 1991 in seguito alla caduta dei regimi socialisti nell’Est europeo, con conseguente ritiro delle truppe dell’Armata Rossa di stanza nei paesi alleati.

Il secondo dopoguerra dei paesi sconfitti

La Germania

Nella conferenza internazionale tenutasi a Potsdam, in Germania, nel 1945, Truman, Stalin e Churchill decidono la divisione di Berlino e della Germania in quattro zone sotto l’amministrazione militare francese, britannica, statunitense e sovietica. Venuta meno la possibilità di un’intesa con i sovietici sul futuro della Germania, USA e Gran Bretagna, all’inizio del 1947, unificano le proprie zone, attuandovi una riforma monetaria, liberalizzando l’economia e rivitalizzandola attraverso gli aiuti economici disposti dal Piano Marshall; l’anno successivo nasce la Repubblica Federale Tedesca con capitale Bonn. Stalin reagisce a queste iniziative prima con il «blocco di Berlino» (giugno 1948 - maggio 1949), chiudendo, cioè, gli accessi via terra tra Berlino e la Germania occidentale, poi con la creazione, nella zona orientale del paese, della Repubblica Democratica Tedesca (1949) con capitale Pankow. L’8 agosto 1945 viene istituito un Tribunale militare internazionale per giudicare i criminali nazisti, con processi che si tengono nella città di Norimberga.

Il Giappone

Nei primi anni del dopoguerra, il presidente statunitense Truman affida il governo del Giappone al generale MacArthur, che provvede alla demilitarizzazione del paese e alla destituzione di tutti i responsabili politici nazionalisti. Alla fine degli anni '50, la ripresa economica, favorita dall’assistenza americana, e la stabilità politica conducono il Giappone a recuperare l’antico ruolo di grande potenza.

L'Italia

Subito dopo la liberazione del paese, nel giugno 1945, i partiti antifascisti formano un governo di unità nazionale presieduto da Ferruccio Parri, uno dei più prestigiosi leader della Resistenza e del Partito d’azione. Il suo governo dura solo pochi mesi perché è osteggiato dall’apparato burocratico e dalle forze moderate, finché Parri è sostituito dal democristiano Alcide De Gasperi, che pone le basi del lungo predominio della DC. Il primo problema che il nuovo esecutivo deve affrontare è quello istituzionale: il 2 giugno 1946 i cittadini vengono chiamati alle urne sia per eleggere l’assemblea costituente, incaricata di redigere la nuova Costituzione che avrebbe sostituito lo Statuto albertino, sia per esprimersi a favore della repubblica o della monarchia. Le due consultazioni si svolgono per la prima volta in Italia a suffragio universale, poiché votano anche le donne. Prevalgono i sostenitori della repubblica e il re Umberto II — che poco prima del referendum istituzionale era salto al trono in seguito all’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III — lascia l’Italia senza abdicare ritirandosi in esilio in Portogallo. La vittoria dei partiti di massa è schiacciante: emerge una sinistra forte con il Partito comunista italiano (PCI) e il Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP), fronteggiata dalla Democrazia cristiana quale partito di maggioranza relativa; i partiti laici vengono ridimensionati; De Gasperi è confermato Presidente del Consiglio, carica che mantiene sino al 1953.

Inizialmente, per garantire un ampio consenso al nuovo testo costituzionale e alla firma del trattato di pace con gli alleati, il governo si serve della collaborazione delle sinistre. Gli accordi di pace, sottoscritti a Parigi il 10 febbraio 1947, stabiliscono condizioni particolarmente onerose per l’Italia che, oltre a dover versare 360 milioni di dollari a titolo di risarcimento, perde sia le isole del Dodecaneso (che passano alla Grecia), sia Zara, Fiume e l’Istria (a vantaggio della Iugoslavia), nonché Briga e Tenda (attribuite alla Francia). A ciò si aggiunge la rinuncia forzata a tutte le colonie, fatta eccezione per l’amministrazione fiduciaria della Somalia (rimasta in vigore fino al 1960), mentre Trieste, trasformata in territorio libero sotto la tutela dell’ONU, sarebbe poi stata restituita al nostro paese solo nel 1954.

L’alleanza tra i democristiani e le sinistre è comunque destinata a durare poco. Divergenze sulla politica economica e sulla collocazione internazionale dell’Italia inducono De Gasperi ad allontanare le sinistre dall’esecutivo, creando in tal modo forti dissapori ai quali si cerca di porre rimedio con la formazione di un nuovo governo di centro comprendente democristiani, liberali e indipendenti moderati. Il nuovo orientamento in senso moderato e filoamericano è determinato da quanto accade nella politica internazionale: per godere dei considerevoli aiuti finanziari previsti dal Piano Marshall è infatti necessaria una precisa scelta di campo, prendendo le distanze dalle forze politiche (comunisti e socialisti) vicine all’Unione Sovietica. Con il nuovo governo centrista di De Gasperi, che entra in carica nel maggio del 1947, tramonta definitivamente l’iniziale collaborazione governativa tra i partiti antifascisti.

Il 1° gennaio 1948, dopo essere stata approvata dall’assemblea costituente con grande spirito unitario, entra in vigore la Costituzione della Repubblica, per la quale viene raggiunto un accordo quasi unanime sia sui principi di fondo sia sull’assetto istituzionale da dare allo Stato. Dopo le elezioni svoltesi il 18 aprile 1948 — che vedono da una parte la Democrazia cristiana (con il 48% dei voti) che difende i valori delle società occidentali e dei cattolici, dall’altra le sinistre, unite nel Fronte democratico popolare (con il 31% dei suffragi), che si presentano come sostenitrici delle istanze di rinnovamento dei lavoratori — il problema più urgente da affrontare diventa la ricostruzione economica del paese. De Gasperi, contando sui consistenti aiuti del Piano Marshall, affida al liberale Luigi Einaudi (futuro Presidente della Repubblica) la direzione della politica economica, che si propone di frenare l’inflazione attraverso una politica monetaria restrittiva e di lasciare mano libera alle imprese per garantire profitti e investimenti. In breve tempo la lira si stabilizza, l’inflazione scende e le imprese ricominciano a produrre, anche se tutto ciò avviene ai danni delle classi meno abbienti. Infatti, aumenta la disoccupazione perché le industrie, per sopravvivere, devono licenziare numerosi dipendenti; le campagne diventano sempre più misere; la classe operaia si indebolisce a causa della rottura dell’unità sindacale. Ne scaturiscono forti tensioni sociali guidate dalle forze politiche di sinistra: a partire dal 1949 il movimento contadino occupa le terre lasciate incolte dai latifondisti e rivendica la riforma agraria. Il governo risponde inizialmente con una dura repressione, successivamente vara una serie di provvedimenti per il Meridione che nel 1950 portano alla riforma auspicata dalla manodopera rurale e all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. In quello stesso anno nascono anche i sindacati CISL (Confederazione italiana sindacati lavoratori), di estrazione cattolica, e UIL (Unione italiana del lavoro), di estrazione socialista.

Agli inizi del 1953, lo stesso anno in cui Enrico Mattei fonda l’ENI (Ente nazionale idrocarburi), il parlamento approva una legge elettorale maggioritaria, propugnata da De Gasperi, considerata dalle sinistre legge truffa, in quanto prevede che alla lista o all’insieme delle liste che, essendosi «apparentate» tra loro, ottengano più del 50% dei voti validi, tocchi il 65% dei seggi disponibili alla Camera dei deputati. Tuttavia, in occasione delle elezioni che si tengono nel giugno di quello stesso anno, i partiti di governo non ottengono suffragi sufficienti per potersi procacciare l’auspicato premio di maggioranza: ciò provoca una grave instabilità politica, in conseguenza della quale De Gasperi rinuncia alla carica di Presidente del Consiglio e assume quella di segretario della DC, mentre la «legge truffa» è abrogata nel 1954. Nel 1955 viene poi eletto Giovanni Gronchi, terzo dei Presidenti della Repubblica italiana, i quali, dal 1946 in poi, sono stati:

  • Enrico De Nicola (1946-1948);
  • Luigi Einaudi (1948-1955);
  • Giovanni Gronchi (1955-1962);
  • Antonio Segni (1962-1964);
  • Giuseppe Saragat (1964-1971);
  • Giovanni Leone (1971-1978);
  • Sandro Pertini (1978-1985);
  • Francesco Cossiga (1985-1992);
  • Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999);
  • Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006);
  • Giorgio Napolitano (2006-).

Sempre nel corso degli anni Cinquanta l’Italia, che già il 4 aprile 1949 aveva fatto il suo ingresso nella NATO, prima entra a far parte, nel 1955, dell’ONU, poi aderisce anche alla Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM o CEEA) e alla Comunità economica europea (CEE), i cui trattati istitutivi vengono entrambi firmati ufficialmente a Roma il 25 marzo 1957. Il 1958, invece, è l’anno in cui, oltre alla nascita del CSM (Consiglio superiore della magistratura), ha luogo l’ascesa al soglio pontificio di papa Giovanni XXIII (al secolo, Angelo Giuseppe Roncalli), il quale conferisce alla Chiesa cattolica un forte indirizzo progressista destinato a culminare nel Concilio Vaticano II (1962-1965) e si rende autore, nel 1961, dell’enciclica Mater et magistra sulla questione sociale.

Il secondo dopoguerra dei paesi vincitori

Francia.

Dopo la liberazione (1944), il generale Charles De Gaulle costituisce un esecutivo provvisorio, incaricato di dare inizio ai lavori che avrebbero portato alla proclamazione della IV Repubblica (la Terza aveva cessato di esistere sotto l’occupazione tedesca). Nel 1945, De Gaulle, confermato capo del primo governo della nuova repubblica, cerca di attuare una riforma presidenziale dello Stato, ma fallisce il suo obiettivo ed è costretto a dimettersi. De Gaulle, allora, forma un nuovo partito che si pone all’opposizione fino al 1958, quando egli torna al governo per risolvere la crisi causata dai movimenti indipendentisti algerini e per preparare una nuova Costituzione, basata sul presidenzialismo (V Repubblica). Charles De Gaulle domina la scena politica della Francia fino al 1969, anno del suo ritiro. Nel 1981 il governo passa dai gollisti alle sinistre, con la presidenza di François Mitterrand.

La Gran Bretagna

Alla fine della guerra, si tengono le prime elezioni dopo dieci anni, che vedono la sconfitta di Winston Churchill e dei conservatori. Nel 1945 viene formato un governo laburista che dà inizio al Welfare State.

L'Unione Sovietica

Dopo la guerra, l’URSS si afferma come la superpotenza mondiale egemone in tutta l’Europa orientale. La scena politica è dominata da Stalin e dalla sua politica repressiva. Il dittatore sovietico mantiene il potere assoluto fino alla sua morte, avvenuta nel 1953. In quell’anno Nikita Krusciov, membro del Comitato centrale del PCUS, riesce a farsi nominare segretario generale del partito. La sua politica di distensione nei confronti degli USA e di destalinazzazione è tesa a dare stabilità al paese. Krusciov in economia sostiene il rapido incremento del settore industriale, in particolare della produzione di beni di consumo per migliorare la vita dei cittadini. L’URSS sperimenta in questi anni un notevole progresso scientifico e tecnologico, che avrebbe visto i sovietici lanciare il primo satellite artificiale, lo Sputnik. Quattro anni dopo, l’astronauta Yuri Gagarin è il primo uomo a compiere un volo orbitale intorno alla Terra. In politica estera, dopo lo scioglimento del Cominform, Krusciov incontra a Ginevra il presidente degli Stati Uniti, Eisenhower, per avviare una fase di dialogo tra le due superpotenze.

Gli Stati Uniti

All’indomani del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti si sono affermati come la potenza militare, industriale ed economica più forte del globo. Il «manifesto programmatico» della politica statunitense è contenuto nella cosiddetta Dottrina Truman (presidente succeduto a Roosevelt, morto nel 1945), che decide di sostenere l’economia dei Paesi amici per «contenere» l’espansionismo sovietico e comunista. Ciò porta gli Stati Uniti ad appoggiare le forze anticomuniste che lottano in Vietnam contro il regime di Ho Chi-minh, a sponsorizzare il riarmo della Germania occidentale, come pure a favorire l’instaurazione di un governo conservatore e anticomunista in Giappone. Tuttavia, le conseguenze della guerra di Corea e la consapevolezza che, a partire dal 1949, anche l’URSS si è ormai dotata di armi atomiche, influiscono pesantemente sulla situazione civile e ideologica interna. Nel corso degli anni '50, il senatore repubblicano Joseph McCarthy ne approfitta per scatenare una poderosa campagna anticomunista, fenomeno conosciuto come maccartismo, che, in un vero e proprio clima di «caccia alle streghe», culmina nel processo e nella condanna a morte dei coniugi Rosenberg (1953), accusati di spionaggio a favore dei sovietici. Le elezioni presidenziali del 1952 sono vinte dal candidato democratico, il generale Dwight Eisenhower, il cui governo dura otto anni. I suoi due mandati sono segnati dall’inasprirsi della guerra fredda, dall’acuirsi dei problemi razziali e dall’inizio della recessione economica. Al lancio sovietico del primo satellite artificiale, lo Sputnik (4 ottobre 1957), gli USA rispondono nel 1958, anno della creazione dell’ente spaziale NASA, con un proprio satellite: l’Explorer.

La Spagna di Franco

Dopo la guerra civile (1936-1939), il vincitore Francisco Franco, che nel 1937 è proclamato capo dello Stato dai nazionalisti e l’anno successivo assume il titolo di caudillo (duce), instaura un regime di stampo fascista. Nel 1945, una legge sostituisce definitivamente le elezioni con i referendum, il primo dei quali viene indetto nel 1947 per varare una legge che avrebbe dovuto regolare le modalità di successione nella carica di capo dello Stato: in Spagna viene proclamata la monarchia e, alla fine del mandato di Franco, il suo successore sarà un re con poteri limitati dalle altre istituzioni. La Spagna si trova isolata politicamente a causa della condanna del regime franchista da parte dell’ONU nel 1946, isolamento che si conclude solo nel 1955, quando viene ammessa all’ONU. Per avere maggiore stabilità, Franco decide di incorporare nel governo i cattolici. Il 25 agosto 1953, il caudillo firma un Concordato con il Vaticano in base al quale la Chiesa ottiene grossi privilegi, restando comunque soggetta allo Stato.

La nascita dello stato di Israele

Le atrocità del genocidio perpetrato dai nazisti, che provoca circa 6.000.000 di vittime, riaccendono l’aspirazione a creare uno Stato sionista autonomo in Palestina, già promesso agli ebrei dalla Gran Bretagna (Dichiarazione di Balfour, 1917), che nel 1922 ottiene il mandato su quel territorio. Di conseguenza, migliaia di ebrei migrano nella regione palestinese, ma la convivenza con le popolazioni arabe si rivela tutt’altro che facile, tanto da sfociare spesso in violenti conflitti. Nel novembre 1947, l’assemblea delle Nazioni Unite vota la spartizione della Palestina e dà via libera alla creazione di uno Stato ebraico indipendente, con Gerusalemme vincolata a rimanere sotto l’amministrazione dell’ONU. Il 14 maggio 1948, un governo provvisorio con a capo Ben Gurion proclama la nascita dello Stato d’Israele, che, in quello stesso giorno, viene attaccato dagli eserciti di Arabia Saudita, Giordania, Libano, Siria ed Egitto, riuniti nella Lega araba. Alla fine della guerra, essendo riusciti a respingere gli attacchi nemici, gli israeliani si trovano in possesso di un’area superiore a quella prevista dal piano di spartizione dell’ONU, ma i rapporti restano ugualmente tesi e vengono caratterizzati da una serie di rappresaglie nei territori di frontiera con Egitto, Giordania e Libano. Il conflitto riprende quando, nel 1956, l’Egitto decide di nazionalizzare il canale di Suez, controllato dalla Gran Bretagna e dalla Francia, la qual cosa avrebbe obbligato le navi israeliane a circumnavigare tutto il continente africano, essendo difficile un accordo tra gli egiziani e lo Stato ebraico. Così, il 29 ottobre, Gran Bretagna, Francia e Israele attaccano l’Egitto («campagna del Sinai») e occupano in pochi giorni la zona di Suez, lasciando il controllo del canale ai caschi blu delle Nazioni Unite. Israele ottiene forniture militari dalla Gran Bretagna e dalla Francia, aiuti economici dagli USA e un reattore nucleare per poter produrre armi atomiche; l’Egitto, invece, conserva il controllo del canale e ottiene aiuti dall’URSS per la costruzione della diga di Assuan. La resistenza palestinese, a sua volta, è tutt’altro che doma: nel 1956, su iniziativa di Yasser Arafat, nasce il movimento denominato AlFatah, che poi diventa la principale formazione militare dell’OLP, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina costituita a Gerusalemme il 28 maggio 1964.

Ilprocesso di colonizzazione

I movimenti indipendentisti, già presenti da tempo nei paesi afroasiatici, acquistano forza con la Seconda guerra mondiale anche grazie all’appoggio delle grandi potenze. A guerra finita, un ruolo decisivo in questo processo è svolto dalle contrapposizioni ideologiche scaturite dalla «guerra fredda». Le due potenze vincitrici, liquidando il vecchio ordine mondiale fondato sull’eurocentrismo, cercano di eliminare il dominio europeo sui paesi dell’Asia e dell’Africa per poi imporre la loro egemonia sul Terzo Mondo. Nello specifico, mentre la Gran Bretagna mette in atto un graduale processo deallentamento del proprio dominio coloniale, concedendo Costituzioni e trasformando l’impero in una comunità di nazioni sovrane (Commonwealth), la Francia oppone una violenta resistenza ai movimenti indipendentisti. Ciò spiega, quindi, l’accanimento con cui i francesi si impegnano, a partire dal 1954, in una sanguinosa lotta contro il movimento di liberazione algerino, risultato vittorioso, infine, nel 1962. Per il resto, occorre comunque sottolineare che, tra gli anni '50 e l’inizio degli anni '60, il processo di decolonizzazione ha modo di svilupparsi in maniera imponente, tanto che riescono a conseguire l’indipendenza quasi tutti i popoli africani e asiatici. Tuttavia, l’indipendenza politica non risolve i problemi delle ex colonie. Spesso si tratta di un’indipendenza poco più che formale, perché di fatto la direzione dell’economia resta saldamente nelle mani delle classi dirigenti occidentali e i rapporti di sfruttamento restano inalterati, mentre il divario complessivo tra il Nord e il Sud del mondo aumenta sempre più.

L’Italia: dalla nascita della Repubblica alla costruzione di un’Europa unita

Lo stesso argomento in dettaglio: Fuga di Vittorio Emanuele III e Mancata difesa di Roma.

Bandiera del Comitato di Liberazione Nazionale (1943-1945)
Il 25 luglio 1943, quando la guerra a fianco della Germania ormai volgeva al peggio, Vittorio Emanuele III, in accordo con parte dei gerarchi fascisti, revocò il mandato a Mussolini e lo fece arrestare, affidando il governo al maresciallo Pietro Badoglio21. Il nuovo governo cominciò i contatti con gli Alleati per giungere a un armistizio.

All'annuncio dell'Armistizio di Cassibile, l'8 settembre 1943, l'Italia precipitò nel caos22. Vittorio Emanuele III, la corte e il governo Badoglio fuggirono da Roma (in cui erano presenti forze tedesche) a Brindisi (libera dal controllo dei nazisti e che sarà in breve raggiunta dall'avanzata degli angloamericani). L'esercito nel suo complesso, privo di ordini, sbandò e venne rapidamente disarmato dalle truppe tedesche e il Paese si trovò diviso in due: il Regno del sud, già liberato dagli alleati, formalmente sotto la sovranità sabauda, e la Repubblica Sociale Italiana (RSI), nelle regioni ancora occupate dai nazisti, formalmente guidata da Mussolini.

Dal punto di vista legale nulla era cambiato, ma dal punto di vista sostanziale il potere del monarca era venuto a mancare per la scissione del territorio nazionale in zone distinte, entrambi per motivi diversi sottratti alla regia potestas: il Nord e il centro Italia, inclusa Roma, la capitale, si trovavano di fatto, tramite la RSI, sotto il ferreo controllo tedesco, al Sud le condizioni dell'armistizio avevano privato il Re del potere statutario e della sovranità di fatto, per via delle limitazioni derivanti dall'armistizio23.

Di fronte a questa delegittimazione del potere regio, perciò, si affermarono come nuovi soggetti politici i partiti italiani, ricostituitisi nonostante il formale mantenimento del divieto, e uniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN): ne facevano parte il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Democrazia del Lavoro, il Partito d'Azione, la Democrazia Cristiana e il Partito Liberale Italiano24.

Il CLN si affermò anche sulla scena internazionale, come soggetto complesso, plurimo, che si candidava all'egemonia politica nel Paese con il Congresso di Bari (28-29 gennaio 1944), in cui unanimemente i partiti aderenti chiesero l'abdicazione del Re nonché la composizione di un Governo con pieni poteri e con la partecipazione di tutti i sei partiti, per affrontare la guerra e « [...] al fine di predisporre con garanzia di imparzialità e libertà la convocazione di un'Assemblea costituente appena cessate le ostilità».

La "tregua istituzionale": dalla svolta di Salerno al referendum

Lo stesso argomento in dettaglio: Governo Badoglio I, Governo Badoglio II, Periodo costituzionale transitorio e Svolta di Salerno.

Palmiro Togliatti
Nel 1944 si ebbe l'improvviso riconoscimento del Governo Badoglio da parte dell'Unione Sovietica, fatto che spiazzò sia gli angloamericani (all'oscuro delle relative trattative) sia la sinistra politica italiana, che fino ad allora aveva una posizione di netta chiusura nei confronti della monarchia.

Su pressione di Stalin i comunisti italiani diedero la loro disponibilità a entrare nel governo e gli altri partiti di sinistra si sentirono obbligati a fare altrettanto per non restare fuori dai giochi politici25.

Si pervenne così alla "Svolta di Salerno": i partiti politici mettevano da parte i sentimenti antimonarchici per rimandare alla fine della guerra la questione istituzionale e accettavano di entrare in un nuovo governo guidato da Badoglio; il Sovrano accettava di cedere i suoi poteri a suo figlio allorché Roma fosse stata liberata. Nel frattempo il governo avrebbe spostato la sua sede a Salerno, vicino al quartier generale alleato di Caserta. Tale vicinanza aveva anche valenza politica in quanto ora gli Alleati avevano maggior considerazione del governo italiano.

Il 4 giugno 1944, con l'ingresso delle truppe alleate, Roma fu liberata. Vittorio Emanuele III nominò suo figlio Umberto II luogotenente del Regno. Fu nominato un nuovo Governo, in cui entrarono tutti i partiti del Comitato di liberazione e il cui Presidente del Consiglio fu Bonomi.

Il precedente accordo tra la Corona e il CLN fu formalizzato nel decreto legge luogotenenziale n. 151/1944 in cui si stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata convocata un'Assemblea costituente per dare una Costituzione allo Stato e risolvere la questione istituzionale26. I Ministri, nel frattempo, si sarebbero impegnati ad agire senza in nulla pregiudicare la risoluzione della questione istituzionale.

Il Governo, inoltre, con tale decreto si attribuiva la funzione legislativa26. Essendo lo Statuto del Regno (meglio noto come Statuto Albertino) una costituzione flessibile (esso cioè non prevedendo l'esistenza di leggi costituzionali poteva essere modificato con legge ordinaria), di fatto tale decreto dava vita a una sorta di assetto costituzionale transitorio, che introduceva una nuova forma di legislazione: il decreto legislativo luogotenenziale.

Il suffragio universale e l'assemblea costituente

Lo stesso argomento in dettaglio: Assemblea Costituente (Italia).
Il 31 gennaio 1945, con l'Italia divisa e il Nord sottoposto all'occupazione tedesca, il Consiglio dei ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, approvò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945). Venne così riconosciuto il suffragio universale, dopo i vani tentativi fatti nel 1881 e nel 1907 dalle donne dei vari partiti.

Contestualmente al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 venne eletta l'Assemblea Costituente, che elaborò e approvò la Costituzione della Repubblica Italiana, che entrò in vigore il 1º gennaio 1948.

Il referendum istituzionale del 1946

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Referendum sulla forma istituzionale dello Stato del 1946

StatoItalia (bandiera) Italia
Data2 e 3 giugno 1946
Tipoistituzionale
Esito Repubblica
​54,27%
Monarchia
​45,73%
Quorumnon previsto
Affluenza89,08%

Risultati per comuni e province

  • Repubblica
  • Monarchia

Convocazione dei comizi

Scritte sui muri a Roma (via di Villa Certosa) durante la campagna elettorale

1946, comizio antimonarchico

1946 elezioni per la Costituente - propaganda elettorale

1946, manifestazione per la Repubblica
Il decreto luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, emanato durante il governo Bonomi, tradusse in norma l'accordo che, al termine della guerra, fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello Stato ed eleggere un'Assemblea Costituente.

L'attuazione del decreto dovette attendere che la situazione interna italiana si consolidasse e si chiarisse: nell'aprile 1945 (fine della guerra) l'Italia era un paese sconfitto, occupato da truppe straniere, possedeva un governo che aveva ottenuto la definizione di cobelligerante e una parte della popolazione aveva contribuito a liberare il paese dall'occupazione tedesca.

Il 16 marzo 1946 il principe Umberto decretò, come previsto dall'accordo del 194427, che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata decisa mediante referendum da indirsi contemporaneamente alle elezioni per l'Assemblea Costituente. Il decreto per l'indizione del referendum recitava, in una sua parte: « [...] qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci...»28, frase che poteva lasciar intendere che esisteva anche la possibilità che nessuna delle due forme istituzionali proposte (monarchia o repubblica) raggiungesse la maggioranza degli elettori votanti. L'ambiguità di questa espressione sarà causa di accesi dibattiti e contestazioni post-referendarie, comunque ininfluenti per la proclamazione del risultato referendario, in quanto i voti favorevoli alla repubblica saranno numericamente superiori alla somma complessiva delle schede bianche, nulle e favorevoli alla monarchia29.

Oltre ai tradizionali partiti di orientamento repubblicano (PCI, PSIUP, PRI e Partito d'Azione) tra il 24 e il 28 aprile 1946, nell'ambito dei lavori del suo I Congresso, anche la Democrazia Cristiana, a scrutinio segreto, si espresse a favore della Repubblica, con 730.500 voti favorevoli, 252.000 contrari, 75.000 astenuti e 4.000 schede bianche30. L'unico partito del CLN a esprimersi in senso favorevole alla monarchia fu il Partito Liberale, che durante il suo congresso nazionale, tenutosi a Roma, votò una mozione in tal senso, con 412 voti contro 26131. Alla consultazione referendaria, il PLI si presentò insieme con Democrazia del lavoro nella lista Unione Democratica Nazionale. Il Fronte dell'Uomo Qualunque, di nuova costituzione, assunse una posizione agnostica32.

Allo scopo di garantire l'ordine pubblico, venne creato un corpo accessorio di polizia ausiliaria, a cura del Ministero dell'Interno diretto da Giuseppe Romita.

Per la prima volta nella storia elettorale italiana venne effettuato anche un sondaggio sulle previsioni del voto, realizzato dalla Doxa, fondata nello stesso anno da Pierpaolo Luzzatto Fegiz e pubblicato dal periodico milanese Il Sole il 28 e il 29 maggio 1946, che riportò le seguenti opinioni degli intervistati: per il 9% ci sarebbe stato un "esito sicuramente favorevole alla monarchia"; per il 16% "probabilmente favorevole alla monarchia"; per il 15% l'esito era "incerto"; per il 26% "probabilmente favorevole alla repubblica"; per il 25% "sicuramente favorevole alla repubblica" e un restante 9% "non sapeva"33.

Abdicazione ed esilio di Vittorio Emanuele III

Un mese prima del referendum Vittorio Emanuele III accettò di abdicare in favore del figlio Umberto, già luogotenente del Regno.

Gli esponenti dei partiti favorevoli alla Repubblica protestarono, ritenendo che l'assunzione dei poteri regali, da parte del luogotenente del Regno, contrastasse con l'art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98, che prevedeva: «Qualora la maggioranza degli elettori votanti se pronunci in favore della Monarchia, continuerà l'attuale regime luogotenenziale fino all'entrata in vigore delle deliberazioni dell'Assemblea sulla nuova Costituzione e sul Capo dello Stato».

L'abdicazione di Vittorio Emanuele III e la conseguente cessazione del regime luogotenenziale era stata richiesta dai monarchici nella speranza che la successione a pieno titolo del principe ereditario, figura meno compromessa del padre, prima della consultazione referendaria, potesse attrarre maggior favore popolare. Successivamente l'ex-sovrano partì immediatamente in esilio volontario ad Alessandria d'Egitto. Umberto II confermò la promessa fatta di rispettare il volere liberamente espresso dei cittadini circa la scelta della forma istituzionale, ma poi non lo accetterà mai34.

Operazioni di voto

Umberto II si reca a votare il 3 giugno 1946 per il referendum istituzionale.

Scheda del referendum istituzionale
Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum per scegliere fra monarchia o repubblica. I voti validi in favore della soluzione repubblicana furono circa due milioni più di quelli per la monarchia. I ricorsi della parte soccombente furono respinti e le voci di presunti brogli non furono mai confermate35.

I votanti furono 24 946 878, pari circa all'89,08% degli aventi diritto al voto36, che risultavano essere 28 005 449; le schede convalidate furono 23 437 207, quelle invalidate (bianche escluse) 1 509 735. Al referendum del 2 giugno le donne votarono con un’affluenza pari circa all’82%37. I risultati ufficiali del referendum istituzionale furono: repubblica voti 12 718 641 (pari a circa il 54,27% delle schede convalidate), monarchia voti 10 718 502 (pari a circa il 45,73% delle schede convalidate)38.

Analizzando i dati regione per regione si nota come l'Italia si fosse praticamente divisa in due: il nord, dove la repubblica aveva vinto con il 66,2%, e il sud, dove la monarchia aveva vinto con il 63,8%.

Non poterono votare coloro che prima della chiusura delle liste elettorali si trovavano ancora al di fuori del territorio nazionale, nei campi di prigionia o di internamento all'estero, né i cittadini dei territori delle province di Bolzano (complessivamente 300 000 abitanti) (fatti salvi i comuni di Anterivo, Bronzolo, Cortaccia, Egna, Lauregno, Magrè, Montagna, Ora, Proves, Salorno, Senale-San Felice e Trodena, allora parte della provincia di Trento), Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara (in totale 1 325 000 abitanti), in quanto oggetto di contesa internazionale e ancora soggette ai governi militari alleato o jugoslavo. Furono inoltre esclusi coloro che erano rientrati in Italia fra la data di chiusura delle liste (aprile 1946) e le votazioni.

Da tutta Italia le schede elettorali e i verbali delle 31 circoscrizioni sono trasferite a Roma, nella Sala della Lupa di Montecitorio. Il conteggio avviene in presenza della Corte di cassazione, seduti a un tavolo a ferro di cavallo, degli ufficiali angloamericani della Commissione alleata e dei giornalisti. Due addetti assommano i dati dei verbali su due macchine calcolatrici, una per la monarchia e una per la repubblica, tenendo una seconda conta a mano39.

La Stampa di mercoledì 5 giugno, sotto il titolo Affermazione della Democrazia Cristiana, ne riporta un altro più piccolo: La repubblica in vantaggio di 1.200.000 voti (alla fine il margine sarà più ampio)39.

Risultati elettorali

1946, il ministro dell'interno Giuseppe Romita annuncia i risultati delle votazioni per il referendum istituzionale.

Cittadini di Roma si recano alle urne. Col referendum istituzionale del 1946 per la prima volta in Italia anche alle donne fu riconosciuto il diritto di voto politico.
Il 10 giugno 1946 la Corte suprema di cassazione proclamò i risultati del referendum, mentre il 18 giugno integrò i dati delle sezioni mancanti ed emise il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami concernenti le operazioni referendarie1:

SceltaVoti%
Repubblica12 718 64154,27
Monarchia10 718 50245,73
Totale23 437 207100
Schede bianche1 146 7294,60
Schede nulle1 509 7356,05
Votanti24 946 87889,08
Elettori28 005 449

I dati sono suddivisi per circoscrizioni4041

CircoscrizioneRepubblicaMonarchiaAffluenza
Voti%Voti%Votanti%
Aosta28 51663,47%16 41136,53%50 94684,00%
Torino-Novara-Vercelli803 19159,90%537 69340,10%1 426 03691,12%
Cuneo-Alessandria-Asti412 66651,93%381 97748,07%867 94589,75%
Genova-Imperia-La Spezia-Savona633 82169,05%284 11630,95%960 21485,62%
Milano-Pavia1 152 83268,01%542 14131,99%1 776 44490,31%
Como-Sondrio-Varese422 55763,59%241 92436,41%715 75590,98%
Brescia-Bergamo404 71953,84%346 99546,16%805 50891,67%
Mantova-Cremona304 47267,19%148 68832,81%486 35493,83%
Trento192 12385,00%33 90315,00%238 19891,04%
Verona-Padova-Vicenza-Rovigo648 13756,24%504 40543,76%1 258 84092,22%
Venezia-Treviso403 42461,52%252 34638,48%712 47591,49%
Udine-Belluno339 85863,07%199 01936,93%592 46388,51%
Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì880 46380,46%213 86119,54%1 151 37692,40%
Parma-Modena-Piacenza-Reggio Emilia646 21472,78%241 66327,22%955 66092,58%
Firenze-Pistoia487 03971,58%193 41428,42%723 02892,08%
Pisa-Livorno-Lucca-Massa e Carrara456 00570,12%194 29929,88%703 01689,99%
Siena-Arezzo-Grosseto338 03973,84%119 77926,16%487 48592,72%
Ancona-Pesaro-Macerata-Ascoli Piceno499 56670,12%212 92529,88%759 01191,65%
Perugia-Terni-Rieti336 64166,70%168 10333,30%538 13690,26%
Roma-Viterbo-Latina-Frosinone711 26048,99%740 54651,01%1 510 65684,07%
L'Aquila-Pescara-Chieti-Teramo286 29146,78%325 70153,22%648 93287,61%
Benevento-Campobasso103 90030,06%241 76869,94%369 61688,82%
Napoli-Caserta241 97321,12%903 65178,88%1 207 90684,77%
Salerno-Avellino153 97827,09%414 52172,91%607 53088,05%
Bari-Foggia320 40538,51%511 59661,49%865 95190,15%
Lecce-Brindisi-Taranto147 37624,70%449 25375,30%630 98790,04%
Potenza-Matera108 28940,61%158 34559,39%286 57588,70%
Catanzaro-Cosenza-Reggio Calabria338 95939,72%514 34460,28%900 63585,56%
Catania-Messina-Siracusa-Ragusa-Enna329 87431,76%708 87468,24%1 107 52485,28%
Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta379 86138,98%594 68661,02%1 032 10285,77%
Cagliari-Sassari-Nuoro206 19239,07%321 55560,93%569 57485,91%
Totale12 718 64154,27%10 718 50245,73%24 946 87889,08%

Risultati del referendum, circoscrizione per circoscrizione.

Risultati del Referendum Istituzionale del 1946 in comuni e province.

Gli esiti per la formazione dell'Assemblea costituente

Lo stesso argomento in dettaglio: Elezioni politiche in Italia del 1946.
I deputati da eleggere erano 556, ai 573 previsti mancando quelli di alcune province. Come si vede, i partiti che si erano espressi per la scelta repubblicana (DC, PCI, PSIUP, PRI e Pd'Az) ottennero complessivamente una percentuale di voti (poco più dell'80%) molto superiore di quella espressa in favore della Repubblica nella consultazione referendaria (54,3%). Assolutamente deludente fu il risultato delle liste monarchico-liberali (poco meno del 10%) a fronte del 45,7% dei voti espressi in favore della monarchia. Il Fronte dell'Uomo Qualunque aveva mantenuto una posizione agnostica32.

La ripartizione dei voti fu la seguente:

PartitoPercentuale votiSeggi
Democrazia Cristiana35,21%207
Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria20,68%115
Partito Comunista Italiano18,93%104
Unione Democratica Nazionale6,79%41
Fronte dell'Uomo Qualunque5,27%30
Partito Repubblicano Italiano4,36%23
Blocco Nazionale della Libertà2,77%16
Partito d'Azione1,45%7
Altre liste4,56%13

Le conseguenze politiche del referendum

La proclamazione dei risultati e i disordini

Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di via Medina.

10 giugno 1946, la Corte di Cassazione convalida i risultati delle votazioni per il referendum istituzionale
Il 10 giugno, alle ore 18:00, nella Sala della Lupa a Montecitorio a Roma la Corte di Cassazione, secondo quanto attestato dai verbali, proclamò i risultati del referendum e cioè: 12 672 767 voti per la repubblica, e 10 688 905 per la monarchia. Il verbale, tuttavia, si concludeva con una frase ambigua: «La corte, a norma dell'art. 19 del D.L.L. 23 aprile 1946, n. 219, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami presentati agli uffici delle singole sezioni e agli uffici circoscrizionali o alla stessa corte concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al referendum; integrerà i risultati con i dati delle sezioni ancora mancanti e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli»4243.

Il Corriere della Sera già di giovedì 6 giugno aveva titolato: È nata la Repubblica italiana, riportando i risultati: repubblica 12.718.019, monarchia 10.709.423. La Stampa, quotidiano torinese, aveva pubblicato similmente: È nata l'Italia repubblicana, sottotitolando La famiglia reale si imbarca per il Portogallo.

L'11 giugno, dichiarato festivo come primo giorno della repubblica44, si svolsero in molte città manifestazioni a favore della repubblica.

Immediatamente dopo la proclamazione dei risultati, il Consiglio dei Ministri si riunì, per dare attuazione al 3º comma dell'art. 2 del Decreto Legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98: «Nella ipotesi prevista dal primo comma (cioè la vittoria della Repubblica, n.d.r.), dal giorno della proclamazione dei risultati del referendum e fino alla elezione del Capo provvisorio dello Stato, le relative funzioni saranno esercitate dal Presidente del Consiglio dei Ministri in carica nel giorno delle elezioni». Dopo lunga discussione si giunse alla decisione che, prima di procedere in tal senso, sarebbe stata opportuna, per motivi di cortesia istituzionale, la sottoposizione a Umberto II del seguente documento: «Preso atto della proclamazione dei risultati del referendum fatta dalla Corte di Cassazione, tenuto conto che questi risultati, per dichiarazione della stessa Corte di Cassazione, sono suscettibili di modificazione e di integrazione, nel supremo interesse della concordia degli italiani, si consente che, fino alla proclamazione dei risultati definitivi, il Presidente del Consiglio dei Ministri, on.le Alcide De Gasperi, eserciti i poteri del Capo dello Stato, di cui all'art. 2, DLL 16 marzo 1946, n. 98, secondo i principi dell'attuale ordinamento costituzionale». Il documento fu sottoposto l'11 giugno da De Gasperi alla visione di Umberto II che si riservò di decidere per il giorno dopo45.

Contemporaneamente, a Napoli, città con un'elevata percentuale di popolazione di preferenza monarchica, i risultati del referendum accesero gli animi e la contestazione monarchica diede luogo a dei disordini; un corteo cercò di assaltare la sede del PCI in via Medina per togliere una bandiera tricolore esposta priva dello stemma sabaudo, ma raffiche di mitragliatrice, sparate da un'autoblindo della polizia che cercava di mantenere l'ordine pubblico, uccisero nove manifestanti monarchici46, mentre altri 150 rimasero feriti47.

Nella tarda mattinata del 12 giugno giunse al Presidente del Consiglio la risposta scritta del Quirinale nella quale il re dichiarava che avrebbe rispettato: «il responso della maggioranza del popolo italiano espresso dagli elettori votanti, quale sarebbe risultato dal giudizio definitivo della Corte Suprema di Cassazione»; non avendo la corte indicato il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli, secondo il sovrano, non era ancora certo se la scelta repubblicana, pure in netto vantaggio, rappresentasse la maggioranza degli elettori votanti. Sino al giorno della proclamazione dei risultati definitivi, pertanto, Umberto auspicava « [...] di poter continuare in quella collaborazione intesa a mantenere quanto è veramente indispensabile: l'Unità d'Italia»48.

Al contrario, la lettera e le proteste dei monarchici, come quelle represse sanguinosamente il giorno prima a Napoli e una nuova manifestazione monarchica dispersa lo stesso 12 giugno49, suscitarono le preoccupazioni dei ministri intenzionati quanto prima all'insediamento della Repubblica (secondo la celebre frase del leader socialista Pietro Nenni: «o la Repubblica o il caos!»)50.

De Gasperi Capo provvisorio dello Stato repubblicano

il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi
Il 13 giugno, il Consiglio dei ministri – riunito dalla notte precedente –stabilì che, a seguito della proclamazione dei risultati data il 10 giugno, da parte della Corte di cassazione, le funzioni di Capo provvisorio dello Stato, in base all'art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale n. 98 del 16 marzo 194628, dovevano essere già assunte ope legis dal Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, nonostante il rinvio della comunicazione dei dati definitivi. Secondo il parere della maggioranza dei ministri, infatti, sarebbe stato assurdo non rivestire di alcuna rilevanza l'annuncio del 10 giugno 1946, che altrimenti la Cassazione avrebbe potuto non dare.

Il ministro del tesoro, il liberale Epicarmo Corbino dichiarò: «In definitiva la questione riguarda soprattutto la persona di De Gasperi: vorrei sapere se si rende conto della responsabilità che si assume con questo ordine del giorno»51. Di fronte alla risposta positiva del Presidente del Consiglio si procedette alla votazione che ottenne la totalità dei voti favorevoli dei membri del governo, con l'unica eccezione del ministro liberale Leone Cattani. Tuttavia, fino alla pronuncia dei risultati definitivi, l'attività di De Gasperi quale capo di Stato facente funzioni restò limitata ad atti preparatori e materiali. Infatti, i primi provvedimenti emanati da De Gasperi in virtù dei poteri di capo provvisorio dello stato sono datati 19 giugno 194652.

Secondo i monarchici, invece, il governo non volle attendere la seduta della Corte di Cassazione fissata per il 18 giugno perché, con questa proroga di tempo, sarebbe stato possibile un ricontrollo delle schede elettorali, ricontrollo che avrebbe portato alla luce eventuali brogli53 che, in quel frangente poteva dare la miccia per una rivoluzione civile che il governo voleva scongiurare.

Proclama e partenza dell'ex re

Umberto II di Savoia nell'atto di lasciare l'Italia
Dopo che il consiglio dei ministri, nella notte fra il 12 e il 13 giugno, aveva trasferito le funzioni di Capo dello Stato ad Alcide De Gasperi senza attendere il pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione, Umberto II di Savoia diramò un proclama nel quale denunciò la presunta illegalità commessa dal governo, e il giorno stesso partì polemicamente in aeroplano da Ciampino alla volta del Portogallo, con decisione unilaterale.

In base al decreto di indizione del referendum28, la forma istituzionale vincitrice avrebbe dovuto aggiudicarsi la maggioranza degli elettori votanti. L'irregolarità segnalata da Umberto II sarebbe consistita nel non aver preso in considerazione il numero delle schede nulle - perché ancora non reso noto dalla Corte di Cassazione - nel calcolo della maggioranza degli elettori votanti. Secondo l'interpretazione sostenuta dai monarchici, infatti, tale espressione doveva intendersi come "la maggioranza dei consensi nella somma dei voti a monarchia, repubblica, schede bianche e schede nulle". Quest'ultima interpretazione avrebbe consentito il mantenimento della forma istituzionale monarchica anche in caso di sconfitta, qualora la repubblica, pur maggioritaria, non avesse raggiunto la metà più uno dei voti, conteggiando per valide anche le schede bianche o nulle; ma anche il mantenimento del regime monarchico, in base all'art. 2 del decreto, era subordinato al conseguimento della "maggioranza degli elettori votanti" da parte della monarchia28 e, pertanto, l'interpretazione di conteggiare anche le schede bianche e nulle tra i votanti non sembra coerente con il contesto normativo, perché ne sarebbe potuto risultare uno scenario senza alcun vincitore. Sarà infatti respinta cinque giorni dopo (il 18 giugno) dalla Corte di Cassazione e comunque si rivelerà ininfluente, visto il distacco conseguito dalla scelta repubblicana sui voti espressi in favore della monarchia nel risultato referendario definitivo.

13 giugno 1946, il re Umberto II mentre saluta dall'aeroplano che lo condurrà da Ciampino in Portogallo
Benché da più parti gli fossero pervenuti inviti a resistere, Umberto preferì comunque prendere atto della sconfitta, valutando che l'alternativa potesse essere l'innesco di una guerra civile fra monarchici e repubblicani, soprattutto a seguito dei fatti di Napoli ed essendo stato informato dal generale Maurice Stanley Lush che gli alleati non sarebbero intervenuti a difesa della sua incolumità neanche in caso di palese spregio delle leggi. L'ex re inizialmente ventilò che il suo allontanamento potesse essere anche soltanto temporaneo5455, pro bono pacis5657. Tuttavia, nel proclama diffuso prima di partire, affidò la patria agli italiani (e non ai loro rappresentanti eletti democraticamente) e sciolse i militari e i funzionari dello Stato dal precedente giuramento di fedeltà al re.

Anche dopo l'ufficializzazione definitiva dei risultati, effettuata dalla Corte di Cassazione il 18 giugno 1946, l'ex re non riconobbe la validità del referendum e ne rifiutò l'esito, nonostante le assicurazioni rese prima della consultazione e nei giorni successivi. Non abdicò mai, ma tale evenienza non era prevista nel decreto legislativo luogotenenziale n. 98 del 16 marzo 194628 in caso di vittoria repubblicana.

Il proclama di Umberto II del 13 giugno 1946:

Italiani!
Nell'assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. E uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum.

Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte Suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta.

Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.

Italiani! Mentre il Paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d'Italia, potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell'illegalità che il Governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori dai confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto.

A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all'ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l'esortazione a voler evitare l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d'Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l'Italia!

Umberto
Roma, 13 giugno 194658

Al proclama dell'ex re, seguì la ferma risposta del Presidente del Consiglio De Gasperi, che lo definì « [...] un documento penoso, impostato su basi false ed artificiose». De Gasperi puntualizzò che si tentò espressamente di tener nascosta al Presidente del Consiglio la partenza del re. Ribadì che i dati diffusi dalla Corte di Cassazione il 10 giugno 1946 non fossero una semplice comunicazione ma una proclamazione a tutti gli effetti. Già nella notte del 10-11 giugno il governo «prese atto della proclamazione dei risultati del referendum che riconosceva la maggioranza alla repubblica, riservandosi di decidere sui provvedimenti concreti che ne derivavano». Ricordò che nei due giorni successivi erano incorse trattative tra governo e sovrano sulle modalità di delega dei poteri regi al Presidente del Consiglio, senza che il sovrano stesso avesse nulla da eccepire. Tali trattative sarebbero state bruscamente interrotte da una telefonata del ministro della Real Casa Lucifero nella serata del 12 giugno, costringendo il governo a ribadire il suo punto di vista circa gli effetti costituzionali della proclamazione. De Gasperi, quindi, respinse l'affermazione contenuta nel proclama emesso dall'ormai ex-re il 13 giugno alle ore 22:30, relativamente a un presunto "gesto rivoluzionario" e sull'arbitrarietà dell'assunzione dei poteri da parte del governo. Respinse anche l'accusa di "spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della Magistratura" e di aver posto l'ex-re "nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza". Il Presidente del Consiglio terminò il documento osservando che «un periodo che non fu senza dignità si conclude con una pagina indegna. Il governo e il buon senso degli Italiani provvederanno a riparare questo gesto disgregatore, rinsaldando la loro concordia per l'avvenire democratico della Patria»5960.

Integrazione dei dati e giudizio definitivo sulle contestazioni

Lo stesso argomento in dettaglio: Secondo dopoguerra italiano.

Emblema adottato dalla Repubblica Italiana nel 1948
Alle 6 di sera del 18 giugno, nell'Aula della Lupa di Montecitorio a Roma, la Corte di Cassazione, con dodici magistrati contro sette, stabilì che per "maggioranza degli elettori votanti", prevista dalla legge istitutiva del referendum (art. 2 del decreto legislativo luogotenenziale n. 98 del 16 marzo 194628), si dovesse intendere la "maggioranza dei voti validi", cioè la maggioranza dei consensi senza contare il numero delle schede bianche e delle nulle, che furono considerati voti non validi. La Suprema Corte, quindi, respinse i ricorsi dei monarchici e procedette alla pubblicazione dei risultati definitivi della consultazione referendaria: 12 717 923 voti favorevoli alla repubblica; 10 719 284 voti favorevoli alla monarchia e 1 498 136 voti nulli1. Anche tenendo conto delle schede bianche o nulle, pertanto, la Repubblica aveva conseguito la maggioranza assoluta dei votanti, rendendo ininfluente ogni discussione sotto il profilo giuridico interpretativo.

Nel 1960 Giuseppe Pagano, presidente della Corte di Cassazione il 18 giugno 1946, ma facente parte della fazione risultata minoritaria nella votazione61, in un'intervista a Il Tempo di Roma, affermò che i ristretti tempi di applicazione della legge istitutiva del referendum non avevano consentito alla Corte di svolgere tutti i lavori di accertamento, anche perché numerose corti di appello non erano riuscite a mandare i verbali alla Cassazione entro la data prevista. Inoltre, «l'angoscia del governo di far dichiarare la repubblica era stata tale da indurre al colpo di Stato prima che la Corte Suprema stabilisse realmente i risultati validi definitivi»62. Secondo il magistrato, tuttavia, non vi furono brogli; anche l'accoglimento della posizione filo-monarchica, infatti « [...] non avrebbe mai potuto spostare la maggioranza a favore della monarchia, poteva soltanto diminuire sensibilmente la differenza tra il numero dei voti a favore della monarchia e quello dei voti a favore della repubblica»61.

Le prime istituzioni repubblicane

Come detto, il 2 e 3 giugno, contemporaneamente al referendum istituzionale, si tennero le elezioni per l'Assemblea Costituente, che dettero ai partiti favorevoli alla repubblica una maggioranza di gran lunga superiore a quella ottenuta nel referendum. Tra i componenti il Comitato di Liberazione Nazionale, infatti, il solo Partito Liberale Italiano si era pronunciato in favore della monarchia.

In base al più volte citato art. 2, D.L.Lgt. n. 98/194628, l'Assemblea, nella sua prima riunione del 28 giugno 1946, elesse a Capo provvisorio dello Stato, l'on. Enrico De Nicola, con 396 voti su 501, al primo scrutinio. Con l'entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, De Nicola assumerà per primo le funzioni di Presidente della Repubblica Italiana (1º gennaio 1948).

Sempre ai sensi dell'art. 2, D.L.Lgt. n. 98/194628, il Governo presentò le proprie dimissioni nelle mani del nuovo Capo Provvisorio dello Stato che, successivamente conferì a De Gasperi l'incarico di formare il primo Governo della Repubblica Italiana.

Il 15 luglio 1946 il presidente dell'Assemblea Costituente, Giuseppe Saragat, leggeva il primo messaggio del Capo dello Stato Enrico de Nicola.

Messaggio del Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, all'Assemblea Costituente, 15 luglio 1946:

Giuro davanti al popolo italiano, per mezzo della Assemblea Costituente, che ne è la diretta e legittima rappresentanza, di compiere la mia breve, ma intensa missione di Capo provvisorio dello Stato inspirandomi ad un solo ideale: di servire con fedeltà e con lealtà il mio Paese. Per l'Italia si inizia un nuovo periodo storico di decisiva importanza. All'opera immane di ricostruzione politica e sociale dovranno concorrere, con spirito di disciplina e di abnegazione, tutte le energie vive della Nazione, non esclusi coloro i quali si siano purificati da fatali errori e da antiche colpe. Dobbiamo avere la coscienza dell'unica forza di cui disponiamo: della nostra infrangibile unione. Con essa potremo superare le gigantesche difficoltà che s'ergono dinanzi a noi; senza di essa precipiteremo nell'abisso per non risollevarci mai più. I partiti – che sono la necessaria condizione di vita dei governi parlamentari – dovranno procedere, nelle lotte per il fine comune del pubblico bene, secondo il monito di un grande stratega: Marciare divisi per combattere uniti.
La grandezza morale di un popolo si misura dal coraggio con cui esso subisce le avversità della sorte, sopporta le sventure, affronta i pericoli, trasforma gli ostacoli in alimento di propositi e di azione, va incontro al suo incerto avvenire. La nostra volontà gareggerà con la nostra fede. E l'Italia – rigenerata dai dolori e fortificata dai sacrifici – riprenderà il suo cammino di ordinato progresso nel mondo, perché il suo genio è immortale. Ogni umiliazione inflitta al suo onore, alla sua indipendenza, alla sua unità provocherebbe non il crollo di una Nazione, ma il tramonto di una civiltà: se ne ricordino coloro che sono oggi gli arbitri dei suoi destini.

Se è vero che il popolo italiano partecipò a una guerra, che – come gli Alleati più volte riconobbero nel periodo più acuto e più amaro delle ostilità – gli fu imposta contro i suoi sentimenti, le sue aspirazioni e i suoi interessi, non è men vero che esso diede un contributo efficace alla vittoria definitiva, sia con generose iniziative, sia con tutti i mezzi che gli furono richiesti, meritando il solenne riconoscimento – da chi aveva il diritto e l'autorità di tributarlo – dei preziosi servigi resi continuamente e con fermezza alla causa comune, nelle forze armate – in aria, sui mari, in terra e dietro le linee nemiche. La vera pace – disse un saggio – è quella delle anime. Non si costruisce un nuovo ordinamento internazionale, saldo e sicuro, sulle ingiustizie che non si dimenticano e sui rancori che ne sono l'inevitabile retaggio. La Costituzione della Repubblica italiana – che mi auguro sia approvata dall'Assemblea, col più largo suffragio, entro il termine ordinario preveduto dalla legge – sarà certamente degna delle nostre gloriose tradizioni giuridiche, assicurerà alle generazioni future un regime di sana e forte democrazia, nel quale i diritti dei cittadini e i poteri dello Stato siano egualmente garantiti, trarrà dal passato salutari insegnamenti, consacrerà per i rapporti economico-sociali i principi fondamentali, che la legislazione ordinaria – attribuendo al lavoro il posto che gli spetta nella produzione e nella distribuzione della ricchezza nazionale – dovrà in seguito svolgere e disciplinare. Accingiamoci, adunque, alla nostra opera senza temerarie esaltazioni e senza sterili scoramenti, col grido che erompe dai nostri cuori pervasi dalla tristezza dell'ora ma ardenti sempre di speranza e di amore per la Patria: Che Iddio acceleri e protegga la resurrezione d'Italia!

La Costituzione della Repubblica

La nuova costituzione repubblicana, approvata dall'Assemblea Costituente ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948, statuisce, all'art. 1: "L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro". Sancisce, inoltre, all'art. 139, che: "La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale".

La carta fu integrata con alcune disposizioni transitorie e finali, fra cui la I, che prescriveva: "Con l'entrata in vigore della Costituzione il Capo provvisorio dello Stato esercita le attribuzioni di Presidente della Repubblica e ne assume il titolo". Inoltre, la XIII disposizione stabiliva il divieto di entrare in Italia per gli ex re, le loro consorti e i loro discendenti maschi.

L'efficacia di questa disposizione cessò con l'entrata in vigore della Legge Costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1, dopo un dibattito in parlamento e nel Paese durato molti anni e Vittorio Emanuele di Savoia, figlio di Umberto II, poté entrare in Italia con la sua famiglia già nel dicembre successivo per una breve visita63. L'ex regina Maria José era già stata autorizzata a rientrare in Italia nel 1987 in quanto, con la scomparsa del marito Umberto ed essendo rimasta vedova si riconobbe come cessato il suo status di "consorte".

Analisi storica

I monarchici attribuirono subito la sconfitta a tali presunti brogli e a scorrettezze nella convocazione dei comizi e nello svolgimento del referendum. Stime monarchiche valutano in circa tre milioni i voti che andarono persi per diverse ragioni, numero maggiore della differenza tra l'opzione repubblicana e quella monarchica64.

Alcuni storici sostengono una ricostruzione che vede Togliatti intervenire per ritardare il rientro in Italia dei reduci dai campi di prigionia russi, in quanto ne avrebbe temuto le testimonianze ai fini del voto65.

Tra le anomalie più rilevanti secondo i monarchici vi furono le seguenti:

  • Molti prigionieri di guerra si trovavano ancora all'estero e quindi impossibilitati a votare. Il referendum sarebbe quindi stato indetto intenzionalmente senza attenderne il rientro.
  • Parte delle province orientali (Trieste, Gorizia e Bolzano) non erano ancora state restituite alla sovranità italiana, e quindi, il risultato sarebbe stato da considerarsi soltanto parziale. Si trattava peraltro di province appartenenti all'area settentrionale (nella quale il voto repubblicano aveva ottenuto generalmente un'ampia maggioranza).
  • I primi risultati pervenuti indicavano una netta prevalenza di voti a favore della monarchia, in particolare i rapporti del Corpo dei Carabinieri Reali provenienti direttamente dai seggi elettorali.
  • Analisi statistiche avrebbero poi evidenziato come il numero dei voti registrati fosse superiore a quello dei possibili elettori66. Nel disordine generale seguito alla guerra, pare possibile che un numero di elettori abbia usato documenti d'identità falsi, per votare più volte.

Nessuna delle suddette anomalie implica necessariamente una penalizzazione del voto monarchico o una frode a favore della repubblica: è infatti del tutto impossibile sapere a chi sarebbero andati i voti mancati, o a favore di quale delle due opzioni siano stati espressi i presunti voti duplicati, né si conosce il grado di rappresentatività del campione dei primi risultati e dei rapporti dei carabinieri.

I monarchici presentarono numerosi reclami giudiziari, che vennero però respinti tutti dalla Corte di Cassazione il 18 giugno 1946.

Uno studio pubblicato nel 2012, basato su un'analisi statistica del voto a livello di singolo comune, usando la legge di Benford e varie simulazioni, afferma che non vi siano indizi di avvenuti brogli elettorali in fase di scrutinio6768.

Sociologia del voto

Il divario fra le preferenze espresse per la repubblica e quelle per la monarchia fu una sorpresa, in quanto lo si prevedeva di un'entità anche superiore a quello di circa due milioni, poi risultato dallo scrutinio ufficiale35. Nel nord colpì il voto del Piemonte, territorio storicamente legato a Casa Savoia, dove la repubblica aveva vinto con il 56,9%. La regione dove si ebbe la maggior percentuale di voti nulli fu la Valle d'Aosta, altro territorio storicamente legato alla Casa sabauda.

Sono state proposte diverse interpretazioni sociologiche e statistiche del voto che avrebbero intravisto influenze della condizione economica del momento, dell'ingresso dell'elettorato femminile, o da molti altri fattori.

Dai dati del voto l'Italia risultò divisa in un sud monarchico e un nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell'Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. Per le regioni del sud la guerra finì appunto nel 1943 con l'occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto "Regno del Sud". Per contro, il nord dovette vivere quasi due anni di occupazione nazista e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l'insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (Partito comunista, Partito socialista, Movimento di Giustizia e Libertà).

Una delle cause che contribuì alla sconfitta della monarchia fu probabilmente una valutazione negativa della figura di Vittorio Emanuele III, giudicato da una parte corresponsabile degli orrori del fascismo; dall'altro la sua decisione di abbandonare Roma, e con essa l'esercito italiano che venne lasciato privo di ordini, per rifugiarsi nel sud subito dopo la proclamazione dell'armistizio di Cassibile, fu vista come una vera e propria fuga e non migliorò certo la fiducia degli italiani verso la monarchia.[senza fonte]

Le vicende della seconda guerra mondiale non aumentarono le simpatie verso la monarchia, anche a causa degli atteggiamenti discordanti di alcuni membri della casa regnante. La moglie di Umberto, la principessa Maria José, cercò nel 1943, attraverso contatti con le forze alleate, di negoziare una pace separata muovendosi al di fuori della diplomazia ufficiale69.

La Guerra Fredda

La guerra nel Vietnam

Il tentativo della Francia di riprendere possesso dei vecchi territori coloniali dopo l'occupazione giapponese dell'Indocina durante la seconda guerra mondiale aveva provocato la dura resistenza del movimento nazionalista Viet Minh, strettamente legato alle potenze cinese e sovietica e guidato da un capo notevole: Ho Chi Minh. La guerra fu combattuta ostinatamente dalla Francia e si concluse con una sconfitta di quest'ultima, malgrado il notevole impegno militare e il crescente supporto logistico e finanziario concesso dagli Stati Uniti d'America secondo la teoria politica della dottrina Truman, volta al "contenimento" della «infezione comunista» ovunque nel mondo, anche quando mascherata da movimento indipendentista e nazionalista; la battaglia di Ðiện Biên Phủ, combattuta fra il 13 marzo e il 7 maggio 1954, sancì la sconfitta definitiva delle forze francesi, facendo guadagnare enorme prestigio al generale Võ Nguyên Giáp e al movimento Việt Minh.

Ritratto del leader vietnamita Ho Chi Minh

Il comandante in capo Viet Minh, Võ Nguyên Giáp

Al termine del conflitto Stati Uniti, Cina, Unione Sovietica e Regno Unito discussero della questione indocinese alla conferenza di pace di Ginevra, che si concluse il 21 luglio 1954 in modo insoddisfacente per il movimento Viet Minh (anche a causa della tendenza al compromesso da parte di Cina e Unione Sovietica): la penisola indocinese fu, infatti, divisa nei quattro stati indipendenti di Laos, Cambogia, Vietnam del Nord e Vietnam del Sud, questi ultimi separati lungo il 17º parallelo; nel Vietnam del Nord si costituì una repubblica popolare comunista guidata da Ho Chi Minh e dal movimento Viet Minh (con capitale Hanoi), strettamente legata alla Cina e all'Unione Sovietica, mentre nel Vietnam del Sud si instaurò il governo autoritario del presidente cattolico Ngô Đình Diệm (con capitale Saigon), appoggiato economicamente e militarmente dagli Stati Uniti.

Gli accordi di Ginevra, nel luglio 1954, specificavano la provvisorietà di questa soluzione, in attesa di libere elezioni volte ad unificare la nazione, da tenersi entro luglio 1956, ma queste elezioni non si sarebbero mai svolte; Diệm era ancora debole politicamente nel Sud e quindi rifiutò di organizzare le elezioni, affermando che, a causa del potere comunista a Nord, non avrebbero potuto essere "assolutamente libere" e preferì indire una consultazione popolare per stabilire se lo Stato dovesse essere una monarchia con Bảo Đại come imperatore o una repubblica con Diệm stesso come presidente. Nell'ottobre 1955 Diệm promosse quindi un referendum per stabilire il futuro assetto istituzionale del paese: la consultazione venne controllata e manipolata da Diệm che in questo modo riuscì a far abolire la monarchia e a deporre Bảo Đại, senza spargimenti di sangue. Il 26 ottobre Diệm, grazie al supporto dei servizi segreti statunitensi e forte del 98% dei voti, si autonominò primo presidente della neo-proclamata Repubblica del Vietnam del Sud; il suo governo venne subito appoggiato dall'amministrazione del presidente statunitense Dwight D. Eisenhower.

Il governo Diệm, con l'aiuto del capo della missione militare statunitense e agente della CIA Edward Lansdale, si rafforzò nei primi anni dopo la sua costituzione grazie al successo propagandistico ottenuto con l'afflusso di quasi un milione di vietnamiti, principalmente della minoranza cattolica, emigrati a sud dopo aver abbandonato il nord comunista (cosiddetta operazione "Passage to Freedom", orchestrata dagli statunitensi), ma anche grazie a un'energica politica di repressione delle forze Viet Minh rimaste al sud e a un'efficace lotta contro le società segrete che cercavano di minare l'autorità governativa. Profondamente ostile a Ho Chi Minh e al governo comunista nordvietnamita, Diệm (non privo di qualità e personalmente incorruttibile), sostenuto dagli statunitensi che incrementavano gli aiuti economico-militari e rafforzavano il loro contingente di consiglieri militari, rifiutò di far tenere le elezioni generali previste per il 1956, che avrebbero potuto favorire l'influenza comunista sul governo del Sud.

Il governo comunista di Ho Chi Minh inizialmente mantenne un atteggiamento prudente (sollecitato in questo senso anche da Cina e Unione Sovietica) in attesa delle previste elezioni generali da cui ci si attendevano risultati favorevoli, nonostante il rovinoso fallimento della sua riforma agricola di stampo collettivistico, che gli aveva alienato molte delle simpatie guadagnate con la lotta indipendentistica. Inizio dell'insurrezione nel Vietnam del Sud

Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia della guerra del Vietnam.

Monumento vietnamita eretto in ricordo della vittoriosa battaglia di Dien Bien Phu

Di fronte all'ostilità di Diệm e all'aggressività delle forze militari sudvietnamite contro i nuclei vietminh ancora presenti a sud, la dirigenza di Hanoi (sotto l'impulso principalmente di Lê Duẩn) decise, all'inizio del 1957, di riprendere la lotta rivoluzionaria contro il governo di Saigon, organizzando alcune decine di gruppi armati principalmente nelle aree impenetrabili del delta del Mekong. Nel corso del 1957 i guerriglieri filocomunisti (il Khang Chien, la resistenza, nella terminologia delle forze insurrezionali) uccisero oltre 400 funzionari governativi e iniziarono a minare l'autorità del governo di Diệm in molte aree contadine, mentre le truppe nordvietnamite invadevano Laos e Cambogia. Negli anni successivi, la situazione nel Vietnam del Sud peggiorò continuamente, in primo luogo per i gravi errori politici ed economici del governo di Diệm: le autorità imposero tasse ai contadini e organizzarono il rovinoso esperimento dei cosiddetti "villaggi strategici" (agrovilles o Khu Tru mat), che, ideato e voluto dagli statunitensi per isolare la guerriglia dalle popolazioni, provocò in realtà enormi proteste nelle campagne e sconvolse il tradizionale ambiente sociale delle risaie del Vietnam del Sud. La diffusa corruzione nelle campagne e tra le autorità amministrative minò il prestigio del governo e favorì la propaganda e il proselitismo delle forze guerrigliere tra le popolazioni contadine, spesso vittime degli abusi dei funzionari governativi. Diệm, inoltre, accentuò ancor più gli elementi autoritari del suo governo (dominato da personaggi appartenenti al suo ampio nucleo di familiari, tra cui il fratello Ngô Đình Nhu e la cognata Madame Nhu), schiacciando le opposizioni e limitando la libertà di stampa e di critica, alienandosi in questo modo una buona parte degli elementi nazionalisti inizialmente a lui favorevoli. Sorsero, quindi, i primi gruppi di opposizione interna e furono ordite le prime trame volte a organizzare una congiura tra i militari e i funzionari allo scopo di destituire Diệm.

Parallelamente all'indebolimento del governo di Diệm, nonostante i crescenti sostegni politici, economici e militari delle autorità statunitensi, il movimento guerrigliero conobbe una costante crescita numerica e organizzativa. Nel maggio 1959 i politici di Hanoi crearono l'"Unità 559", incaricata di ingrandire e potenziare l'impervia strada bordeggiante il Laos e la Cambogia, su cui far transitare uomini, rifornimenti e mezzi per rafforzare le forze insurrezionali (il cosiddetto "sentiero di Ho Chi Minh"). Sempre nel 1959 giunsero le prime precise direttive dal governo di Hanoi per l'organizzazione di una "lotta armata", limitata al Vietnam del Sud, allo scopo di indebolire politicamente il regime di Diệm. Gli attacchi e gli attentati terroristici si moltiplicarono: i funzionari uccisi passarono dai 1200 del 1958 ai 4 000 del 1960. Infine, nel dicembre 1960 venne annunciata la costituzione di un "Fronte di Liberazione Nazionale" (FLN) raggruppante non solo le forze di resistenza comunista, ma anche altri elementi in opposizione al regime di Diệm: capo formale del FLN era Nguyễn Hữu Thọ, personaggio indipendente di scarso potere politico, mentre un ruolo pubblico di rilievo veniva esercitato dalla signora Nguyễn Thị Bình (futuro ministro degli esteri del "Governo Rivoluzionario Provvisorio del Vietnam del Sud" - GRP - costituito formalmente dalle forze insurrezionali nel giugno 1969 con presidente Huỳnh Tấn Phát); in realtà il FLN era dominato dalle forze comuniste, che seguivano le direttive di Hanoi ed erano guidate da abili comandanti come Nguyễn Chí Thanh, Trần Văn Trà e Trần Độ, la cui identità rimase celata fino a dopo la guerra. Gli elementi fondamentali del Fronte furono sempre il Partito Popolare Rivoluzionario (comunista) e l'Esercito di Liberazione (dominato sempre da dirigenti comunisti). Da quel momento il FLN (definito spregiativamente Viet Cong - vietnamita rosso - dal governo di Diệm e dagli statunitensi) avrebbe ulteriormente incrementato l'intensità della lotta, passando alla guerriglia e anche alla guerra aperta contro le forze militari corrotte e poco efficienti del regime sudvietnamita.

L'attività statunitense dal 1962 al 1965

Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Ranch Hand.

Carta del Vietnam del Sud con la suddivisione nelle varie province

Il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra fu graduale, con personale militare che arrivò in Vietnam già nel 1950 per aiutare i francesi. Durante la presidenza di Dwight D. Eisenhower, l'8 luglio 1959 il maggiore Dale Richard Buis e il sergente Chester Melvin Ovnand, inviati insieme a circa 700 consiglieri militari presenti in Vietnam del Sud, furono uccisi durante un attacco di guerriglieri Viet Cong alla base aerea di Bien Hoa; essi furono i primi caduti statunitensi della guerra in Vietnam. La presidenza di John Fitzgerald Kennedy, su consiglio di Eisenhower e dopo numerose discussioni e pareri ampiamente contrastanti, e nonostante i timori circa il pericolo di una guerra estesa in Asia con il possibile coinvolgimento della Cina, organizzò dapprima tra le grandi potenze una seconda conferenza di Ginevra con la quale fu sancita nel luglio 1962 la neutralità del Laos (che divenne in seguito oggetto di interventi segreti delle forze americane e di infiltrazioni nordvietnamite) e decise poi di potenziare la missione militare in Vietnam del Sud, con un notevole incremento di consiglieri militari e con l'afflusso di reparti di forze speciali per organizzare la lotta contro insurrezionale secondo le nuove dottrine belliche sviluppate dal Pentagono. Già nel biennio 1962 - 1963 erano iniziati i voli di elicotteri e aerei statunitensi impegnati ad irrorare con sostanze chimiche - tra cui il defoliante "Agente Arancio" - la giungla del Vietnam del Sud al fine di colpire la guerriglia ed i vietcong e di impedire i rifornimenti a questi ultimi.

Caduti Viet Cong

Nella terminologia statunitense dell'epoca, si parlò di "aggressione" delle forze comuniste del Vietnam del Nord, sulla base di direttive concrete dei due giganti Cina e Unione Sovietica, al libero e democratico stato del Vietnam del Sud (aggressione considerata naturalmente solo come il primo passo della teoria del domino in tutto il Sud-est asiatico e forse nel Pacifico); in tal modo l'intervento militare statunitense poté essere definito dalla propaganda come un "nobile impegno" per aiutare il governo sudvietnamita. Anche se la guerra del Vietnam fu dipinta dalla propaganda statunitense come lo sforzo di una coalizione di stati democratici in lotta contro la sovversione comunista, la gran parte delle nazioni coinvolte a fianco del Vietnam del Sud mandò pro forma solo contingenti simbolici, per onorare gli obblighi con gli Stati Uniti previsti dai patti di mutua difesa della SEATO. Il più significativo di essi fu senza dubbio il contingente della Corea del Sud, che arrivò a contare ben 48 000 soldati, combattivi e particolarmente temuti; a seguire, subito dopo, l'Australia (7 000 combattenti al 1967), la Thailandia (una divisione nel 1968), le Filippine (2 000 uomini al 1966), Taiwan (altri 2 000 uomini) e la Nuova Zelanda (552). Le presidenze Kennedy, Johnson e il colpo di Stato nel Vietnam del Sud

Lo stesso argomento in dettaglio: Military Assistance Command, Vietnam, Ngô Đình Diệm e Operazione 34A.

«Abbiamo un problema: rendere credibile la nostra potenza. Il Vietnam è il posto giusto per dimostrarlo.»
(John Fitzgerald Kennedy al direttore del New York Times, James Reston, nel giugno 1961)

La politica delineata da John Fitzgerald Kennedy nella campagna per la presidenza del 1960 riteneva indispensabile, di fronte all'indebolimento della posizione statunitense a livello mondiale e dopo lo smacco di Cuba, una dimostrazione di potenza politico-militare nel Sud-est asiatico, ritenuto un banco di prova della determinazione americana a sostenere la lotta contro la sovversione comunista. Operazioni di spionaggio-sabotaggio da parte degli USA sul territorio nordvietnamita erano già in corso dal 1961. Alla metà del 1962 il numero dei consiglieri militari americani era già salito a 12 000 uomini, spesso impegnati in modo diretto nelle operazioni antiguerriglia, con 31 caduti, mentre già nel febbraio 1962 venne costituito un grande comando combinato in Vietnam, il MACV (Military Assistance Command, Vietnam) comandato inizialmente dal generale Paul Harkins e poi, nel giugno 1964, dal generale William Westmoreland. Con la presidenza di John Fitzgerald Kennedy, contemporaneamente all'incremento del numero dei consiglieri, si moltiplicarono le covert operations, non divulgate ufficialmente per mascherare il coinvolgimento statunitense, finalizzato a minare la compattezza del Vietnam del Nord e a bloccare il suo sostegno alla lotta insurrezionale nel Sud. Il presidente Kennedy diede inizio fin dal 1961 al potenziamento dell'intervento statunitense in Vietnam

Gli sforzi del presidente Kennedy erano diretti a rafforzare economicamente, politicamente e militarmente il regime del Sud, auspicandone la trasformazione in un fiorente stato democratico in grado di fronteggiare la sfida del movimento guerrigliero Viet Cong. L'aiuto al Sud venne spesso concesso a patto che il governo locale attuasse determinate riforme politiche. Ben presto i consiglieri del governo statunitense giocarono un ruolo determinante, influenzando a ogni livello il governo sudvietnamita. In realtà il governo di Diệm, durante gli anni della presidenza Kennedy, scivolò pericolosamente sempre più verso l'autoritarismo e la corruzione; la struttura amministrativa si indebolì, le campagne, sempre più ostili (anche a causa dell'inviso programma di "villaggi strategici"), furono profondamente infiltrate dal movimento insurrezionale, la lotta contro i Viet Cong fu costellata da umilianti fallimenti nonostante l'aiuto americano (come la clamorosa sconfitta di Ap Bac del gennaio 1963); all'interno lo spiccato nepotismo di Diệm e il suo favoritismo nei confronti della minoranza cattolica scatenarono violente proteste, culminate in clamorose manifestazioni autodistruttive durante la crisi buddista del Vietnam, che scatenarono a loro volta la violenta reazione governativa. Il presidente del Vietnam del Sud Ngô Đình Diệm fu assassinato nel 1963 durante un colpo di Stato militare appoggiato dagli statunitensi

Il costante deterioramento della situazione politica e militare nel Vietnam del Sud e il dispotismo di Diệm stavano provocando grandi discussioni tra i dirigenti dell'amministrazione Kennedy; si parlò della necessità di riformare il governo sudvietnamita, sacrificando all'occorrenza anche lo stesso Diệm, ritenuto inetto e ostinato. I funzionari americani dell'ambasciata, guidati dall'ambasciatore statunitense Henry Cabot Lodge Jr., e alcuni inviati speciali presero i primi accordi con alcuni capi militari sudvietnamiti per un eventuale colpo di Stato. Alcuni generali sudvietnamiti, apparentemente sollecitati dal personale dell'ambasciata americana e aiutati dall'ex agente segreto Lucien Conein, organizzarono quindi un colpo di stato, rovesciando e uccidendo Diệm e il fratello Nhu il 1º novembre 1963. Non è del tutto chiaro il ruolo di Kennedy e dei massimi dirigenti dell'amministrazione americana in questa macchinazione per rovesciare Diệm. Ben lontana dall'unire e rafforzare la nazione sotto la nuova leadership, la morte di Diệm rese il sud ancor più instabile. I nuovi governanti militari (prima il generale Dương Văn Minh, poi il generale Nguyễn Khánh nel 1964 e infine la coppia Nguyễn Cao Kỳ - Nguyễn Văn Thiệu nel 1967) erano poco esperti di questioni politiche ed erano ancora più corrotti e inefficienti dell'amministrazione Diệm. La lotta contro i Viet Cong diede risultati sempre più disastrosi e l'autorità centrale perse ulteriore prestigio e potere, con grande irritazione e sconcerto dei dirigenti americani e dei sempre più numerosi consiglieri politici e militari inviati sul posto per salvare una situazione seriamente compromessa. Tre settimane dopo la morte di Diệm e l'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, la nuova presidenza di Lyndon B. Johnson si dimostrò favorevole all'impegno statunitense in Indocina, confermando fin dal 24 novembre 1963 che gli Stati Uniti intendevano continuare ad appoggiare il Vietnam del Sud, militarmente ed economicamente, nonostante non fosse privo di dubbi e incertezze sull'esito finale dell'impresa.

L'incidente del golfo del Tonchino

Lo stesso argomento in dettaglio: Incidente del golfo del Tonchino.

Johnson non aveva fatto parte della cerchia ristretta dei collaboratori di Kennedy e quindi era stato spesso escluso dalle decisioni fondamentali riguardo al Vietnam; inoltre non era stato coinvolto nel colpo di Stato contro Diệm (in una visita ufficiale in quel paese, in precedenza aveva definito retoricamente il presidente sudvietnamita "il Churchill del sud-est asiatico"). Egli assunse pienamente la responsabilità della guerra, pur organizzando continue riunioni e missioni speciali dei suoi collaboratori sul posto, alla ricerca di nuove soluzioni e di risultati positivi, principalmente per il timore di apparire "debole" con i comunisti e, quindi, rischiare di essere attaccato dai politici di destra, che avrebbero potuto mettere in pericolo il suo grandioso piano di riforme sociali (il progetto della Great Society); inoltre contava di riuscire a circoscrivere l'impegno statunitense e di poter controllare l'attivismo e l'interventismo dei militari. Al contrario, diede inizio a una catena di eventi che lo avrebbero lentamente coinvolto sempre più nel "pantano" indocinese.

Johnson alzò ulteriormente il livello del coinvolgimento statunitense già il 27 luglio 1964, quando altri 5 000 consiglieri militari vennero inviati nel Vietnam del Sud, il che portò il numero totale di forze statunitensi in Vietnam a 21 000. Inoltre sorse a questo punto il problema della necessità di un documento legislativo che autorizzasse il presidente a sviluppare e potenziare a discrezione la politica di intervento militare, sollecitata continuamente dai suoi consiglieri più influenti (il segretario della Difesa Robert McNamara, l'ambasciatore Maxwell Taylor, il generale Westmoreland, McGeorge Bundy e Walt Rostow). Eventi confusi verificatisi nel golfo del Tonchino nell'estate 1964 diedero il pretesto per ottenere il mandato del Congresso degli Stati Uniti d'America necessario al presidente. Nel quadro del cosiddetto "programma DeSoto", che prevedeva operazioni segrete e incursioni terrestri e navali da parte di reparti sudvietnamiti e statunitensi nel territorio del Vietnam del Nord, il 31 luglio 1964 alcune unità navali statunitensi (il cacciatorpediniere USS Maddox e la portaerei USS Ticonderoga) furono coinvolte in un primo scontro con torpediniere nordvietnamite. Ben coscienti del rischio di queste missioni di dubbia legalità internazionale, i dirigenti statunitensi autorizzarono una seconda missione in acque nordvietnamite da parte del Maddox, ora affiancato anche dal USS C. Turner Joy. Torpediniere nordvietnamite riprese dal cacciatorpediniere USS Maddox durante l'incidente del 2 agosto 1964

Il 4 agosto ebbe quindi inizio il nuovo pattugliamento, finalizzato a intercettare con dispositivi elettronici le comunicazioni nordvietnamite, e durante la mattina di quel giorno si verificò uno scontro a fuoco tra motovedette nordvietnamite ed un pattugliatore statunitense. Sembra che il cacciatorpediniere C. Turner Joy abbia ritenuto, sulla base di confusi segnali radar percepiti durante una notte di maltempo, di essere di nuovo sotto attacco nordvietnamita, e quindi abbia dato il via ad un caotico scontro a fuoco delle navi statunitensi contro bersagli forse inesistenti. Sulla base dei documenti desecretati nel 2005, in uno dei casi le navi americane interpretarono erroneamente un segnale sonoro come un nuovo attacco, ma vennero confermati gli attacchi nordvietnamiti in acque internazionali

Nonostante le incertezze e la confusione dei rapporti, Johnson e i suoi collaboratori sfruttarono questo presunto secondo attacco per presentare finalmente al Congresso il documento (già pronto da tempo) che avrebbe dato all'amministrazione il via libera per prendere le misure ritenute necessarie per difendere e salvaguardare il personale statunitense e soprattutto per condurre vittoriosamente la guerra in Vietnam. I bombardamenti sul Vietnam del Nord

Lo stesso argomento in dettaglio: Bombardamento del Brinks Hotel di Saigon, Operazione Flaming Dart, Operazione Arc Light, Operazione Pierce Arrow e Operazione Rolling Thunder.

«Gli Stati Uniti erano già sotto accusa per avere abbandonato il loro alleato Chiang Kai-shek e perduto la Cina, nonché per non essere riusciti a punire gli aggressori nordisti in Corea. Non potevano lasciarsi umiliare anche in Vietnam.»

Il Senato statunitense approvò quindi la «risoluzione del Golfo del Tonchino» il 7 agosto 1964, con la quale conferì pieni poteri al presidente Johnson per aumentare il coinvolgimento statunitense nella guerra «come il presidente riterrà opportuno» al fine di «respingere gli attacchi contro le forze degli Stati Uniti e per prevenire ulteriori aggressioni». In un messaggio televisivo alla nazione, Johnson sostenne che «la sfida che stiamo affrontando oggi, nel sud-est asiatico, è la stessa che affrontammo con coraggio in Grecia e in Turchia, a Berlino e in Corea, in Libano e a Cuba», una lettura semplicistica delle questioni politiche del conflitto vietnamita. Durante la seconda metà del 1964 e gli inizi del 1965 la situazione sul campo nel Vietnam del Sud continuò a peggiorare per le forze governative: i reparti Viet Cong, saliti a oltre 170 000 combattenti e supportati per la prima volta dall'infiltrazione di forze regolari nordvietnamite dell'agguerrito Esercito Popolare Vietnamita (in tutto il 1964 oltre 10 000 soldati nordvietnamiti passarono al sud e quasi 20 000 nel 1965), sferrarono una serie di attacchi che misero in grave difficoltà l'esercito sudvietnamita; a dicembre 1964, nel villaggio di Binh Gia, i reparti sudvietnamiti caddero in una sanguinosa imboscata Viet Cong, subendo pesanti perdite. A Washington Johnson, sempre più inquieto ed indeciso, moltiplicò le riunioni con i suoi consiglieri per decidere le misure da prendere per salvare una situazione apparentemente compromessa. I membri del National Security Council, tra cui McNamara, il segretario di Stato Dean Rusk e Maxwell Taylor, concordarono quindi il 28 novembre 1964 di suggerire al presidente Johnson una campagna di bombardamenti progressivi sul Vietnam del Nord e anche sul Laos come strumento di pressione sul governo nordvietnamita; per il momento furono invece rinviate decisioni sull'intervento diretto delle forze terrestri statunitensi (proposto dal consigliere Walter Rostow). Una serie di attacchi Viet Cong contro le basi e il personale statunitense in Vietnam avrebbe fatto precipitare la situazione nei primi mesi del 1965, portando a decisioni cruciali dell'amministrazione Johnson: prima l'attacco del 24 dicembre 1964 al Brinks Hotel di Saigon (dove erano alloggiati ufficiali americani) e soprattutto l'attacco Viet Cong contro installazioni statunitensi alla base aerea di Pleiku (6 febbraio 1965) fornirono l'occasione alla dirigenza politica statunitense per iniziare i bombardamenti aerei sistematici sul Vietnam del Nord; in risposta a questi attacchi il presidente Johnson ordinò quindi l'inizio immediato dell'operazione Flaming Dart, consistente in attacchi aerei di rappresaglia. Dopo questa prima fase, il 2 marzo 1965 iniziò il piano di attacchi aerei sistematici sulle strutture logistiche e militari del Vietnam del Nord, con aerei decollati dalle basi aeree americane in via di organizzazione in Thailandia e dalle portaerei posizionate al largo delle coste nordvietnamite; tali posizioni furono soprannominate Yankee Station. I bombardamenti (operazione Rolling Thunder), inizialmente previsti per la durata di otto settimane, sarebbero continuati, sempre più violenti ed estesi su nuovi bersagli, quasi ininterrottamente fino alla metà del 1968: fu la campagna di bombardamento aereo più pesante dai tempi della seconda guerra mondiale (300 000 missioni), vennero sganciate più bombe sul Vietnam del Nord che sulla Germania (860 000 tonnellate), ma i risultati furono nel complesso deludenti. Il morale della popolazione e la volontà politica della dirigenza nemica non crollò e anzi uscirono rafforzati dagli attacchi: i danni strutturali furono rilevanti, ma non decisivi in una società arretrata e contadina come quella vietnamita; gli intralci alla macchina militare nordvietnamita (rifornita principalmente da Cina e URSS attraverso il porto di Haiphong) furono scarsi e l'infiltrazione delle truppe regolari al sud viceversa aumentò costantemente. Le forze aeree statunitensi subirono inoltre perdite rilevanti (922 aerei perduti) di fronte alla valida difesa antiaerea nemica e alle pericolose forze aeree nordvietnamite. L'intervento diretto degli USA

Lo stesso argomento in dettaglio: Presidenza di Lyndon B. Johnson § Vietnam.

«Ho chiesto al generale Westmoreland che cosa gli servisse per far fronte a questa crescente aggressione. Me lo ha detto. E noi soddisferemo le sue richieste. Non possiamo essere sconfitti con la forza delle armi. Rimarremo in Vietnam.»
(Lyndon Johnson in un discorso televisivo alla nazione il 28 luglio 1965)
«Combatteremo per mille anni!»
(Slogan propagandistico delle forze nordvietnamite e Viet Cong)

Durante la presidenza di Lyndon B. Johnson l'amministrazione statunitense si affidò come giustificazione per l'intensificazione del conflitto e l'invio di forze combattenti sul campo di battaglia al suo ruolo di comandante in capo delle forze armate, in base alla "risoluzione del Golfo del Tonchino", votata a larghissima maggioranza dal Congresso statunitense, che autorizzava il presidente a prendere le disposizioni ritenute, a sua discrezione, necessarie per proteggere gli interessi statunitensi. Tale questione avrebbe dovuto ragionevolmente essere risolta dalla Corte suprema degli Stati Uniti, ma nessun caso venne mai portato all'attenzione della corte; inoltre tutte le risoluzioni parlamentari presentate per limitare i poteri del presidente vennero sistematicamente respinte almeno fino al 1969; la risoluzione venne revocata solo nel maggio 1970. Le attività operative L'arrivo dei primi reparti da combattimento

Lo stesso argomento in dettaglio: Search and destroy (tattica militare).

Sotto il comando del contrammiraglio Donald W. Wulzen, la VIIª Forza anfibia della United States Navy iniziò le operazioni di sbarco sulla costa del Vietnam del sud alle 8.15 dell'8 marzo 1965: 3 500 marines della 9ª Marine Expeditionary Brigade (MEB), guidata dal generale di brigata Frederick J. Karch, accompagnati da elicotteri, mezzi da sbarco, autocarri e jeep, presero terra sulle spiagge denominate in codice "Red Beach Two" e "China Beach" lungo il litorale limitrofo alla città portuale di Đà Nẵng, riunendosi poi 4 miglia a nord-ovest di questa; non ci fu opposizione da parte di guerriglieri e la popolazione accolse festosamente le truppe statunitensi. I marines andarono ad aggiungersi ai 25 000 consiglieri militari statunitensi che erano già sul posto. La pianificazione originale prevedeva che questa unità dei Marines fosse impiegata solo per proteggere la grande base militare di Da Nang da eventuali minacce del nemico e Johnson ebbe cura di minimizzare l'importanza dell'arrivo delle prime truppe da combattimento sul suolo vietnamita, ma ben presto i marines sarebbero entrati direttamente in azione contro i reparti Viet Cong presenti nell'area. Il 5 maggio entrarono in campo anche i primi reparti combattenti dell'esercito statunitense; la 173ª brigata aviotrasportata (facente parte delle forze di intervento rapido del Pacifico) venne rischierata d'urgenza per via aerea da Okinawa alla base di Bien Hoa per rafforzare le difese dell'area di Saigon pericolosamente minacciate dalle truppe Viet Cong. L'unità aviotrasportata avrebbe dovuto essere impiegata solo temporaneamente per tamponare la situazione d'emergenza, ma dovette subito entrare in azione e in pratica sarebbe poi rimasta in Vietnam fino al 1970. Infine il 28 luglio 1965 Johnson, di fronte alla crescente disgregazione delle forze sudvietnamite e all'aggressività dei Viet Cong ora rinforzati dall'afflusso di reparti regolari nordvietnamiti, decise definitivamente di accettare le richieste di uomini e mezzi e il piano di guerra del comandante supremo in Vietnam, il responsabile del Military Assistance Command, Vietnam ("Comando Assistenza Militare, Vietnam" o MACV), generale William Westmoreland, che prevedeva un impegno quasi illimitato delle truppe da combattimento statunitensi direttamente nella guerra, e diede annuncio pubblicamente delle sue decisioni (anche se continuò in parte a mascherare con artifizi propagandistici la gravità del suo passo). Prese quindi avvio la vera escalation americana del conflitto in Indocina. Il giorno dopo, 29 luglio, 4 000 paracadutisti appartenenti alla 1ª brigata della 101st Airborne Division arrivarono in Vietnam, atterrando nella baia di Cam Ranh per rinforzare ancora l'ordine di battaglia americano in Vietnam e proteggere la regione montuosa e impervia degli altopiani centrali. I piani di guerra statunitensi

Il piano delineato dal generale Westmoreland, sostanzialmente condiviso dal segretario della difesa Robert McNamara e approvato "in linea di principio" dal presidente Johnson, prevedeva un complesso programma di potenziamento graduale, scaglionato su vari anni, delle forze combattenti statunitensi; grazie al continuo afflusso di nuove truppe potentemente armate e dotate di un formidabile sostegno logistico, il generale intendeva in primo luogo costituire una solida struttura di basi e supporti per le sue truppe. Quindi sarebbero stati bloccati (nella seconda metà del 1965), grazie all'intervento diretto dei reparti combattenti statunitensi, i tentativi offensivi delle forze comuniste, respingendo e schiacciando i loro tentativi di far crollare l'esercito sudvietnamita e tagliare in due parti il Vietnam del Sud con un'avanzata dagli altopiani centrali in direzione della costa. Ottenuto questo primo risultato, nel 1966 sarebbero iniziate le grandi operazioni offensive di "ricerca e distruzione" (Search and destroy nella terminologia dell'esercito statunitense) dei principali raggruppamenti nemici e delle loro roccaforti geografiche. Le forze da combattimento statunitensi sarebbero penetrate in queste regioni dominate dal nemico e, contando su una formidabile potenza di fuoco terrestre e aerea e sulla mobilità fornita dagli elicotteri, avrebbero affrontato e distrutto i reparti Viet Cong o nordvietnamiti che avessero opposto resistenza, infliggendo perdite debilitanti. In una terza fase, prevista per il 1967-1968, le forze statunitensi, dopo aver rastrellato le roccaforti nemiche e aver assicurato le aree più popolate, avrebbero respinto le residue truppe nemiche nelle regioni più spopolate e impervie del Vietnam del Sud e avrebbero conseguito la vittoria finale, costringendo il nemico alla resa politica o alla capitolazione militare, dopo avergli inflitto, per mezzo di questa guerra di attrito, perdite sempre più gravi e insostenibili (causandone anche un crollo della determinazione politico-militare). I punti deboli di questa strategia si sarebbero rivelati, anzitutto, la difficoltà di agganciare e distruggere concretamente le forze nemiche, combattive, molto mobili anche in terreni impervi, resistenti alla demoralizzazione e in grado di sfuggire al nemico, nonché di sferrare improvvisi attacchi di piccole unità, infliggendo in questo modo continue perdite alle forze statunitensi. Inoltre, a causa dell'impossibilità per ragioni politiche da parte delle forze militari statunitensi di penetrare direttamente in Laos e Cambogia, il Vietnam del Nord fu in grado di infiltrare, a partire dal 1964, reparti del suo esercito regolare sempre più numerosi (79 000 soldati nel 1966 e 150 000 nel 1967) nel Vietnam del Sud, attraverso il cosiddetto sentiero di Ho Chi Minh che attraversava questi territori formalmente neutrali, con cui sostenere e rafforzare la lotta delle truppe guerrigliere Viet Cong. In secondo luogo, si sarebbe ben presto evidenziata l'impossibilità di mantenere permanentemente occupate e sicure le roccaforti del nemico apparentemente rastrellate più volte, ma sempre infiltrate nuovamente dalle forze comuniste, con la conseguenza, per le truppe statunitensi, di dover organizzare e condurre nuove snervanti e pericolose operazioni offensive per bonificare temporaneamente sempre gli stessi territori. In terzo luogo, in una guerra di attrito le perdite statunitensi, notevoli anche se molto inferiori a quelle nemiche, avrebbero finito per provocare un crollo della volontà politico-militare proprio dell'opinione pubblica e della stessa dirigenza americana, insoddisfatta dei risultati, turbata dalle perdite, moralmente scossa dalla violenza degli scontri e dall'imprevedibile durata della guerra. Nella fase iniziale dell'intervento statunitense vennero studiati anche altri progetti operativi, che poi non vennero applicati: il piano del capo di stato maggiore, il generale dell'esercito sudvietnamita Cao Van Vien, prevedeva per esempio la fortificazione di una zona lungo il 17º parallelo da Dong Ha, in Vietnam, a Savannakhet, al confine tra Laos e Thailandia. Sembra che un piano simile fosse stato proposto anche dal comando riunito degli stati maggiori americani nell'agosto 1965 e che lo stesso generale Westmoreland non fosse contrario. Lo studio JASON e l'"escalation"

Soldati della 1ª divisione cavalleria aerea a bordo di elicotteri UH-1

A partire dalla metà del 1965 ebbe inizio il continuo afflusso di enormi forze statunitensi, distribuite nelle quattro regioni militari in cui era suddiviso il Vietnam del Sud e subito impiegate sul campo per mettere in esecuzione i piani del generale Westmoreland. Dopo l'arrivo della 3ª divisione Marines e la costituzione della III MAF (Marine Amphibious Force) nella I regione militare (che comprendeva la zona smilitarizzata sul confine del 17º parallelo), quello della 173ª brigata aviotrasportata e della 1ª brigata della 101ª divisione aviotrasportata, rispettivamente nella III (Saigon) e nella II regione militare (province centrali), nel resto del 1965 arrivarono anche la 1ª divisione cavalleria aerea, la 1ª divisione fanteria e la 3ª brigata della 25ª divisione fanteria, portando il totale delle forze americane sul terreno a 184 000 uomini. Nell'estate del 1966, presso la scuola di Wellesley nel Massachusetts, quarantasei studiosi e consiglieri accademici elaborarono lo "studio JASON", sulla base delle cui elaborazioni si sosteneva che: la campagna di bombardamenti non aveva "alcun effetto direttamente misurabile" sulle attività militari del nemico, perché il Vietnam del Nord si basava su un'economia essenzialmente agricola, il riso rappresentava un bersaglio inadeguato per le incursioni aeree; il volume dei rifornimenti inviati dal Vietnam del Nord al Sud, usando le biciclette, era troppo piccolo per essere fermato con un bombardamento aereo e in ogni caso il paese disponeva di un'abbondante manodopera per mantenere intatta la propria rudimentale rete logistica; le osservazioni del sistema di spionaggio dimostravano che l'infiltrazione al Sud era aumentata dall'inizio dei bombardamenti; i bombardamenti avevano rafforzato l'entusiasmo patriottico e rafforzato la volontà di resistere. Nel 1966, l'escalation sarebbe continuata con l'arrivo della 1ª divisione Marines, delle altre due brigate della 25ª divisione fanteria, della 196ª e della 199ª brigata fanteria leggera, dell'11º reggimento cavalleria corazzata e, infine, della 9ª divisione fanteria (schierata nel delta del Mekong, IV regione militare). Inoltre il 15 marzo 1966 venne costituito un grande comando combinato in Vietnam, il MACV (Military Assistance Command, Vietnam) comandato inizialmente dal generale Paul Harkins e poi, nel giugno 1964, dal generale William Westmoreland. Alla fine del 1966 erano presenti in Vietnam 385 000 soldati americani, costantemente impegnati nelle missioni di "ricerca e distruzione" delle forze nemiche. Infine nel 1967, terzo anno di escalation e, secondo i progetti di Westmoreland, anno in cui sarebbe stata impressa una svolta decisiva alle operazioni, le forze statunitensi raggiunsero il numero di 472 000 uomini. Gli arrivi di nuovi reparti organici furono continui durante tutto l'anno, anche se in misura minore e in ritardo rispetto ai piani del generale a causa delle continue incertezze del presidente Johnson (e in questa fase anche del ministro della difesa McNamara), preda sempre più spesso di dubbi e preoccupazioni sull'esito reale della guerra. Arrivarono quindi successivamente in Vietnam: due reggimenti della nuova 5ª divisione Marines, che rafforzarono la III MAF nell'instabile I regione militare; due nuove brigate di fanteria (l'11ª e la 198ª), che furono aggregate alla 196ª brigata fanteria leggera già presente sul posto, per costituire la 23ª divisione fanteria (la cosiddetta Americal Division), subito inviata in aiuto dei marines al nord inquadrata nella "Task Force Oregon"; infine la 4ª divisione fanteria e le altre due brigate (2ª e 3ª) della 101ª divisione aviotrasporta, che vennero schierate nell'area di confine con il Laos e la Cambogia per impegnare e distruggere le sempre crescenti forze nordvietnamite che si infiltravano lungo il sentiero di Ho Chi Minh. Le offensive statunitensi

Marines statunitensi, appena atterrati a Đà Nẵng nel 1965, stanno per entrare in azione direttamente nei combattimenti

Pienamente fiducioso nelle sue forze e nei suoi piani, il generale Westmoreland il 18 agosto 1965 diede quindi inizio all'operazione Starlite, nome in codice della prima offensiva americana di "ricerca e distruzione" della guerra: 5500 marines distrussero una roccaforte Viet Cong sulla penisola di Van Tuong, nella provincia di Quang Ngai. Le forze Viet Cong e nordvietnamite, tuttavia, compresero da questa prima sconfitta campale la pericolosità di affrontare direttamente la schiacciante superiorità tecnologica statunitense e quindi si concentrarono su azioni di guerra e guerriglia di piccole dimensioni per infliggere perdite e logorare lentamente il potente nemico. Durante la seconda metà del 1965 le forze combattenti statunitensi intervennero in tutto il territorio vietnamita. I soldati americani arginarono le pericolose avanzate delle forze nordvietnamite negli altopiani centrali dove ebbe luogo la battaglia di Ia Drang dell'ottobre-novembre 1965, che si concluse, dopo cruenti scontri, con il parziale successo delle truppe della cavalleria aerea statunitense, impegnate per la prima volta contro gli agguerriti reparti regolari nordvietnamiti. Inoltre le truppe del generale Westmoreland entrarono in azione per contrastare le forze Viet Cong attive e pericolose nell'area della capitale e per stabilizzare la situazione lungo la zona smilitarizzata di confine. Nel dicembre 1965 si svolse l'operazione Harvest Moon, con i marines per la prima volta impegnati nel difficile terreno delle risaie. I risultati furono, nel complesso, soddisfacenti, ma fin dall'inizio si evidenziarono difficoltà per le forze statunitensi; i nordvietnamiti e i Viet Cong si dimostrarono in grado di infliggere continue perdite alle truppe americane, come dimostrato per la prima volta dalla drammatica battaglia della Landing Zone Albany del 17 novembre 1965, dove un battaglione di cavalleria aerea venne quasi distrutto dai nordvietnamiti (lo scontro singolo con il più alto numero di perdite per gli americani di tutta la guerra). Risultò, inoltre, impossibile per le truppe statunitensi, per ragioni di politica internazionale e per timore di un intervento cinese, penetrare in Cambogia e in Laos per attaccare i cosiddetti "santuari" nemici, dove le forze comuniste si ritiravano, si riorganizzavano e si rafforzavano dopo i combattimenti. Nel febbraio 1966, durante una riunione tra il comandante supremo statunitense e Johnson a Honolulu, l'ufficiale americano sostenne che l'intervento delle forze statunitensi aveva evitato la sconfitta e il crollo politico del Vietnam del Sud, ma che sarebbero state necessarie molte più truppe per poter passare all'offensiva; un aumento immediato poteva portare a raggiungere il "punto di svolta" nelle perdite di Viet Cong e nordvietnamiti per gli inizi del 1967. Johnson, preoccupato dell'evolversi della situazione sul campo, finì per autorizzare un incremento delle truppe fino a 429 000 unità per l'agosto 1966. Nel 1966 Westmoreland diede inizio, quindi, alle grandi operazioni di "ricerca e distruzione", con lo scopo di strappare l'iniziativa al nemico, attaccarlo direttamente nelle sue roccaforti e infliggergli perdite debilitanti grazie alle sue potenti forze aeromobili e al sostegno massiccio dell'aviazione. In tutte e quattro le regioni militari si succedettero durante l'anno continue e ambiziose operazioni offensive statunitensi; i successi tattici furono rilevanti e la cosiddetta "conta dei corpi" (i conteggi empirici del servizio informazioni americano sulle perdite presunte del nemico) diede ufficialmente la misura delle vittorie statunitensi sul campo. Le maggiori operazioni si svolsero nella zona smilitarizzata, dove i marines furono duramente impegnati dall'esercito regolare nordvietnamita (operazione Prairie e battaglia di Mutter's Ridge); nella provincia costiera di Binh Dinh, dove la cavalleria aerea inflisse notevoli perdite alle forze nemiche (operazione Masher); nell'area degli altopiani centrali contro le nuove infiltrazioni nordvietnamite (operazione Thayer e operazione Hawthorne condotte dagli aviotrasportati della 101ª); infine nelle aree intorno alla capitale Saigon, dove le forze Viet Cong furono spesso in grado di sfuggire ai colpi nemici e contrattaccare (operazione El Paso e, soprattutto, la deludente operazione Attleboro). Alla fine del 1966, le perdite americane erano già salite a oltre 7 000 morti, un numero molto inferiore alle perdite presunte del nemico, ma tuttavia sufficiente a cominciare a scuotere il morale delle truppe, dell'opinione pubblica americana in patria e della stessa dirigenza americana. Nonostante le ottimistiche dichiarazioni di Westmoreland e di altri ufficiali americani, cominciavano già a sorgere i primi dubbi sulla razionalità ed efficacia dei piani e dei metodi adottati dalle truppe e dai comandi americani, secondo alcuni esperti troppo concentrati sulle grandi operazioni convenzionali e poco interessate a sviluppare adeguati piani di pacificazione, riforma economica e miglioramento delle condizioni delle popolazioni dei villaggi contadini. Nonostante queste critiche, il generale Westmoreland, sempre convinto della validità della sua strategia di guerra d'attrito, incrementò ancora durante la prima metà del 1967 il ritmo delle sue operazioni offensive di "ricerca e distruzione"; le forze e i mezzi impiegati furono notevoli, gli obiettivi sempre più ambiziosi, ma i risultati rimasero nel complesso discutibili e non decisivi. A gennaio e a marzo 1967 grandi forze statunitensi vennero impiegate nel cosiddetto triangolo di ferro (operazione Cedar Falls, la più grande offensiva americana della guerra) e nella provincia di Tay Ninh alla ricerca del fantomatico COSVN (Central Office of South Vietnam), il presunto quartier generale delle forze comuniste (operazione Junction City); nonostante l'enorme impiego di truppe e mezzi, il nemico sfuggì ancora alla distruzione e il COSVN, se veramente esistente, ripiegò al sicuro in Cambogia. Nella zona smilitarizzata i marines si impegnarono in continue offensive (operazioni Belt Tight, Hickory e Buffalo) per impedire le infiltrazioni nordvietnamite, ma subirono un forte logorio senza riuscire a impedire il concentramento nemico contro le basi di fuoco statunitensi organizzate sul confine. Infine, nella provincia di Binh Dinh, l'interminabile operazione Pershing (durata quasi un anno) di nuovo non riuscì a sradicare definitivamente la presenza nemica nella regione. Le perdite inflitte alle forze nordvietnamite e Viet Cong furono senza dubbio molto elevate, ma non impedirono, nella seconda metà del 1967, al comando nordvietnamita e alla dirigenza di Hanoi di organizzare una serie di manovre offensive nella zona smilitarizzata e nella regione del confine con Laos e Cambogia (pianificate per incrementare le perdite americane e scuoterne il morale), che avrebbero provocato alcune delle più dure battaglie della guerra. Durante queste "battaglie dei confini", le forze nordvietnamite tentarono audacemente di attaccare e conquistare alcune importanti postazioni isolate statunitensi; a Con Thien per mesi la guarnigione dei marines subì attacchi e bombardamenti; a Loc Ninh e a "Rockpile" (un caposaldo e un'importante postazione di artiglieria dei marines) gli attacchi vennero respinti; nella provincia di Kon Tum la manovra nordvietnamita diede origine all'aspra battaglia di Dak To (novembre 1967), che terminò, dopo scontri sanguinosi, con la ritirata nordvietnamita e dure perdite per entrambe le parti. Infine a Khe Sanh iniziò il concentramento nemico contro la sperduta base dei marines, che si sarebbe trasformato in un vero assedio nel gennaio 1968. Il generale William Westmoreland, comandante del MACV durante gli anni della escalation Westmoreland interpretò queste operazioni nemiche come tentativi disperati di evitare la sconfitta e, quindi, organizzò massicci concentramenti di forze terrestri e aeree con cui respingere gli attacchi e infliggere ulteriori perdite; i risultati tattici furono soddisfacenti e aumentarono ancora l'ottimismo del generale e della maggior parte degli osservatori, ma il logoramento e il numero dei caduti americani raggiunsero livelli ormai preoccupanti (oltre 11 000 soldati morti solo nel 1967). All'interno della stessa amministrazione statunitense si verificarono i primi grossi contrasti e le prime defezioni e lo stesso segretario alla difesa McNamara manifestò le sue preoccupazioni e finì per dimettersi alla fine del 1967; altri invece continuarono a mostrare ottimismo e fiducia sull'esito della guerra e sostennero con fermezza la necessità di continuare con vigore le operazioni. Il 12 ottobre 1967 il segretario di Stato Dean Rusk dichiarò che le proposte del Congresso per un'iniziativa di pace erano futili, a causa dell'intransigenza del nemico. Precedenti tentativi di Johnson, nel 1966 e 1967, di organizzare una tregua e i primi colloqui di pace erano rapidamente naufragati di fronte alla rigidità delle due parti in lotta. Johnson, sempre più preda di dubbi e foschi presentimenti, tenne durante questi anni di escalation continue riunioni e consultazioni con esperti, consiglieri e militari alla ricerca di supporti alla sua politica e anche di nuove vie di uscita dalla complessa situazione. Il 2 novembre, in una riunione segreta, con un gruppo dei più prestigiosi uomini della nazione ("i saggi"), il presidente chiese suggerimenti per riunire il popolo statunitense attorno allo sforzo bellico. I "saggi" consigliarono in primo luogo di fornire rapporti più ottimistici sul progredire della guerra. Quindi, basandosi sui rapporti che gli vennero consegnati il 13 novembre, Johnson disse alla nazione, il 17 novembre, che mentre molto rimaneva da fare, «stiamo infliggendo perdite più pesanti di quelle che subiamo [...] Stiamo facendo progressi». Pochi giorni dopo, il generale Westmoreland, di ritorno negli Stati Uniti per consultazioni con il presidente, alla fine di novembre disse ai cronisti: «Abbiamo raggiunto un punto importante, dal quale si incomincia a intravedere la fine». Due mesi dopo, l'offensiva del Têt avrebbe clamorosamente smentito queste affermazioni. Assedio a Khe Sanh

Fin dall'8 gennaio 1968 aveva avuto inizio l'assedio della base isolata dei marines di Khe Sanh; lungi dal rinunciare alla lotta o da ridurre la portata delle operazioni, le forze nordvietnamite avevano effettuato un minaccioso concentramento offensivo intorno alla base, apparentemente allo scopo di ottenere una nuova Dien Bien Phu con cui costringere gli americani a cedere. Per due mesi il presidente Johnson e il generale Westmoreland concentrarono grandi forze terrestri e aeree al nord (venne costituito un nuovo "Provisional corps, Vietnam", per aiutare i marines con elementi della 1ª divisione cavalleria aerea, della 101ª aviotrasportata e della Americal Division) per contrastare gli apparenti obiettivi nemici, evitare una sconfitta campale ed esorcizzare lo spettro di Dien Bienh Phu. Dal punto di vista militare, i nordvietnamiti non riuscirono a ottenere i loro obiettivi tattici né a costringere alla resa la base dei marines e, al contrario, subirono grosse perdite da parte dell'aviazione americana. Westmoreland poté sbandierare la "vittoria" (sblocco della guarnigione l'8 aprile con l'operazione Pegasus), ma in realtà ancora oggi non sono chiari i veri obiettivi nordvietnamiti e, inoltre, il concentramento effettuato al nord per proteggere Khe Sanh sicuramente indebolì le forze americane negli altri settori e ingannò i comandi statunitensi, favorendo la sorpresa iniziale dell'offensiva del Têt, che ebbe inizio il 30 gennaio 1968. L'attacco di sorpresa durante il Têt

La fede dell'opinione pubblica nella "luce alla fine del tunnel", ripetutamente sostenuta dai roboanti proclami dei comandi e delle autorità americane, venne frantumata, il 30 gennaio 1968, dall'inaspettata offensiva generale sferrata dal nemico, dipinto come prossimo al collasso, alla vigilia della festività del Têt (il Tết Nguyên Ðán, l'anno nuovo lunare, la più importante festività vietnamita). L'offensiva del Têt, sferrata da quasi 70 000 combattenti Viet Cong e nordvietnamiti, si estese fulmineamente sulla maggior parte dei centri abitati e delle regioni più popolate del Vietnam del Sud, ottenendo un grosso effetto sorpresa e sconvolgendo, in un primo momento, la catena di comando alleata e i suoi apprestamenti difensivi. Vennero attaccati i grandi centri costieri, come Đà Nẵng, Quy Nhơn e Hội An e le città collinari, come Pleiku, Kon Tum, Ban Mê Thuột, Da Lat; i comunisti occuparono gran parte delle capitali provinciali e delle sedi distrettuali nel delta del Mekong. Venne bombardata la grande base americana di Cam Ranh; le forze regolari nordvietnamite irruppero dentro l'antica capitale Huế, riuscendo a conquistare la cittadella fortificata e asserragliandosi sulle posizioni conquistate (dove successivamente vennero trovate le fosse comuni con i corpi degli oppositori al regime nordvietnamita); soprattutto, i Viet Cong scatenarono uno spettacolare attacco a sorpresa contro la stessa Saigon.

Quasi 40 000 combattenti Viet Cong attaccarono la capitale e i centri di comando periferici di Biên Hòa, Tan Son Nhut (sede del MACV del generale Westmoreland), Loc Binh (sede del comando della II Field Force, Vietnam del generale Weyand); la stessa ambasciata statunitense venne colpita e fu salvata solo dopo scontri sanguinosi contro alcune squadre suicide nemiche. La battaglia dentro Saigon fu particolarmente violenta: le forze Viet Cong agirono di sorpresa, divise in squadre supportate da elementi già infiltrati in precedenza; la reazione statunitense si scatenò violenta con l'impiego di una grande potenza di fuoco. Dopo molte ore di battaglia l'attacco finì per essere respinto e la maggior parte degli assalitori venne eliminata (a volte con metodi sommari). Nonostante il fallimento finale a Saigon, la violenza e la temerarietà dell'attacco sconcertarono i comandi e le truppe alleate e sconvolsero l'opinione pubblica statunitense in patria. Sul campo, dopo il primo momento di sorpresa e confusione, le forze statunitensi e anche i reparti sudvietnamiti (che non crollarono come auspicato dai dirigenti comunisti, ma riuscirono invece a sostenere gli scontri) contrattaccarono con efficacia; invece di ritirarsi, i reparti Viet Cong spesso cercarono di resistere e nella maggior parte dei casi vennero sconfitti o distrutti. Tutti i grandi centri vennero rapidamente riconquistati dalle truppe alleate; le forze vietnamite subirono gravi perdite e la situazione venne ristabilita entro pochi giorni, tranne nel caso dalla battaglia di Huế, che durò alcuni mesi. Nella cittadella dell'antica città rimasero abbarbicati per molti giorni numerosi e combattivi reparti nordvietnamiti, che resistettero strenuamente alla controffensiva delle forze alleate; alcuni battaglioni di marines dovettero impegnarsi in sanguinosi ed estenuanti scontri urbani casa per casa in quella che forse fu la battaglia più dura e cruenta di tutta la guerra. Gli statunitensi, dopo alcune settimane di aspri combattimenti ravvicinati, finirono per aver ragione delle truppe nemiche e riconquistarono la cittadella di Huế, che venne completamente devastata a causa della violenza degli scontri e dell'impiego da parte statunitense dell'aviazione e del fuoco delle navi da guerra ancorate al largo. Quando la città venne ripresa dai sudvietnamiti, vennero scoperte fosse comuni con numerosi cadaveri di oppositori ai nord vietnamiti. Anche se in nessuna località le forze insurrezionali comuniste conseguirono un reale successo né raggiunsero dei concreti obiettivi militari (ma al contrario finirono per subire perdite molto ingenti) e anche se il Vietnam del Sud non crollò come auspicato dalla dirigenza di Hanoi, la sorprendente capacità di un nemico ormai dato per sconfitto di riuscire semplicemente a lanciare una simile offensiva generale convinse molti statunitensi che la vittoria era impossibile. L'offensiva del Têt provocò quindi un rovinoso crollo della credibilità del generale Westmoreland, dei dirigenti americani e dello stesso presidente Johnson, che da parte sua rimase sconcertato e quasi sconvolto dalla vastità e dalla temerarietà dell'attacco nemico. Di conseguenza, l'offensiva del Têt segnò un punto di svolta decisivo della guerra, se non dal punto di vista militare, senza dubbio da quello politico-morale; di fronte alle nuove ingenti richieste di truppe provenienti dal generale Westmoreland (oltre 200 000 soldati), il presidente Johnson, dopo una serie di frenetiche riunioni e colloqui e su consiglio del nuovo segretario alla difesa Clark Clifford, decise di dare una svolta radicale al conflitto. Le richieste di Westmoreland vennero respinte (e lo stesso generale venne sostituito nel giugno 1968); vennero inviate solo due nuove brigate da combattimento (la 3ª brigata dell'82ª divisione aviotrasportata e la 1ª brigata della 5ª divisione fanteria, che portarono il totale delle forze americane in Vietnam a 540 000 uomini) e il presidente Johnson, in un drammatico discorso alla nazione il 31 marzo, annunciò la sua rinuncia a ricandidarsi alla presidenza e la sua decisione di non proseguire con la escalation, ma viceversa di fare i primi passi per ridurre l'intensità della guerra aerea e terrestre e per intraprendere colloqui di pace con la controparte. Nei mesi seguenti, mentre peraltro in Vietnam continuavano duri scontri, nuove offensive americane e pericolosi attacchi delle forze comuniste (in maggio – il mese con il più alto numero di caduti americani di tutta la guerra con 2412 soldati morti - il FLN sferrò una nuova offensiva generale che venne subito denominata Mini-Têt). Ebbero quindi inizio a Parigi i colloqui di pace (13 maggio 1968); infine, il 31 ottobre, il presidente Johnson, ormai alla fine del suo mandato, annunciò alla nazione che aveva ordinato una completa cessazione di "tutti i bombardamenti aerei, navali e di artiglieria sul Vietnam del Nord", effettiva dal 1º novembre, in cambio del tacito assenso nordvietnamita alla cessazione degli attacchi attraverso la zona smilitarizzata e contro le grandi città del Vietnam del Sud. Il 1968, quindi, si concluse con un sostanziale cambiamento della situazione: le forze statunitensi avevano subito dure perdite (oltre 14 000 uomini nell'arco dell'anno), i bombardamenti sul Vietnam del Nord erano cessati, la dirigenza americana aveva rinunciato alla vittoria militare e avevano avuto inizio complessi e difficili colloqui di pace tra le parti in causa. Le proteste universitarie e la renitenza alla leva L'opposizione alla guerra iniziò fin dal 1964 nei campus delle università. Si trattava di un periodo storico caratterizzato da attivismo politico studentesco di sinistra senza precedenti e dall'arrivo all'età dell'università della numerosa generazione dei cosiddetti "baby boomers". La crescente opposizione alla guerra è certamente attribuibile in parte anche al più ampio accesso alle informazioni sul conflitto, soprattutto grazie all'estesa copertura televisiva. Proteste davanti al Pentagono il 21 ottobre 1967 Migliaia di giovani statunitensi scelsero la fuga in Canada o in Europa occidentale piuttosto che rischiare la coscrizione. A quel tempo solo una frazione di tutti gli uomini in età di leva veniva effettivamente chiamata alle armi; gli uffici del sistema di reclutamento, in ogni località, avevano ampia discrezionalità su chi arruolare e chi dispensare, in quanto non c'erano delle linee guida chiare per l'esonero. Allo scopo di guadagnarsi l'esenzione o il rinvio del servizio militare, molti ragazzi scelsero di frequentare l'università, il che permetteva di ottenere l'esonero al compimento del 26º anno di età; alcuni si sposarono, il che rimase motivo di esenzione per tutto il corso della guerra. Altri trovarono dei medici accondiscendenti che certificarono le basi mediche per un'esenzione "4F" (inadeguatezza mentale), anche se i medici dell'esercito potevano dare, e davano, un loro giudizio. Altri ancora si unirono alla Guardia Nazionale, come sistema per evitare il Vietnam. Tutte queste questioni sollevarono preoccupazioni sull'imparzialità con cui le persone venivano scelte per un servizio non volontario, in quanto toccava spesso ai poveri, ai membri delle minoranze etniche (neri e ispanici erano in effetti percentualmente predominanti nei reparti operativi da combattimento) o a quelli che non avevano appoggi influenti essere arruolati. Gli arruolati stessi iniziarono a protestare quando, il 15 ottobre 1965, l'organizzazione studentesca "Comitato di coordinamento nazionale per la fine della guerra in Vietnam" inscenò la prima manifestazione pubblica negli Stati Uniti in cui vennero bruciate le cartoline di leva. Il dibattito nell'opinione pubblica L'opinione pubblica statunitense si divise nettamente sul problema della guerra. Molti sostenitori della guerra ritenevano corretta quella che era conosciuta come la "teoria del domino", enunciata per la prima volta dal presidente Eisenhower in una conferenza stampa il 7 aprile 1954. Essa sosteneva che, se il Vietnam del Sud avesse ceduto alla guerriglia comunista, altre nazioni, principalmente nel sud-est asiatico, sarebbero cadute in rapida successione, come pezzi del domino. Alcuni militari critici verso la guerra puntualizzarono che il conflitto era politico e che la missione militare mancava di obiettivi chiari. I critici civili argomentarono che il governo del Vietnam del Sud mancava di legittimazione politica e morale. George Ball, sottosegretario di stato del presidente Johnson, fu una delle voci solitarie dell'amministrazione a manifestare dubbi e timori sul coinvolgimento in Vietnam. Alcune clamorose manifestazioni autodistruttive di dissenso da parte di pacifisti (il 2 novembre 1965 il trentaduenne quacchero Norman Morrison si diede fuoco davanti al Pentagono e il 9 novembre il ventiduenne cattolico Roger Allen LaPorte fece lo stesso davanti al palazzo delle Nazioni Unite, ad imitazione dei gesti dei monaci buddisti in Vietnam) portarono alla luce il disagio morale presente in alcuni strati dell'opinione pubblica statunitense. Il crescente movimento pacifista allarmò molti all'interno del governo statunitense e ci furono tentativi, peraltro falliti, di istituire una legislazione punitiva di queste presunte "attività antiamericane". Dimostrazione contro la guerra in Vietnam Molti americani si opposero alla guerra per questioni morali, vedendola come un conflitto distruttivo contro l'indipendenza vietnamita o come un intervento in una guerra civile straniera; altri invece si opposero per l'evidente mancanza di obiettivi chiari e per l'impossibilità di ottenere la vittoria. Alcuni pacifisti erano essi stessi veterani del Vietnam, come evidenziato dall'organizzazione "Veterani del Vietnam contro la guerra". Alcuni soldati denunciarono le violenze contro i civili - come il massacro di My Lai - suscitando l'indignazione dell'opinione pubblica; anche drammatici reportage giornalistici alimentarono l'opposizione alla guerra. Nonostante le notizie sempre più deprimenti sulla guerra, molti statunitensi continuarono ad appoggiare gli sforzi del presidente Johnson. A parte la teoria del domino, era diffuso il sentimento che impedire il sovvertimento del governo filo-occidentale sudvietnamita da parte dei comunisti fosse un obiettivo nobile. Molti statunitensi erano anche preoccupati di "salvare la faccia" in caso di un disimpegno dalla guerra o, come venne successivamente detto da Nixon, "ottenere la pace con onore". Molti degli oppositori alla guerra del Vietnam erano visti all'epoca, e sono visti tuttora, più come sostenitori dei nordvietnamiti e dei Viet Cong che come contrari alla guerra in quanto tale; il più famoso di questi fu l'attrice Jane Fonda. Molti dei contestatori vennero accusati di "disprezzare i soldati del proprio paese impegnati in Vietnam" dopo il loro ritorno; comunque, la validità di queste accuse rimane ampiamente controversa. L'elezione di Richard Nixon Le elezioni presidenziali statunitensi del 1968 furono tra le più turbolente della storia degli Stati Uniti, costellate di manifestazioni di protesta, di scontri e gravi sommosse (come durante la convenzione democratica di Chicago), di attentati e omicidi (il 6 giugno 1968 il palestinese Sirhan B. Sirhan assassinò Robert Kennedy, possibile candidato pacifista del Partito Democratico, in protesta al sostegno per Israele del giovane Kennedy). Dopo la clamorosa rinuncia di Johnson del 31 marzo il Partito Democratico, profondamente diviso sul problema della guerra del Vietnam, finì per candidare il vicepresidente Hubert Humphrey, fedele continuatore della politica di Johnson, mentre i repubblicani ripresentarono Richard Nixon, tornato alla ribalta dopo una serie di sconfitte elettorali. Le elezioni furono vinte di stretta misura proprio da Nixon, che durante la campagna elettorale aveva misteriosamente fatto trapelare la notizia di un suo "piano segreto" sul Vietnam studiato per evitare la sconfitta e raggiungere una pace favorevole; in realtà in quel momento non esisteva alcun piano segreto e solo dopo la sua elezione Nixon avrebbe cominciato ad affrontare concretamente l'esasperante e intricato problema vietnamita. La "Dottrina Nixon" Con la presidenza di Richard Nixon, personalità complessa e contraddittoria, fin dall'inizio venne elaborata ed attuata una nuova strategia globale statunitense - detta "dottrina Nixon" - per la guerra in Indocina, basata su una realistica valutazione della situazione locale e internazionale e su una spregiudicata applicazione di nuovi programmi diretti a evitare in ogni caso la sconfitta finale degli Stati Uniti. Coadiuvato da abili collaboratori, come Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale, e Melvin Laird, nuovo segretario alla difesa, Nixon accettò in primo luogo l'ormai acquisita impossibilità, per ragioni tattico-operative e di politica interna, di ottenere una vittoria militare e, quindi, ripiegò su una politica pur sempre basata principalmente sulla forza, ma più accorta e segreta, i cui cardini furono: l'impiego massiccio e continuato delle forze aeree in bombardamenti segreti, quindi non divulgati all'opinione pubblica per non rischiare ulteriori divisioni e proteste, su Laos e Cambogia per intralciare e interdire il rafforzamento nemico nel Vietnam del Sud; risparmiare vite dei soldati, rinunciando alle inutili e costose offensive di "ricerca e distruzione" e impegnare, invece, le forze in attacchi mirati su aree particolarmente strategiche e in compiti protettivi per rallentare l'aggressività nemica e dare tempo alle forze sudvietnamite di rafforzarsi; adottare tattiche di "guerra segreta" e terrorismo interno per individuare e distruggere capillarmente gli elementi Viet Cong e filocomunisti infiltrati al sud (cosiddetto "programma Phoenix"); ampliare e potenziare i programmi di pacificazione e di riforma economica nelle campagne sudvietnamite per suscitare il sostegno della popolazione al governo del Vietnam del Sud (incremento e miglioramento delle attività del cosiddetto CORDS (Civil Operations e Rural Development Support), la complessa struttura civile affiancata ai militari fin dal 1967, per sviluppare i piani di riforma politico-economica, guidata da abili funzionari come Robert Komer e William Colby); intraprendere un'audace "diplomazia segreta" con la Cina e l'Unione Sovietica, offrendo un miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti in cambio di una sospensione, o almeno una riduzione, dell'appoggio politico militare fornito da questi paesi al Vietnam del Nord (concetto del "vincolo"); organizzare sedute segrete di trattative con la controparte nordvietnamita, al di fuori delle infruttuose riunioni plenarie di Ginevra, che si trascinavano da mesi senza risultati, in cui le capacità di Henry Kissinger sarebbero state impiegate per costringere finalmente i diplomatici del Vietnam del Nord ad accettare un compromesso (eventualmente con la minaccia di "apocalittiche" ritorsioni militari incluse nella cosiddetta "teoria del pazzo"); programmare il lento e graduale ritiro delle forze combattenti dal Vietnam, distribuito su vari anni e accuratamente studiato per dar tempo al Vietnam del Sud di consolidarsi; rafforzare con massicce forniture di armi l'esercito del Vietnam del Sud fino a renderlo in grado progressivamente di assumere da solo la condotta delle operazioni e di sostenere saldamente l'"aggressione" (politica della vietnamizzazione del conflitto). Questo complesso e articolato programma politico-militare venne quindi messo in atto gradualmente a partire dal gennaio 1969, ma venne presto intralciato, e in parte compromesso, da nuove difficoltà impreviste, da improvvise contingenze sul campo, da nuovi ostacoli interni e internazionali, da comportamenti contraddittori dello stesso presidente Nixon e anche da un ulteriore incremento delle proteste pubbliche negli Stati Uniti, che condussero a una crisi interna senza precedenti nella storia della democrazia statunitense nel XX secolo. L'estensione della guerra in Laos e Cambogia Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile in Cambogia e Guerra civile in Laos. Sul campo di battaglia, inizialmente il capace generale Creighton Abrams, nuovo responsabile del MACV al posto di Westmoreland (sostituito nella primavera del 1968), continuò con risultati sconfortanti (battaglia di Hamburger Hill) le grandi operazioni offensive degli anni precedenti; di fronte alle dure perdite subite (in febbraio-marzo 1969) dopo che le forze comuniste intrapresero una nuova offensiva durante il Têt, che inflisse nuove perdite agli statunitensi, il generale Abrams dovette adottare la nuova strategia della riduzione degli impegni operativi dei soldati statunitensi e di passaggio a posizioni difensive. Il presidente Richard Nixon illustra alla stampa lo svolgimento della controversa incursione in Cambogia dell'aprile 1970 Abrams dovette inoltre programmare un ritiro totale delle forze combattenti, scaglionato in 14 fasi su quattro anni (programma One War). Il primo ritiro di 25 000 uomini ebbe inizio nella seconda metà del 1969 e le forze americane si ridussero, quindi, da 543 000 (numero massimo della primavera 1969) a meno di 500 000 alla fine dell'anno. Nel frattempo, dall'agosto 1969 Kissinger aveva intrapreso i primi colloqui segreti con la controparte nordvietnamita (prima Xuan Thuy e quindi dal febbraio 1970 Lê Đức Thọ); durante gli snervanti e interminabili colloqui Kissinger ebbe modo di apprezzare l'abilità e la tenacia del suo interlocutore, ma anche queste sedute segrete finirono per trascinarsi per anni senza risultati soddisfacenti per gli statunitensi, messi di fronte all'intransigenza nordvietnamita. Negli Stati Uniti le proteste pubbliche contro la guerra, invece di ridursi come auspicato da Nixon, aumentarono continuamente di fronte alla divulgazione di clamorose notizie riservate sulla guerra (come i cosiddetti Pentagon Papers), alla persistenza dei combattimenti, alla sterilità dei colloqui di pace, alle continue perdite di soldati in un conflitto ormai ritenuto inutile e immorale. Il 15 ottobre e il 15 novembre 1969 si svolsero a Washington le prime gigantesche manifestazioni di protesta contro la guerra (le cosiddette "moratorie"). Nixon, estremamente irritato da questi eventi interni, fece appello in un famoso discorso televisivo alla cosiddetta "maggioranza silenziosa" e riuscì momentaneamente a radunare un certo consenso alla sua politica di lenta ricerca di soluzioni politico-militari soddisfacenti per la potenza statunitense, ma ulteriori complicazioni in Cambogia e Laos produssero un'inaspettata nuova escalation sul campo di battaglia e di conseguenza nuove tragiche esplosioni di proteste pubbliche negli Stati Uniti. Di fronte all'instabilità politica in Cambogia dopo la destituzione del sovrano Norodom Sihanouk e l'assunzione del potere del generale Lon Nol, Nixon, in accordo con Kissinger e sollecitato anche da Abrams e altri consiglieri militari a dare una dimostrazione di potenza militare per confortare il debole e corrotto governo sudvietnamita di Van Thieu, decise di mostrare la determinazione americana nell'ottenere risultati militari decisivi con la distruzione delle strutture di comando e logistiche nemiche al riparo nel vicino paese confinante, venendo allo scoperto e, a partire dal 30 aprile 1970, cominciò a rendere pubblici alcuni interventi fatti in Cambogia, in relazione alla guerra civile che stava iniziando in quello Stato asiatico, e nell'altro paese confinante attraversato dal Sentiero di Ho Chi Minh, il Laos, dove la guerra civile si stava combattendo già da tempo e coinvolgeva dal 1965 l'aviazione statunitense. I risultati sul campo furono in apparenza soddisfacenti, ma come sempre del tutto transitori (anche se forse rallentarono per qualche mese il rafforzamento nemico al confine con il Vietnam del Sud). In realtà le incursioni contribuirono ad indebolire ulteriormente il fragile paese cambogiano, indussero i nordvietnamiti a rafforzare il loro impegno diretto nella regione e forse innescarono anche la sollevazione dei Khmer rossi. Nell'immediato l'inaspettato incremento delle operazioni attive statunitensi, dopo tante assicurazioni pubbliche su ritiri e vietnamizzazioni, fece esplodere proteste senza precedenti negli Stati Uniti, culminate tragicamente il 4 maggio 1970 dai sanguinosi incidenti alla Kent State University. La venuta alla luce, fin dal 1969, del caso della strage di civili di My Lai da parte dei soldati guidati dal tenente William Calley, un capoplotone in Vietnam, rinfocolò le polemiche sulla legittimità della guerra e sul comportamento e la saldezza morale dei soldati statunitensi. Di fronte a questi eventi Nixon dovette rapidamente sospendere le operazioni attive in Cambogia, presentare nuove e confuse proposte di "cessate il fuoco con tregua" e, soprattutto, incrementare massicciamente il ritiro delle proprie forze (scese a 280 000 uomini alla fine del 1970). Peraltro in questa fase si assistette a una notevole caduta del morale e della disciplina tra le forze combattenti statunitensi ancora presenti in Vietnam: senza prospettive concrete di vittoria, con nuovi impegni operativi, con continue perdite (negli anni di Nixon morirono oltre 21 000 soldati statunitensi, circa il 40% del totale di tutta la guerra) e alcuni sanguinosi scacchi (battaglie delle basi di fuoco Ripcord e Mary Ann), i soldati americani mostrarono atteggiamenti di opposizione alla guerra e di frustrazione che ne ridussero la combattività, imponendo un'accelerazione del ritiro nonostante l'insoddisfacente rafforzamento dell'esercito sudvietnamita. Il ritiro delle forze statunitensi e l'offensiva di Pasqua Lo stesso argomento in dettaglio: Offensiva di Pasqua. In realtà la politica della vietnamizzazione, nel corso dei vari anni, non era stata del tutto priva di risultati positivi: grazie al successo del programma Phoenix e all'indebolimento delle strutture Viet Cong nelle campagne, la sicurezza nei villaggi e il consenso nei confronti del governo di Saigon erano aumentati in modo significativo; i programmi di sviluppo economico ottennero un certo successo (nonostante la persistente corruzione del governo sudvietnamita) e le forze statunitensi poterono essere ridotte senza provocare un crollo immediato del Vietnam del Sud. Anche le forze comuniste avevano subito grosse perdite e rallentarono i loro attacchi in attesa dei necessari rafforzamenti. Lê Đức Thọ, responsabile politico della guerra in Vietnam del Sud e principale negoziatore a Parigi Infine, l'audace diplomazia segreta di Nixon e Kissinger con Mosca e Pechino del 1971 e 1972 ottenne alcuni eccellenti risultati propagandistici ed effettivamente allentò il sostegno di questi due paesi, desiderosi di un riavvicinamento con gli Stati Uniti, al Vietnam del Nord: quest'ultimo, tuttavia, guidato dopo la morte di Ho Chi Minh il 3 settembre 1969 da capi intransigenti come Lê Duẩn e Phạm Văn Đồng, mantenne la sua indipendenza strategica e persistette nei suoi obiettivi politici generali, indipendentemente dalle sollecitazioni alla moderazione cinesi o sovietiche. Nonostante questi successi della politica di Nixon, la fallimentare offensiva in Laos sferrata nel febbraio 1971 dall'esercito sudvietnamita (senza appoggio diretto statunitense, in conseguenza delle limitazioni stabilite dal Congresso dopo gli eventi cambogiani dell'anno prima), considerata una prova dello sbandierato successo della vietnamizzazione e conclusasi con una disastrosa ritirata, dimostrò ancora una volta la fragilità della situazione e il ruolo sempre determinante del sostegno militare americano (in questa fase in costante decremento: alla fine del 1971 le truppe statunitensi in Vietnam scesero a 140 000 uomini). Il sostegno dell'aviazione statunitense fu ancora decisivo nella primavera 1972, quando l'esercito nordvietnamita sferrò una grande offensiva generale sperando di provocare il crollo definitivo del regime di Saigon e di costringere i loro alleati a cedere; l'offensiva di Pasqua terminò, dopo alcuni duri combattimenti, con un fallimento complessivo nordvietnamita. Il governo sudvietnamita non crollò e l'esercito si batté coraggiosamente, supportato da un impiego senza precedenti dell'USAF. Nixon, timoroso di un cedimento generale, decise di riprendere i bombardamenti sul Vietnam del Nord, interrotti da Johnson fin dal novembre 1968: le incursioni Linebacker di USAF e US Navy, lanciate a partire dall'8 maggio 1972, furono molto pesanti e indebolirono certamente le forze nemiche; anche il porto di Haiphong venne minato. L'offensiva di Pasqua si concluse quindi con un insuccesso nordvietnamita e Nixon e Kissinger poterono riprendere i loro sforzi, nei colloqui con i diplomatici nordvietnamiti, alla ricerca di un accordo onorevole per raggiungere la "pace con onore". La tregua del 1972, la caduta di Saigon e la fine della guerra Guerrigliero Viet Cong armato di AK-47 nel 1973, durante i lavori della Four Power Joint Military Commission Le ultime fasi dei colloqui di pace furono particolarmente confuse: Kissinger finì per accettare la maggior parte delle richieste nordvietnamite (soprattutto accettò il cruciale mantenimento delle forze regolari nordvietnamite presenti al sud, al contrario del previsto ritiro totale statunitense); Van Thieu si oppose strenuamente a questo tipo di accordo, considerato la premessa della catastrofe. A ottobre 1972 l'accordo di pace sembrò imminente: Kissinger parlò di "pace a portata di mano" e queste notizie confortanti contribuirono alla schiacciante vittoria elettorale di Nixon nelle elezioni presidenziali del novembre 1972 contro il candidato pacifista democratico George McGovern. Un bombardiere pesante B-52 impegnato nei bombardamenti sul Vietnam del Nord durante l'Operazione Linebacker II In realtà la situazione si complicò nuovamente alla fine dell'anno: i colloqui furono interrotti di nuovo a causa dell'intransigenza di Le Duc Tho e anche dell'ostruzionismo di Van Thieu; nel tentativo di sbloccare drammaticamente la situazione, di dare un'ultima dimostrazione di forza militare e di rafforzare psicologicamente il regime di Saigon, Nixon decise il 18 dicembre 1972 di sferrare nuovi duri bombardamenti sul Vietnam del Nord con l'impiego in massa dei B-52. I "bombardamenti di Natale" durarono undici giorni, soprattutto su Hanoi e Haiphong, e apparentemente indussero il Vietnam del Nord a ritornare al tavolo dei negoziati e accettare il compromesso. A gennaio 1973 l'accordo era ormai in vista, i bombardamenti erano stati interrotti il 30 dicembre 1972; i soldati statunitensi ancora presenti in Vietnam erano scesi a meno di 50 000 uomini. La guerra terminò infine nel 1975 con la conquista di Saigon da parte dell'esercito del Vietnam del Nord, immediatamente preceduta dall'evacuazione dei civili statunitensi ancora presenti nella capitale del Vietnam del Sud. Gli accordi di pace di Parigi e la fine della guerra Lo stesso argomento in dettaglio: Accordi di pace di Parigi (1973). «Abbiamo finalmente raggiunto la pace con onore.» (Dichiarazione di Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, dopo la firma degli accordi di pace di Parigi nel gennaio 1973) «Gli statunitensi non ritornerebbero nemmeno se gli offrissimo delle caramelle...» (Frase pronunciata dal primo ministro del Vietnam del Nord Phạm Văn Đồng a una riunione del governo di Hanoi nel gennaio 1975) La firma degli accordi di pace di Parigi L'amministrazione governativa americana aveva cercato di ritrarre le ostilità come una guerra di difesa democratica, inquadrata nell'ambito della guerra fredda, contro le forze dell'esercito nordvietnamita e le loro "creature" rivoltose, mentre i dirigenti nordvietnamiti propagandavano il conflitto come uno scontro patriottico di insorti sudvietnamiti del Fronte Nazionale di Liberazione, considerato una guerra d'indipendenza, contro gli alleati "fantoccio" dell'amministrazione statunitense. Queste contrapposte dichiarazioni propagandistiche vennero sfruttate nei primi colloqui di pace, nei quali il dibattito ruotò per oltre tre mesi - fino al 16 gennaio 1969 - attorno alla "forma del tavolo delle trattative", nel quale ognuna delle parti cercava di rappresentare se stessa come entità distinta pienamente legittima opposta a una singola potenza contornata da governi "fantoccio". Gli accordi di pace di Parigi vennero infine firmati il 27 gennaio 1973, ponendo quindi ufficialmente termine all'intervento statunitense nel conflitto del Vietnam. Il primo prigioniero di guerra statunitense venne rilasciato l'11 febbraio e il ritiro totale americano venne completato entro il 29 marzo; il MACV (comandato dal 1972 dal generale Frederick Weyand) venne sciolto e sostituto con un modesto ufficio dipendente dall'ambasciata americana a Saigon. Al contrario, secondo gli accordi, le forze dell'esercito nordvietnamita già presenti in Vietnam del Sud poterono rimanere sul campo, inserendo in questo modo un elemento di debolezza e di fragilità strutturale nelle possibilità concrete di sopravvivenza del regime filoamericano di Van Thieu. In realtà Nixon aveva assicurato ripetutamente il massiccio sostegno militare a Saigon in caso di una rottura degli accordi e di una nuova aggressione delle forze comuniste, ma poi concretamente le circostanze della politica statunitense vanificarono qualsiasi promessa ed influirono sugli sviluppi finali della guerra del Vietnam: in primo luogo il Congresso votò contro ogni ulteriore sovvenzionamento dell'azione militare nella regione e a favore di una limitazione dei poteri del presidente di intraprendere avventure militari all'estero; in secondo luogo, soprattutto, Nixon stava ormai lottando disperatamente per la sua sopravvivenza politica e morale, di fronte al continuo aggravarsi dello scandalo Watergate. Di conseguenza il sostegno statunitense e i promessi aiuti non si materializzarono mai se non in piccola parte, cosicché il governo di Saigon, sempre più fragile e instabile, venne progressivamente abbandonato al suo destino. Le conseguenze La campagna di Ho Chi Minh e l'unificazione del Vietnam Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Ho Chi Minh. Anche se limitati aiuti economici continuarono ad arrivare, la maggior parte venne dissipata da elementi corrotti del governo della Repubblica del Vietnam, e poco venne effettivamente impiegato per rafforzare il dispositivo militare del Vietnam del Sud. Il Congresso statunitense, alla fine, votò un taglio totale di tutti gli aiuti, a partire dall'inizio dell'anno fiscale 1975-76 (1º luglio 1975). Allo stesso tempo gli aiuti militari al Vietnam del Nord da parte di Unione Sovietica e Cina furono invece incrementati, di fronte all'indebolimento politico di Nixon e agli sviluppi della situazione complessiva ormai chiaramente favorevoli alle forze comuniste. Soldati regolari dell'esercito norvietnamita durante la vittoriosa campagna del 1975 All'inizio del 1975 il Vietnam del Nord, dopo alcune discussioni tra i vari dirigenti politico-militari sui tempi e la modalità dell'attacco e su sollecitazione soprattutto del comandante Tran Van Tra, scatenò l'offensiva finale venendo meno agli accordi di Parigi e invase il sud (campagna di Ho Chi Minh); l'esercito sudvietnamita si disgregò e, nonostante un'ultima coraggiosa resistenza a Xuan Loc, crollò di fronte alle superiori forze nordvietnamite, comandate dal generale Văn Tiến Dũng. Dopo un'avanzata trionfale, scarsamente contrastata e la fuga in massa della popolazione, l'esercito nordvietnamita circondò la capitale con un imponente schieramento di forze ed entrò a Saigon il 30 aprile 1975 (caduta di Saigon); i soldati di Hanoi issarono la bandiera Viet Cong sul famoso palazzo presidenziale nel centro cittadino (definito dalla propaganda comunista per tanti anni "palazzo del presidente fantoccio", attualmente denominato "palazzo della riunificazione"). Il personale statunitense ancora presente nella capitale venne evacuato con una disperata operazione di salvataggio con elicotteri; in precedenza il nuovo presidente Gerald Ford aveva pubblicamente dichiarato il disinteresse statunitense per le nuove e drammatiche vicende belliche. La guerra del Vietnam si concluse quindi con la vittoria totale delle forze comuniste in tutta la regione indocinese e con il completo fallimento politico e militare americano. Il Vietnam del Sud fu annesso al Vietnam del Nord il 2 luglio 1976, per formare la Repubblica Socialista del Vietnam; Saigon venne ribattezzata Ho Chi Minh, in onore dell'ex presidente nordvietnamita. Centinaia di sostenitori del governo sudvietnamita vennero arrestati e giustiziati: si stima che almeno un milione di vietnamiti vennero spediti in campi di "rieducazione", dove trovarono la morte circa 165 000 persone, e altre migliaia furono violentate, torturate e brutalmente uccise; negli anni seguenti più di due milioni di vietnamiti cercarono di abbandonare il paese via mare su imbarcazioni di fortuna e durante la fuga trovarono la morte un gran numero di persone con stime che vanno dalle 30 000 alle 250 000. I riflessi nella società e nella politica negli USA Naturalmente l'esito del conflitto intaccò la reputazione degli Stati Uniti come prima superpotenza mondiale. Le massicce perdite americane, la mancanza di una vittoria decisiva e un'efficace propaganda disfattista da parte di contestatori politicizzati crearono un grande disgusto dell'opinione pubblica nei confronti dell'interventismo armato per contenere l'espansionismo sovietico-comunista. Politicamente, l'insufficiente pianificazione della guerra, la confusione delle direttive e della catena di comando e, soprattutto, la discrezione del potere esecutivo presidenziale, portarono il congresso degli Stati Uniti a rivedere il modo in cui gli Stati Uniti possono dichiarare guerra. A causa degli sviluppi della guerra del Vietnam, il Congresso promulgò la risoluzione sui poteri di guerra (7 novembre 1973), che ridusse la capacità del presidente di impegnare truppe in azione senza aver prima ottenuto l'approvazione del Congresso stesso. Dal punto di vista sociale, la guerra mutò sensibilmente il pensiero di molti giovani statunitensi, dimostranti e soldati bilateralmente, mutando le loro opinioni riguardo alla politica estera adottata dal governo e la moralità del conflitto. Infine la guerra del Vietnam dimostrò come l'opinione pubblica potesse influenzare la politica del governo, attraverso la mobilitazione e la protesta; un esempio di ciò fu l'abolizione della leva obbligatoria a partire dal 1973. Il 21 gennaio 1977 il nuovo presidente statunitense Jimmy Carter, continuando la sua politica di riconciliazione nazionale, graziò praticamente tutti quelli che si erano sottratti alla coscrizione per la guerra. La guerra e le sue conseguenze portarono a una massiccia emigrazione dal Vietnam verso gli Stati Uniti. Questa comprendeva sia i figli di soldati americani e giovani donne sudvietnamite sia i rifugiati vietnamiti, che scapparono subito dopo la presa del potere da parte dei comunisti. Durante l'anno successivo, più di un milione di queste persone arrivò negli Stati Uniti. Nel 1982 iniziò la costruzione del memoriale dei Veterani del Vietnam (conosciuto anche come "il muro"), situato al Mall di Washington adiacente al Lincoln Memorial. Si tratta di una lastra di pietra nera lucida parzialmente interrata su un pendio su cui sono incisi i nomi di tutti i caduti della guerra; semplice e austera, simboleggia la tragedia del Vietnam. Aver prestato servizio nella guerra, anche se inizialmente impopolare, divenne presto fonte di rispetto, anche se il conflitto in sé rimane oggetto di un'ampia variabilità di opinioni; durante e dopo il conflitto il cinema statunitense produsse un gran numero di film sulla guerra del Vietnam, e molti politici statunitensi sfruttarono gli anni di servizio nelle loro campagne elettorali, come fece John McCain, ex prigioniero di guerra del Vietnam, nella sua corsa al Senato, mentre il fatto che i presidenti Bill Clinton e George W. Bush avessero evitato il servizio militare in Vietnam giocò a sfavore degli stessi durante le rispettive campagne elettorali. Dopo essere entrato in carica, Bill Clinton annunciò il desiderio di normalizzare le relazioni con il Vietnam. La sua amministrazione tolse le sanzioni economiche alla nazione nel 1994 e nel maggio del 1995 i due stati riallacciarono le relazioni diplomatiche, con gli Stati Uniti che aprirono un'ambasciata sul suolo vietnamita per la prima volta dal 1975. I risarcimenti Sono stati erogati anche aiuti economici per i rifugiati vietnamiti, i figli dei soldati statunitensi nati in Vietnam e i colpiti dall'agente Orange. I reduci che parteciparono alla guerra in Vietnam ricettevero un risarcimento di 180 milioni di dollari nel 1984. La Croce Rossa vietnamita ha registrato circa un milione di persone disabili a seguito della esposizione all'agente Orange e, secondo alcune stime, si calcolano circa 2 milioni di persone affette da problemi di salute derivanti dalle tossine irrorate sul territorio. Al 2015 non era ancora stato stanziato un risarcimento per i danni di guerra ai contadini cambogiani, laotiani e vietnamiti. Le cause della sconfitta statunitense Il monumento vietnamita a Biên Hòa in ricordo della vittoria nella guerra del Vietnam Un visitatore al Vietnam Veterans Memorial a Washington La guerra del Vietnam ebbe importanti ripercussioni a lungo termine sulla società statunitense, sulla sua politica estera e sugli equilibri geopolitici mondiali. In primo luogo, la guerra fu la prima significativa sconfitta militare degli Stati Uniti. Le cause della sconfitta vanno ricercate fondamentalmente: nella capacità di resistere alla pressione militare statunitense da parte della dirigenza e della popolazione del Vietnam del Nord; nella combattività e solidità dei Viet Cong e dei soldati regolari nordvietnamiti, in grado di infliggere continue e crescenti perdite al nemico; nel fallimento dei piani di pacificazione e sviluppo economico nel Vietnam del Sud (conseguenza anche dell'inefficienza e della corruzione della dirigenza politica filostatunitense); nell'abile uso, da parte della dirigenza nordvietnamita, del nazionalismo per sostenere il morale e continuare una guerra che poteva apparire senza fine e persa in partenza contro una superpotenza straniera

La Guerra Fredda, durata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al 1991, ha caratterizzato non solo la politica internazionale, ma anche la politica interna di numerosi Paesi. Stati Uniti e Unione Sovietica si sono sfidati su tutti i livelli e in quegli anni non c’era evento internazionale che non fosse influenzato, in modo più o meno diretto, dalla loro contrapposizione. Il confronto è terminato solo quando una delle due potenze, l’URSS, è crollata. Ricostruiamo in sintesi la vicenda.

Le cause della Guerra Fredda

La Guerra Fredda è stata il confronto politico, economico, ideologico e militare che ha contrapposto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio degli anni ’90. Il termine “fredda”, all'interno dell'espressione "Guerra fredda", fa riferimento al fatto che non vi sia stato uno vero e proprio scontro militare diretto tra le due parti.

Da cosa è nata la contrapposizione? Dopo la Seconda Guerra Mondiale, USA e URSS, che avevano combattuto come alleati, emersero come i due Paesi più potenti: gli altri vincitori, Regno Unito e Francia, per varie ragioni persero la centralità nelle dinamiche geopolitiche che avevano avuto fino ad allora.

USA e URSS erano Paesi molto diversi tra loro, ma entrambi desideravano affermare il proprio potere nelle dinamiche mondiali e ognuno temeva che l’altro potesse rafforzarsi troppo. Era pressoché inevitabile, pertanto, che si sviluppassero tensioni. A questo si aggiunse l’ideologia, perché nei due Paesi erano in vigore sistemi politici ed economici completamente diversi: negli Stati Uniti vigevano il liberismo economico e la democrazia politica; in Unione Sovietica il comunismo reale e lo statalismo. Ognuno dei due era convinto della superiorità del proprio sistema e cercava di diffonderlo nel mondo, non tanto per ragioni ideologiche, quanto per avere alleati fidati.

L’inizio del confronto

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa si trovò divisa in due blocchi: la parte occidentale, che era stata occupata dagli eserciti alleati, entrò nell’orbita degli Stati Uniti, formando il cosiddetto blocco atlantico. Nel 1949, in particolare, nacque un’alleanza militare che esiste tutt'oggi, la NATO.

Nella parte orientale, invece, occupata dall’Armata rossa durante la guerra, furono fondate delle repubbliche socialiste che si avvicinarono a Mosca, costituendo il blocco sovietico, e nel 1955 costituirono l'alleanza nota come Patto di Varsavia. Tra le due parti d’Europa si creò una barriera politico-ideologica che fu definita cortina di ferro.

Alleanze miitari in Europa

La Guerra Fredda arrivò all’interno dei singoli Paesi, in molti dei quali vi erano partiti politici che sostenevano un blocco e partiti che ne sostenevano un altro, come avvenne anche in Italia.

Il confronto, però, non interessò solo l’Europa, ma quasi tutto il mondo, perché USA e URSS cercavano ovunque di fare sentire la propria influenza e procacciarsi alleati. Nel 1949, inoltre, un altro grande Paese, la Cina, divenne comunista e si avvicinò a Mosca, sebbene i rapporti tra i due giganti “rossi” siano sempre rimasti complessi.

I principali momenti di tensione

Uno dei primi momenti di tensione tra USA e URSS fu il blocco di Berlino da parte dell’Unione Sovietica nel 1948. La Germania dopo la sconfitta era stata divisa in quattro zone di occupazione (USA, Francia, Regno Unito e URSS, ma le prime tre furono in seguito unificate) e la città di Berlino, che si trovava geograficamente nella zona di occupazione sovietica, era a sua volta divisa in quattro settori, i tre alleati occidentali a ovest e quello russo a est.

Zone di occupazione della Germania e di Berlino

Nel 1948 l’URSS decise di chiudere tutte le strade di accesso a Berlino Ovest. Gli Usa reagirono rifornendo la città per via aerea, fino a quando, nel 1949, Stalin accettò di rimuovere il blocco. La divisione si cristallizzò e la Germania restò divisa in due parti: una occidentale legata agli USA e una orientale inserita nel blocco sovietico. La stessa sorte toccò alla città di Berlino.

Il confronto proseguì nei primi anni ’50 in Corea, con una guerra tra il Nord comunista e il Sud capitalista e filo-americano che si concluse con un compromesso nel 1953.

La tensione raggiunse l’apice nel biennio 1961-1962. Nel 1961 a Berlino, poiché un numero sempre maggiore di cittadini si trasferiva dall’Est all’Ovest, le autorità della Germania orientale e dell’URSS fecero costruire il muro che sarebbe restato per anni il simbolo della Guerra Fredda.

L’anno successivo, nel 1962, l’installazione di missili russi a Cuba – dove il governo di Fidel Castro, inviso agli Usa, si era avvicinato a Mosca – portò il mondo sull’orlo della guerra nucleare.

La corsa alle armi e allo spazio

La Guerra Fredda comportò l’investimento di enormi risorse in armamenti da parte di entrambe le parti in causa. L’arma più importante fu la bomba atomica, costruita dagli Stati Uniti nel corso della Seconda Guerra Mondiale e dall’Unione Sovietica nel 1949. La corsa a dotarsi di armi sempre più potenti fece sì che fossero costruiti arsenali atomici sufficienti a cancellare potenzialmente la vita dal Pianeta.

Dagli anni ’50, pertanto, la guerra nucleare entrò nell’immaginario collettivo, diventando una preoccupazione diffusa in tutto il mondo. Tra USA e URSS si instaurò un equilibrio del terrore, che garantì che la Guerra Fredda non si trasformasse in uno scontro diretto: entrambi i contendenti sapevano che un conflitto militare sarebbe troppo distruttivo anche per il vincitore.

La Guerra Fredda comportò anche una prima corsa allo spazio: i due Paesi, sempre più avanzati sul piano tecnologico, promossero l’esplorazione spaziale sia per ragioni militari, sia di prestigio.

Le “guerre per procura” e i non allineati

I momenti di tensione si alternavano a momenti di distensione, ma per tutta la durata della Guerra Fredda nel mondo ebbero luogo conflitti nei quali le due superpotenze erano coinvolte in maniera più o meno diretta.

L’URSS invase l’Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968, per evitare che i due Paesi allentassero il loro legame con il Patto di Varsavia. Gli USA sostennero in tutto il mondo i partiti più vicini alle loro posizioni, talvolta instaurando brutali dittature, e in alcuni casi intervennero con le proprie forze armate, come in Vietnam.

In molti casi ebbero luogo “guerre per procura”: le due superpotenze non combattevano direttamente, ma sostenevano i nemici dei loro avversari. Lo fecero, per esempio, i russi in Vietnam e gli americani in Afghanistan, dopo che questo fu invaso dall’URSS nel 1979.

Non tutti i Paesi del mondo, però, aderirono a uno dei due blocchi: nel 1955 fu fondato il Movimento dei non allineati, composto da India, Indonesia, Jugoslavia, da quasi tutta l’Africa e da vari altri Stati, che intendeva mantenersi equidistante. Nei fatti, però, tutti i Paesi subirono in qualche modo le ingerenze delle due superpotenze.

La tensione dei primi anni ‘80 e la dissoluzione dell’URSS

L’inizio degli ’80 fu un periodo di forte tensione e nel 1983 un’esercitazione della NATO in Europa, l’operazione Able Archer, fece temere ai sovietici che stesse per essere lanciato un attacco nucleare contro di loro. Il mondo fu di nuovo sull’orlo della guerra atomica anche se, a differenza della crisi di Cuba, le notizie non divennero di pubblico dominio e non si diffuse il panico.

La situazione cambiò dopo il 1985, quando alla guida dell’URSS salì Michail Gorbačëv, che avviò una politica di riforme all’interno e instaurò rapporti più distesi con l’Occidente.

Il sistema sovietico, però, per molti aspetti si era dimostrato arretrato rispetto al suo rivale, in particolare per il tenore di vita dei cittadini e la mancanza di libertà civili. Nel 1989 gli Stati dell’Europa orientale caddero uno dopo l’altro e nel novembre del 1989 il Muro di Berlino fu abbattuto, aprendo la strada alla riunificazione della Germania.

Nel 1991 la stessa URSS si dissolse e le repubbliche che la componevano divennero Stati indipendenti. La Guerra Fredda era così terminata con la vittoria degli Stati Uniti.

Il terrorismo in Italia

Anni sessanta e settanta

Lo stesso argomento in dettaglio: Anni di piombo, Strategia della tensione in Italia e Cronologia degli anni di piombo e della strategia della tensione. La lunga durata del terrorismo italiano ha attirato l'attenzione di molti studiosi che hanno cercato di analizzarlo e di interpretarne le cause. L'Italia sembra essere il solo grande Paese europeo dove il terrorismo politico abbia avuto una così lunga cittadinanza, con l'eccezione dell'Irlanda del Nord e dei Paesi Baschi, in cui però la problematica ha risentito di cause etniche e religiose. Il politologo Ernesto Galli della Loggia ha esaminato il problema dell'anomalia italiana arrivando alla conclusione che esista un fondo di violenza proprio della società italiana; l'interpretazione ha suscitato consensi e dissensi.

Altra anomalia italiana, legata all'ipotizzata "strategia della tensione", è inoltre il diffuso sospetto che negli anni settanta una parte della recente storia patria sia stata influenzata da iniziative di elementi dei servizi segreti e di gruppi politici extraparlamentari, interessati alla destabilizzazione del sistema politico italiano e a condizionarne la democrazia. Il periodo è conosciuto con il termine Anni di piombo, con riferimento all'omonimo film del 1981 di Margarethe von Trotta il cui titolo richiama il piombo delle pallottole.

Il terrorismo di diversa matrice fallì nei propri obiettivi e sconfitti furono i gruppi di estrema sinistra di matrice in genere marxista-leninista che videro sfumare la possibilità di sovvertire l'ordinamento statale attraverso la lotta armata.

Sconfitti furono anche i gruppi di estrema destra che a loro volta intendevano cambiare «la formula politica che per un venticinquennio ci ha governato» terrorizzando l'opinione pubblica al fine di dimostrare l'incapacità della democrazia a governare l'ordine pubblico, e l'esigenza di instaurare un regime autoritario. Certi soggetti [chi?] ritengono però che l'emanazione da parte dello Stato di leggi repressive, le cosiddette leggi speciali, fosse una parziale vittoria dell'estrema destra: Amos Spiazzi dichiarò, ad esempio, che in realtà il Golpe Borghese sarebbe stato fittizio, pensato per essere immediatamente represso dalle forze dell'ordine e per fornire una scusa al governo democristiano per emanare leggi repressive.

L'analisi e la discussione su questo complesso periodo storico sono ancora aperte: mentre per alcuni si è trattato di anni di "terrorismo di sinistra", per altri si deve parlare di "stragismo di destra" e per altri ancora di "stragismo di Stato". Altre posizioni ritengono che al riguardo «esista solo una verità giudiziaria parziale, confusa e spesso contraddittoria».

Anni ottanta

La fine degli "anni di piombo" viene comunemente fatta coincidere con la liberazione del generale statunitense James Lee Dozier, avvenuta a Padova il 28 gennaio 1982 con un'azione incruenta dei NOCS. In realtà, c'è ancora da segnalare l'omicidio del senatore democristiano Roberto Ruffilli, commesso proprio nel 1988, decennale del rapimento di Aldo Moro, del quale Ruffilli è, secondo le BR, il continuatore politico.

Nel corso del decennio comunque gli episodi di violenza andarono scemando, anche a causa del crollo del sostegno alle Brigate Rosse a seguito dell'assassinio dell'operaio comunista Guido Rossa nel 1979.

L'opinione che la lotta armata potesse mutare l'assetto costituzionale andava sempre più indebolendosi e, secondo alcuni studiosi, cresceva parallelamente la reazione capitalistica che elevava produttività e competizione economica a valori e ne faceva gli unici criteri di progresso.

Il terrorismo politico successivo, soprattutto di matrice rossa, limitò quindi i suoi obiettivi, cercando di influire nei processi politici e sociali e mantenere una certa pressione sulle libertà decisionali democratiche. Questo terzo ciclo del terrorismo politico, pur estremamente discontinuo e disomogeneo, arriva a mietere vittime fino all'inizio del XXI secolo.

Anni novanta e 2000

A diversi anni di distanza dagli avvenimenti degli omicidi a sfondo politico, sul finire degli anni novanta ha iniziato a riaffacciarsi sullo sfondo extraparlamentare il cosiddetto terrorismo risorgente di matrice comunista che portò alla ricostruzione di organi eversivi scioltisi con la fine degli anni di piombo, come le Nuove BR.

In questa ottica avvengono gli omicidi dei consulenti per il Ministero del lavoro Massimo D'Antona, il 20 maggio 1999 e Marco Biagi, il 19 marzo 2002, rivendicati da parte dei nuclei ricostituiti delle Brigate Rosse nel tentativo di influenzare lo scenario sociopolitico come accaduto durante gli anni di piombo. L'ultima vittima, Emanuele Petri, agente della Polfer, ucciso il 2 marzo 2003 nel corso di uno scontro a fuoco a bordo di un treno nel quale viaggiavano i capi della nuova organizzazione eversiva: Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. Nel 2003 il gruppo viene ufficialmente sciolto dopo l'arresto della Lioce e la morte di Galesi e i conseguenti arresti degli altri membri. Nel 2005 la sentenza definitiva condanna all'ergastolo la Lioce.

Episodi più rilevanti

La strage di piazza della Loggia a Brescia

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Terrorismo indipendentista e separatista

Terrorismo separatista in Alto Adige

Uno dei 37 tralicci che furono fatti saltare nel giugno 1961

La stagione del terrorismo in Alto Adige di stampo irredentista iniziò nella seconda metà degli anni '50. Scopo dei terroristi era la rivendicazione dell'indipendenza dall'Italia o l'annessione all'Austria. I primi attentati sono riconducibili al Gruppo Stieler, ma la più importante organizzazione clandestina fu il Comitato per la liberazione del Sudtirolo (Befreiungsausschuss Südtirol). La sua prima grande azione fu la Notte dei fuochi (Feuernacht) nel 1961, quando i terroristi fecero esplodere diversi tralicci dell'alta tensione mediante l'uso di 350 ordigni, anche per richiamare l'attenzione internazionale sulla questione altoatesina. Negli anni il movimento si radicalizzò e prese di mira le forze dell'ordine italiane. L'azione più cruenta fu la strage di Cima Vallona nel 1967. Tra i più noti esponenti del terrorismo altoatesino vi sono il fondatore del Befreiungsausschuss Sepp Kerschbaumer e Georg Klotz, detto il martellatore della Val Passiria, la cui figlia Eva Klotz viene considerata l'attuale leader dell'indipendentismo sudtirolese.

Mentre gli anni '70 furono segnati da una relativa calma, negli anni '80 il terrorismo altoatesino ricomparve sulla scena nella forma di un'organizzazione terroristica di stampo neonazista, Ein Tirol ("Un Tirolo"), che compì vari attentati dinamitardi.

Il bilancio del terrorismo in Alto Adige dal 20 settembre del 1956 al 30 ottobre del 1988: 361 attentati con esplosivi, raffiche di mitra, mine; 21 morti, di cui 15 membri delle forze dell'ordine, due cittadini comuni e quattro terroristi, dilaniati dagli ordigni che stavano predisponendo; 57 feriti, 24 fra le forze dell'ordine, 33 privati cittadini.

Terrorismo politico in Sardegna

La stagione dell'eversione politica, attiva in Italia già dai primi anni del dopoguerra, si espanse in Sardegna a metà degli anni '60 e si concluse negli anni '80, fine degli anni di piombo anche nella penisola.

I contatti tra i banditi locali dell'anonima sarda e i militanti di organizzazioni eversive di estrema sinistra e attive nel terrorismo rosso, quali Brigate Rosse e Nuclei Armati Proletari, furono in parte aiutate dalla detenzione di militanti estremisti di sinistra nei carceri di massima sicurezza dell'isola, in maniera similare ai soggiorni obbligati dei mafiosi meridionali nel Settentrione, che influenzarono la nascita della Mala del Brenta.

I movimenti terroristici e paramilitari più famosi, nati nell'isola, furono Barbagia Rossa, Movimento Armato Sardo e Comitato di Solidarietà con il Proletariato Prigioniero Sardo Deportato, nella maggior parte di ideologia comunista e indipendentista, nell'arco di un decennio rivendicarono diversi attentati, omicidi e sequestri di persona.

Tra i principali sostenitori della causa indipendentista ed eversiva vi fu l'editore Giangiacomo Feltrinelli, che più volte tentò di prendere contatti con diverse organizzazioni con l'intento di rendere indipendente la Sardegna (con l'aiuto degli indipendentisti) e formare un governo comunista (con l'aiuto degli eversivi di sinistra) sul modello approcciato da Fidel Castro a Cuba.

Prendendo in considerazione l'elezione di Graziano Mesina, il più noto bandito della criminalità sarda, come capo delle truppe ribelli, idea che effettivamente fu opzionata sia dagli eversivi di sinistra come dimostrano i vari contatti avutisi che dai servizi segreti deviati.

Storia recente è il fallito attentato dinamitardo, a Porto Rotondo, nei confronti del presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, durante la visita del premier inglese Tony Blair in Sardegna, avvenuto nell'agosto 2004, rivendicato da un movimento indipendentista, denominato Organizzazione Indipendentista Rivoluzionaria (Oir) e dai Nuclei proletari per il comunismo (Npc).

Terrorismo anarchico

Lo stesso argomento in dettaglio: Propaganda del fatto. Verso la fine degli anni novanta e per tutti gli anni 2000 si assisterà anche ad una continuata attività eversiva relativa all'area dell'anarco-insurrezionalismo. Le azioni terroristiche di matrice anarchica in questi anni sono state caratterizzate dall'utilizzo di esplosivi. La sigla più presente nelle rivendicazioni di tali attentati è stata la FAI - Federazione Anarchica Informale.

Una organizzazione anarchica nota come "Solidarietà Internazionale" fu protagonista di una serie di eventi dal 1998 al 2000 nella città di Milano. Nell'estate 1998 seguirono alla morte degli anarchici Maria Soledad Rosas e Edoardo Massari (conosciuti come "Sole e Baleno", furono vittime di quella che si rivelò in seguito una montatura giudiziaria che li voleva responsabili di atti di ecoterrorismo, entrambi morirono suicidi in strutture di detenzione) una serie di lettere-bomba inviate a diversi politici, magistrati, giornalisti e carabinieri. Nell'ottobre 1998 un attentato alla stazione dei carabinieri. Nell'estate 1999 due bombe rivendicate dal gruppo vengono trovate e per un caso fortuito non esplodono. Il 28 giugno 2000 due bottiglie incendiarie lanciate dai membri del gruppo durante la cerimonia per la polizia penitenziaria nella basilica di Sant'Ambrogio non esplodono. Nel settembre 2001 le indagini di diverse 14 procure interregionali portarono a una maxi-retata nazionale con l'indagine su 60 persone legate all'organizzazione e accusate di «associazione a delinquere con finalità di terrorismo e di eversione dell'ordine democratico». Le motivazioni del gruppo erano la lotta a favore dei detenuti anarchici in Spagna sottoposti a regime di carcere duro, e aveva diversi contatti con associazioni sovversive in Grecia e Inghilterra.

Il 18 dicembre 2000 un lavoratore notò la presenza di una borsa tra la terza e la quarta guglia del tetto del Duomo di Milano, disinnescata dopo l'intervento degli artificieri, l'ordigno era programmato per esplodere alle 3 della notte seguente e carico di oltre un kg di esplosivo.

La notte del 16 dicembre 2009 esplode parzialmente un ordigno rudimentale carico di 2 kg di dinamite negli interni dell'università Bocconi di Milano. La bomba, piazzata per chiedere la chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione, è stata rivendicata dalla FAI in un volantino firmato "Nucleo Maurizio Morales" recapitato alla redazione del quotidiano Libero. A tal proposito si inserisce un comunicato della Federazione Anarchica Italiana, che denuncia l'uso infamante del medesimo acronimo.

Terrorismo palestinese

Lo stesso argomento in dettaglio: Terrorismo palestinese, Attentato di Fiumicino del 1973, Attentato alla sinagoga di Roma e Attentato di Fiumicino del 1985. Di terrorismo palestinese in Italia si parlò nel corso degli anni di piombo, quando per la prima volta agì nel Paese un commando di dell'organizzazione Settembre Nero, che, il 4 agosto 1972, collocò delle cariche esplosive nei pressi dei serbatoi petroliferi al terminale dell'Oleodotto Transalpino a San Dorligo della Valle (Trieste). Anche se non ci furono vittime, l'esplosione provocò alcuni feriti oltre a ingenti danni materiali ed ambientali.

Il 17 dicembre 1973, un attentato di matrice palestinese presso l'aeroporto di Fiumicino causò la morte di 34 persone e il ferimento di altre 15.

Nel 1982 un commando di cinque terroristi di origine palestinese, facenti parte del Consiglio rivoluzionario di al-Fath di Abu Nidal causò la morte di Stefano Gaj Taché (2 anni) e il ferimento di altre 37 persone, alla sinagoga di Roma.

Nel 1985, la terza azione di un commando palestinese, di nuovo all'aeroporto Fiumicino, costò la vita a 13 persone. Contemporaneamente avveniva all'aeroporto Schwechat di Vienna un attacco della stessa cellula e con le stesse modalità.

Terrorismo religioso

Terrorismo islamista

Il 7 luglio 1994 presso il porto di Djen-Djen in Algeria, per mano di terroristi del Gruppo Islamico Armato (GIA), persero la vita 7 persone, in quella che sarà ricordata come la strage di Djen-Djen.

Nel 1998, dopo che si era scelta la Francia come nazione ospite dei campionati mondiali di calcio, le unità antiterroristiche dei diversi paesi europei lanciarono diversi allarmi riguardo al rischio di azioni sovversive da parte di sopravvissuti e nostalgici del Gruppo Islamico Armato algerino. In Italia la DIGOS effettuò l'"Operazione Al Shabka", l'"Operazione Venti Tranquilli" e l'"Operazione Ritorno"; le quali portarono alla scoperta di reti logistiche islamiste in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto composte da tunisini, algerini e magrebini in parte reduci dal conflitto bosniaco, che sostenevano la latitanza di terroristi e il finanziamento di cellule terroristiche, argomenti identificati dal rapporto finale delle indagini come una «agenzia di servizi a disposizione del terrorismo islamico in Europa».

Si riprese a parlare di terrorismo islamista dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Dai rapporti elaborati da agenzie di sicurezza italiane ed estere, è emerso che l'Italia sia luogo di posizione per cellule islamiche più o meno in contatto tra loro in attesa di richiami o compiti. Nel 2001 l'ambasciata statunitense di Roma chiuse sotto il periodo di Capodanno per timore di attentati.

Nei primi mesi del 2002, per la prima volta dopo gli attentati dell'11 settembre, in Italia veniva emesso un comunicato dei servizi segreti statunitensi nel quale si confermava la nascita di gruppi terroristici a livello embrionale di matrice islamica. Lo stesso rapporto indicava le città di Firenze e Venezia come possibili obiettivi di attentatori suicidi, motivo per il quale nel periodo seguente la pubblicazione vennero intensificate le misure di sicurezza per prevenire possibili attacchi terroristici.

Poco tempo dopo l'avviso di cautela emesso dagli Stati Uniti d'America, la polizia aveva ritrovato, in un appartamento affittato ad alcuni marocchini, delle piantine e possibili tracce della pianificazione di un attacco all'ambasciata inglese di Roma. Una settimana dopo i fatti, da un controllo delle autorità dell'ordine contro l'immigrazione clandestina, venne sgominata una banda di immigrati magrebini impegnata nella progettazione di un attentato all'ambasciata americana di Roma e in Via Veneto. Per la realizzazione del piano i quattro avevano formulato un composto con alte dosi di cianuro, aiutandosi con lo studio di una pianta con alcuni acquedotti capitolini, forse con l'intenzione di avvelenarli.

Nella notte tra il 10 e 11 dicembre 2003 un cittadino giordano di origine palestinese, nato in Kuwait, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, in grave fase depressiva, si suicidò facendo esplodere la propria auto alimentata a GPL di fronte alla sinagoga di Modena. L'esplosione non provocò vittime e danneggiò i vetri della sinagoga e delle case circostanti.

Nel dicembre 2008 vengono arrestati a Giussano, nella Brianza, i cittadini marocchini Rachid Ilhami e Albdelkader Ghafir, con l'accusa di pianificare attentati ad alto potenziale stragista nella città di residenza. I due avevano previsto tre attacchi con esplosivo in zone contigue a Giussano: supermercato Esselunga a Seregno, vasto parcheggio per auto nelle vicinanze del supermercato e caserma dei Carabinieri locale.

Il 3 settembre 2009 viene arrestato a Roma un cittadino algerino di 44 anni, ma in possesso di un passaporto irlandese, legato al Gruppo Islamico Armato e ricercato a livello mondiale per un mandato di cattura internazionale emesso nei suoi confronti per i suoi legami con il terrorismo.

Il 12 ottobre 2009 viene messo in atto, contro una caserma di Milano, da parte di un cittadino libico, quello che è stato considerato il primo attacco suicida ad alto potenziale stragista in Italia. La quantità di esplosivo usata dall'attentatore non risultò però così pesante da provocare ingenti danni, tanto che l'attentatore stesso ne uscì ferito insieme a un militare in procinto di fermarlo. In una relazione sull'accaduto del DIS al Parlamento, si accoglieva l'ipotesi di un atto isolato di una persona classificata come «terrorista solitario», smentendo nel frattempo i collegamenti tra l'azione e organizzazioni integraliste vere e proprie.

Il 17 ottobre 2023 a Milano vengono arrestati 2 uomini egiziani sospettati di essere membri dell'Isis, pochi giorni dopo gli attentati di Bruxelles eseguiti da un individuo giunto in Belgio dall'Italia e dopo che un altro uomo anch'egli egiziano accoltellò delle persone nel capoluogo Lombardo, in risposta agli attacchi Israeliani su Gaza dovuti ad alcune azioni terroristiche di Hamas

Il terrorismo delle organizzazioni mafiose

Cosa nostra

Lo stesso argomento in dettaglio: Bombe del 1992-1993. Cosa nostra ha cercato di influire sugli avvenimenti politici e giudiziari ma negli anni '80, i Corleonesi ricorrono alla violenza di matrice terroristica, attraverso l'uso di esplosivi per seminare il terrore: infatti, il boss Giuseppe Calò organizzò insieme ad alcuni terroristi neri e camorristi la strage del Rapido 904 (23 dicembre 1984), che provocò 17 morti e 267 feriti, al fine di distogliere l'attenzione delle autorità dalle indagini del pool antimafia e dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno.

Nel biennio 1992-93 tale strategia terroristica di Cosa Nostra si ripropose in seguito alle numerose condanne all'ergastolo scaturite dal Maxiprocesso e ai nuovi provvedimenti antimafia varati dallo Stato: in due gravi attentati dinamitardi furono uccisi i giudici Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 luglio), a cui seguirono alcune autobombe a Roma, Firenze e Milano (maggio-luglio 1993) che provocarono numerose vittime e feriti nonché danni al patrimonio artistico italiano.