L'Europa di Antico Regime
Lo storico francese Goubert ha scritto:«L'antico regime è un magma di cose vecchie di secoli e millenni lasciate tutte in vigore.»
da qui la difficoltà a periodizzarlo.
La maggioranza degli storici ritiene che il passaggio dal Medioevo all'Ancien Régime non sia segnato da una frattura netta, ma da una lenta evoluzione tra il XIV e il XVII secolo. Si tratta infatti di una transizione lungo vari assi. Economicamente, si potrebbe vedere come la transizione dal feudalesimo al capitalismo; socialmente, come una crescente contrapposizione fra l'aristocrazia di corte e una nascente borghesia che non ha ancora accesso alle prerogative e privilegi della classe dominante; politicamente, come l'affermazione della monarchia assoluta che difende le prerogative del clero e dell'aristocrazia.
Lo sviluppo economico e demografico
Considerata tendenzialmente immobile, la società dell'Ancien Régime subì in realtà alcune profonde trasformazioni nel corso del XVIII secolo. La crescita demografica fu lenta, ma ininterrotta, difatti nel XVIII secolo la popolazione europea crebbe del 66%, passando da 118 a 193 milioni di abitanti. In Italia la crescita fu più o meno in linea con le altre nazioni europee, registrando un incremento del 38%, passando dai circa 13 milioni di abitanti del 1700 ai quasi 18 milioni di fine secolo.
Gli storici e i demografi non sono in grado di dare motivazioni univoche a questo incremento della popolazione. Le ragioni principali vanno comunque cercate nella riduzione della mortalità e da un incremento della natalità, soprattutto a causa della riduzione delle epidemie che avevano flagellato tutto il Medioevo, delle guerre e delle carestie. Infine, si interruppe il tradizionale andamento ciclico della demografia caratterizzato dal rapporto e dalla dipendenza reciproca fra popolazione e risorse alimentari. Si parla in demografia di un Ancien Régime demografico, caratterizzato per l'appunto da una transizione demografica che contempla nella sua teoria il passaggio dagli alti tassi di nascita e mortalità dell'epoca precedente ad una speranza di vita più lunga e ad una ridotta mortalità, dovuta alla riduzione delle catastrofi che colpivano periodicamente la popolazione.
Era comune, durante l'Ancien Régime, il matrimonio tardivo rispetto ai secoli precedenti. Questo avveniva tipicamente dopo la morte del padre, il quale esercitava la patria potestà per tutta la vita su tutti i figli. Il figlio primogenito prendeva il posto di Pater Familias, assicurando a se stesso e alla sua famiglia la continuità della stabilità economica. Una vita di celibato era l'alternativa a una vita di ristrettezze per secondogeniti e terzogeniti. Si intuisce perché l'aumentare della speranza di vita abbia fortemente influito sulla società verso la fine del periodo. Lo sviluppo economico era reso difficile a causa dei forti vincoli ai quali la coltivazione della terra era sottomessa. Ricordiamo che, fino alla rivoluzione industriale, la maggior parte della popolazione era contadina e la proprietà della terra era nelle mani della nobiltà o del clero, poteri che esercitavano forti imposte sulla produzione.
I feudi in questo periodo non erano ereditari perché il vassallo aveva tutto il potere di concedere e revocare i diritti di utilizzo del feudo a proprio piacimento e questo rendeva difficile la crescita economica delle famiglie contadine. A tal proposito influivano anche la Chiesa, che teneva a "manomorta" i propri territori, e i comuni, che possedevano il resto delle terre coltivabili. Le conseguenze di questa distribuzione delle ricchezza faceva sì che non si potesse disporre liberamente delle proprietà terriere, bloccando di fatto il libero mercato della terra. Solo i mercanti, investendo le ricchezze accumulate nel commercio, riuscirono a poco a poco ad acquistare vaste aree di terreno, soppiantandosi localmente alla nobiltà tradizionale.
Al tempo stesso, su una parte delle terre feudali la comunità contadina godeva di certi diritti, i cosiddetti usi civici, come quelli di pascolo, di spigolatura, di raccolta della legna, ecc. Questi erano ben lontani da un regime equilibrato di reciprocità, ma indicavano un'erosione dei privilegi signorili. I contadini non erano più servi della gleba dal Basso Medioevo, il che permetteva loro durante l'Ancien Régime di approfittare nell'eccedenza produttiva delle terre del signore, almeno in Europa Occidentale, mentre in Europa Orientale venivano asserviti agli inizi del XVII secolo. I signori feudali tentavano di recuperare quanto più potevano di questa ricchezza inasprendo i gravami feudali come reazione dalla mancanza di privatizzazione integrale della terra.
La società
Gli Stati
Una delle caratteristiche principali dell'Ancien Régime è un ordinamento sociale in tre ceti, la cui appartenenza è perfettamente definita praticamente sin dalla nascita, i cosiddetti Stati: clero (Primo Stato), nobiltà (Secondo Stato) e resto del popolo (Terzo Stato). L'aristocrazia era laica, anche se in parte coincideva con il clero. Aristocrazia e clero erano al di sopra del resto della popolazione, anche se il Terzo Stato era costituito dalla stragrande maggioranza dei cittadini. I diritti delle persone non erano uguali: legalmente gli ecclesiastici e i nobili detenevano una serie di privilegi che erano negati al resto del popolo.
L'interpretazione storiografica della naturalezza della società suddivisa in compartimenti stagni ha dato origine a un dibattito animato fra chi usa il concetto di classe, derivato dal materialismo storico e chi da una posizione vicina dal funzionalismo sociologico e antropologico preferisce parlare di una società costituita da ordini. Roland Mousnier identifica l'onore, lo status e il prestigio come marcatori sociali più significativi della ricchezza. Secondo questa prospettiva, la società dell'Ancien Régime era divisa verticalmente secondo dei ranghi sociali, ossia secondo relazioni fra padrone e cliente e non orizzontalmente secondo le classi sociali.
Il ruolo della borghesia è stato anche oggetto di profonde controversie. In alcuni casi, i ricchi commercianti sono stati l'appoggio principale dei monarchi per rafforzare il loro potere, in un'alleanza benefica per entrambe le parti che ha spinto alla formazione dei mercati nazionali, a sfavore della nobiltà e del clero. In altre occasioni e periodi sembra che la monarchia non sia null'altro che una super-struttura che esercita un potere a beneficio degli Stati dominanti, clero e aristocrazia, mentre i borghesi sono messi da parte, anche se tentano di accedere ai poteri della nobiltà facendosi assegnare un titolo. Il "salto" di classe per i borghesi è rappresentato dall'acquisto di terre e il matrimonio ineguale con nobili impoveriti, a volte i titoli nobiliari erano semplicemente dispensati dai monarchi in cambio di risorse finanziarie.
Gli Stati si riunivano nell'assemblea degli Stati generali e le delibere avvenivano mediante il computo delle votazioni unitarie di ogni singolo Stato. La convocazione degli Stati generali, i cui poteri decisionali erano nulli, era a completa discrezione del re, tant'è che in Francia, tra il 1614 e il 1789 gli Stati generali non furono mai convocati. Il 20 giugno 1789, il Terzo Stato, parte del clero e della nobiltà formarono l'Assemblea Nazionale Costituente, con l'intento di abbattere l'Ancien régime e redigere una costituzione.
Sistema politico
Nel Basso Medioevo, per aumentare il proprio potere, i comuni appoggiavano i sovrani contro i nobili feudali, portando a uno scambio: i Signori, riconoscendo l'imperatore e pagandogli imposte, vennero legittimati e riconosciuti come autorità da sudditi e principi. Questo cambiamento fu reso possibile grazie all'incapacità dei sovrani tedeschi di mantenere l'ordine nell'Italia del nord, per esempio, e grazie alla poca difficoltà che i Signori incontravano per essere riconosciuti come autorità legittima. Durante il Trecento le borghesie cittadine con complesse manovre economiche, tendevano a procurarsi il controllo di territori sempre più vasti attorno alla città per imporre il proprio monopolio economico e anche allo scopo di eliminare, anche con la forza, le signorie minori. "Dalla piccola signoria, cioè, si passa al principato, che è uno stato regionale in cui i poteri sono saldamente concentrati nelle mani di un principe, il quale, come i monarchi europei, è riuscito a limitare i poteri della vecchia nobiltà e delle gerarchie ecclesiastiche".
Da parte sua, il sovrano restringeva il potere dei rappresentanti delle Signorie, che fossero borghesi, patrizi o signori. Essi non erano quasi mai convocati a corte e, quando questo succedeva, non avevano mai la decisione finale. Nel caso della corte di Castiglia, i rappresentanti delle signorie erano convocati solo per approvare gli imposti. Il modello viene rotto solo nel caso in cui le istituzioni rappresentative ottengono un ruolo maggiore, come nel caso del Parlamento inglese nel XVII secolo o degli Stati generali in Francia nel 1789.
Il re stringeva fra le sue mani tutti i poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), anche se nella pratica doveva far uso di un'enorme struttura burocratica e di rappresentanti o segretari che svolgevano le mansioni di governo in sua vece. Le monarchie assolute al potere nel Medioevo si basavano su un esercito di mercenari contrattato dal sovrano, anche se in caso di guerra venivano reclutati forzatamente civili nel popolino per rinfoltire i ranghi e difendere il paese. A partire dal XVII secolo s'instaurarono monarchie di tipo assoluto. Questo tipo di governo venne giustificato da un'attribuzione divina, senza che il re dovesse il suo potere ad alcun intermediario. Il re doveva dare conto delle sue azioni unicamente davanti a Dio, rendendo il suo regno di diritto divino. L'esempio migliore di monarchia assoluta di diritto divino fu quello della Francia del Re Sole, che trovò il suo miglior teorico in Bossuet. Le leggi erano promulgate dal sovrano ed erano l'espressione della sua volontà personale, anche se egli doveva tenere in conto i costumi e gli usi del regno, ma questi "usi e costumi" erano vaghi e spesso contraddittori. I sudditi non avevano quindi nessun diritto garantito o difendibile davanti allo Stato, che non aveva fra le sue funzioni quella di garantire i diritti dei cittadini, como si avrà più tardi nello Stato di diritto. Vi era però una diffusa costellazione di diritti e privilegi, differenti a seconda della condizione individuale, familiare corporativa o territoriale di ciascuno. Vi si aggiungevano anche una serie di doveri verso il re, la cui capacità nell'imporli o esigerli era più ampia in teoria che in pratica.
La libertà degli individui era costantemente minacciata dalla polizia, che poteva arrestare chiunque dietro un semplice ordine del re espresso attraverso la lettre de cachet. La ragione della detenzione non veniva specificata, solamente che "tale era la volontà del re" (car tel est mon bon plaisir). La censura era anche onnipresente, basicamente esercitata dall'autorità ecclesiastica; non esisteva infatti durante l'Ancien Régime la libertà di culto: si applicava il principio del cuius regio eius religio (seguire la stessa religione dell'autorità locale, il re nel caso della Francia) della Dieta di Augusta.
La struttura della famiglia
La differenza fra la società di Ancien Régime e la realtà contemporanea si rimarcano anche nella composizione della famiglia. Nell'epoca pre-industriale si tende a un modello familiare esteso o allargato, in cui convivono tre generazioni (nonni, genitori e figli) insieme con altri parenti e a un numero variabile di domestici e garzoni. Dopo la rivoluzione industriale la società cambia e si avrà, almeno tendenzialmente, una famiglia nucleare o coniugale, formata dai soli genitori e i figli.
L'ambiente
I cambiamenti ambientali ebbero un forte peso sulla transizione dall'Ancien Régime. Anche se è difficile valutarne l'impatto, lo sviluppo demografico, il miglioramento delle condizioni ambientali, igieniche, climatiche, ecc. parteciparono a modificare la società, anche se è complesso fornire valutazioni accurate e generalizzate.
Le malattie endemiche
Grandi epidemie, come quelle di peste cominciarono a sparire dal panorama europeo nel Settecento, anche se Marsiglia fu ancora colpita nel 1720-23 e Messina nel 1743. Alcuni attribuiscono questa scomparsa al prevalere del ratto marrone (Rattus norvegicus) sul ratto nero (Rattus rattus), quest'ultimo portatore della pulce che trasmette la peste all'uomo. Inoltre, migliorò la capacità a isolare i focolai epidemici, come avvenne, per esempio, col "cordone sanitario" durissimo dell'epidemia di Messina del 1743. Un impatto lo ebbe sicuramente anche la costruzione di case in pietra al posto di quelle in legno, una tendenza iniziatasi a Londra dopo il grande incendio. Questo costringeva i topi a uscire dai nascondigli e la luce, così come le condizioni di vita mutate, uccise la maggior parte delle pulci portatrici del morbo. Il miglioramento del regime nutrizionale dell'uomo contribuì ad aumentare la resistenza alle epidemie e a debellarle.
Nello stesso periodo, mentre la peste declinava, il vaiolo ebbe il primato di pericolosità, né tanto meno si attenuarono le altre tradizionali malattie endemiche, come il tifo, la dissenteria e le varie forme influenzali. La maggiore organizzazione ospedaliera non ridusse la mortalità, probabilmente anzi l'accrebbe, poiché i luoghi di cura accentuavano le probabilità d'infezione e contagio. L'inoculazione antivaiolosa, a cui si ricorreva nel Settecento, fu spesso letale e, fino alla scoperta di Edward Jenner sull'efficacia della vaccinazione effettuata con i germi del vaiolo vaccino (1796), l'unico rimedio sicuro fu il controllo del contagio.
Lo sviluppo delle città
Lo sviluppo demografico delle città fu una delle caratteristiche principali del periodo: Parigi, Londra, Madrid, Napoli, Istanbul, Venezia, Milano e Roma superano tutte i centomila abitanti. L'unione in uno stesso luogo, la città, di una così grande quantità di lavoratori contribuì ad accelerare la transizione dal feudalesimo al capitalismo; ad esempio, il ruolo di Londra nella creazione di un mercato nazionale, come quello di Parigi, fu fondamentale. Durante l'epoca preindustriale rimase comunque preponderante l'impiego della popolazione nelle attività agricole, le quali hanno una produttività e un rendimento molto basso. Le tecnologie impiegate in agricoltura ebbero un'evoluzione molto lenta, condannando la popolazione dei campi a una dipendenza dai cicli stagionali e a periodiche crisi alimentari, in particolare nei mesi precedenti il raccolto, quando il grano era al massimo del prezzo. Non è per caso che queste congiunture generarono movimenti di scontento e rivolte contadine, come il Crudele giovedì grasso nel 1511. La scarsità di risorse e l'amplificazione delle rivolte, sia in campagna sia in città, portarono in alcuni casi ripercussioni politiche, come la stessa rivoluzione francese nel 1789.
I lumi e le riforme
Il Settecento è un secolo che segna una svolta profonda nella storia dell’Europa e in particolare dell’Italia, proiettando la società verso un’epoca di modernità e trasformazioni. Si tratta di un periodo complesso e ricco di contrasti: da una parte, la persistenza di strutture sociali e politiche tradizionali, dall’altra, l’emergere di nuove idee che mettono in discussione il mondo conosciuto. È un secolo attraversato da guerre dinastiche, riforme illuministiche, sviluppi scientifici, innovazioni artistiche e rivoluzioni sociali, che lasceranno un segno profondo e duraturo nella storia occidentale.
Mentre le monarchie assolute cercano di consolidare il proprio potere, si sviluppano correnti culturali che mettono al centro la ragione, la libertà e il progresso, alimentando un fermento che porterà alle rivoluzioni di fine secolo. L’Italia, ancora politicamente frammentata, si trova a vivere questo processo con una doppia anima: da un lato, il peso delle dominazioni straniere e delle strutture feudali; dall’altro, il ruolo di primo piano nella scena culturale europea, grazie a una vivace produzione artistica, filosofica e scientifica.
L’Illuminismo: pensiero e diffusione
Uno dei tratti più distintivi del Settecento è lo sviluppo dell’Illuminismo, un movimento culturale che si fonda sulla centralità della ragione come strumento per analizzare il mondo e migliorare la società. Nato in Francia, si diffonde rapidamente in tutta Europa, assumendo connotazioni diverse a seconda dei contesti nazionali. In Italia, l’Illuminismo si manifesta soprattutto attraverso una vasta produzione di scritti filosofici, trattati giuridici, testi economici e riviste culturali.
I valori illuministici promuovono la tolleranza, la laicità, il merito, la giustizia e la conoscenza. L’enciclopedismo diventa uno degli strumenti privilegiati per diffondere queste idee, con l’obiettivo di educare il pubblico e di sottrarre il sapere al controllo esclusivo delle élite. L’Enciclopedia francese, diretta da Diderot e d’Alembert, si afferma come simbolo di questa battaglia culturale. In Italia, figure come Antonio Genovesi, Cesare Beccaria, Pietro Verri e Giuseppe Parini traducono questi ideali in riflessioni capaci di influenzare la realtà concreta del loro tempo.
In molte città italiane, soprattutto a Milano, Napoli e Firenze, sorgono accademie, circoli e salotti dove si discutono le nuove idee, spesso in contrasto con il pensiero dominante e con il controllo esercitato dalla Chiesa e dai governi assolutisti.
Le riforme e le monarchie illuminate
Uno degli aspetti più rilevanti del Settecento è la nascita delle monarchie illuminate, ossia forme di governo in cui i sovrani cercano di conciliare il potere assoluto con alcune istanze di riforma suggerite dagli intellettuali illuministi. L’obiettivo è quello di rendere l’apparato statale più efficiente, razionale e giusto, pur senza rinunciare all’autorità monarchica.
In Austria, l’imperatrice Maria Teresa e il figlio Giuseppe II promuovono un vasto programma di riforme amministrative, fiscali e scolastiche, volto a rafforzare il controllo statale e a ridurre il potere dei nobili e del clero. In Toscana, il granduca Pietro Leopoldo introduce innovazioni in campo economico, giudiziario e sociale, abolendo la tortura e la pena di morte, e istituendo nuove scuole. Nel Regno di Napoli, sotto Carlo di Borbone, si riformano le strutture amministrative e si promuove la valorizzazione del territorio, anche attraverso la fondazione di istituzioni culturali come l’Accademia Ercolanese.
Tuttavia, le riforme non sono mai completamente disinteressate: mirano a rafforzare l’autorità dei sovrani e a consolidare il controllo dello Stato. In molti casi, inoltre, si scontrano con le resistenze dei ceti privilegiati e con l’inerzia di apparati burocratici inefficienti. L’illuminismo dei sovrani resta dunque un compromesso, un tentativo di modernizzazione dall’alto che avrà esiti diversi nei vari contesti.
Le condizioni sociali e la questione agraria
Il Settecento è anche un secolo in cui le disuguaglianze sociali rimangono profonde. La società è ancora rigidamente divisa in classi, con nobili, clero e borghesia da un lato, contadini e popolo minuto dall’altro. In molte zone d’Italia, soprattutto nel Sud, permangono strutture feudali che impediscono una reale mobilità sociale e condannano ampie fasce della popolazione alla povertà e all’analfabetismo.
L’agricoltura rappresenta ancora il settore economico predominante, ma è spesso bloccata da regimi giuridici antiquati, da latifondi improduttivi e dalla mancanza di investimenti. Le carestie e le epidemie sono frequenti, e la situazione sanitaria è precaria. Alcuni riformatori, come Giuseppe Maria Galanti e Antonio Serra, denunciano le disfunzioni del sistema agrario e propongono soluzioni innovative, basate sulla redistribuzione delle terre, sull’introduzione di nuove tecniche agricole e sulla promozione dell’istruzione rurale.
Accanto a questa realtà difficile, si sviluppa però anche una borghesia commerciale e professionale che inizia ad acquisire prestigio e a chiedere maggiore spazio nella vita pubblica. Questo processo sarà alla base dei futuri mutamenti politici e sociali.
Arte, letteratura e musica
Il Settecento è un secolo di grande vivacità artistica, in cui si assiste alla transizione dal barocco al neoclassicismo, passando per il rococò. Nell’architettura e nella pittura si affermano stili più leggeri, ornamentali e raffinati, che esprimono il gusto della corte e della nobiltà. Nelle residenze aristocratiche italiane si moltiplicano i teatri, i giardini all’italiana, le gallerie e le sale da musica, concepite come spazi di rappresentazione e di intrattenimento.
La musica italiana vive un’epoca d’oro. Le scuole napoletane, con autori come Pergolesi, Jommelli e Cimarosa, esercitano un’enorme influenza a livello europeo. L’opera buffa si impone come genere innovativo e popolare, mentre l’opera seria continua a rappresentare i valori della tradizione. Le città italiane diventano centri musicali di riferimento, frequentati da compositori stranieri come Mozart.
In letteratura, si affermano nuove forme e nuovi temi. La poesia didascalica e satirica, rappresentata da Parini, critica i costumi della nobiltà e promuove i valori dell’etica borghese. Il romanzo inizia a guadagnare spazio, soprattutto verso la fine del secolo, con trame che esplorano la psicologia individuale e le dinamiche sociali. La scrittura si fa più attenta alla dimensione morale e alla formazione del cittadino, anticipando alcune tematiche che saranno centrali nel Romanticismo.
La scienza e il progresso
Il Settecento è anche il secolo in cui la scienza esce dagli ambienti esclusivi delle corti e delle università per diventare patrimonio comune. L’approccio scientifico, basato sull’osservazione, sull’esperimento e sulla verifica razionale, si afferma in tutti i campi del sapere: dalla fisica alla chimica, dalla medicina alla geografia. Si moltiplicano le pubblicazioni scientifiche, le accademie e i gabinetti di fisica, che contribuiscono alla diffusione della conoscenza.
Anche in Italia si registrano importanti progressi. A Napoli, Milano, Padova e Torino, sorgono istituti scientifici, osservatori astronomici e musei di storia naturale. Gli scienziati italiani si confrontano con le teorie di Newton, Linnaeus, Volta e Lavoisier, contribuendo alla circolazione internazionale del sapere.
Questa nuova concezione della scienza come strumento di miglioramento umano influisce anche sulla politica e sull’economia. Si sviluppa la fiducia nel progresso tecnico e nella possibilità di pianificare la crescita economica e sociale attraverso leggi razionali, istruzione pubblica e infrastrutture. La modernità inizia così a prendere forma, anche se in modo diseguale e con molti limiti.
Le rivoluzioni e la fine di un mondo
La seconda metà del Settecento è segnata da grandi sconvolgimenti politici. La Rivoluzione americana (1776) e soprattutto la Rivoluzione francese (1789) cambiano radicalmente il panorama politico europeo, mettendo in discussione la legittimità delle monarchie e affermando i principi di sovranità popolare, uguaglianza giuridica e diritti dell’uomo.
In Italia, questi eventi provocano forti reazioni. Da un lato, i ceti dirigenti temono il diffondersi dell’instabilità e rafforzano i meccanismi di controllo. Dall’altro, una parte della borghesia intellettuale guarda con interesse alle novità francesi e tenta di riprodurle sul territorio. Nascono esperimenti politici come la Repubblica Partenopea (1799), che cerca di attuare i principi della rivoluzione, pur con esiti drammatici.
La fine del secolo è anche la fine di un’epoca. Il vecchio ordine basato sul diritto divino, sulle gerarchie immutabili e sull’ignoranza delle masse comincia a vacillare. I semi della modernità sono stati gettati: la storia europea, da questo momento in poi, seguirà una traiettoria segnata da trasformazioni radicali, conflitti ideologici e lotte per la libertà.
Il Settecento è stato un secolo di profonda complessità, fatto di luci e ombre, di slanci innovativi e di persistenti resistenze. Ha visto il fiorire dell’Illuminismo, l’avvio delle riforme monarchiche, lo sviluppo della scienza moderna, la fioritura dell’arte e della musica, ma anche le durezze della vita contadina, le guerre dinastiche, le resistenze del potere costituito e le ingiustizie sociali.
È stato il secolo in cui l’Europa e l’Italia hanno cominciato a immaginare un futuro diverso, ponendo le basi della contemporaneità. In tutte le sue contraddizioni, il Settecento rappresenta una tappa fondamentale della storia occidentale, un secolo in cui il pensiero ha osato sfidare l’autorità e progettare un mondo nuovo.
La Rivoluzione Americana
Durante la seconda metà del Settecento, i coloni inglesi giunti nelle Americhe non volevano essere tassati dal Parlamento britannico, un organismo politico con cui non si identificavano più. Prima degli anni sessanta del Settecento, le colonie britanniche oltreoceano erano gestite dalle legislature locali a stretto contatto con la Corona britannica, che allora stava seguendo un principio di "salutare negligenza" (ovvero di attenta tutela e pragmatica tolleranza) nei confronti dei suoi territori.
L'approvazione dello Stamp Act del 1765, che imponeva tasse interne alle colonie, spinse i rappresentanti delle stesse a riunirsi a New York nell'assemblea conosciuta come Stamp Act Congress, durante la quale riuscirono a riaffermare il diritto di poter essere tassati solo con leggi volute durante i raduni fra i capi coloniali, allentando così le tensioni interne. Tuttavia, l'emanazione dei Townshend Acts del 1767 fu all'origine di disordini che spinsero il governo britannico a inviare a Boston delle truppe militari durante il 1768. Una parentesi particolarmente drammatica fu il massacro di Boston del 1770, durante il quale cinque civili persero la vita.
Ad esso seguirono l'incendio della goletta Gaspee, avvenuto a Rhode Island nel 1772, e il Boston Tea Party del mese di dicembre del 1773, entrambi eventi che aumentarono ulteriormente il clima di tensione. In segno di risposta, gli inglesi fecero chiudere il porto di Boston e promulgarono una serie di leggi punitive che revocavano di fatto i diritti di autogoverno della Colonia della Baie del Massachusetts. Altre colonie decisero di sostenere gli abitanti della Massachusetts Bay, e alcuni leader patrioti americani istituirono il proprio governo alla fine del 1774 in occasione del congresso continentale per coordinare le loro operazioni militari contro la Gran Bretagna; i coloni che invece restavano fedeli alla Corona inglese prendevano il nome di lealisti o tories.
La guerra
La guerra civile scoppiò quando i soldati britannici giunti nelle Americhe per appropriarsi dei rifornimenti militari in un deposito di armi ebbero un violento scontro con la milizia patriota di Lexington e Concord il 19 aprile 1775. Grazie al supporto delle neonate forze armate coloniali, i militi sconfissero gli inglesi a Boston. I coloni formarono intanto un congresso continentale che deteneva il controllo degli ex governi coloniali, ruppero ogni rapporto di fedeltà con il Regno Unito e formarono l'esercito continentale guidato da George Washington. I congressisti consideravano il sovrano britannico Giorgio III del Regno Unito un tiranno che calpestava i diritti dei coloni perché inglesi e durante il 4 luglio 1776, firmarono la carta con cui rivendicavano la loro indipendenza dai britannici. I patrioti professavano le filosofie politiche del liberalismo e del repubblicanesimo, rinnegavano ogni forma di monarchia e aristocrazia, e sostenevano che tutti gli uomini sono uguali e hanno quindi pari diritti.
Durante i mesi invernali del 1775 e il 1776, i patrioti tentarono senza successo di invadere il Québec. L'esercito continentale americano costrinse i britannici a lasciare Boston nel mese di marzo del 1776, ma, durante l'estate di quell'anno, gli inglesi conquistarono la città di New York e si servirono della sua area portuale per le loro missioni navali nel corso di tutta la rivoluzione. La Royal Navy fece chiudere diversi porti e riuscì a conquistare alcune città, ma fallì nei suoi tentativi di fermare l'esercito di George Washington. L'esercito continentale sconfisse l'armata britannica durante la battaglia di Saratoga nel mese di ottobre del 1777. I britannici decisero di dispiegare le forze contro la Francia, che si era intanto alleata con gli Stati Uniti. La Gran Bretagna tentò di mantenere il controllo degli stati del sud grazie al sostegno dei lealisti, e il punto focale del conflitto si spostò a sud. Durante i primi mesi del 1780, il britannico Charles Cornwallis sconfisse gli americani a Charleston, nella Carolina del Sud, ma non riuscì ad arruolare abbastanza volontari fra i lealisti per mantenere il controllo del territorio. Durante l'autunno del 1781, gli eserciti degli Stati Uniti e della Francia riuscirono a fermare le forze britanniche durante la battaglia di Yorktown. La fine della guerra civile si ebbe solo quando, il 3 settembre del 1783, venne firmato il trattato di Parigi, che rendeva gli ex territori coloniali britannici una nazione a sé stante. Gli Stati Uniti occuparono quasi tutti i territori a est del fiume Mississippi e a sud dei Grandi Laghi, mentre gli inglesi mantennero il controllo del Canada settentrionale. La Spagna, che aveva preso parte alla guerra contro il Regno Unito senza però allearsi con gli americani, ottenne la Florida.
Dopo la rivoluzione
Al termine della guerra e della rivoluzione, le due fazioni nemiche ripresero gli scambi commerciali fra loro e, nel 1787, gli americani firmarono la costituzione, con la quale istituirono un governo rappresentato da un presidente, un organo giuridico nazionale e un congresso bicamerale composto da un Senato che rappresentava gli Stati, e una Camera dei rappresentanti che faceva il "portavoce" del popolo. Circa 60000 lealisti emigrarono in altri territori britannici, soprattutto nel Nord America Britannico, in Canada, ma la grande maggioranza di essi rimase negli Stati Uniti.
Difendendo la rivoluzione
Ritorno degli inglesi:1776-1777
Secondo lo storico britannico Jeremy Black, gli inglesi godevano di vantaggi significativi, tra cui un esercito altamente addestrato, la marina più grande del mondo e un efficiente sistema di finanza pubblica che avrebbe potuto facilmente finanziare la guerra. Tuttavia, fraintesero gravemente la profondità del sostegno alla posizione dei patrioti americani, interpretando erroneamente la situazione come una semplice rivolta su larga scala. Il governo britannico credeva di poter intimidire gli americani inviando una grande forza militare e navale:
«Convinti che la Rivoluzione fosse opera di pochi malfattori che avevano radunato una folla armata alla propria causa, si aspettavano che i rivoluzionari si sarebbero lasciati intimidire... Allora la stragrande maggioranza degli americani, leali ma intimoriti dalle tattiche terroristiche... si sarebbe ribellata, avrebbe cacciato i ribelli e avrebbe ripristinato un governo leale in ogni colonia.»
Durante l'assedio di Boston, Washington costrinse gli inglesi a lasciare la città nella primavera del 1776, e né gli inglesi né i lealisti controllavano aree significative. Gli inglesi, tuttavia, stavano radunando forze nella loro base navale di Halifax, in Nuova Scozia. Ritornarono in forze nel luglio del 1776, sbarcando a New York e sconfiggendo l'esercito continentale di Washington in pieno agosto nella battaglia di Brooklyn. Dopo quella vittoria, e pronti a conquistare New York City, chiesero un incontro con i rappresentanti del Congresso per negoziare la fine delle ostilità.
Una delegazione, comprendente John Adams e Benjamin Franklin, incontrò l'ammiraglio britannico Richard Howe a Staten Island, nel porto di New York, l'11 settembre, in quella che divenne nota come la Conferenza di Pace di Staten Island. Howe chiese agli americani di ritrattare la Dichiarazione d'Indipendenza, cosa che si rifiutarono di fare, e i negoziati si conclusero. Gli inglesi conquistarono New York City e quasi catturarono l'esercito di Washington. Fecero della città la loro principale base politica e militare delle operazioni, mantenendo il porto strategico fino al novembre 1783. La città divenne la destinazione dei rifugiati lealisti e un punto focale della rete di intelligence di Washington.
Gli inglesi conquistarono anche il New Jersey, spingendo l'Esercito Continentale in Pennsylvania. Washington attraversò il fiume Delaware per rientrare nel New Jersey con un attacco a sorpresa alla fine di dicembre del 1776 e sconfisse gli eserciti assiani e britannici a Trenton e Princeton, riprendendo così il controllo di gran parte del New Jersey. Le vittorie diedero un importante impulso ai Patrioti in un momento in cui il morale era a terra, e sono diventate eventi emblematici della guerra.
Nel settembre del 1777, in previsione di un attacco coordinato dell'esercito britannico alla capitale rivoluzionaria di Filadelfia, il Congresso Continentale fu costretto a lasciare temporaneamente Filadelfia per Baltimora, dove continuò le deliberazioni.
Prigionieri
Il 23 agosto 1775, Giorgio III dichiarò che gli americani sarebbero stati traditori della Corona se avessero preso le armi contro l'autorità reale. Migliaia di soldati britannici e assiani erano nelle mani degli americani dopo la loro resa nelle battaglie di Saratoga. Lord Germain adottò una linea dura, ma i generali britannici sul suolo americano non celebrarono mai processi per tradimento, e invece trattarono i soldati americani catturati come prigionieri di guerra. Il dilemma era che decine di migliaia di lealisti erano sotto il controllo americano e la rappresaglia americana sarebbe stata facile. Gli inglesi costruirono gran parte della loro strategia attorno all'utilizzo di questi lealisti.
La cattura di un esercito britannico a Saratoga incoraggiò i francesi a entrare formalmente in guerra a sostegno del Congresso, e Benjamin Franklin negoziò un'alleanza militare permanente all'inizio del 1778; la Francia divenne così la prima nazione straniera a riconoscere ufficialmente la Dichiarazione d'Indipendenza. Il 6 febbraio 1778, gli Stati Uniti e la Francia firmarono il Trattato di Amicizia e Commercio e il Trattato di Alleanza. William Pitt intervenne in Parlamento esortando la Gran Bretagna a fare la pace in America e a unirsi all'America contro la Francia, mentre i politici britannici che avevano simpatizzato per le rivendicazioni coloniali si rivoltarono contro gli americani per essersi alleati con il rivale e nemico della Gran Bretagna.
Spagnoli e olandesi divennero alleati dei francesi rispettivamente nel 1779 e nel 1780, costringendo gli inglesi a combattere una guerra globale senza alleati di rilievo e costringendoli a superare un blocco congiunto dell'Atlantico. La Gran Bretagna cominciò a considerare la guerra americana per l'indipendenza semplicemente come un fronte in una guerra più ampia, e gli inglesi scelsero di ritirare le truppe dall'America per rafforzare le colonie britanniche nei Caraibi, che erano sotto la minaccia di un'invasione spagnola o francese.
La Royal Navy britannica bloccò i porti e tenne New York City per tutta la durata della guerra, e altre città per brevi periodi, ma fallì nel suo tentativo di distruggere le forze di Washington. La strategia britannica si concentrò ora su una campagna negli stati del sud. A causa della mancanza di truppe regolari a loro disposizione rispetto agli americani, i comandanti britannici consideravano la "strategia del sud" un piano più praticabile, poiché percepivano le colonie del sud come fortemente lealiste, con una numerosa popolazione di immigrati recenti e un gran numero di schiavi che avrebbero potuto essere tentati di fuggire dai loro padroni per unirsi agli inglesi e ottenere la libertà.
A partire dalla fine di dicembre del 1778, gli inglesi conquistarono Savannah e controllarono la costa della Georgia. Nel 1780, lanciarono una nuova invasione e presero Charleston. Una significativa vittoria nella battaglia di Camden significò che le forze reali presto controllarono gran parte della Georgia e della Carolina del Sud.
L'esercito britannico sotto Cornwallis marciò verso Yorktown, in Virginia, dove si aspettava di essere salvato da una flotta britannica. La flotta arrivò, ma lo fece anche una flotta francese più numerosa. I francesi vinsero la battaglia di Chesapeake e la flotta britannica tornò a New York per rinforzi, lasciando Cornwallis intrappolato. Nell'ottobre del 1781, gli inglesi si arresero al loro secondo esercito invasore della guerra sotto un assedio da parte degli eserciti francese e continentale congiunti comandati da Washington.
Fine della guerra
Washington non sapeva se e quando gli inglesi avrebbero riaperto le ostilità dopo Yorktown. Avevano ancora 26.000 soldati che occupavano New York City, Charleston e Savannah, insieme a una potente flotta. L'esercito e la marina francesi se ne andarono, quindi gli americani si ritrovarono da soli nel 1782-83. Le casse dello Stato americano erano vuote e i soldati non pagati stavano diventando sempre più irrequieti, quasi al punto di un ammutinamento o di un possibile colpo di stato. Washington dissipò i disordini tra gli ufficiali della Cospirazione di Newburgh nel 1783, e il Congresso successivamente creò la promessa di un bonus di cinque anni per tutti gli ufficiali.
Gli storici continuano a dibattere se le probabilità di vittoria americana fossero alte o basse. John E. Ferling afferma che le probabilità erano così basse che la vittoria americana fu "quasi un miracolo". D'altro canto, Joseph Ellis afferma che le probabilità erano a favore degli americani e si chiede se ci sia mai stata una possibilità realistica di vittoria per gli inglesi.
Trattato di pace a Parigi
Durante i negoziati a Parigi, la delegazione americana scoprì che la Francia sosteneva l'indipendenza americana, ma non le conquiste territoriali, sperando di confinare la nuova nazione nell'area a est dei Monti Appalachi. Gli americani avviarono negoziati segreti diretti con Londra, escludendo i francesi. Il Primo Ministro britannico Lord Shelburne era responsabile dei negoziati con la Gran Bretagna e vide l'opportunità di fare degli Stati Uniti un prezioso partner economico, facilitando il commercio e le opportunità di investimento. Gli Stati Uniti ottennero tutti i territori a est del fiume Mississippi, incluso il Canada meridionale, ma la Spagna prese il controllo della Florida dagli inglesi. Ottenne i diritti di pesca al largo delle coste canadesi e accettò di consentire ai mercanti britannici e ai lealisti di recuperare le loro proprietà. Il Primo Ministro Shelburne previde un commercio bilaterale altamente redditizio tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti in rapida crescita, cosa che effettivamente si realizzò. Il blocco fu revocato e i mercanti americani furono liberi di commerciare con qualsiasi nazione in qualsiasi parte del mondo.
Gli inglesi abbandonarono in gran parte i loro alleati indigeni, che non erano parte di questo trattato e non lo riconobbero finché non furono sconfitti militarmente dagli Stati Uniti. Tuttavia, gli inglesi vendettero loro munizioni e mantennero forti in territorio americano fino al Trattato di Jay del 1795.
La Rivluzione Francese
La Rivoluzione francese fu un periodo di sconvolgimento sociale, politico e culturale estremo, prevalentemente violento, avvenuto in Francia tra il 1789 e il 1799, poi allargatosi in Europa con le guerre rivoluzionarie francesi e le guerre napoleoniche. In storiografia segna lo spartiacque tra età moderna ed età contemporanea. È detta anche Prima rivoluzione francese o Grande rivoluzione francese, per distinguerla dalla Rivoluzione di luglio del 1830 (Seconda rivoluzione francese), dai moti rivoluzionari del 1848 (Terza rivoluzione francese), che furono l'episodio locale del periodo di rivolte europee conosciuto come la Primavera dei popoli, e dalla Comune di Parigi del 1871.
Fu un evento assai complesso e articolato in varie fasi. Le sue principali conseguenze immediate furono: l'abolizione della monarchia assoluta capetingia e la rapida proclamazione della repubblica; l'eliminazione delle basi economiche e sociali dell'Ancien Régime, il sistema politico e sociale precedente, ritenuto colpevole della disuguaglianza e povertà dei suoi sudditi; la stesura della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, futuro fondamento delle costituzioni moderne.
La Rivoluzione francese finì con il periodo imperiale-napoleonico e poi la Restaurazione da parte dell'aristocrazia europea. Tuttavia, insieme a quella americana, segnò il declino dell'assolutismo e ispirò le successive rivoluzioni borghesi liberali e democratiche del XIX secolo (i cosiddetti moti rivoluzionari), aprendo la strada a un nuovo sistema politico basato sul concetto di Stato di diritto o Stato liberale, in cui la borghesia diviene la classe dominante. Questo fu a sua volta la premessa per la nascita dei moderni Stati democratici.
Contesto socio-economico e politico
Lo stesso argomento in dettaglio: Ancien Régime.
Luigi XVI (opera di Joseph Duplessis, 1777) Nella Francia del XVIII secolo, in base al diritto divino dei re, il potere politico risiedeva nella monarchia assoluta, rappresentata da Luigi XVI. Salvo alcune eccezioni, tutto il sistema istituzionale francese si compendiava nella figura del Re, che, nelle parole di Jean Bodin, era l'immagine di Dio in terra.
Il Re aveva il comando supremo dell'esercito e, ogni cosa decidessero i tribunali, poteva usare il suo potere di justice retenue per prevenire o annullare ogni sentenza e richiamare ogni causa dalle corti ordinarie al Consiglio con una lettre de cachet.
L'autorità del sovrano non era quella di un capo titolare di un regime amministrativo ma l'esercizio personale del proprio bon plaisir: governando come individuo, il re investiva ogni funzionario, secondo l'ordine e grado, di una frazione della propria autorità chiamandolo ad agire in base al potere e alle istruzioni discrezionali ricevute. Aveva il solo limite di non poter licenziare i funzionari, dato che molti di questi accedevano alla carica pagando una somma corrispondente al valore di mercato.
In dettaglio, il potere esecutivo impersonato dal Re era esercitato attraverso numerosi consigli: il Conseil d'en haut o Conseil secret era presieduto dal Re e sovrintendeva alle principali questioni di governo ed alla politica estera, il Conseil de Dépeches presiedeva all'amministrazione interna e ai ricorsi giudiziari, il Conseil de Finances ed il Conseil de Commerce erano specializzati nelle materie economiche, il Conseil de Conscience era competente nella materia dei benefici ecclesiastici, infine il Conseil de Partis esercitava la giurisdizione privata del sovrano e dirimeva i conflitti di competenza giurisdizionali.
Durante il regno di Luigi XIV, tuttavia, i consigli persero buona parte della propria importanza e prestigio in favore dei quattro ministri di stato, ovvero Affari esteri, Guerra, Marina, Maison du Roi (preposto alla sicurezza della Corte e della Capitale) e del Controllore generale delle finanze. Questi, nominati e consultati direttamente dal sovrano, a loro volta avevano a disposizione uffici e personale autonomo. Infine, non c'era un Primo Ministro: i sovrani, da Luigi XIV in poi, erano soliti trattare gli affari di stato con i singoli ministri. Il coordinamento dell'intero governo dipendeva dalle capacità del sovrano.
La società era suddivisa in tre classi: la nobiltà, il clero e il terzo stato. Quest'ultimo, che rappresentava il 98% circa della popolazione, racchiudeva un assortimento eterogeneo di ceti sociali, dagli strati più abbienti della borghesia fino a quelli più poveri e disagiati del sottoproletariato, tutti accomunati però da una posizione subalterna alle precedenti classi, in quanto isolati dalla sfera del potere e sottoposti a un regime fiscale più esoso e iniquo in confronto ai privilegi di aristocratici ed ecclesiastici.
Una serie di problemi economici provocarono malcontento e disordini nella popolazione: ci fu dapprima il crollo dei prezzi agricoli della viticoltura dal 1778, nel 1785 la siccità provocò una enorme moria del bestiame e dal 1786 la produzione industriale entrò in crisi. Nel 1788, infine, un pessimo raccolto causò una grande crisi che fece aumentare il prezzo del pane fino a quattro soldi per libbra nella sola Parigi e a otto in svariate province del Regno; i lavoratori salariati vennero quindi ridotti alla fame. Su 24 milioni di abitanti che contava la Francia, intorno ai 20 milioni erano contadini, primaria quindi la questione delle campagne per quanto riguardava l'economia nazionale.
In quel 1788, in una situazione di arretratezza nello sfruttamento della terra, campi troppo poco estesi, troppo frazionati, troppo mal coltivati, anche considerando il semplice sostentamento del coltivatore, la cui sopravvivenza finanziaria persisteva grazie all'industria contadina della filatura e della tessitura della lana, disastroso fu il clima. «(...) la raccolta era stata falcidiata da una grandinata in una parte della Francia, un inverno rigido gelò i fiumi, e i mulini smisero di girare». Alcuni studiosi hanno citato anche gli effetti della disastrosa eruzione del Laki (1783), vulcano dell'Islanda, come concausa della grave crisi agricola.
La situazione economica fu esacerbata dalla gravissima crisi finanziaria iniziata sotto il regno di Luigi XV (e prima ancora sotto il regno di Luigi XIV per le numerose guerre combattute contro gli altri paesi europei che prosciugarono le casse dello Stato) e progressivamente aggravatasi a seguito delle enormi spese sostenute per la guerra anglo-francese, combattuta tra il 1778 e il 1783, e che non avevano reso alcun vantaggio al paese, tranne che per la restituzione da parte del Regno Unito delle colonie del Senegal e di Tobago.
La necessità di risolvere pertanto la gravissima crisi in cui la Francia era precipitata non trovò soluzione nell'operato dei successori di Luigi XIV. Egual fallimento ebbero poi i tentativi di riforma al sistema giudiziario e fiscale. Perno del sistema fiscale era la taille, il cui gettito globale veniva fissato anno per anno dal Consiglio delle Finanze e poi ripartito fra le varie généralités su basi profondamente inique: città come Parigi, Orléans, Rouen e Lione godevano piena esenzione; altri centri urbani come Bordeaux e Grenoble versavano una somma forfettaria o un'addizionale agli octroi (le accise sui beni commestibili introdotti nei centri urbani).
Laddove il tributo era calcolato su base personale, nobili, clero e numerosi titolari di uffici pubblici avevano ottenuto una piena esenzione mentre negli altri casi era pressoché impossibile accertare la corretta base imponibile, data la mancanza di registri catastali aggiornati. A causa di ciò, l'onere della taille gravava principalmente sulla popolazione delle campagne ed i tentativi della corte di introdurre correttivi quali la capitazione (1695) o la dixième, un'imposta pari al 10% di tutti i redditi (1710), senza eccezione alcuna, avevano avuto vita breve, data la forte opposizione di nobiltà e clero.
L'iniquità del sistema era aggravata da un vasto e complicato sistema di imposte indirette: l'imposta sul sale, la gabelle (gettito passato da 23 a 50 milioni di livre tra il 1715 ed il 1789) era riscossa con un trattamento così discriminatorio tra le varie regioni del paese (ben cinque regimi differenti) che il prezzo finale del sale poteva variare da mezzo soldo fino a dodici o tredici soldi la libbra, creando così un forte e regolare contrabbando di sale; le traites e le aides, rispettivamente i dazi riscossi alla frontiera o alle barriere interne e le accise sui beni di consumo (quali bevande, tabacco, ferro e cuoio) erano profondamente regressivi ed aumentavano il prezzo delle merci all'interno del paese fino al punto da renderle proibitive per i più poveri.
Quanto al resto, il tesoro integrava le entrate attraverso i diritti di bollo, la lotteria, la vendita di uffici pubblici ed il don gratuit (un donativo di 2 -3 milioni versato dal clero, che, però godeva di circa 120 milioni annui di livre di entrate). Nel 1749 fu introdotta, su impulso del controllore generale Machault d'Arnouville, la vingtiéme, un'imposta universale pari al 5% di tutti i redditi, ma l'efficacia della nuova imposta fu notevolmente compromessa allorché il Parlamento di Parigi rifiutò l'estensione alle proprietà e ai redditi fondiari del clero.
In conclusione, il complicato ed iniquo sistema fiscale non era in grado di garantire né un'efficace mobilitazione di risorse economiche in caso di guerra né di contrastare il deficit del Paese e la continua crescita del debito pubblico per tutto il XVIII secolo.
L'assetto istituzionale dello stato era, inoltre, minato dalla presenza dei parlamenti che assolvevano a funzioni giudiziarie (religione, commercio, industria, morale censura) e avevano avuto un ruolo estremamente importante nell'estensione dell'autorità del sovrano: i membri dei parlamenti, oltre 2 000, in origine venivano reclutati tra gli avvocati ed i letterati ma in seguito la carica divenne ereditaria oppure acquisita tramite acquisto, fatto che rendeva i parlamentari assai vicini agli interessi dei ceti privilegiati.
Tra queste corti sovrane spiccava il Parlamento di Parigi, che aveva giurisdizione su oltre un terzo del Paese e aveva mantenuto il diritto di pronunziare rimostranze nei confronti del Sovrano e la prerogativa di rifiutare la registrazione dei decreti regi; il sovrano aveva pur sempre la facoltà di imporre la registrazione mediante la procedura formale del lit de justice, così come di esiliare magistrati o perfino un'intera corte, ma i Parlamenti potevano replicare sospendendo i procedimenti giudiziari o sobillando l'opinione pubblica attraverso la pubblicazione delle rimostranze.
Durante il lungo regno personale di Luigi XIV i parlamenti avevano perso buona parte del loro prestigio, ma con i regni di Luigi XV e Luigi XVI divennero il centro dell'opposizione alle riforme finanziarie e all'opera di unificazione amministrativa e legislativa, aggravando l'instabilità della monarchia.
L'avversione dei sudditi francesi nei confronti della monarchia aumentò grazie anche alla presenza impopolare di Maria Antonietta - moglie di Luigi XVI - che, legatissima alla sua patria austriaca e perciò integratasi scarsamente nella società francese, veniva chiamata con disprezzo dal popolo francese l'Autrichienne (letteralmente "l'Austriaca" ma con le sillabe finali pronunciate marcatamente, in maniera tale da presentare un'omofonia con la parola chienne, che in francese significa "cagna").
Illuminismo
Maria Antonietta (opera di Élisabeth Vigée Le Brun, 1787) Al contempo s'era andata affermando da svariati anni ormai, soprattutto in Francia, una nuova e vivace cultura filosofico-politica, l'Illuminismo, alla cui base v'erano tre principi fondamentali: razionalismo, egualitarismo e contrattualismo (quest'ultimo era una corrente di pensiero nata dal rifiuto della monarchia assoluta, basata sull'idea della politica intesa come espressione d'un contratto stipulato liberamente tra popolo e governanti).
La filosofia degli illuministi si diffuse fino ai ceti più alti della società (borghesia e nobiltà liberale), spingendoli così a farsi fautori d'un modello politico del tutto alternativo a quello assolutistico francese, che si rifacesse cioè a un modello di monarchia parlamentare sulla falsariga di quello britannico, e con un'attenzione rivolta alla centralità del cittadino quale detentore naturale di tutta una serie di diritti e doveri; i filosofi illuministi difesero infatti l'idea che il potere sovrano supremo risiedesse nella nazione intesa come somma della sua popolazione tutta, non in una dinastia di monarchi separata dal resto dei comuni mortali. Oltre a ciò, la buona riuscita della Rivoluzione americana, avvenuta poco prima di quella francese, non fece che alimentare ulteriormente la forte propensione alla ribellione dei sudditi francesi.
Fine dell'assolutismo monarchico
Lo stesso argomento in dettaglio: Stati generali del 1789.
Convocazione degli Stati generali
Jacques Necker (opera di Joseph Duplessis, 1781) Durante i regni di Luigi XV e di Luigi XVI, René Nicolas de Maupeou, Joseph Marie Terray e Anne Robert Jacques Turgot cercarono di risanare la situazione economica attraverso una capillare riforma della pubblica amministrazione e del sistema fiscale.
Nonostante alcuni successi iniziali, questi tentativi incontrarono la granitica resistenza della nobiltà e del clero finché, nel 1780, Luigi XVI decise di affidarsi al banchiere ginevrino Jacques Necker, il quale cercò di coprire le spese chiedendo 530 milioni di livre in prestito e comunicando al sovrano la necessità di ridurre i poteri dei parlamenti e di abolire le esenzioni fiscali.
La situazione finanziaria era, infatti, assolutamente negativa a seguito dell'intervento francese nella guerra d'indipendenza americana: il costo degli interessi sul debito pubblico era salito da 93 milioni nel 1774 ad oltre 300 milioni annui.
Il 19 febbraio 1781 Necker decise di rendere pubblico il Compte rendu al re sullo stato delle finanze. Il rendiconto e l'attivo di bilancio in esso descritto era in realtà un'opera propagandistica dello stesso ministro che aveva fortemente sottostimato le uscite: tuttavia, nonostante i numerosi dati arbitrari, la spesa per interessi superiore a 318 milioni di livre e soprattutto la spesa di 38 milioni di livre a beneficio della corte di Versailles scandalizzò l'opinione pubblica, provata dal deterioramento della situazione economica e dallo stato di guerra con il Regno Unito.
Luigi XVI, contrariato per la pubblicazione del bilancio e per la richiesta di Necker di sottoporre le spese degli altri ministeri sotto il suo diretto controllo, congedò il ministro. L'operato di Necker fu negativo: in meno di cinque anni aveva gravato le finanze di un nuovo onere di debiti a tassi di interesse compresi tra l'8 ed il 10%; inoltre, la pubblicazione del rendiconto minò alla base l'operato di tutti i suoi successori, poiché mostrava che non occorrevano né maggiori economie né nuove tasse per raggiungere il pareggio di bilancio.
Dopo un breve intermezzo, il 3 novembre 1783 Charles Alexandre de Calonne divenne il nuovo controllore generale delle finanze: allo scopo di restaurare la fiducia nella stabilità delle finanze reali, Calonne riconobbe la spesa per interessi, ricompensò i suoi sostenitori con doni e pensioni tratte dai fondi della tesoreria e inaugurò un vasto programma di lavori pubblici (tra i quali il porto di Cherbourg che sarebbe stato ultimato solo a metà del XIX secolo) allo scopo di rilanciare, nel lungo periodo, la crescita economica.
Nel 1786, tuttavia, Calonne non trovò più prestiti per sostenere l'aumento della spesa pubblica e pertanto presentò a Luigi XVI un piano finanziario contenente un'imposta universale sul valore dei terreni, senza eccezioni, e la creazione di assemblee provinciali allo scopo di curare la riscossione della stessa.
Non potendo ottenere il sostegno dei parlamenti, Calonne optò per la convocazione dell'Assemblée des notables: il 22 febbraio 1787 espose la necessità di attuare le riforme proposte ma si trovò bersagliato dalle critiche dei sostenitori di Necker e del ministro Breteuil, rivale di Calonne stesso; pur avendo ottenuto l'importante sostegno del fratello del re, il conte d'Artois, l'assemblea respinse tutte le proposte del ministro. Le finanze francesi erano ormai prossime alla bancarotta: il debito pubblico ammontava a 1 646 milioni di livre, con un deficit annuale di 46 milioni.
Il 1º maggio 1787, su suggerimento della regina, Luigi XVI nominò l'arcivescovo di Tolosa Étienne-Charles de Loménie de Brienne Principal Ministre e Presidente del Consiglio delle Finanze: il nuovo primo ministro si era distinto come ispiratore del movimento di riforma degli ordini regolari, per il generoso sostegno fornito agli studi con l'istituzione di una biblioteca pubblica e di scuole gratuite per le levatrici e godeva dell'appoggio degli illuministi.
Sebbene Brienne si fosse schierato risolutamente tra gli oppositori di Calonne, una volta ottenuto il potere non ebbe altra scelta se non riprendere in blocco le proposte del predecessore e presentò gli editti al Parlamento di Parigi, affinché fossero registrati. Il Parlamento di Parigi, tuttavia, rifiutò le proposte e Luigi XVI fece ricorso alla procedura del lit de justice: nonostante ciò, il Parlamento di Parigi approvò una mozione che dichiarava come nulla e non avvenuta la registrazione e richiese la convocazione degli Stati Generali.
Nell'agosto 1787 Brienne decise di esiliare il parlamento a Troyes e cercò di negoziare un compromesso in modo da poter richiedere nuovi prestiti ma le trattative furono presto rotte e nacque una vera e propria crisi istituzionale: il Parlamento di Parigi, richiamato in città, bersagliò il governo in carica di rimostranze mentre i parlamenti provinciali non furono da meno e l'intera amministrazione locale fu paralizzata. Il 18 dicembre 1787 Luigi XVI promise di convocare gli Stati Generali entro cinque anni, segnando lo stato di profonda crisi in cui si trovava la monarchia.
Il 6 maggio 1788, un ufficiale reale, il marchese d'Agoult, fu incaricato dal re su richiesta di Brienne di arrestare i consiglieri Duval d'Eprémesnil e Goislard de Montsabert. Due giorni dopo, a seguito di numerosi dibattiti tra il Re ed i ministri, prevalse l'opinione del guardasigilli Lamoignon de Bassville: l'attività di tutti i Parlamenti fu sospesa, furono istituiti quarantasette nuovi tribunali e una corte plenaria incaricata della registrazione dei decreti regi, nonché nuove assemblee provinciali deputate alla cura dell'amministrazione locale e alla riscossione dei tributi.
Grenoble
Giornata delle tegole a Grenoble, (Museo della Rivoluzione francese) Il provvedimento, tuttavia, non ebbe alcun effetto, data la saldatura di interessi tra la nobiltà, l'alto clero e la magistratura dei parlamenti e presto scoppiarono tumulti in numerosi capoluoghi di provincia come Bordeaux, Digione, Pau e Tolosa. Nel maggio del 1788 a Grenoble le proteste a seguito della crisi economica aumentarono notevolmente: il 7 giugno l'esercito fu obbligato a intervenire ma fu accolto da tegole lanciate dai cittadini saliti sui tetti ed il 21 luglio un'assemblea formata da nobiltà, clero e terzo Stato, si riunì al Castello di Vizille vicino a Grenoble, dove decise di mettere in atto lo sciopero delle imposte.
Incapace di ristabilire l'ordine, Luigi XVI cedette e l'8 agosto annunciò la convocazione degli Stati Generali per il 5 maggio 1789. Il 25 agosto Brienne si dimise e, al suo posto, venne richiamato Necker: furono restaurati i vecchi parlamenti e riunita una seconda Assemblée des notables per deliberare sulle modalità di convocazione degli Stati Generali. Il 23 settembre 1788 il Parlamento di Parigi tornò a riunirsi ufficialmente in seduta fra gli applausi della folla e le salve dei cannoni e due giorni dopo registrò l'ordine di convocazione degli Stati Generali, con la clausola che fossero composti esattamente come al tempo dell'ultima convocazione e che si votasse per stato.
Con la dichiarazione il Parlamento di Parigi si tolse definitivamente la maschera di garante della "nazione" contro il dispotismo regio per assumere il suo vero volto di organo deputato alla difesa degli interessi della nobiltà e del clero: il terzo stato, che fino a quel momento aveva fedelmente appoggiato le rivendicazioni del Parlamento, ne fu oltraggiato e numerosi suoi esponenti iniziarono un'aspra e serrata campagna propagandistica allo scopo di rivendicare il raddoppio dei rappresentanti del terzo stato e la votazione pro capite, anziché per ordine.
Elezione degli Stati generali
Emmanuel Joseph Sieyès (opera di Jacques-Louis David, 1817) La società francese era, infatti, molto cambiata dall'ultima convocazione degli Stati generali nel 1614: all'epoca ognuno dei tre ordini aveva circa lo stesso numero di rappresentanti ed era previsto che si riunissero in camere separate per discutere ed emettere un voto per camera. Dato che il voto della nobiltà e del clero veniva spesso a coincidere, il terzo Stato veniva messo facilmente in minoranza, ma in ogni caso quest'ultimo vide comunque la convocazione degli Stati Generali come una possibilità per migliorare la propria posizione sociale: i contadini, sostenuti dal basso clero sensibile alle loro difficoltà, speravano nell'abbandono dei diritti feudali mentre la borghesia, ispirata dalle idee illuministe condivise con alcuni membri della nobiltà, credeva nell'instaurazione dell'uguaglianza dei diritti e di una monarchia parlamentare ispirata al modello inglese.
Tutto ciò animò il dibattito politico durante l'elezione dei deputati. Nel corso della campagna elettorale, nei cahiers de doléances, letteralmente "quaderni di lamentele", (registri nei quali le assemblee incaricate di eleggere i deputati annotavano critiche e lamentele della popolazione) venne stilato un elenco dei soprusi a cui era sottoposto il terzo Stato. I quaderni registrarono una diffusa avversione al sistema finanziario, alla decima ecclesiastica e al sistema dei privilegi feudali, a questo si aggiunse le rivendicazioni delle libertà individuali, di culto e di parola. Il dibattito riguardò anche l'organizzazione interna degli Stati Generali, infatti il terzo Stato chiese il raddoppio del numero dei loro deputati (richiesta già esaudita nelle assemblee provinciali) affinché la loro rappresentanza politica corrispondesse maggiormente alla situazione reale della società francese.
Questo divenne uno degli argomenti principali trattati dagli opuscolisti, fra i quali l'abate Emmanuel Joseph Sieyès che pubblicò l'opuscolo Qu'est-ce que le tiers état? (Cos'è il terzo stato?); va ricordato, tuttavia, che l'animo dei membri del terzo stato non era affatto fautore di un cambiamento radicale in quanto la maggioranza dei membri restava favorevole alla monarchia e molti erano convinti che occorresse, semplicemente, riformare il sistema fiscale.
Necker, sperando di evitare ulteriori contrasti all'interno della società, riunì l'Assemblea dei Notabili il 6 novembre 1788 per discutere le richieste del terzo Stato, ma questi rifiutarono ogni istanza: su suggerimento di Necker, Luigi XVI, con un decreto reale del 27 novembre 1788, annunciò che agli imminenti Stati Generali avrebbero partecipato almeno un migliaio di deputati, garantendo la rappresentanza doppia per il terzo Stato.
Le elezioni vi furono nella primavera del 1789 e vi poterono votare tutti i cittadini maggiori di 25 anni che pagassero una quota prefissata di imposte, e portarono alla selezione di 1201 delegati: 303 per il clero, 291 nobili e 610 per il terzo stato. I 303 delegati del clero, tra i quali si contavano 51 vescovi, rappresentavano appena 100 000 chierici i quali, tuttavia, detenevano il controllo del 10% delle terre e in più avevano il diritto di imporre contributi alla popolazione; i 291 nobili, tra i quali almeno un terzo detenevano titoli minori, rappresentavano circa 400 000 persone titolari di circa il 25 % dei possedimenti terrieri dai quali potevano trarre rendite e su cui potevano imporre diritti feudali; i 610 membri del terzo stato rappresentavano il restante 95-98 % della popolazione ed erano tutti avvocati o pubblici ufficiali e almeno un terzo di loro erano impegnati nel commercio o in attività industriali e, infine, 51 di loro possedevano vaste tenute agricole.
Un'ulteriore richiesta del terzo Stato fu l'applicazione del voto per testa, con il quale l'assemblea sarebbe stata convocata in un'unica camera e ogni deputato avrebbe disposto di un voto. Luigi XVI, che aveva acconsentito al raddoppio dei deputati del terzo Stato, non si pronunciò sulla questione e diede la responsabilità di decidere agli Stati Generali stessi. Se si fosse continuato a votare per ordine, come in passato, il fatto che il numero dei rappresentanti del terzo Stato fosse stato raddoppiato non avrebbe cambiato le cose.
Dagli Stati generali all'Assemblea nazionale
La seduta inaugurale degli Stati Generali ebbe luogo il 5 maggio 1789 a Versailles. Molti esponenti del terzo Stato videro l'ottenimento della rappresentanza doppia come una rivoluzione già pacificamente conseguita ma, con l'utilizzo di un protocollo procedurale sostanzialmente stilato in un'era precedente, fu immediatamente evidente che in realtà era stato ottenuto molto meno.
Con i discorsi iniziali di Luigi XVI, del guardasigilli Charles Louis François de Paule de Barentin e di Necker, i deputati del terzo Stato non sentirono affatto parlare delle riforme politiche tanto attese, in quanto vennero affrontati unicamente problemi prettamente finanziari.
La questione del passaggio dal voto per ordine al voto per testa non venne menzionata e il terzo Stato capì che la rappresentanza doppia sarebbe servita a ben poco, avendo unicamente un significato simbolico: la votazione si sarebbe svolta per ordine come in passato e quindi, dopo aver deliberato, il loro voto collettivo avrebbe pesato esattamente come quello di uno degli altri due stati; infatti, nobiltà e clero, pur non essendo totalmente favorevoli alla presenza dell'assolutismo reale, erano consapevoli che con l'utilizzo del voto per testa avrebbero perso più potere nei confronti del terzo Stato rispetto a quello che avrebbero guadagnato dalla corte.
Cercando di evitare la questione della rappresentanza politica e focalizzandosi unicamente sui problemi finanziari, il re e i suoi ministri sottovalutarono la situazione; quando Luigi XVI cedette finalmente alle insistenti richieste del terzo Stato di discutere sul sistema di votazione, parve a tutti una concessione estorta alla monarchia piuttosto che un dono magnanimo che avrebbe convinto la popolazione della buona volontà del sovrano.
Il 9 maggio, invece di affrontare la questione finanziaria come richiesto da Luigi XVI, i tre stati cominciarono a discutere sull'organizzazione della legislatura. I deputati del terzo Stato furono unanimi nella scelta del voto per testa e si rifiutarono di fare qualsiasi cosa fino al momento in cui le loro richieste non fossero accolte. Gli altri due ordini, profondamente divisi al loro interno, non furono in grado di reagire.
Dopo uno stallo di un mese, il 10 giugno i deputati dei Comuni invitarono i delegati degli altri due ordini a procedere a una verifica dei poteri in un'assemblea comune.
L'invito, respinto dalla nobiltà, fu raccolto nei giorni successivi da un numero crescente di deputati del basso clero, finché il 15 giugno, su iniziativa dell'abate Sieyès (membro del clero, eletto per rappresentare il terzo Stato), i deputati dei Comuni decisero di dare inizio ai lavori. Il 17 giugno 1789 l'ex terzo Stato completò il processo di verifica, diventando l'unico ordine i cui poteri fossero stati legalizzati, autodefinendosi Assemblea nazionale con l'intento di identificare un'assemblea non più degli stati ma del popolo. L'astronomo Jean Sylvain Bailly, primo deputato di Parigi e già decano del Terzo Stato, fu proclamato presidente dell'Assemblea. Il 19 giugno il clero, che aveva tra le sue file dei parroci sensibili ai problemi dei contadini, votò a favore dell'unione all'Assemblea nazionale.
Assemblea nazionale costituente
La nobiltà, notando l'avvicinamento del clero ai Comuni, indirizzò al re una protesta con la quale ricordava che la soppressione degli ordini avrebbe non soltanto messo in discussione i diritti e il destino della nobiltà ma anche quelli della stessa monarchia. I nobili, che furono i primi a volere la convocazione degli Stati Generali sperando con essi di eliminare l'assolutismo monarchico, ritornavano così a sottomettersi all'iniziativa reale, quale unica garante della loro stessa sopravvivenza come classe privilegiata. Luigi XVI, influenzato dunque dai suoi consiglieri, accolse l'invito della nobiltà e decise di annullare i decreti fin qui attuati dall'Assemblea, cercando di reintrodurre la separazione degli ordini e imporre che le riforme fossero emanate solamente dagli Stati Generali restaurati.
Giuramento della Pallacorda
Giuramento della Pallacorda (Jacques-Louis David, 1791) Il 20 giugno 1789 il salone destinato alle riunioni del Terzo Stato fu chiuso per i lavori necessari in vista della seduta congiunta alla presenza di Luigi XVI fissata per il 23 giugno. A seguito di un malinteso (o un deliberato calcolo di Luigi XVI e dei suoi consiglieri), i membri del Terzo Stato non furono informati dei lavori e, quando si riunirono, trovarono l'edificio presidiato da un drappello di soldati e credettero che la loro assemblea fosse stata sciolta con la forza.
Raccolti in folla davanti alle porte chiuse, i membri del Terzo Stato seguirono il loro presidente Bailly in una sala vicina adibita al gioco della pallacorda: qui i deputati, con un solo voto contrario, giurarono di non separarsi mai in nessun caso e di riunirsi ovunque le circostanze lo avrebbero richiesto finché non fossero state ottenute e consolidate la costituzione del regno e la redenzione del popolo.
Il 22 giugno l'Assemblea si riunì nella chiesa di Saint-Paul-Saint-Louis, dove venne raggiunta da 149 rappresentanti del clero. Il giorno seguente Necker, dopo aspre polemiche in seno al consiglio della corona, presentò un progetto di riforma complessivo, mentre il parlamento di Parigi, timoroso di perdere i propri privilegi, inviò alcuni membri presso la corte, riunita a Marly, allo scopo di perorare la dispersione, anche tramite la forza, del Terzo Stato.
Il 23 giugno il re, rivolgendosi ai rappresentanti dei tre stati (nuovamente nella sala dell'Hôtel des Menus-Plaisirs), lesse una dichiarazione d'intenti contenente la conversione della Francia in una monarchia costituzionale e la sanzione regia per l'abolizione di tutti i privilegi fiscali ma soltanto se nobiltà e clero si fossero dichiarati d'accordo; di rimando gli ordini privilegiati accettarono esprimendo, quale condicio sine qua non, il mantenimento della distinzione in ordini e l'annullamento della costituzione del Terzo Stato in Assemblea Nazionale.
Dopo aver ascoltato, il Re ordinò all'assemblea di sciogliersi e di riprendere le sedute l'indomani nelle rispettive sedi separate. L'ordine fu eseguito solo da nobili e clero e, quando il Gran Cerimoniere del re Henri-Évrard de Dreux-Brézé ribadì l'ordine, il presidente Bailly, in aperto dissenso, si alzò dal suo seggio e gli rispose: «Non posso sciogliere l'Assemblea finché essa non ha deliberato». Nella stessa occasione Mirabeau disse: «Una forza militare circonda l'Assemblea! Dove sono i nemici della nazione? C'è Catilina alle nostre porte? Io richiedo, investite voi stessi con la vostra dignità, con il vostro potere legislativo, accludete a voi la religione del vostro giuramento. Questo non vi permette di sciogliervi finché non avrete formato una costituzione». Il conte Gabriel-Michel de Vassan, ufficiale luogotenente delle guardie francesi della casa del re, fu a capo delle guardie che intimarono ai deputati del Terzo Stato di sgomberare la sala, invano.
Nei tre giorni successivi l'Assemblea vide aumentare i propri ranghi in quanto il 25 giugno si unirono anche 47 nobili, tra i quali il Duca d'Orléans: a questo punto ormai sedevano separatamente 130 rappresentanti del clero e 241 nobili, mentre altri 170 membri del clero e 50 nobili si erano associati al Terzo Stato.
Jean Sylvain Bailly
Jean Sylvain Bailly, primo presidente dell'Assemblea nazionale. Jacques-Louis David (1784-1794) Il 27 giugno, probabilmente a seguito di notizie di gravi tumulti e raduni di rivoltosi, Luigi XVI fece diramare ordini segreti allo scopo di concentrare 20 000 soldati nei pressi della capitale ed invitò ufficialmente nobiltà e clero a unirsi all'Assemblea nazionale, cosa che avrebbero fatto il 30 giugno.
Il 7 luglio fu eletto un comitato per l'elaborazione della Costituzione e due giorni dopo l'Assemblea si proclamò Assemblea nazionale costituente.
Rivoluzione
Rivolgendosi al re in termini educati ma fermi e supportata da Parigi e da molte altre città della Francia, l'Assemblea richiese la rimozione delle truppe (che includevano reggimenti stranieri, più obbedienti al re rispetto alle truppe francesi), ma Luigi XVI rispose che lui solo poteva prendere decisioni sui soldati e rassicurò che la loro presenza era una misura strettamente precauzionale. Il re propose inoltre di spostare l'Assemblea a Noyon o a Soissons, con l'intento di porla in mezzo a due eserciti e privarla del supporto dei cittadini parigini. L'Assemblea, rifiutando la proposta del re, dichiarò che essa aveva ricevuto il suo mandato non dai singoli elettori ma dall'intera nazione, mettendo così in pratica il principio della sovranità nazionale difeso da Diderot. La stampa pubblicò i dibattiti dell'Assemblea, estendendo così la discussione politica alle piazze e ai salotti della capitale ed i giardini del Palays Royal divennero luogo d'incontro di agitatori democratici.
Presa della Bastiglia
Il 12 luglio la popolazione di Parigi, venuta a conoscenza dell'accaduto, organizzò una grande manifestazione di protesta, durante la quale vennero portate delle statue raffiguranti i busti di Necker e del duca d'Orleans. Alcuni soldati tedeschi del reggimento "Royal-Allemand Cavalerie", comandati dal principe di Lambesc, un lontano cugino della regina Maria Antonietta, ricevettero l'ordine di caricare la folla, provocando diversi feriti e distruggendo le statue. Il dissenso dei cittadini aumentò a dismisura e l'Assemblea avvertì il re del pericolo che avrebbe corso la Francia se le truppe non fossero state allontanate, ma Luigi XVI rispose che non avrebbe cambiato le sue disposizioni.
La mattina del 13 luglio la popolazione in rivolta diede alle fiamme i caselli daziari alle porte di Parigi: i reggimenti della Guardia francese formarono un presidio permanente attorno alla capitale; i cittadini cominciarono a protestare violentemente contro il governo affinché riducessero il prezzo del pane e dei cereali e saccheggiarono molti luoghi sospettati di essere magazzini per provviste di cibo, tra i quali il convento di Saint-Lazare (che fungeva da ospedale, scuola, magazzino e prigione), dal quale vennero prelevati 52 carri di grano.
In seguito a questi disordini e saccheggi, che continuavano ad aumentare, gli elettori della capitale (gli stessi che votarono durante le elezioni degli Stati Generali) si riunirono al Municipio di Parigi e decisero di organizzare una milizia cittadina composta da borghesi, che garantisse il mantenimento dell'ordine e la difesa dei diritti costituzionali: ogni uomo inquadrato in questo gruppo avrebbe portato, come segno distintivo, una coccarda con i colori della città di Parigi (blu e rosso). Per armare la milizia si cominciò a saccheggiare i luoghi dove si riteneva fossero custodite le armi.
La mattina del 14 luglio gli insorti attaccarono l'hôtel des Invalides e si impossessarono così di circa ventottomila fucili e di cinque cannoni ma senza polvere da sparo.
Per impadronirsi della polvere la folla decise di assalire la prigione-fortezza della Bastiglia (vista dal popolo come un simbolo del potere monarchico), nella quale erano tenuti in custodia appena sette detenuti. Ormai prossima al disarmo a seguito di decreto del 1784, il governatore marchese de Launay disponeva di una guarnigione della fortezza composta da 82 invalidi (soldati veterani non più idonei a servire in combattimento) e da 32 guardie svizzere di rinforzo, comandate dal luogotenente Ludwig von Flüe.
Gilbert du Motier de La Fayette
Pierre-Augustin Hulin prese la guida degli insorti e una folla sempre più numerosa raggiunse la fortezza chiedendo la consegna della prigione. Launay, trovandosi circondato, pur avendo la forza per respingere l'attacco, cercò di trovare una soluzione pacifica ricevendo alcuni rappresentanti degli insorti. La trattativa si protrasse per lungo tempo mentre all'esterno la folla continuava ad aumentare fino a quando, verso le 13:30, le catene del ponte levatoio vennero spezzate e gli insorti riuscirono a penetrare nel cortile interno, scontrandosi con la guardia svizzera: ci fu un violento combattimento che causò diversi morti (gli uomini del regio esercito, accampati nel vicino Campo di Marte, non intervennero).
Piuttosto che arrendersi, De Launay decise di far saltare in aria la fortezza, ma gli invalidi della guarnigione non glielo permisero e aprirono da soli le porte alla folla inferocita. Il comandante fu trucidato e la sua testa, tagliata con un coltello, fu infilzata su una picca e portata in trionfo per le vie di Parigi, sancendo il fatto che il Re aveva perso il controllo di Parigi. Ritornando al Municipio la folla accusò di tradimento e giustiziò anche il prévôt des marchands (carica simile a quella di sindaco) Jacques de Flesselles.
Inizialmente Luigi XVI diede poca importanza all'accaduto, ma successivamente riconobbe la gravità della situazione: timoroso della lealtà delle truppe (ben rappresentata dall'ammutinamento di un distaccamento delle Gardes e dai rapporti del maresciallo de Broglie), respinse i suggerimenti dei fratelli e di Breteuil di ritirarsi a Compiègne e di ristabilire l'ordine con la forza.
Il Re decise allora di congedare Breteuil e di richiamare Necker; il 15 luglio 1789 si recò all'Assemblea nazionale dove dichiarò che da quel momento avrebbe lavorato con la Nazione e ordinato alle truppe di allontanarsi da Versailles e da Parigi.
Jean Sylvain Bailly, primo sindaco di Parigi
Allo scopo di reagire di fronte all'aggravamento dell'ordine pubblico e alle frequenti sollevazioni popolari e in caso di complotti aristocratici, fu ufficialmente istituito il corpo militare della Guardia nazionale e La Fayette ne venne nominato comandante a Parigi. Inoltre, a seguito della fuga dei membri della precedente amministrazione, l'ex-presidente dell'Assemblea, Jean Sylvain Bailly, fu eletto per acclamazione sindaco di Parigi. Presto numerose altre città seguirono l'esempio della capitale, creando nuove municipalità borghesi al posto dei rappresentanti del vecchio regime.
Il 17 luglio Luigi XVI si recò a Parigi e ricevette dal nuovo sindaco Bailly e da La Fayette una coccarda blu e rossa (colori della città di Parigi) che fissò sul suo cappello, associando anche il colore bianco della monarchia (questo gesto voleva simboleggiare una riconciliazione). Nacque così la coccarda francese tricolore.
Negli stessi giorni, i fratelli del sovrano e numerosi cortigiani, tra cui lo stesso Breteuil, e numerosi aderenti e sostenitori fuggirono oltre i confini: in meno di due mesi furono rilasciati oltre 20 000 passaporti.
La notizia della Presa della Bastiglia si diffuse in tutta la Francia, aumentando la consapevolezza che la forza della popolazione era in grado di supportare le idee dei riformatori. Per sfruttare questo momento a discapito della monarchia, alla Bastiglia venne dato un significato simbolico: rappresentò il potere arbitrario ma vulnerabile del re.
Abolizione del feudalesimo
Dal 20 luglio al 6 agosto 1789, nelle campagne francesi, si manifestò una situazione di panico generalizzato (periodo della Grande paura) suscitato dalla falsa notizia dell'invasione di briganti venuti a distruggere i raccolti e a trucidare i contadini, per vendicare la nobiltà colpita dalle rivolte agrarie scaturite dai recenti sviluppi politico-sociali. Questa ondata di panico spinse i contadini ad armarsi di forche, falci e altri utensili; in cerca di maggiore protezione, si recarono in massa al castello del signore locale per ottenere fucili e polvere da sparo, ma qui finirono per sfogare la propria rabbia verso i poteri dominanti, esigendo i titoli signorili (documenti che stabilivano la dominazione economica e sociale dei loro proprietari) per poterli bruciare; in alcuni casi il signore o i suoi uomini si difesero con la forza, in altri vennero assassinati e alcuni castelli furono saccheggiati o bruciati. A testimonianza del difficile momento che il feudalesimo stava attraversando, Jules Michelet scrisse che tutti i castelli di campagna diventarono delle bastiglie da conquistare.
Di fronte a queste violenze, nella notte del 4 agosto, l'Assemblea decise di abolire i diritti feudali, la venalità delle cariche, le disuguaglianze fiscali e tutti i privilegi in generale; fu la fine dell'Ancien Régime. Durante la redazione dei decreti dal 5 all'11 agosto, i deputati, quasi tutti proprietari fondiari nobili e borghesi, cambiarono in parte idea in merito alle proposte originarie: i servigi o prestazioni d'opera gratuita che il titolare di un feudo imponeva ai suoi soggetti vennero aboliti, mentre i diritti basati sulla rendita della terra continuavano a essere riscattati (agevolando in questo modo solamente i contadini più ricchi), permettendo così ai proprietari terrieri di ricevere un'indennità che in parte avrebbe salvaguardato i loro interessi economici e in parte sarebbe stata investita nell'acquisto di beni nazionali con l'intento di mettere fine alle rivolte; in ogni caso, la maggior parte dei contadini comunque, ritenendosi completamente svincolata dal vecchio regime feudale, non pagò nessun indennizzo ai proprietari terrieri (che, peraltro, furono condonati nel 1793). In sintesi, i decreti dell'agosto del 1789 divennero uno dei fondamenti della Francia moderna: distrussero integralmente la società feudale basata su "stati" e privilegi e a essa sostituirono una società moderna, autonoma, individuale, libera di compiere tutto ciò che non fosse proibito dalla legge. Infine, a novembre del medesimo anno, furono sospesi i tredici parlamenti regionali in attesa della loro definitiva abolizione (sarebbe avvenuta a settembre 1790); fatto che portò alla distruzione del sistema giuridico e istituzionale dell'Ancien Régime.
Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino
Dal 20 al 26 agosto l'Assemblea nazionale costituente discusse il progetto della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, un documento giuridico contenente i diritti fondamentali dell'individuo e del cittadino, ispirato ai principi illuministi e basato su un testo proposto da La Fayette. Approvata il 26 agosto, rappresentava una condanna senza appello della monarchia assoluta e della società degli ordini, che rispecchiava le aspirazioni della borghesia dell'epoca (ovvero garanzia delle libertà individuali, sacralità della proprietà, spartizione del potere con il re, creazione di impieghi pubblici).
Marcia su Versailles
Le difficoltà di approvvigionamento del pane e il rifiuto di Luigi XVI di promulgare la Dichiarazione e i decreti del 4 e del 26 agosto, causarono il malcontento del popolo di Parigi durante i giorni del 5 e del 6 ottobre e ben presto il tumulto degenerò e una marcia di donne si diresse a Versailles, entrò nella reggia e invase gli appartamenti della regina, che fu insultata; la famiglia reale fu dunque costretta a tornare a Parigi e a lasciare Versailles, simbolo dell'assolutismo; Luigi XVI fu costretto a firmare i decreti di agosto riguardo l'abolizione dei diritti feudali e la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino: da quel momento il re e la sua famiglia risiedettero nel vecchio Palazzo delle Tuileries, sorvegliati dalla popolazione e minacciati dalla sommossa.
Il potere reale ne uscì estremamente indebolito: la Francia restò una monarchia ma il potere legislativo passò nelle mani dell'Assemblea nazionale costituente, anch'essa trasferita a Parigi, la quale incaricò delle speciali commissioni di provvedere a una nuova organizzazione amministrativa del Paese (i ministri divennero degli esecutori tecnici sorvegliati dall'Assemblea). Tuttavia il re conservò il potere esecutivo (i decreti promulgati dall'Assemblea non avrebbero avuto validità senza l'approvazione del re) e i vecchi funzionari dell'amministrazione dell'Ancien Régime restarono al loro posto (fino all'estate del 1790 gli intendenti che non si dimisero continuarono le loro vecchie funzioni, sebbene esse fossero state considerevolmente ridotte).
Rinnovamento delle istituzioni francesi
L'Assemblea Costituente, in maggioranza formata da borghesi e nobili, intraprese una vasta opera di riforme, applicando le idee dei filosofi e degli economisti del XVIII secolo.
Riforma amministrativa
I primi lavori dell'Assemblea furono dedicati alla riforma amministrativa, in quanto le vecchie procedure dell'Ancien Régime erano troppo complesse. I deputati si concentrarono innanzitutto sulla riforma municipale, resa urgente dai disordini suscitati nei corpi municipali dagli scompigli dell'estate. Con la legge del 22 dicembre 1789 l'Assemblea creò 83 dipartimenti (circoscrizioni amministrative, giudiziarie, fiscali e religiose), ai quali vennero dati dei nomi legati alla loro geografia fisica (corsi d'acqua, montagne, mari, ecc.) e furono suddivisi in distretti, cantoni e comuni (in primavera una commissione venne incaricata di provvedere alla suddivisione della Francia e di placare le liti tra le città candidate a divenire capoluoghi). A partire dal gennaio del 1790 ogni amministratore di questi nuovi enti venne eletto dai propri cittadini, inaugurando le prime elezioni della Rivoluzione; le nuove amministrazioni, elette democraticamente, furono messe in funzione a partire dall'estate del 1790.
Riforma elettorale
Le posizioni all'interno dell'Assemblea furono discordanti in merito alla riforma del sistema elettorale. Alcuni deputati ritennero che il diritto di voto avrebbe dovuto estendersi a tutti i cittadini maschi, altri sostennero che solo a una parte della popolazione doveva essere riconosciuto tale diritto. La maggioranza dei deputati decise, su proposta dell'abate Sieyès, di dividere i cittadini in passivi e attivi: ai primi sarebbero stati riconosciuti i diritti civili, ai secondi sarebbero stati concessi sia i diritti civili sia quelli politici; ogni cittadino attivo doveva essere un contribuente maschio al di sopra dei venticinque anni. Venne così approvato un sistema elettorale basato sul censo, cioè in base al reddito e alla ricchezza: soltanto chi pagava un'imposta annua pari a tre giornate di lavoro era considerato cittadino attivo ed elettore. Ma non tutti i cittadini elettori erano anche eleggibili: infatti solo chi possedeva una proprietà terriera e pagava un marco d'argento di tasse (cioè circa 52 lire francesi) poteva essere anche eletto.
Così facendo però la rappresentanza del Paese era riservata solo ai borghesi benestanti e ai proprietari terrieri (i cosiddetti "notabili"): per questo si parla di "rivoluzione borghese".
Riforma economica
Assegnato di 5 livre del 1791 Sotto l'Ancien Régime le attività economiche erano state strettamente controllate dallo Stato, che con le sue regolamentazioni limitò gravemente la libertà di produzione agricola, artigianale e industriale. L'Assemblea rimosse tutti questi ostacoli e adottò il principio fisiocratico del laissez-faire (lasciar fare), basato sul liberismo economico formulato da Adam Smith, che favorì l'eliminazione delle dogane e l'applicazione di incentivi a favore di tutte le forme di produzione a scopo capitalistico.
Con la Legge Le Chapelier (ideata dal deputato Isaac René Guy Le Chapelier), votata il 14 giugno 1791, venne abolito il diritto di sciopero e furono vietate tutte le associazioni padronali e operaie (sindacati) con il pretesto che il nuovo regime, avendo distrutto le antiche corporazioni, non poteva permettere la ricostruzione di nuovi gruppi che si interponessero fra Stato e cittadini; il risultato fu che il movimento rivoluzionario, diffidando nei confronti delle associazioni ed esaltando le libertà individuali, mise gli operai nell'incapacità di difendere i loro diritti per quasi un secolo.
Se, nel corso dell'Ancien Régime, la chiesa aveva detenuto numerose proprietà mobili e immobili (circa il 10% del regno) con il privilegio di una esenzione dalle imposte statali e con il diritto di richiedere una decima (in danaro o in natura), la Rivoluzione mise fine a tutto ciò e determinò una fortissima riduzione del ruolo e del prestigio del clero nello stato. Infatti, il potere e le ricchezze del clero crearono un forte risentimento nella popolazione nei confronti della Chiesa che a sua volta indusse l'assemblea a sopprimere definitivamente la decima dall'11 agosto 1789; il 2 novembre, su proposta di Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (vescovo di Autun), l'Assemblea decise di usufruire della grande quantità di beni del clero per colmare il debito pubblico, mettendoli all'asta con l'intento di sanare il deficit dell'economia francese. Per vendere così tanti beni era necessario tempo, durante il quale le casse dello Stato avrebbero potuto svuotarsi; per evitare questo, il 19 dicembre si decise di creare dei biglietti il cui valore era assegnato in riferimento ai beni del clero: nacque così l'assegnato. Da quel momento, chiunque desiderava comprare dei beni nazionali doveva farlo attraverso gli assegnati emessi dallo Stato, permettendo a quest'ultimo di impossessarsi di moneta prima ancora dell'effettiva vendita del bene. Effettuata la vendita, gli assegnati sarebbero ritornati nelle mani dell'emittente per essere distrutti.
I primi biglietti avevano un elevato valore (1 000 livre) che non li rendeva idonei a essere messi in circolazione tra la popolazione, ma il loro scopo principale era di far rientrare la maggiore quantità possibile di moneta nelle casse dello Stato. Il valore totale della prima emissione fu di 400 milioni. Non tutti i deputati dell'Assemblea furono favorevoli a questa riforma (tra essi Talleyrand), sostenendo che il nuovo sistema avrebbe portato alla circolazione di un numero troppo elevato di assegnati rispetto al valore dei beni nazionali. Il 17 aprile 1790 l'assegnato venne convertito in cartamoneta (Necker, essendo contrario, si dimise in settembre) e lo Stato, sempre a corto di liquidità, lo utilizzò per fronteggiare tutte le sue spese; ne vennero messi in circolazione in una grande quantità che con il tempo superò il valore dei beni nazionali, avverando i timori dei deputati più scettici.
Tra il 1790 e il 1793 gli assegnati persero il 60% del loro valore ma, ciononostante, i prezzi di acquisto dei beni nazionali rimasero molto elevati per le classi popolari e solo la classe agiata poteva acquistarli e molte persone si arricchirono enormemente, acquistando grandi terreni e fabbricati per somme irrisorie rispetto al loro valore reale: tutto questo contribuì fortemente a dare inizio a un periodo di forte inflazione e l'Inghilterra, all'epoca il più grande nemico della Francia, cominciò a produrre dei falsi assegnati per accelerare la crisi economica francese.
Questione religiosa
In ogni caso, la già citata eliminazione della decima e la nazionalizzazione dei beni della Chiesa (con conseguente abolizione degli ordini religiosi monastici, decisa il 13 febbraio 1790) costrinsero l'Assemblea a interessarsi direttamente del finanziamento del clero nonché delle attività assistenziali da esso gestite. Il 12 luglio 1790 venne approvata la Costituzione civile del clero, approvata da Luigi XVI il 26 dicembre. Con questo documento, ispirato ai principi gallicani (riconoscimento al papa del primato d'onore e di giurisdizione ma non del potere assoluto), venne attuata una riforma essenzialmente su quattro aspetti della Chiesa: riordinamento delle diocesi in base ai dipartimenti (furono soppresse 52 diocesi, da 135 a 83); retribuzione da parte dello Stato di vescovi, parroci e vicari; elezione democratica dei vescovi e dei parroci da parte delle assemblee dipartimentali; obbligo di residenza sotto pena di perdita della retribuzione; obbligo degli eletti di giurare lealtà alla costituzione civile e allo stato; in pratica, i membri del clero divennero così dei funzionari statali.
Il 1º agosto Luigi XVI incaricò l'ambasciatore a Roma di ottenere, da papa Pio VI, l'approvazione della nuova riforma. Il papa si era limitato a condannare segretamente la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino e per valutare la Costituzione Civile del Clero istituì una speciale commissione, la quale, preoccupata di perdere Avignone (all'epoca faceva parte dello Stato Pontificio anche se gran parte degli Avignonesi erano favorevoli ad annettersi alla Francia) e di provocare una spaccatura tra i chierici, cercò di temporeggiare. I vescovi domandarono che si attendesse l'approvazione pontificia prima di mettere in vigore la nuova riforma, ma l'Assemblea insistette per una sua rapida applicazione e decise che per il 4 gennaio 1791 tutti i vescovi, parroci e vicari avrebbero dovuto prestare un giuramento di fedeltà come funzionari civili, pena la perdita delle funzioni e dello stipendio (nei casi più gravi anche l'esilio o la morte). I primi chierici cominciarono a prestare giuramento senza attendere il giudizio del pontefice ma i 2/3 degli ecclesiastici dell'Assemblea rifiutarono di giurare e pressoché la metà del clero parrocchiale fece altrettanto e, pertanto, l'Assemblea li destituì sostituendoli con coloro che prestarono giuramento).
Papa Pio VI fu costretto a prendere posizione e il 10 marzo 1791, con il Quod aliquantum, condannò la Costituzione Civile del Clero, in quanto danneggiava la costituzione divina della Chiesa. Il 13 aprile, con il Charitas quae, dichiarò sacrilega la consacrazione di nuovi vescovi, sospendeva ogni chierico costituzionale e condannava il giuramento di fedeltà allo Stato. I rivoluzionari, per rappresaglia, invasero Avignone dove ci fu lo scontro fra chi sosteneva l'annessione alla Francia e chi era fedele al pontefice; una sessantina di questi ultimi furono condannati a morte e uccisi in una delle torri del palazzo dei Papi (tale evento è ricordato come Massacri della Glacière).
Quando venne emanata la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino nell'agosto del 1789, il piccolo gruppo dei deputati protestanti reclamò anche la piena uguaglianza dei culti religiosi, trovando un parziale sostegno da parte della maggioranza dell'Assemblea che dichiarò: «Nessuno deve essere inquisito per le sue opinioni, anche religiose». Successivamente i cattolici del sud della Francia (dove più vivo era il sentimento anti-protestante) contrattaccarono, invitando l'Assemblea a riconoscere il cattolicesimo come religione di Stato. La proposta fu rigettata, contribuendo ad allontanare parte del clero dalla rivoluzione.
Le condanne di Pio VI del 10 marzo e 13 aprile portarono al distacco di un'ulteriore parte del clero fedele al papa dall'Assemblea, dividendo profondamente la Chiesa francese e aggravando il malcontento della popolazione mentre la questione del giuramento degenerò in uno scontro violento nell'ovest della Francia, dove le città sostenevano i chierici costituzionali e le campagne appoggiavano i refrattari, ovvero quelli che rifiutavano il giuramento di fedeltà allo Stato.
Caduta della monarchia e instaurazione della Prima Repubblica
Fuga a Varennes
Da tempo erano stati preparati diversi piani per permettere alla famiglia reale di fuggire da Parigi, ma l'indecisione di Luigi XVI portò all'accantonamento di ognuno di essi. Grazie all'insistenza di Maria Antonietta, il re si decise ad agire e optò per un tentativo di fuga ideato da Hans Axel von Fersen, con il quale sarebbero rimasti in territorio francese, al fine di preservare ciò che restava del prestigio e dell'autorità della monarchia; la loro destinazione era Montmédy, una roccaforte nel nord-est della Francia, vicino al confine con il Lussemburgo, dove ad attenderli ci sarebbe stato il comandante François Claude de Bouillé con soldati fedeli alla causa monarchica. Qui Luigi XVI avrebbe potuto organizzare un tentativo di controrivoluzione.
Alcuni storici sostengono che La Fayette, al corrente del piano, favorì la fuga nella speranza di ottenere, in assenza del sovrano, la nomina di Capo dello Stato.
Luigi XVI ritorna da Varennes
Luigi XVI ritorna da Varennes (Jean Duplessis-Bertaux, 1791) Il 14 luglio 1790, al Campo di Marte, era stato celebrato l'anniversario della Presa della Bastiglia con la Festa della Federazione e, dopo una celebrazione eucaristica sostenuta da Talleyrand, Luigi XVI e Maria Antonietta, accompagnati da La Fayette, avevano prestato giuramento al Paese e alla Costituzione (ancora in fase di revisione). Questo momento di unione nazionale aveva fatto credere tanto alla popolazione quanto all'assemblea che il re avesse accettato i cambiamenti sociali e politici appena instaurati, tanto che la popolazione presente al campo di Marte gridò "Viva il Re", testimoniando la propria fiducia nella lealtà della monarchia. Anche i rapporti tra sovrano e assemblea si erano fatti più distesi: infatti erano state conservate numerose prerogative della monarchia e gli ideali repubblicani, già deboli, si erano ulteriormente assopiti. Invece Luigi XVI aveva tentato di conservare la sua autonomia e di riconquistare il potere assoluto che aveva perduto, mantenendo contatti con le corti straniere, chiedendo loro supporto contro i rivoluzionari e, come sincero cattolico, appoggiando il papa e i preti refrattari: il re infatti sperava in un ritorno al passato, in una restaurazione (guidata però dall'estero e con l'aiuto di potenze straniere).
Il fallimento del suo tentativo di fuga a Varennes, che avvenne tra il 20 e il 21 giugno 1791, ebbe la conseguenza di svelare alla popolazione la sua ostilità nei confronti della rivoluzione e ruppe l'ideale di unità nazionale distruggendo ogni prestigio della monarchia.
La sera del 20 giugno 1791 tutte le porte del palazzo delle Tuileries erano sorvegliate da uomini della Guardia nazionale. Ancora oggi non è chiaro quale via di fuga abbia utilizzato la famiglia reale. I primi ad abbandonare il palazzo furono la governante Louise Elisabeth de Croÿ e sua figlia Pauline de Tourzel con i figli dei sovrani; successivamente uscirono il re, la regina e la sorella del re, Elisabetta; la famiglia si ricongiunse verso mezzanotte poco distante a bordo della carrozza di von Fersen; poco più avanti vennero raggiunti dalla carrozza reale, sulla quale si trasferirono per proseguire il viaggio; la stessa notte tentarono la fuga il conte e la contessa di Provenza, riuscendo a espatriare senza problemi.
La mattina del 21 giugno si diffuse la notizia della scomparsa del re e nella popolazione le reazioni furono miste, dalla sorpresa al risentimento. La Fayette, il sindaco Bailly e altri, decisero di far credere che il sovrano fosse stato rapito, con l'intento di salvare ciò che restava della credibilità della monarchia costituzionale francese. Tuttavia verso sera la carrozza reale venne riconosciuta da Jean-Baptiste Drouet, il mastro di posta di Sainte-Menehould che, montato a cavallo, riuscì a precederla a Varennes-en-Argonne allertando la popolazione locale che bloccò la fuga. Arrestata, la famiglia reale venne ricondotta a Parigi dove giunse al palazzo delle Tuileries il 25 giugno. Luigi XVI perse la stima di molti cittadini francesi e numerosi giornali rivoluzionari divennero sempre più ostili e irrispettosi nei confronti del re e della regina, ritraendoli in immagini caricaturali sotto forma di maiali.
Costituzione del 1791 e strage del Campo di Marte
Club dei Giacobini
Lo stesso argomento in dettaglio: Costituzione francese del 1791 e Massacro del Campo di Marte.
A meno di un mese dal fallito tentativo di fuga del re, il Club dei Cordiglieri (estremisti rivoluzionari) decise di redigere una petizione con la quale chiese la destituzione del re e l'instaurazione della repubblica. I difensori della monarchia costituzionale, tra i quali La Fayette e Bailly, a seguito di incidenti decretarono la legge marziale, vietando qualsiasi manifestazione. Tuttavia, il 17 luglio, i parigini si radunarono a Campo di Marte per manifestare, sostenendo l'iniziativa dei Cordiglieri. Quando la Guardia nazionale arrivò, guidata da La Fayette e Bailly, che portava con sé la bandiera rossa della legge marziale, fu ordinato alla folla di disperdersi. La folla reagì lanciando dei sassi contro i soldati. Un colpo di pistola partì da qualche parte, o dai soldati o dai manifestanti e i soldati incominciarono a sparare sulla folla e alcuni manifestanti armati risposero. La Guardia Nazionale contò in totale nove feriti, di cui due morirono nei giorni successivi; delle vittime fra i manifestanti non ci fu alcun rapporto ufficiale ma le stime effettuate danno 10 morti secondo la stampa fayettista, 12 secondo un resoconto di Bailly, fino ad arrivare a un massimo di 400 (probabilmente esagerati) per il giornalista radicale Jean-Paul Marat. Secondo la maggior parte delle stime però i morti furono verosimilmente una cinquantina. Questo evento (noto come Eccidio del Campo di Marte) portò a una rottura insanabile tra i rivoluzionari radicali e quelli moderati: La Fayette, Bailly e Antoine Barnave uscirono dal Club dei Giacobini (che aveva appoggiato il Club dei Cordiglieri durante la manifestazione del 17 luglio) e fondarono il più conservatore Club dei Foglianti, con il quale cercarono di limitare le conseguenze che la rivoluzione stava apportando, sostenendo la monarchia costituzionale.
La revisione della Costituzione terminò il 12 settembre 1791 e il giorno dopo il re la ratificò, diventando Luigi XVI Re dei Francesi. La nuova riforma, basata sulle idee di Montesquieu (separazione dei poteri) e Rousseau (sovranità popolare e supremazia del legislatore), prevedeva una monarchia dai poteri limitati nella quale al sovrano, che rimaneva il rappresentante della Nazione, competeva il solo potere esecutivo tramite la nomina di alcuni ministri (scelti all'esterno del parlamento per evitare conflitti di interesse); il potere legislativo venne affidato all'Assemblea Legislativa, che sostituì l'Assemblea nazionale costituente, formata da 745 deputati.
L'elezione dei deputati avvenne a suffragio censitario a due gradi: il corpo dei cittadini attivi (uomini al di sopra dei venticinque anni che pagavano tasse per un valore corrispondente ad almeno tre giornate lavorative) eleggeva gli elettori (uomini al di sopra dei venticinque anni che pagavano tasse per un valore di almeno dieci giornate lavorative), ai quali spettava la successiva elezione dei deputati; un candidato deputato doveva essere un proprietario terriero e contribuente per una somma prestabilita; infine, su proposta di Maximilien de Robespierre, nessun deputato della precedente Assemblea nazionale costituente poté presentarsi come candidato all'elezione della nuova Assemblea, che si riunì a partire dal 1º ottobre 1791. I più moderati formarono la destra, circa 260 monarchici di tendenza costituzionale iscritti al Club dei Foglianti, difensori della monarchia contro l'agitazione popolare; la sinistra con circa 135 deputati, per la maggior parte esponenti di idee illuministe della piccola borghesia, fu costituita da membri del Club dei Giacobini, dal Club dei Cordiglieri e dai Girondini; il centro, con circa 350 deputati, formava la cosiddetta Palude e rappresentava la maggioranza e difese gli ideali della Rivoluzione votando generalmente con la sinistra ma, non avendo una forte caratterizzazione politica, capitò che sostenne anche proposte provenienti da destra.
Al re non spettava più la nomina dei magistrati che vennero eletti con le medesime procedure previste per l'elezione dei deputati e la sua condotta in politica estera venne messa sotto controllo. Al sovrano tuttavia rimase la facoltà di nominare e revocare i ministri, i capi militari, gli ambasciatori e i principali amministratori; conservò inoltre il potere di veto sospensivo sui provvedimenti approvati dall'Assemblea Legislativa, ma questo non poté applicarsi alle leggi costituzionali, alle leggi fiscali e alle deliberazioni concernenti la responsabilità dei ministri, i quali avrebbero potuto essere messi in stato d'accusa dall'Assemblea. La Francia divenne così a tutti gli effetti una monarchia costituzionale.
Le elezioni a Parigi
Dopo gli eventi avvenuti al Campo di Marte, il sindaco Bailly – da mesi oggetto di critiche feroci – si rese conto che le ultime vestigia della sua popolarità erano scomparse e che non era più una voce efficace per la rivoluzione e il 19 ottobre presentò le sue dimissioni da sindaco alla Comune in una lettera dal tono singolarmente scoraggiato e significativa per la sua mancanza di eloquenza rivoluzionaria:
Jérôme Pétion de Villeneuve (1756–1794) «Credo di poter guardare la mia carriera come finita. Vengo per chiedervi di ricevere le mie dimissioni. La costituzione è stata completata, decretata solennemente; ed è stata accettata dal re. Iniziata sotto la mia presidenza, posso vedere il traguardo e posso vedere realizzato il mio giuramento. Ma ho bisogno di un periodo di riposo, che le funzioni della mia posizione non mi consentono...» (Bailly nella "Lettre aux officiers municipaux, 19 octobre 1791")
A Bailly fu chiesto di posporre le proprie dimissioni fino alla celebrazione di nuove elezioni, ma nessuno in realtà protestò per la sua decisione. Le elezioni si tennero il mese successivo, il 14 novembre 1791. Ad esse parteciparono La Fayette, che intanto si era dimesso dalla carica di comandante della Guardia Nazionale, e il giacobino Jérôme Pétion de Villeneuve il quale venne eletto sindaco di Parigi con il 60% dei voti, per un totale di 6708 voti su 10632 votanti, nonostante avesse votato solo il 10% degli aventi diritto al voto. Fondamentale per Pétion fu il mancato appoggio a La Fayette da parte della corte che senza questi voti non riuscì a vincere. Anche l'influenza di La Fayette, inviso sia alla sinistra radicale - che aveva ormai catalizzato la rivoluzione - sia alla corte e alla famiglia reale, era dunque tramontata.
Guerra all'Austria
La situazione politica e sociale disastrosa favorì un forte incremento dell'emigrazione (in gran parte nobili), confermando la progressiva radicalizzazione della Rivoluzione. Per cercare di contenere questa espansione rivoluzionaria entro i confini francesi, il 27 agosto 1791 l'imperatore Leopoldo II e Federico Guglielmo II, re di Prussia, al termine di un incontro avvenuto a Pillnitz dal 25 al 27 agosto dove venne discusso principalmente il tema della spartizione della Polonia e la fine della guerra tra Austria e Impero ottomano, rilasciarono una dichiarazione (Dichiarazione di Pillnitz), con la quale invitarono le potenze europee a intervenire contro la Rivoluzione per restituire i pieni poteri a Luigi XVI. Negli stessi giorni, Leopoldo II dichiarò che l'Austria avrebbe mosso guerra solamente se tutte le potenze avessero fatto altrettanto, l'inglese William Pitt il Giovane, condivise tale condizione; dunque, la Dichiarazione di Pillnitz sarebbe dovuta servire unicamente allo scopo di intimorire i rivoluzionari francesi, facendoli desistere dal continuare a indebolire l'autorità di Luigi XVI ma sia la popolazione sia l'Assemblea Legislativa interpretò il documento come una reale dichiarazione di guerra, cosa che fece aumentare l'influenza dei deputati radicali, tra i quali Jacques Pierre Brissot, favorevoli all'intervento bellico per radicalizzare il movimento rivoluzionario e diminuire ulteriormente il potere del re.
Il 31 ottobre l'Assemblea votò un decreto volto a contrastare l'emigrazione, per il quale tutti gli emigrati francesi sarebbero dovuti tornare entro due mesi, pena la confisca delle loro proprietà; il 29 novembre venne promulgato un secondo decreto che imponeva il giuramento civile ai chierici refrattari, pena la privazione della pensione o addirittura la deportazione in caso di disturbo all'ordine pubblico; infine, fu richiesto ai sovrani stranieri di cacciare gli emigrati dai loro territori. Il clima di tensione, peraltro, era ulteriormente aggravato dal desiderio del Contado Venassino, una zona della Provenza appartenente storicamente allo Stato Pontificio, d'annettersi alla Francia e dai principi tedeschi che si considerarono lesi dall'abolizione francese dei diritti feudali, in quanto proprietari di alcuni territori in Alsazia.
Luigi XVI, consapevole della disorganizzazione che regnava nell'esercito francese, sperava segretamente nello scoppio di una guerra che avrebbe sconfitto i rivoluzionari e riportato i pieni poteri alla monarchia; dello stesso parere era il Club dei Foglianti. La sinistra, in particolare i Girondini, era anch'essa favorevole allo scoppio di un conflitto armato, con il quale avrebbe potuto tentare di esportare la rivoluzione nel resto d'Europa. Dunque ognuno, per diversi motivi, desiderava la guerra (tra i pochi contrari vi fu Robespierre che preferiva consolidare ed espandere la rivoluzione in Patria).
Francesco II
Francesco II (opera di Friedrich von Amerling, 1832) Il 20 aprile 1792, su proposta del re e dopo una votazione con una maggioranza schiacciante dell'Assemblea Legislativa, la Francia dichiarò guerra al re di Ungheria e di Boemia, Francesco II (appena succeduto al padre Leopoldo II, morto il 1º marzo): la guerra non venne dichiarata al Sacro Romano Impero e questo fu un escamotage per evitare di coinvolgere gli stati tedeschi a esso aderenti; la Prussia si alleò agli austriaci il 6 giugno. I Girondini definirono questo conflitto come una guerra dei popoli contro i sovrani, una crociata per la libertà.
In quel momento l'armata francese era in uno stato di totale disorganizzazione, con i soldati che avevano un morale piuttosto basso tanto che molti disertarono non appena seppero della dichiarazione di guerra, con i reggimenti stranieri di dubbia lealtà, con molti ufficiali che, essendo di estrazione nobile, erano emigrati e non erano stati rimpiazzati. Presto, tra i rivoluzionari cominciò a svilupparsi l'idea dell'esistenza di un complotto fra nobiltà, corte e chierici refrattari per abbattere la rivoluzione; questa convinzione regnava anche sul campo di battaglia e a testimoniarlo vi fu la morte del generale Theobald de Dillon, ucciso dai propri uomini in seguito a una sconfitta subita nei pressi di Lille il 29 aprile, accusato di essere stato il responsabile della ritirata.
L'Assemblea, su forte pressione dei Girondini, votò tre decreti volti a prevenire e contrastare un'eventuale controrivoluzione: deportazione dei preti refrattari (27 maggio), scioglimento della Guardia reale (29 maggio) e costituzione di una Guardia nazionale provinciale per la difesa di Parigi (8 giugno). L'11 giugno il re oppose il suo veto al primo e al terzo decreto, provocando una nuova agitazione rivoluzionaria che il 20 giugno sfociò nell'attacco della popolazione al palazzo delle Tuileries; durante l'insurrezione venne trascinato un cannone lungo la rampa delle scale del palazzo, il re venne obbligato ad affacciarsi al balcone, accettò impassibile di indossare il berretto frigio (simbolo di libertà e rivoluzione) e bevve vino alla salute del popolo, ma rifiutò di ritirare il veto sui decreti. L'entrata in guerra della Prussia il 6 luglio costrinse l'Assemblea Legislativa ad aggirare il veto reale, proclamando la Patria in pericolo l'11 luglio 1792 e chiedendo a tutti i volontari di affluire verso Parigi.
Fine della monarchia
Lo stesso argomento in dettaglio: Giornata del 10 agosto 1792.
Il 25 luglio a Coblenza, su suggerimento del re e della regina, venne redatto da Jacques Mallet-du-Pan, Jérôme-Joseph Geoffroy de Limon e Jean-Joachim Pellenc un proclama destinato ai parigini. Attribuito al comandante dell'esercito austro-prussiano, Carlo Guglielmo Ferdinando di Brunswick-Wolfenbüttel, il documento minacciava sanzioni gravi in caso di attentato all'incolumità del sovrano e della famiglia reale (Manifesto di Brunswick).
(francese) «S'il est fait la moindre violence, le moindre outrage à leur Majestés, le roi, la reine et la famille royale, s'il n'est pas pourvu immédiatement à leur sûreté, à leur conservation et à leur liberté, elles (les Majestés impériale et royale) en tireront une vengeance exemplaire et à jamais mémorable, en livrant la ville de Paris à une execution militaire et à une subversion, et les révoltés coupables d'attentats aux supplices qu'ils auront mérités.» (italiano) «Nel caso in cui venga usata la più piccola violenza o venga recata la minima offesa nei confronti delle loro Maestà, il re, la regina e la famiglia reale, se non si provvede immediatamente alla loro sicurezza, alla loro protezione e alla loro libertà, esse (la Maestà imperiale e reale) si vendicheranno in modo esemplare e memorabile, abbandoneranno cioè la città a una giustizia militare sommaria e i rivoltosi colpevoli di attentati subiranno le pene che si saranno meritati.» (Carlo Guglielmo Ferdinando, duca di Brunswick-Wolfenbüttel, disposizione finale)
Il 1º agosto il manifesto venne affisso sui muri della città di Parigi ma, invece di spaventare i cittadini, contribuì ad aumentare in loro il sentimento di unione nazionale e l'odio nei confronti della monarchia. Per molti fu la prova definitiva dell'esistenza di un'alleanza tra il re e le nazioni nemiche che indusse i rivoluzionari a pretendere dall'Assemblea Legislativa la destituzione di Luigi XVI che venne però rifiutata.
La notte del 9 agosto si formò un corteo di insorti davanti al Municipio di Parigi. Al loro fianco si schierarono le truppe di volontari, provenienti principalmente dalla Provenza e dalla Bretagna, che da poco avevano formato la Guardia nazionale provinciale; si riunirono circa 20 000 dimostranti fra uomini, donne, operai, borghesi, militari, civili, parigini e provinciali. Questi, armati di fucili e guidati da militanti sanculotti (uomini del popolo di idee rivoluzionarie radicali) delle varie sezioni di Parigi, erano talmente organizzati da far capire che la sollevazione era stata premeditata e preparata, evidenziando la maturità raggiunta dal movimento popolare. I principali organizzatori di questa giornata rivoluzionaria furono Jean-Paul Marat, Georges Jacques Danton, Maximilien de Robespierre, Louis Antoine de Saint-Just, Jacques-René Hébert, Camille Desmoulins, Fabre d'Églantine e altri.
Presa del palazzo delle Tuileries
Presa del palazzo delle Tuileries (Jean Duplessis-Bertaux, 1793) Il corteo fece irruzione nel Municipio obbligando il consiglio comunale in carica a destituirsi; quest'ultimo venne sostituito da un consiglio rivoluzionario, la Comune Insurrezionale. Successivamente la folla si diresse verso il palazzo delle Tuileries, giungendo a destinazione alle prime luci dell'alba del 10 agosto. Questo era difeso dalla Guardia svizzera e da alcuni nobili, i quali portarono il re e la sua famiglia nella Sala del Maneggio (sede dell'Assemblea Legislativa) con l'intento di mettere i reali sotto la protezione dell'Assemblea, riunita in seduta straordinaria. Alle otto del mattino gli insorti decisero di penetrare nel palazzo; la Guardia svizzera reagì, provocando centinaia di morti, ma i manifestanti continuarono a giungere numerosi da ogni parte (soprattutto da Faubourg Saint-Antoine); il re, seguendo il consiglio dei deputati che volevano evitare un bagno di sangue, ordinò al comandante delle sue truppe di ritirarsi nella caserma e i soldati, eseguendo l'ordine appena ricevuto, vennero sorpresi e massacrati dalla folla; al termine degli scontri si contarono circa 350 morti fra gli insorti e circa 800 fra i monarchici, di cui 600 Guardie svizzere e 200 nobili. Con la presa del palazzo il potere passò di fatto nelle mani della Comune Insurrezionale che immediatamente obbligò l'Assemblea legislativa a dichiarare decaduta la monarchia e a convocare una nuova assemblea costituente (Convenzione nazionale) che avrebbe avuto il compito di stilare una nuova Costituzione a carattere democratico ed egualitario. Luigi XVI, privato dei suoi poteri, venne rinchiuso insieme alla sua famiglia nella prigione del Tempio in attesa di essere processato. La sera del 10 agosto, in seguito a una seduta durata nove ore, l'Assemblea legislativa designò per acclamazione un Consiglio Esecutivo provvisorio composto da sei ministri: Danton (ministro della Giustizia), Gaspard Monge (ministro della Marina), Pierre Henri Hélène Tondu (ministro degli Esteri), Jean-Marie Roland de La Platière (ministro degli Interni), Joseph Servan (ministro della Guerra) e Étienne Clavière (ministro delle Finanze). Segretario del Consiglio provvisorio fu nominato Philippe-Antoine Grouvelle.
Elezione dei deputati della Convenzione nazionale e proclamazione della repubblica
Georges Jacques Danton (Constance-Marie Charpentier, 1792) All'inizio di settembre 1792 l'esercito austro-prussiano proseguì il suo attacco, penetrando sempre più in territorio francese. Dopo la caduta della fortezza di Longwy il 23 agosto, rimaneva la fortezza di Verdun, assediata dal 20 agosto, come ultima difesa lungo la strada per Parigi; un attacco dell'esercito nemico la fece capitolare il 2 settembre, costringendo la Comune a chiamare alle armi un gran numero di cittadini per essere spediti al fronte. Tutto questo contribuì a diffondere nel popolo un'ondata di panico che, insieme alla convinzione generale dell'esistenza di un complotto controrivoluzionario, si trasformò in collera verso chi era ritenuto responsabile di questa critica situazione. Tutto questo indusse la popolazione ad assaltare le carceri di Parigi dal 2 al 7 settembre, noti poi come Massacri di settembre in quanto causarono la morte di tutte le persone ritenute colpevoli o sospette di atti controrivoluzionari. Processi sommari ebbero luogo in numerose carceri di Parigi e quasi 1 400 prigionieri furono condannati e giustiziati. Tra le vittime ci furono più di duecento chierici refrattari, un centinaio di Guardie svizzere, molti prigionieri politici e aristocratici; persero la vita anche numerose persone che erano state imprigionate ingiustamente o colpevoli di reati minori. Tra i massacri più celebri ci furono quelli all'abbazia di Saint-Germain-des-Prés, al carcere del convento dei Carmelitani, alla Conciergerie, alla Prigione di Saint-Firmin, al Grand Châtelet, alla prigione La Force e al carcere dell'ospedale della Salpêtrière. Simili insurrezioni, ma di minore entità, si verificarono nel resto del Paese, portando alla morte altre 150 persone circa. Queste uccisioni sommarie avvennero sotto gli occhi dell'Assemblea Legislativa che, non osando intervenire, evitò di condannarle.
L'elezione dei deputati della Convenzione nazionale si svolse dal 2 al 6 settembre 1792 in un'atmosfera molto tesa e si decise di abbandonare il sistema elettorale censitario utilizzato nel 1791 per usare per la prima volta quelle a suffragio universale maschile.
Jean-Paul Marat
Jean-Paul Marat (Joseph Boze, 1793) Votò solo il 10% dei sette milioni di elettori a causa principalmente dell'allontanamento dei sostenitori della monarchia in seguito alla giornata del 10 agosto, al clima di terrore che regnava in quel periodo e alla paura generale di fare una scelta politica sbagliata che avrebbe comportato ritorsioni. La Convenzione venne così composta da 749 deputati repubblicani provenienti principalmente dalla borghesia. Questi si divisero in tre gruppi: a destra i Girondini, a sinistra i Montagnardi e al centro la maggioranza che non aveva ancora una linea politica ben definita.
I neo-formatisi Girondini, fra cui spiccavano Jacques Pierre Brissot, Pierre Victurnien Vergniaud, Jérôme Pétion de Villeneuve e Jean-Marie Roland, rappresentavano l'ala più moderata della Convenzione: diffidavano dalla gente comune ma avevano l'appoggio della borghesia provinciale che aveva fatto fortuna durante la rivoluzione: intendevano opporsi al ritorno dell'Ancien Régime per godersi in pace i frutti dei loro successi ma erano restii a prendere decisioni di emergenza per soccorrere il Paese; i Girondini ottennero fin dal principio la direzione all'interno della Convenzione nazionale ma, sostenendo fermamente la lotta della rivoluzione contro il potere dei sovrani, dovettero sperare nella vittoria in guerra per evitare di essere travolti dal loro stesso programma politico.
I Montagnardi (da "montagna", in quanto occupavano i banchi posti più in alto) provenivano principalmente dal Club dei Giacobini e rappresentavano l'ala più radicale della Convenzione: sensibili ai problemi della gente comune, erano disposti ad allearsi con i sanculotti o ad adottare misure di emergenza per salvare la Patria in pericolo. Alla guida dei Montagnardi ci furono Robespierre, Danton, Marat e Louis Antoine de Saint-Just.
I deputati di centro, chiamati anche Pianura (in quanto occupavano i banchi posti più in basso) o in modo dispregiativo Palude, non avevano dei rappresentanti di spicco e dunque non possedevano una precisa linea politica: appoggiarono i Girondini quando si trattavano argomenti inerenti alla proprietà e la libertà, mentre sostennero i Montagnardi quando al centro degli interessi c'era il bene della Nazione.
L'ultimo atto dell'Assemblea Legislativa fu decidere, il 20 settembre 1792, che i registri delle nascite e dei decessi da quel momento avrebbero dovuto essere tenuti dai comuni; l'indomani la Convenzione nazionale si riunì per la prima volta e il 21 settembre abolì la monarchia, proclamando la repubblica.
Prime vittorie in guerra
A seguito della sconfitta a Verdun, i comandanti delle tre armate francesi che fronteggiarono l'esercito austro-prussiano (La Fayette, Luckner e Donatien de Vimeur de Rochambeau) vennero sostituiti dalla Convenzione con i generali Dumouriez e Kellermann. Il 20 settembre 1792, nella battaglia di Valmy, l'armata francese riportò una vittoria, inducendo Austria e Prussia a ritirarsi dalla Francia; in agosto Federico Guglielmo II aveva concluso un accordo segreto con la Russia per la spartizione della Polonia, problema che gli stava più a cuore rispetto alla difesa dei diritti della monarchia francese e ciò contribuì al rientro delle truppe della coalizione in Patria.
Sul piano militare si trattò di una vittoria poco rilevante ma l'importanza storica fu di grande portata, come sottolineò Goethe, fisicamente presente alla battaglia come osservatore prussiano, che scrisse: «Di qui e oggi comincia una nuova epoca della nostra storia del mondo». Il fatto che un esercito raccogliticcio, indisciplinato, di scarsa esperienza militare e per di più in sensibile inferiorità numerica fosse riuscito a sconfiggere l'esercito di due potenze coalizzate, infiammò l'opinione pubblica francese e ridiede credibilità all'esercito, mettendo in dubbio le capacità militari dei comandanti avversari.
L'avanzata delle truppe francesi proseguì con il generale de Custine che conquistò Spira (30 settembre), Worms (5 ottobre), Magonza (21 ottobre) e Francoforte sul Meno (22 ottobre), ottenendo l'occupazione della riva sinistra del Reno. Durante queste avanzate venne occupato anche il Ducato di Savoia. L'8 ottobre Dumouriez entrò in Belgio con l'intento di togliere l'assedio alla città di Lilla e il 6 novembre riportò un'importante vittoria nella battaglia di Jemappes che gli permise di occupare i Paesi Bassi austriaci che comprendevano gran parte degli attuali Belgio e Lussemburgo.
Ovunque i francesi riuscirono a diffondere i loro ideali rivoluzionari: la Convenzione enunciò l'idea che le Alpi e il Reno erano le frontiere naturali della Francia, decretando nel dicembre 1792 l'annessione di tutti i Paesi occupati; questo approccio in politica estera fu poco coerente con gli ideali della rivoluzione, la quale voleva la liberazione dei popoli; l'Inghilterra, che già in passato aveva contrastato fortemente la politica imperialista di Luigi XIV, successivamente assumerà la guida nella lotta alla Rivoluzione francese.
Processo ed esecuzione di Luigi XVI
Processo a Luigi XVI
Dopo l'arresto del re, i Girondini cercarono in ogni modo di evitare il suo processo temendo che questo potesse rianimare e rinforzare l'ostilità delle monarchie europee nei confronti della Francia. La scoperta dell'armadio di ferro al palazzo delle Tuileries, il 20 novembre 1792, rese il processo inevitabile in quanto i documenti reali rinvenuti provarono il tradimento del re e il 3 dicembre la Convenzione nazionale dichiarò che il procedimento penale sarebbe cominciato la settimana successiva. Per la sua difesa il re, accusato di tradimento verso la nazione e di cospirazione contro le libertà pubbliche, chiese l'assegnazione del più celebre avvocato dell'epoca, Target, ma quest'ultimo rifiutò l'incarico; la Convenzione decise allora di assegnare all'imputato gli avvocati Tronchet, de Lamoignon de Malesherbes e de Sèze. Il processo, presieduto da Bertrand Barère, cominciò il 10 dicembre e nei giorni seguenti gli avvocati difensori esposero le loro arringhe, sostenendo l'inviolabilità del sovrano prevista dalla Costituzione del 1791 e chiedendo che fosse giudicato come un normale cittadino e non come un Capo di Stato; i Girondini, che volevano condannare la carica del monarca ma non la persona, si trovarono in forte contrasto con i Montagnardi, i quali desideravano una netta separazione con tutto ciò che rappresentava il passato monarchico attraverso la condanna a morte.
Condanna
Lo stesso argomento in dettaglio: Quest'uomo deve regnare o morire.
Il 15 gennaio 1793 il re fu riconosciuto colpevole con la schiacciante maggioranza di 693 voti contro 28. Il giorno seguente, su forte pressione dei Girondini, venne chiesto di decidere se la condanna di colpevolezza adottata dalla Convenzione nazionale avrebbe dovuto passare attraverso un referendum popolare; questo estremo tentativo di salvare la vita al re venne rifiutato con 424 contrari, 287 favorevoli e 12 astenuti; sempre nella giornata del 16 gennaio si proseguì con la votazione sul tipo di pena da adottare nei confronti del sovrano; infine, alle nove della sera venne data lettura della sentenza: Luigi XVI sarebbe stato giustiziato il 21 gennaio alle 11, in Place de la Révolution. Il 17 gennaio, su richiesta di alcuni Girondini, venne eseguito uno scrutinio di controllo dove risultò che 387 deputati votarono la morte e 334 la detenzione o la morte con rinvio.
Esecuzione
Esecuzione di Luigi XVI Luigi XVI fu condotto in carrozza al patibolo un'ora prima dell'esecuzione, dopo avere ricevuto la comunione in prigione. Quando arrivò in piazza, indossando una camicia bianca di lino e una giacca che dopo l'esecuzione furono venduti all'asta, i soldati provarono a legargli le mani, ma il sovrano si sottrasse. Le mani, comunque, gli furono legate sul patibolo dal boia Charles Henri Sanson, che gli tagliò il codino. Il resto del cerimoniale fu seguito dal re con freddezza, nonostante la fama di uomo codardo che gli si attribuiva. Prima di essere ucciso, sebbene i soldati cercassero di impedirglielo, Luigi XVI si rivolse ai parigini per pronunciare un breve discorso: "Muoio innocente dei delitti di cui mi si accusa. Perdono coloro che mi uccidono. Che il mio sangue non ricada mai sulla Francia!". Secondo le testimonianze di alcune persone presenti, la ghigliottina scattò prima che Luigi fosse messo in posizione, e dunque la lama non tagliò del tutto il collo.
Alla morte del re, sancita dalla testa mostrata alla folla da un membro della Guardia nazionale, i parigini festeggiarono ballando al suono dell'inno nazionale e, secondo le testimonianze dell'epoca, addirittura assaggiarono il sangue del re. La festa durò a lungo, e uno dei testimoni, Louis-Sébastien Mercier, la descrisse così: «Vidi gente che passeggiava sottobraccio ridendo e scherzando amabilmente, come se si trovassero a una festa». Alla fine il cadavere - trasportato in un cesto di vimini fino al Cimitero della Madeleine - finì in una bara aperta che fu calata in una fossa del cimitero e ricoperto di calce viva. Luigi Carlo divenne automaticamente, per i monarchici e gli Stati internazionali, re Luigi XVII.
Prima coalizione e controrivoluzione interna
Conseguentemente all'esecuzione di Luigi XVI, il Regno di Gran Bretagna assunse la guida della Prima coalizione, alla quale aderirono l'Arciducato d'Austria, il Regno di Prussia, l'Impero russo, il Regno di Spagna, il Regno del Portogallo, il Regno di Sardegna, il Regno di Napoli, il Granducato di Toscana, la Repubblica delle Sette Province Unite e lo Stato Pontificio. La Francia regicida venne così accerchiata da una forte coalizione di potenze avversarie e il 1º febbraio 1793 dichiarò guerra a Gran Bretagna e Paesi Bassi: a seguire fu dichiarata guerra alle Spagna (detta anche Guerra del Rossiglione): il 24 febbraio i girondini imposero il reclutamento di massa della popolazione abile al servizio militare per incrementare di 300 000 uomini le file dell'esercito; l'annuncio di questa decisione provocò diverse sollevazioni popolari in tutto il Paese, aggravate dalla successiva votazione della Convenzione nazionale che impose che tutti quelli che avessero rifiutato di impugnare le armi sarebbero stati giustiziati immediatamente e senza processo. L'impopolarità dei girondini si accrebbe ulteriormente in seguito alla loro cattiva condotta in politica economica, incapaci di sanare la grave crisi inflazionistica. I produttori alimentari immagazzinarono i loro prodotti piuttosto di scambiarli sul mercato con assegnati ormai privi di valore. La popolazione, spinta dalla fame e dalla miseria, reclamò misure di emergenza contro il mercato nero, chiese l'abbassamento dei prezzi, la requisizione di viveri presso i produttori e la condanna degli speculatori. Nonostante questo quadro sociale disastroso, la Convenzione proseguì la sua tipica politica liberista, favorendo gli interessi dei benestanti e peggiorando sempre più la condizione di vita della gente comune. I Montagnardi, diversamente dai Girondini, appoggiarono le rivendicazioni dei cittadini, guadagnandosi il loro favore.
Fin dai primi attacchi la Prima coalizione riuscì a espellere i francesi dai Paesi Bassi, ristabilendo poco alla volta tutti i confini prebellici. È in questo contesto che nel marzo del 1793 scoppiò un'insurrezione nel dipartimento francese della Vandea e nei territori adiacenti contro il governo rivoluzionario, che degenerò in una guerra civile. In questa zona, da sempre sostenitrice della monarchia, già da tempo si era diffuso un certo malcontento nei confronti della repubblica, dovuto principalmente alla politica anticlericale (in Vandea la fede cattolica era particolarmente radicata), all'aumento delle tasse e alla leva obbligatoria. La Vandea non era intenzionata a partecipare alle guerre causate dalla rivoluzione e dunque a morire per una Nazione che non la rappresentava, per cui preferì insorgere contro di essa con l'intento di provare a restaurare la monarchia; venne quindi organizzato un esercito cattolico e reale, costringendo la Convenzione ad attuare seri provvedimenti repressivi e a inviare un maggiore numero di soldati per contrastare queste violente insurrezioni.
Questo portò alla repressione attuata dal governo nella quale diverse migliaia di persone vennero uccise, numerosi villaggi vennero distrutti e, secondo alcuni storici, tra l'inverno del 1793 e l'estate del 1794 in questo territorio si compì il primo genocidio della storia contemporanea in quanto i repubblicani non vollero solo fermare l'insurrezione, ma anche evitare che le idee controrivoluzionarie si diffondessero e questo significò non solo un massacro e la distruzione su scala fino ad allora sconosciuti ma anche una zelante volontà di cancellare parte dell'identità culturale delle regioni in rivolta. Il numero delle vittime della repressione viene stimato tra i 117 000 e i 170 000 morti.
Una tregua vera e propria si ebbe solo nella primavera del 1795, ma lo stato insurrezionale rimase sempre presente nella regione e la rivolta si riaccese più volte negli anni seguenti, soprattutto nei momenti di crisi dei successivi governi repubblicani e napoleonici. Il successo delle guerre di Vandea fu dovuto al fatto che a insorgere fu il popolo, il quale sceglieva i propri comandanti tra gli stessi contadini e tra la nobiltà esiliata, a volte costringendoli con la forza; in quel periodo si verificarono altre insurrezioni piuttosto improvvisate e organizzate da nobili, più interessati a riconquistare le proprie terre che a ripristinare la monarchia; per questo motivo venivano spesso abbandonati dai propri uomini che combattevano solo dietro compenso, tanto che l'esercito repubblicano non ebbe difficoltà a sopprimere queste rivolte.
Fine dei Girondini
Marie-Jeanne Roland de la Platière Il 10 marzo 1793 la Convenzione istituì il Tribunale rivoluzionario (denominazione che assunse ufficialmente nell'ottobre dello stesso anno), mediante il quale vennero giudicati tutti gli oppositori politici. Il 18 marzo il deputato di centro Bertrand Barère propose la creazione di un nuovo comitato, da affiancare al Comitato di sicurezza generale (istituito ufficialmente nell'ottobre del 1792, agiva come organo di polizia proteggendo la repubblica rivoluzionaria dai nemici interni), con lo scopo di contrastare tutte le minacce rivolte alla repubblica, sia dall'interno sia dall'esterno del Paese. La proposta fu accolta e il 6 aprile venne istituito il Comitato di salute pubblica, formato da nove membri (allargato nel settembre 1793 a dodici) provenienti dalla stessa Convenzione che venivano rinnovati mensilmente mediante elezione: l'incarico presso il nuovo organo, che ebbe sede al palazzo delle Tuileries negli ex appartamenti della regina, fu preso da Danton; la Convenzione nazionale mantenne la suprema autorità e il Comitato di salute pubblica dovette rendere conto a essa delle proprie decisioni. Con il nuovo sistema di governo la Convenzione eleggeva i rappresentanti del Comitato di sicurezza generale e del Comitato di salute pubblica. Quest'ultimo proponeva le leggi e nominava i rappresentanti per le missioni di guerra al fronte e all'interno dei dipartimenti, ma l'approvazione finale delle decisioni spettava alla Convenzione.
L'esclusione dei girondini dal Comitato di salute pubblica fu causa di tensioni tra i rivoluzionari. Il conflitto tra la Gironda e la Montagna era scoppiato durante il processo al re, nel corso del quale i girondini avevano tentato la carta della clemenza, attirandosi sospetti di realismo. La loro politica moderata li rendeva sospetti soprattutto ai sanculotti e al Comune, che era più radicale; questo clima di ostilità a Parigi alimentò la convinzione dei girondini di favorire un decentramento territoriale del potere per impedire che la Convenzione cadesse nelle mani delle folle rivoluzionarie, che sempre più stavano influenzando con le loro insurrezioni la politica rivoluzionaria. I montagnardi, dal canto loro, erano ostili al federalismo, considerandolo una minaccia all'unità della repubblica.
La miccia dello scontro finale fu accesa dalla notizia della defezione del generale Dumouriez il 4 aprile e, il giorno seguente, i giacobini, su proposta di Marat, avanzarono una petizione per chiedere la destituzione dei deputati girondini della Convenzione, considerati complici di Dumouriez; Danton, sebbene fosse stato un tempo un attivo sostenitore riuscì a far ricadere tutte le accuse sui girondini; in un ultimo tentativo di reazione, la Gironda riuscì a mettere in stato di accusa Marat in quanto ispiratore della petizione, ma senza successo. I girondini avevano ormai perso il controllo di Parigi.
Il 31 maggio ci fu una manifestazione di sanculotti contro i girondini, seguita il 2 giugno da un'imponente insurrezione. Davanti al palazzo delle Tuileries, dove era riunita da tre giorni la Convenzione nazionale, si schierano circa 80 000 manifestanti, sostenuti dalla Guardia nazionale al comando di François Hanriot. I deputati non poterono uscire e uno dei collaboratori di Robespierre, Georges Couthon, chiese l'arresto dei due ministri (Clavière e Pierre Lebrun) e di ventinove deputati girondini. La Convenzione, sotto assedio, fu obbligata ad approvare.
Brissot, Lebrun, Vergniaud e altre diciotto figure di spicco dei Girondini, dopo un breve processo tenutosi a Parigi dal 24 al 30 ottobre, finirono ghigliottinati. L'8 novembre madame Roland venne condannata e giustiziata il giorno stesso. Suo marito, Jean-Marie Roland, rifugiato in Normandia, si trafisse il cuore con un pugnado, lasciando un messaggio scritto: «Nel conoscere la morte di mia moglie, non ho voluto restare un giorno di più sopra una terra macchiata di delitti». Clavière si suicidò in carcere, così come Condorcet, catturato mentre si allontanava da Parigi dopo cinque mesi di latitanza. Preferirono uccidersi nella latitanza anche l'ex sindaco Pétion e François Buzot. Con la caduta della Gironda, la guida della Convenzione nazionale passò ai Montagnardi, appoggiati esternamente dai sanculotti, sebbene in alcune province francesi il sostegno ai girondini sopravvivesse.
Governo rivoluzionario dei Montagnardi
Costituzione Montagnarda
Lo stesso argomento in dettaglio: Giacobinismo e Costituzione francese del 1793.
La morte di Marat
La morte di Marat (Jacques-Louis David, 1793) Con l'eliminazione dei Girondini, i Montagnardi si trovarono soli alla guida della Convenzione nazionale con il compito di condurre la guerra e risanare la grave situazione sociale, politica ed economica. Le frontiere nazionali vennero invase dalle potenze della Prima Coalizione: gli spagnoli penetrarono a sud-ovest, i piemontesi a sud-est, i prussiani, gli austriaci e gli inglesi a nord e a est oltre a numerose insurrezioni popolari contro la repubblica.
Il 13 luglio 1793, a Parigi, venne ucciso Marat, da Charlotte Corday, una sostenitrice dei Girondini che in seguito alla giornata del 2 giugno si convinse di doverlo uccidere in quanto ritenuto il principale responsabile della guerra civile; dopo una breve conversazione, la donna estrasse un coltello che conficcò nel petto di Marat, recidendo l'aorta e penetrando fino al polmone destro. Corday, arrestata e condannata a morte dal Tribunale Rivoluzionario, venne messa alla ghigliottina quattro giorni dopo. Questo avvenimento contribuì ad aggravare pesantemente la già critica situazione politica.
Maximilien de Robespierre
Maximilien de Robespierre (anonimo, 1790 circa) Nel Comitato di salute pubblica, Danton si rifiutò di approvare riforme di emergenza per sanare la difficile situazione e, conducendo una politica moderata, si oppose all'adozione di un'economia di guerra e alla leva obbligatoria, tentando accordi segreti con le potenze europee con l'intento di creare spaccature tra i membri della coalizione nemica. Sospettato di fare il doppio gioco, accusato di attuare una politica troppo cauta e malvisto dai sanculotti, il 10 luglio 1793 non venne rieletto membro del Comitato di salute pubblica. Robespierre, entrato nel Comitato il 27 luglio, intraprese fin dall'inizio una politica volta ad alleviare la miseria delle classi più umili, accogliendo le indicazioni fornite dai sanculotti e, seppure contrario alla guerra, fu tra i più attivi nel rafforzare militarmente l'esercito repubblicano attraverso provvedimenti di controllo dell'economia; preoccupato dagli eventi bellici, dai tentativi controrivoluzionari e deciso a estirpare ogni residuo della monarchia e dell'Ancien Régime, decise di sostenere la politica del cosiddetto Terrore, nel corso del quale si procedette all'eliminazione fisica di tutti i possibili rivali della rivoluzione.
Adottata dalla Convenzione il 24 giugno e approvata da un referendum popolare, il 4 agosto venne promulgata una nuova Costituzione (Costituzione dell'Anno I o Costituzione Montagnarda), basata principalmente sulla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789. Con l'intento di calmare il clima di tensione, essa venne formulata per stabilire una vera sovranità popolare grazie a frequenti elezioni a suffragio universale che avrebbero permesso una consultazione popolare delle leggi varate dal potere legislativo e riconosceva vari diritti economici e sociali (associazione, riunione, assistenza pubblica e istruzione), concedeva il diritto di ribellione (in caso il governo avesse violato i diritti del popolo) e l'abolizione della schiavitù. Nonostante i buoni propositi, questi provvedimenti non entrarono mai in vigore in quanto il 10 ottobre la Convenzione nazionale decretò che il governo sarebbe rimasto rivoluzionario fino all'ottenimento della pace, sospendendo così l'applicazione della nuova Costituzione.
Dinanzi alla continua avanzata in territorio francese della Prima Coalizione e sperando di soffocare i moti controrivoluzionari presenti in diverse province francesi, la Convenzione ratificò tutte le leggi che le vennero presentate dal Comitato di salute pubblica. Fra queste, la legge del 23 agosto applicò la leva di massa che permise di inviare tra le file dell'esercito tutti gli uomini celibi o vedovi di età compresa fra i diciotto e venticinque anni, mentre l'economia francese venne totalmente riconvertita per scopi bellici e chi non arruolato dovette partecipare agli sforzi di guerra adattandosi alla rigida economia di risparmio.
Regime del Terrore
Lo stesso argomento in dettaglio: Regime del Terrore e Guerre di Vandea.
Sanculotto
Sanculotto (Louis-Léopold Boilly, 1793) Il 5 settembre 1793 un folto gruppo di sanculotti armati manifestò per indurre la Convenzione ad assicurare il pane a prezzi più bassi e ad approvare dei provvedimenti drastici nei confronti di chiunque si fosse opposto agli ideali della rivoluzione. Guidata dal Comitato di salute pubblica, la Convenzione cercò di calmare l'agitazione popolare promulgando varie riforme. Il 9 settembre venne approvata la formazione dell'Armata rivoluzionaria che, sotto il comando del generale Charles Philippe Ronsin ebbe il compito di requisire il grano nelle campagne a discapito dei contadini e commercianti accaparratori (coloro che preferivano immagazzinare i loro prodotti piuttosto che immetterli sul mercato per essere scambiati con assegni senza valore). Il 17 settembre fu approvata la legge dei sospetti, proposta da Philippe-Antoine Merlin de Douai e Jean-Jacques Régis de Cambacérès, con la quale ogni nemico, o presunto tale, della rivoluzione venne incarcerato o giustiziato sommariamente. Questa riforma definì sospetti tutti i nobili e i loro parenti (senza definire il grado di parentela), tutti i preti refrattari e i loro parenti (senza definire il grado di parentela), tutte le persone che per condotta, atteggiamenti, relazioni, opinioni verbali o scritte, si erano dimostrati nemici della libertà e, con una definizione così vasta e poco dettagliata, i Montagnardi abusarono della legge, condannando chiunque fosse d'intralcio. Monarchici, chierici refrattari, nobili emigrati, accaparratori, speculatori, evasori fiscali, estremisti e moderati furono i gruppi maggiormente colpiti dalla nuova legge del Terrore.
Durante questo periodo di pesante inflazione, le merci furono gli unici prodotti, oltre ai beni immobili, a mantenere il loro valore reale. Cominciarono così a manifestarsi fenomeni di accaparramento e, per contrastarli, la Convenzione il 26 luglio 1793 approvò, su consiglio di Collot d'Herbois, la legge contro gli accaparramenti che stabilì il divieto di conservare in luogo chiuso derrate ritenute di prima necessità senza che fossero state sottoposte a vendita giornaliera; le pene per i trasgressori erano pesanti e potevano giungere fino alla ghigliottina; infine furono costituite, nelle municipalità, speciali commissioni di controllo i cui membri avevano accesso, con il supporto della forza pubblica, a qualsiasi luogo o residenza. Questa legge portò scarsi risultati e il perdurare dell'incremento dei prezzi (non trattati dalla legge contro gli accaparramenti) indusse la Convenzione ad approvare, il 29 settembre, la legge del maximum la quale, per tutte le merci previste, stabiliva che il prezzo massimo era quello raggiunto nell'anno 1790 maggiorato di un terzo, mentre per i salari veniva consentita una maggiorazione del 50%; la pena prevista per i trasgressori andava da dieci anni di carcere alla condanna a morte. Le nuove norme sull'accaparramento e sui prezzi non intervennero sulle cause ma solo sugli effetti e i risultati furono deludenti in quanto al mercato ufficiale, dal quale le merci sparirono immediatamente, si sostituì un mercato illegale al quale ci si doveva rivolgere per riuscire ad avere qualcosa a prezzi elevati; i salariati che fornivano la mano d'opera e tutti gli altri operatori indipendenti sui quali il controllo della remunerazione era impossibile, si rifiutarono di lavorare ai prezzi orari stabiliti dalla legge del maximum; i fornitori di beni, come i coltivatori, si trovarono nella condizione di non poter continuare l'attività produttiva a causa della scarsa remunerazione rispetto ai costi, per cui molti raccolti furono abbandonati; le autorità reagirono inasprendo le pene e istituendo commissioni incaricate di procedere alla coazione ma tale misura non fece altro che alimentare la corruzione.
Caricatura inglese
Caricatura inglese (George Cruikshank, 1819) In questo periodo venne ideata e messa in pratica la figura del Rappresentante in missione, inviato straordinario della Convenzione per il mantenimento dell'ordine e il rispetto della legge nei dipartimenti e negli eserciti. A questi uomini vennero conferiti poteri praticamente illimitati che permisero loro di supervisionare le azioni militari con la facoltà di giudicare l'operato dei generali e fu concesso loro di dirigere comandi militari locali in caso di disordini e di istituire tribunali rivoluzionari; divennero l'espressione materiale del Terrore, specialmente in Vandea, ove organizzarono processi sommari.
Durante il regime del Terrore si verificò un grande processo di scristianizzazione in quanto i rivoluzionari più estremisti ritenevano la religione cattolica superstiziosa e tirannica, sostenendo che ogni essere umano si sarebbe dovuto ispirare a ideali come la ragione, la libertà e la natura; tutte le chiese cattoliche vennero chiuse e si cominciò a predicare la religione rivoluzionaria, un numero elevato di chierici refrattari venne condannato a morte, numerosi beni della Chiesa furono requisiti, si celebrarono feste in onore della libertà e della ragione, si praticò il culto dei martiri della rivoluzione e fu ideato il calendario rivoluzionario (l'inizio dell'anno era il 22 settembre, anniversario della proclamazione della repubblica), in quanto quello gregoriano ruotava intorno alla suddivisione e alla scansione del tempo basato su cicli settimanali in uso nella religione ebraica e cristiana. I sostenitori di questa ideologia come Jacques-René Hébert vollero rompere ogni legame con il passato, pensando che la responsabilità di tutti i mali era della Chiesa ma il processo di scristianizzazione fu talmente improvviso, irruente e irrazionale che indusse il deista Robespierre a porre un freno a questa situazione, approvando una commissione per la libertà di culto.
Bailly condotto al patibolo
Bailly condotto al patibolo Nello stesso periodo furono decapitati anche i Foglianti rimasti in patria. La Fayette, considerato nemico dai Giacobini, ricercato per ordine di Danton, fu costretto a fuggire in Belgio. Il 21 novembre fu ghigliottinato uno dei padri della rivoluzione, anch'egli fondatore dei Foglianti, l'astronomo Jean Sylvain Bailly, primo presidente dell'Assemblea nazionale e primo sindaco di Parigi, ritenuto colpevole dei tragici eventi a Campo di Marte del luglio 1791. Anche l'ex-leader dei foglianti all'Assemblea legislativa, Antoine Barnave fu condannato a morte per la sua compromettente corrispondenza, e fu ghigliottinato il 29 novembre 1793.
Nel frattempo, nella primavera del 1794 (febbraio-marzi), furono approvati i decreti Ventosi (dal nome del mese del calendario rivoluzionario in cui entrarono in vigore) che inasprirono ulteriormente il controllo sull'economia e la repressione disponendo la confisca dei beni degli emigrati e degli oppositori affinché fossero ridistribuiti agli indigenti; in ogni caso, nonostante l'appoggio dei gruppi più radicali tra i giacobini, tali decreti non furono sostanzialmente applicati da Robespierre.
Maria Antonietta condotta al patibolo
Maria Antonietta condotta al patibolo (Jacques-Louis David, 1793) Verso la fine del 1793 e l'inizio del 1794 la politica economica francese adattata agli scopi bellici dal Comitato di salute pubblica, permise all'esercito repubblicano di bloccare l'avanzata della Prima Coalizione e di soffocare la controrivoluzione interna. Le vittorie a Hondschoote (8 settembre), Wattignies (16 ottobre), Wissembourg (26 dicembre) e Landau (28 dicembre) permisero di giungere alla grande offensiva della primavera del 1794, con la quale i nemici vennero scacciati oltre i confini nazionali. L'armata rivoluzionaria riuscì a rioccupare il Belgio, la regione della Renania e i Paesi Bassi che nel gennaio del 1795 vennero trasformati nella Repubblica Batava. L'Europa in quel periodo pullulava di simpatizzanti della rivoluzione, in particolar modo tra gli intellettuali formati dall'Illuminismo che talvolta trasformarono la lotta contro la Prima Coalizione in una guerra civile europea in cui i francesi poterono contare su larghe simpatie all'interno degli Stati contro cui combattevano. I Montagnardi condussero sin qui una politica d'emergenza volta a supportare i sanculotti a discapito della borghesia. Quest'ultima, davanti al pericolo di invasione della Prima Coalizione con la conseguente reintroduzione dell'Ancien Régime, non si oppose alla condotta politica montagnarda, ma con l'affievolirsi del pericolo chiese un allentamento delle azioni di emergenza e la fine del Terrore; i borghesi, d'altro canto, trovarono i propri interpreti negli Indulgenti (provenienti dal Club dei Cordiglieri, tra i quali Danton e Desmoulins), che misero in dubbio l'utilità del Terrore. Se la borghesia protestò contro la dittatura di Robespierre appoggiandosi agli Indulgenti, gli Arrabbiati e gli Hebertisti (gruppi di agitatori radicali, tra i quali rispettivamente Jacques Roux e Jacques-René Hébert) minacciarono sollevazioni popolari contro il Comitato di salute pubblica, reclamando la spoliazione di tutti i ricchi e spingendo la politica anticlericale della rivoluzione a una vera e propria scristianizzazione totale della Francia.
Culto dell'Essere supremo
Camille Desmoulins (Jean-Sébastien Rouillard) Per un breve periodo Robespierre sembrò cedere alle richieste di questi gruppi radicali ma in seguito, non condividendo né l'ateismo né l'estremismo sociale degli Arrabbiati e degli Hebertisti, decise di ideare un piano per eliminare tutte le correnti politiche che minacciavano la sua popolarità e il suo potere, con il quale avrebbe mandato ogni esponente politico nemico alla ghigliottina: dopo un tentativo di sollevazione contro il governo (peraltro con l'opposizione dello stesso Hébert), il 13 marzo vennero arrestati con l'accusa di complotto numerosi Hebertisti, tra i quali lo stesso Hébert; furono giustiziati il 24 marzo. La stessa sorte toccò agli Indulgenti, tra i quali Danton e Desmoulins, arrestati il 30 marzo e durante il processo, Danton si difese con veemenza insultando i giudici; fu allora approvato un decreto, su proposta di Saint-Just, che ordinò l'esclusione dai dibattiti processuali di chiunque avesse insultato la giustizia o i suoi rappresentanti; costretto al silenzio, Danton fu condannato a morte insieme ai suoi sostenitori (60 di cui 11 deputati della Convenzione), il 4 aprile.
Festa dell'Essere Supremo
Festa dell'Essere Supremo (Pierre-Antoine Demachy, 1794) Un decreto del 7 maggio, emanato dalla Convenzione nazionale su istanza del Comitato di salute pubblica, stabilì il culto dell'Essere Supremo, con il quale si cercò di sostituire il culto della Ragione ideato dagli Hebertisti. Robespierre fu un deista, colui che ritiene l'uso corretto della ragione un mezzo per elaborare una religione naturale e razionale completa ed esauriente, che tuttavia riconosce l'esistenza della divinità come base indispensabile per spiegare l'ordine, l'armonia e la regolarità nell'universo. Basandosi su questa ideologia, aveva fortemente attaccato le tendenze atee e la politica di scristianizzazione degli Hebertisti e decise di opporre al loro culto il riconoscimento dell'esistenza dell'Essere supremo e dell'immortalità dell'anima; il culto dell'Essere supremo concepì una divinità che non interagiva con il mondo naturale e non interveniva nelle faccende terrene degli uomini e si concretizzò in une serie di feste civiche, destinate a riunire periodicamente i cittadini attorno all'idea divina, promuovendo valori come l'amicizia, la fraternità, il genere umano, l'uguaglianza, la virtù, l'infanzia, la gioventù e la gioia. La festa dell'Essere supremo venne celebrata l'8 giugno. Dal palazzo delle Tuileries al Campo di Marte l'inno all'Essere supremo, scritto dal poeta rivoluzionario Théodore Desorgues, fu cantato dalla folla su musica di François-Joseph Gossec. Robespierre precedé i deputati della Convenzione, avanzando solo e indossando per la circostanza un abito celeste cinto da una fascia tricolore. La folla immensa, venuta per il grande spettacolo, fu incitata da Louis David. Davanti alla statua della Saggezza, Robespierre diede fuoco a manichini che simboleggiavano l'ateismo, l'ambizione, l'egoismo e la falsa semplicità. Alcuni deputati derisero la cerimonia, chiacchierarono e si rifiutarono di marciare al passo. Nonostante l'impressione profonda prodotta da questa festa, il culto dell'Essere Supremo fallì nel creare l'unità morale fra i rivoluzionari e contribuì anzi a suscitare una crisi politica in seno al governo rivoluzionario.
La caduta di Robespierre e la fine del Terrore
Lo stesso argomento in dettaglio: Colpo di Stato del 9 termidoro, Convenzione termidoriana e Terrore bianco.
Con l'eliminazione di tutti i suoi grandi oppositori Robespierre restò il solo dominatore della Francia. La dura politica di epurazione di ogni nemico della rivoluzione proseguì e il Tribunale rivoluzionario perse anche l'ultima parvenza di regolarità, concedendo ai giudici la condanna degli imputati sulla base di semplici prove morali. Infatti, venne emanata la legge del 22 pratile anno II (10 giugno 1794), chiamata Loi de Prairial (legge del pratile) la quale, privando gli accusati del diritto di difesa e di ricorso in appello, accentuava il ruolo del Tribunale rivoluzionario e inaspriva il Terrore giacobino. Durante questo periodo, noto come "Grande Terrore", a Parigi persero la vita circa 1 400 persone in meno di due mesi; tra di essi Antoine-Laurent de Lavoisier e André Chénier. Venuto meno il pericolo di un'invasione straniera, le misure eccezionali emanate durante il Terrore cominciarono a sembrare eccessive e conseguentemente all'esecuzione di Danton, una delle figure più popolari, molti cominciarono a sentirsi possibili vittime e dunque il Terrore cominciò a perdere il sostegno popolare e dunque la sua ragion d'essere.
Fra i membri della Convenzione, con la paura per la propria incolumità, cominciò a delinearsi un gruppo di oppositori a Robespierre guidati principalmente da Joseph Fouché, Jean-Lambert Tallien e Paul Barras. Il 26 luglio 1794, dopo una breve assenza dalla scena politica, Robespierre si presentò alla Convenzione, dove tenne un lungo e violento discorso con il quale ammonì sulla possibilità di una cospirazione contro la repubblica e minacciò di condannare alcuni deputati che avevano a suo parere agito ingiustamente e suggerì che il Comitato di salute pubblica e il Comitato di sicurezza generale avrebbero dovuto sottoporsi a un rinnovamento dei propri membri. Tali minacce crearono grande agitazione all'interno della Convenzione e molti cominciarono a immaginare chi potessero essere i deputati destinati a essere puniti, in quanto Robespierre non menzionò alcun nome. La maggioranza dei deputati, convinta dalla grande eloquenza di Robespierre, inizialmente approvò il discorso ma in seguito ad alcune proteste ritirò i suoi voti.
Il giorno successivo Saint-Just, portavoce di Robespierre, cominciò a parlare alla Convenzione, venendo continuamente interrotto da violente proteste. Qualcuno gridò: «Abbasso il tiranno!». Robespierre esitò nel replicare a questi attacchi e dagli astanti si alzò un grido: «È il sangue di Danton che ti soffoca!». Nel pomeriggio Robespierre, suo fratello Augustin, Saint-Just, Georges Couthon e Philippe-François-Joseph Le Bas furono arrestati. Vennero liberati poco dopo da un gruppo di uomini della Comune e condotti al Municipio di Parigi, dove furono raggiunti dai loro sostenitori; alla notizia della liberazione la Convenzione si riunì nuovamente e dichiarò fuori legge i membri della Comune e i deputati da questi liberati mentre la Guardia nazionale, fedele alla Convenzione, venne affidata al comando di Barras.
La mattina del 28 luglio la Guardia nazionale si impadronì del Municipio senza troppe difficoltà. I sanculotti reagirono fiaccamente in quanto erano stanchi, affamati e convinti che la fine del Terrore avrebbe posto rimedio al blocco dei salari imposto dalla legge del maximum. Su quello che successe a Robespierre durante questo episodio le opinioni degli storici divergono: qualcuno sostiene che cercò di opporre resistenza e venne colpito da un proiettile sparato dal soldato Charles-André Merda, che gli fracassò la mascella; altri sostengono la tesi del tentato suicidio; un'altra ipotesi è quella dello sparo accidentale dell'arma impugnata dallo stesso Robespierre nel momento in cui cadde per terra durante i momenti concitati della tentata fuga. Comunque siano andate le cose, Robespierre venne arrestato insieme con numerosi suoi fedeli, tra cui Saint-Just, Couthon, Le Bas e suo fratello Augustin; quest'ultimo, nel tentativo di sfuggire alla cattura si gettò dalla finestra sul selciato, dove venne raccolto moribondo, mentre Le Bas si suicidò sparandosi un colpo di pistola.
Il colpo di Stato del 9 termidoro che pose fine al periodo del Terrore, che culminò all'indomani, con l'esecuzione alla ghigliottina di Robespierre e dei suoi collaboratori il 28 luglio 1794, è noto anche come "Termidoro" o "Reazione termidoriana". Durante il Terrore, che ebbe fine nell'estate del 1794, furono ghigliottinate circa 17 000 persone, 25 000 subirono esecuzioni sommarie, 500 000 vennero imprigionate e 300 000 furono poste agli arresti domiciliari: tra le vittime più significative ci furono la regina (16 ottobre 1793), Brissot e Vergniaud (31 ottobre 1793), Bailly (12 novembre 1793), Barnave (28 novembre 1793), Hébert (24 marzo 1794), Condorcet (suicida in prigione il 29 marzo 1794), Danton, Desmoulins, d'Églantine (5 aprile 1794), gli stessi Robespierre e Saint-Just, insieme a Couthon, come atto finale (28 luglio 1794).
La nuova Costituzione dell'anno III fu votata dalla Convenzione il 17 agosto 1795 e ratificata per plebiscito a settembre. Essa fu effettiva a partire dal 26 settembre dello stesso anno e fondò il nuovo regime del Direttorio.
Caduto Robespierre, il principale pericolo per la stabilità politica (e per la stessa esistenza in vita dei deputati moderati) era rappresentato dall'eventuale reazione montagnarda e giacobina, che si concretizzò nelle due grandi insurrezioni del 12 germinale e 1 pratile (1º aprile e 20 maggio 1795) alla cui repressione diedero un contributo decisivo i realisti e le loro sezioni armate di Parigi. Dopodiché l'alleanza fra repubblicani e realisti si estese nel resto della Francia, con la repressione ricordata come Terrore bianco.
Il tentativo realista del 13 vendemmiaio
La definitiva repressione dei montagnardi aveva reso i termidoriani liberi dalla necessità di assicurarsi l'alleanza con i realisti, dei quali temevano la grande forza elettorale (questi erano, sicuramente, maggioranza nel Paese, ancorché non nell'esercito e alla Convenzione). Ciò, nell'agosto 1795, indusse la maggioranza termidoriana della Convenzione all'approvazione del Decreto dei due terzi: i due terzi degli eletti ai nuovi consigli avrebbero dovuto essere attribuiti a membri della Convenzione. In tal modo, di fatto si negava ai realisti la possibilità di assicurarsi democraticamente la maggioranza parlamentare nelle elezioni generali programmate per il 12 ottobre. Era una manovra probabilmente indispensabile, in quanto molte regioni del Paese (in particolare l'Ovest, la valle del Rodano e l'Est del Massiccio Centrale) elessero deputati realisti. Il partito monarchico, così rinforzato, reagì con la fallimentare insurrezione del 13 vendemmiaio (5 ottobre 1795), segnata dal grande massacro, nel centro di Parigi, delle milizie legittimiste ribelli, operato dall'esercito fedele alla convenzione termidoriana. La conseguente repressione anti-monarchica fu, tuttavia, relativamente blanda.
Il Direttorio
Lo stesso argomento in dettaglio: Direttorio.
Barras con la divisa da "Direttore"
La costituzione dell'anno III Il Direttorio fu il secondo tentativo di creare un regime stabile in quanto costituzionale. La pacificazione dell'ovest e la fine della prima coalizione permisero di stabilire una nuova costituzione; per la prima volta in Francia il potere legislativo fu affidato a un Parlamento bicamerale, composto da un Consiglio dei Cinquecento, formato da 500 membri e da un Consiglio degli Anziani di 250 membri (Art. 82). Il potere esecutivo venne affidato a un Direttorio di cinque persone nominate dal Consiglio degli Anziani su una lista fornita dal Consiglio dei Cinquecento; i ministri e i cinque direttori non erano responsabili davanti alle assemblee ma essi non potevano più scioglierle; infine, il suffragio universale maschile fu sostituito da un suffragio censitario. Tale sistema di governo dimostrò subito i suoi limiti: infatti, come nella costituzione francese del 1791, mancava una procedura per la soluzione dei conflitti istituzionali; il principale leader fu il termidoriano Barras, ma dei cinque membri del direttorio, solo uno, Lazare Carnot era dotato di carisma e autorevolezza, inoltre, mancando di una solida base di appoggio popolare, fu contestato tanto dai sostenitori del Terrore quanto dai Realisti; in sintesi, secondo Brown, fu un periodo caratterizzato da "violenza cronica, ambivalenti forme di giustizia, ricorso ripetuto alla spietata repressione del dissenso".
La ripresa realista e il colpo di Stato del 18 fruttidoro
Durante tutta la durata del Direttorio, l'instabilità politica fu incessante. Le "reti di corrispondenza" realiste, appoggiate ai deputati realisti e moderati del Club di Clichy e in parte coordinate con i due fratelli del sovrano decapitato, Luigi e Carlo (e con le potenze nemiche), svolgevano un'efficace azione di propaganda. Tanto efficace da consentire loro la vittoria alle elezioni del marzo-aprile 1797, per il rinnovo di un terzo dei seppi ai due consigli. La nuova maggioranza doveva affrontare l'opposizione del Direttorio, ove solo due dei cinque 'direttori' propendevano dalla loro parte. I restanti tre, Barras in testa, reagirono assicurandosi l'appoggio dell'esercito e organizzando, nel settembre 1797, il Colpo di Stato del 18 fruttidoro, che portò alla cacciata di due dei cinque direttori (de Barthélemy e Carnot) e alla destituzione di 177 deputati, molti dei quali condannati alla deportazione in Guyana.
La congiura degli Eguali
Lo stesso argomento in dettaglio: Congiura degli Eguali.
Nel maggio 1796, la società degli Eguali, gruppo radicale, erede degli Enragés, organizzò una congiura di tipo socialista-comunistico contro il Direttorio, che, tuttavia, fallì completamente. Lo scopo era quello di abolire, anche con la forza, la proprietà privata, sostenendo esplicitamente che i frutti della terra appartengono a tutti, in modo da far scomparire ogni differenza sociale fra gli uomini. Gli organizzatori, tra cui François-Noël Babeuf detto Gracco, l'italiano Filippo Buonarroti e Augustin Darthé furono arrestati e condannati a varie pene. Gracco Babeuf e Darthé vennero condannati a morte nel 1797. Buonarroti fu condannato all'esilio perpetuo, ma continuò l'attività cospirativa, fondando diverse società segrete e facendo opera di proselitismo.
Gli ultimi anni del direttorio
Lo stesso argomento in dettaglio: Legge del 22 fiorile anno VI.
Le successive elezioni del 1798 sembrarono dare il favore ai Giacobini: i consigli si concessero allora il diritto di designare i deputati nella metà delle circoscrizioni, fatto che permise ai Termidoriani di mantenersi il potere, ma furono totalmente screditati.
La situazione economica contribuì anche a distogliere i francesi dal regime: infatti, non bastando il gettito delle imposte e con il valore degli assegnati praticamente nullo, il governo istituì una nuova moneta, il "mandato territoriale", che, tuttavia, si svalutò ben presto.
A partire dal 1797, lo Stato chiese ai contribuenti di pagare le imposte in denaro contante, ma con la crisi finanziaria la moneta metallica si era rarefatta. Dopo gli anni dell'inflazione legata all'assegnato, la Francia conobbe un periodo di abbassamento dei prezzi che toccò soprattutto il mondo rurale: incapace di far fronte all'enorme debito accumulato dalla monarchia assoluta e in otto anni di rivoluzione, le assemblee si rassegnarono alla bancarotta dei "due terzi": la Francia rinunciò a pagare i due terzi del suo debito pubblico ma consolidò l'ultimo terzo iscrivendolo nel gran libro del debito; infine, per sembrare credibile agli occhi dei creditori, nel 1798 venne creata una nuova imposta sulle porte e sulle finestre. I gendarmi furono precettati per coprire l'imposta. Nel giugno 1799 i "neogiacobini" conquistarono regolarmente di nuovo numerosi seggi che - nonostante il nuovo tentativo da parte del Direttorio con il colpo di Stato del 30 pratile anno VII - vennero ratificate. Si ebbe così una nuova breve parentesi di governo giacobino "moderato" con la nomina nel Direttorio e nei ministeri di ex dirigenti del Terrore o militari ad essi vicini, tra cui due dei cinque posti di Direttore, la massima carica, Louis Gohier e il generale Jean-François Moulin, accanto a Barras e al ritornato al potere Sieyès, ideologo del Terzo Stato e padre della Costituzione del 1795.
Napoleone Bonaparte, primo console
L'avvento di Napoleone e la fine della rivoluzione
Lo stesso argomento in dettaglio: Colpo di stato del 18 brumaio e Consolato (Francia).
Grazie agli sforzi del Comitato di salute pubblica, le armate francesi riuscirono a contrattaccare e, nella primavera del 1796, una grande offensiva attraversò la Germania per costringere l'Austria alla pace. Tuttavia fu l'armata d'Italia, comandata dal giovane generale Napoleone Bonaparte, che fece la differenza grazie a sempre nuove vittorie e costringendo l'Austria a firmare la pace col Trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797. Tra il 1797 e il 1799 quasi tutta la penisola italiana fu trasformata in repubbliche sorelle (in Italia chiamate anche "repubbliche giacobine") con dei regimi e delle istituzioni ricalcate su quelle francesi. Se le vittorie giovano alle finanze del Direttorio, esse resero il potere sempre più dipendente dall'esercito e così Bonaparte divenne l'arbitro del dissenso politico interno. La spedizione in Egitto aveva l'obiettivo di impedire la via delle Indie al Regno Unito, ma i Direttori furono contenti di togliere il loro sostegno a Napoleone, che non nascondeva di ambire al potere.
La moltiplicazione delle repubbliche sorelle inquietò le grandi potenze, Russia e Regno Unito in testa. Esse temevano il contagio rivoluzionario e una troppo forte dominazione della Francia sull'Europa. Questi due Stati furono all'origine della seconda coalizione del 1798. Le offensive inglesi, russe e austriache furono respinte dalle armate francesi dirette da Brune e Masséna, ma l'Italia fu in gran parte persa e i risultati della campagna di Bonaparte resi vani. Era ormai chiaro che il popolo francese cercava un nuovo uomo forte per difendere le sorti della Repubblica poiché il Direttorio era inesorabilmente corrotto e cominciava a tramare con Luigi XVIII per restaurare il trono dei Borbone. Allarmato da queste notizie e conscio che la sua ora era giunta, Napoleone tornò dall'Egitto e assunse il comando del complotto che mirava a rovesciare il Direttorio e tessuto tra gli altri da Sieyès e dal fratello di Napoleone, Luciano Bonaparte, presidente dell'Assemblea dei Cinquecento.
Il 9 novembre 1799 il colpo di Stato detto "del 18 Brumaio" rovesciò il Direttorio e instaurò un triumvirato retto dai consoli Bonaparte, Sieyès e Ducos. Napoleone proclamò in quella sede l'atto di chiusura della rivoluzione: «Citoyens, la révolution est fixée aux principes qui l'ont commencée, elle est finie» (Cittadini, la rivoluzione è fissata ai principi che l'hanno avviata, essa è conclusa). Fu messo in piedi il Consolato: un regime autoritario diretto da tre consoli, di cui solo il primo deteneva realmente il potere.
Nel 1804 Napoleone ruppe gli indugi facendosi plebiscitariamente nominare "imperatore dei francesi", con il nome di Napoleone I, di fatto restaurando la monarchia, anche se costituzionale e di tipo nuovo. La Francia cominciò un nuovo periodo della sua storia apprestandosi a consegnare il proprio destino a un imperatore. La Rivoluzione, di fatto già terminata nel 1799, poté dirsi conclusa e cominciava l'epoca napoleonica.
Eredita e conseguenze
Nonostante l'alto costo umano - stimato in circa 600 000 morti - e materiale di quella che fu anche una vera e propria guerra civile, la rivoluzione ottenne significativi risultati nell'eliminare un sistema secolare, resistente a tutto se non a un enorme sconvolgimento come quello rivoluzionario, l'Antico Regime. Il giudizio della maggioranza degli storici odierni vede la rivoluzione come necessità storica, dato che si era giunti alle soglie del XIX secolo con privilegi medievali garantiti a una minoranza della popolazione, pur riconoscendo i molti eccessi che la caratterizzavano. Tra gli obiettivi raggiunti e i principi giuridici, etici e sociali fissati dalla rivoluzione si possono annoverare:
Abolizione della schiavitù; Abolizione dei "reati immaginari"; Abolizione della segregazione delle comunità ebraiche; Abolizione della tortura; Abolizione dei diritti feudali; Abolizione delle dogane interne; Adozione del sistema metrico decimale; Abolizione delle corporazioni e libera concorrenza; Abolizione delle decime e dei privilegi clericali; Abolizione della religione di Stato; Affermazione del principio della separazione dei poteri; Elezione dei rappresentanti e sovranità popolare; Giustizia gratuita, amministrata da un solo potere; Poteri locali uniformi; Imposte dirette a carico di tutti i cittadini; Istruzione laica e pubblica; Separazione totale tra Stato e Chiesa; La Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino; Misure per le classi più deboli; Norme giuridiche e pene uguali per tutti; Norme di diritto uniformi in tutto il paese; Uguaglianza sociale di tutti i cittadini di fronte alle imposte; Una Costituzione scritta; Uniformità di applicazione del carico fiscale in tutto il paese. Bisogna tener presente però che questi risultati non vennero confermati da tutti gli stati restaurati e che la riaffermazione di tali risultati fu graduale e con differenze tra stato e stato.
L'Età napoleonica
Le nuove guerre della Francia
Il Direttorio cercò nella guerra la via per distogliere l'attenzione dei francesi dai gravi problemi economici e di politica interna che affliggevano la neonata Repubblica francese; una guerra vittoriosa avrebbe inoltre rafforzato lo spirito nazionale. Fu così lanciata, nel 1796, una grande offensiva contro l'Austria, che fu attaccata nei suoi dominii nell'Europa centrale ed in Italia. Il grosso dell'esercito francese rimase bloccato in Germania, mentre l'armata d'Italia, comandata da Napoleone Bonaparte, allora un generale ventisettenne d'origine còrsa, che si era "fatto le ossa" durante le guerre rivoluzionarie, ottenne invece dei successi spettacolari.
Napoleone sconfisse ripetutamente i piemontesi e gli austriaci ed entrò trionfalmente a Milano il 15 maggio 1796. Poi avanzò rapidamente verso Vienna, giungendo a soli 100 chilometri dalla capitale nemica. Con il trattato di Campoformio, stipulato il 17 ottobre 1797, l'Austria dovette cedere la Lombardia e il Belgio alla Francia, ricevendo in cambio Venezia e il Veneto (che Napoleone aveva occupato), l'Istria e la Dalmazia. L'antica repubblica veneta perdeva l'indipendenza dopo circa mille anni ed entrava così a far parte dei domini asburgici.
Le repubbliche "sorelle"
Lo stesso argomento in dettaglio: Repubbliche sorelle.
Nei territori conquistati il Direttorio favorì la nascita di repubbliche con costituzioni simili a quella francese del 1795. Il direttorio era convinto che le conquiste della Rivoluzione francese si sarebbero consolidate solo se fossero nate in Europa delle "repubbliche sorelle" - chiamate pure giacobine - che condividevano con la "Grande madre" gli stessi princìpi costituzionali e gli stessi ideali rivoluzionari. In Italia, tra il 1796 e il 1799, nacquero quattro repubbliche: la cisalpina (composta da Lombardia, Emilia-Romagna e parte del Veneto), la ligure, la romana (sui territori dello Stato Pontificio, che costrinse il papa a fuggire in esilio) e la napoletana (su quelli invece del Regno di Napoli, che portarono la corte borbonica in esilio ad installarsi nel Regno di Sicilia). Fuori dall'Italia, invece, si formarono la Repubblica elvetica e quella olandese, non considerate reali.
La campagna in Egitto
Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna d'Egitto.
Grazie alle sue vittorie, Napoleone divenne padrone della vita politica francese. Nel 1798 il Direttorio volle attaccare la Gran Bretagna. Poiché era impossibile colpire direttamente la potente isola, il governo francese affidò a Napoleone il compito di conquistare l'Egitto per interrompere i commerci con l'India. Napoleone sbaragliò le truppe del governatore d'Egitto nella battaglia delle Piramidi, ma pochi giorni dopo la flotta inglese, al comando dell'ammiraglio Horatio Nelson, distrusse quella francese nella rada di Abukir. Pur vincitore a terra, Napoleone era bloccato in Africa. In sua assenza, nella primavera del 1799 gli austriaci sconfissero le armate francesi e tornarono in possesso dell'Italia. Le "Repubbliche sorelle", prive dell'appoggio delle popolazioni, caddero rapidamente.
Colpo di Stato
Lo stesso argomento in dettaglio: Colpo di Stato del 18 brumaio.
In Francia, nel frattempo, il Direttorio, in difficoltà e attaccato sia dai monarchici sia dai giacobini, decise di ricorrere ancora ai militari e organizzò un colpo di Stato. Il 9 novembre 1799 Napoleone, rientrato dall'Egitto e accolto come trionfatore, assunse il titolo di primo console. Napoleone ricominciò subito le sue vittoriose campagne militari. Nel 1800, sconfiggendo a Marengo gli austriaci, riprese possesso dell'Italia. Sui territori della vecchia repubblica cisalpina, a cui si aggiunsero alcuni territori piemontesi e veneti, i francesi fondarono una Repubblica italiana con Bonaparte come presidente. Tra il 1801 e il 1802, dopo altre guerre vittoriose, Napoleone concluse con austriaci e inglesi paci vantaggiose per la Francia. La Repubblica francese non aveva più nemici sul continente. Sull'onda delle vittorie militari, Napoleone rafforzò sempre più il suo potere personale: si fece nominare console a vita (1802), infine imperatore (2 dicembre 1804), ponendo sul proprio capo la corona imperiale alla presenza di Papa Pio VII. Nacque così il primo impero francese.
Conquista dell'Europa
Le guerre del generale vittorioso Bonaparte
Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre napoleoniche.
Tra il 1805 e il 1814 numerose guerre si susseguirono in modo quasi continuo tra la Francia e le varie potenze europee, riunite in diverse coalizioni antifrancesi sempre sostenute dalla Gran Bretagna, il nemico irriducibile. Questo susseguirsi di guerre portò Napoleone a essere, sia pure per pochi anni, l'assoluto dominatore della politica europea. Sulla terraferma gli eserciti napoleonici non avevano rivali. Napoleone sconfisse gli austriaci e i russi ad Austerlitz (1805) e i prussiani a Jena (1806). Sul mare, però, a prevalere era l'Inghilterra: quando, nel 1805, Napoleone preparò l'invasione dell'Inghilterra, la flotta francese fu distrutta a Trafalgar, al largo di Cadice, dall'ammiraglio Nelson. Napoleone cercò allora di danneggiare i rivali attuando il blocco dei traffici mercantili per l'Inghilterra per soffocarne l'economia (il cosiddetto blocco continentale). La mossa, però, non fu sufficientemente efficace.
I familiari sul trono d'Europa
Sulle ceneri dell'Europa Napoleone riorganizzò il proprio dominio personale. Parte dell'Italia centro-settentrionale fu annessa all'impero francese. Il regno di Napoli, conquistato nel 1806, fu assegnato al fratello di Bonaparte, Giuseppe, e poi al cognato Gioacchino Murat. Molti altri regni d'Europa sconfitti, o nuovi regni creati dalle conquiste napoleoniche, furono assegnati a membri della famiglia Bonaparte: il fratello Luigi divenne re d'Olanda, il fratello Girolamo divenne re di Vestfalia, uno degli stati della Confederazione del Reno, l'insieme degli stati tedeschi a loro volta soggetti alla Francia, e infine il fratello Giuseppe, già re di Napoli, divenne nel 1808 re di Spagna. Jean-Baptiste Jules Bernadotte, cognato del fratello Giuseppe, ascese invece al trono di Svezia, essendo stato adottato dal re.
Padrone dell'Europa
Le guerre napoleoniche portarono alla scomparsa, nel primo caso in breve tempo, nel secondo caso in via definitiva, di due stati di tradizione millenaria. Lo Stato pontificio fu annesso all'impero francese nel 1809 e il Papa Pio VII, lo stesso che aveva incoronato Napoleone, venne esiliato in Francia. Il Sacro romano impero cessò di esistere, dato che i territori tedeschi soggetti alla dinastia degli Asburgo erano ormai tutti sottomessi alla Francia. Dopo avere ancora una volta sconfitto gli austriaci a Wagram, nel 1809, nel 1810 Napoleone pensò di unificare sotto un'unica dinastia Francia e Austria. Così, dopo avere divorziato dalla prima moglie, Giuseppina, sposò Maria Luisa, figlia dell'imperatore d'Austria. Tuttavia il figlio nato da quel matrimonio, Napoleone II, non avrebbe fatto in tempo a regnare. Al massimo della sua potenza, tra il 1811 e il 1812, Napoleone dominava direttamente o attraverso accordi vantaggiosi per la Francia tutto il continente. Si sottraevano dalla sua influenza solo la Russia e l'Inghilterra.
Il governo napoleonico
Napoleone, l'esercito e la Francia
Napoleone Bonaparte ebbe un rapido successo, i motivi furono i seguenti: in primo luogo, l'importanza assunta dall'esercito nella vita politica. La Rivoluzione aveva creato un esercito profondamente diverso da quello pre-rivoluzionario, cioè un esercito popolare. Mentre nella Francia dell'Antico regime gli alti ufficiali erano aristocratici, nel corso della Rivoluzione anche cittadini di origine borghese e popolare potevano fare carriera nell'esercito, come del resto era accaduto proprio a Napoleone. Quest'ultimo lo sapeva bene, e la sua forza fu sempre legata alla sua popolarità tra i soldati e alle sue conquiste. Inoltre l'introduzione del principio meritocratico per la scalata delle gerarchie militari offriva all'esercito napoleonico un enorme vantaggio tattico sugli antiquati eserciti dell'Ancièn Régime. In terzo luogo, Napoleone seppe dare una risposta alle esigenze della società francese in un momento di grande difficoltà. Napoleone offrì alla maggioranza della popolazione, che era stanca dei continui cambiamenti politici, e alla borghesia, che voleva sviluppare i propri affari, un potere politico forte, stabile e nuovamente centralizzato, pur continuando a mostrare una parvenza di Stato repubblicano che lo distinguesse dalla monarchia borbonica: lo stesso Napoleone fu incoronato "Imperatore dei francesi" e non "di Francia". Egli si pose come "l'uomo nuovo", capace di porre fine agli eccessi della rivoluzione senza però rinunciare alle sue conquiste.
Il governo di Napoleone
I provvedimenti legislativi di Napoleone trasformarono la società francese, e al tempo stesso, seppero frenare le opposizioni e assicurargli un ampio consenso. All'interno, il governo di Napoleone fu autoritario, tradendo così gli obiettivi di libertà e partecipazione che erano stati alla base della Rivoluzione. Grazie a un efficiente sistema poliziesco, assunse il pieno controllo del mondo politico e intellettuale, perseguitando ogni opposizione. La libertà di stampa fu soppressa e Parigi si ridusse ad avere solo quattro giornali (tutti favorevoli al governo) contro i 335 che aveva nel 1790. Nella sua opera legislativa, Napoleone mirò in primo luogo ad assicurare l'autorità dello stato, rinforzando il potere centrale, cioè il suo. Egli formò un ampio corpo di funzionari (o burocrazia), tra i quali gli ispettori e i prefetti, che garantivano che le direttive del governo fossero attuate rapidamente in tutto l'impero. La carriera nella burocrazia si aprì anche ai borghesi e ai popolani, cioè le classi vincitrici della Rivoluzione, e, come quella militare, divenne occasione di mobilità sociale. In campo scolastico fu creato un sistema d'istruzione superiore gestito dallo stato per formare una classe dirigente fatta d'ingegneri, giuristi e amministratori. L'attività economica fu agevolata, anche mediante l'istituzione della Banca di Francia, e protetta dalla concorrenza straniera con barriere doganali. Napoleone pose riparo anche alla frattura tra la Chiesa e molti cattolici francesi e la Rivoluzione. Abolì le leggi sul clero e nel 1801 firmò un concordato che riconosceva il cattolicesimo "religione della grande maggioranza dei francesi" e finanziava la Chiesa. Anche il calendario rivoluzionario, senza domeniche e senza festività religiose, fu abolito.
Il Codice civile
Lo stesso argomento in dettaglio: Codice napoleonico.
Il risultato più importante e destinato a durare dell'attività di Napoleone fu il Codice civile (1804), un insieme di leggi che regolano i rapporti fra i cittadini in tema di matrimonio, famiglia, proprietà, lavoro. Il codice Napoleonico diede certezza e uniformità alle leggi francesi, mantenendo alcune delle più importanti conquiste della Rivoluzione: abolizione dei privilegi feudali, garanzia della proprietà privata, anagrafe per riconoscere l'individuo come vero cittadino di uno stato, libertà di iniziativa economica, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, istruzione laica, libertà religiosa, libertà di lavoro. Su alcuni aspetti, in particolare per quanto concerne la condizione femminile, il Codice fece però dei passi indietro rispetto alla legislazione del periodo rivoluzionario: la donna, che all'interno della famiglia aveva conquistato una posizione paritaria nei confronti del marito, tornò a essere considerata inferiore all'uomo.
Francesi e Italia
Le speranze dei "giacobini" italiani
Lo stesso argomento in dettaglio: Triennio giacobino.
Sul finire del Settecento, in Italia si era ormai andato formando sulla scorta delle idee illuministe un movimento politico, composto in prevalenza da esponenti del ceto medio borghese (professionisti, imprenditori, studenti, intellettuali), che, sull'onda della Rivoluzione francese, venne definito "giacobino", benché dai giacobini veri e propri se ne differenziasse per l'esser maggiormente moderato rispetto alle loro storiche istanze. In questo movimento erano presenti almeno due orientamenti: uno moderato e liberale, che propendeva per l'instaurarsi d'un regime monarchico costituzionale, e l'altro più politicamente radicale e schiettamente repubblicano. I "giacobini" italiani salutarono gli avvenimenti della Rivoluzione francese come l'inizio di una nuova era che avrebbe posto fine all'assolutismo e al dominio straniero in Italia. In particolare accolsero con entusiasmo, nel 1796, l'avanzata di Napoleone nella penisola e ed il costituirsi da parte delle sue truppe delle "repubbliche sorelle": cisalpina, ligure, romana e napoletana.
La disillusione e la repressione dei giacobini
Presto, però, arrivò la disillusione: alla prova dei fatti fu chiaro che Napoleone e il Direttorio agivano nell'esclusivo interesse della Francia. Nel 1797, infatti, Napoleone concluse la guerra con l'Austria sottoscrivendo il trattato di Campoformio, con il quale otteneva il riconoscimento dell'egemonia francese sulla Repubblica cisalpina, mentre smembrò la Repubblica veneta assegnando Bergamo e Brescia alla Repubblica cisalpina ed i territori del Veneto, dell'Istria e della Dalmazia all'Austria. Il trattato di Campoformio provocò tra i patrioti italiani grande delusione dunque. Nel 1799 le sconfitte patite poi dai francesi ad opera degli austriaci e dei russi decretarono la fine delle repubbliche e l'inizio di una dura repressione contro i giacobini, accompagnata da violente sollevazioni popolari, prevalentemente contadine, ostili ai governi repubblicani.
Il nuovo dominio napoleonico
La seconda fase del dominio francese in Italia prese il via con la conquista della penisola italiana iniziata da Napoleone nel 1800 e conclusasi nel 1809. Nel 1805 Napoleone si fece proclamare re d'Italia (sui territori della ex Repubblica italiana). Alla fine l'Italia risultò così divisa e organizzata:
territori appartenenti al Regno d'Italia (affidati al viceré Eugenio de Beauharnais, figlio della prima moglie di Napoleone, Giuseppina, che faceva le veci del re, il patrigno);
territori direttamente annessi all'Impero napoleonico;
territori affidati a membri della famiglia imperiale.
La dominazione francese si fece allora assai dura e pesante: immense risorse furono saccheggiate e migliaia di uomini furono costretti, dalla leva obbligatoria, a combattere e morire nelle campagne militari di Napoleone. Dal punto di vista economico, inoltre, il dominio francese danneggiò l'Italia a causa di una politica doganale che favoriva le importazioni dalla Francia e scoraggiava le esportazioni, mentre il "blocco continentale" contro gli inglesi causò gravi conseguenze sui commerci marittimi italiani.
L'eredità del dominio napoleonico in Italia
Il dominio napoleonico ebbe però anche effetti positivi per la società italiana, soprattutto nel Regno d'Italia, dove furono introdotte riforme importanti e incisive: abolizione delle dogane interne, unificazione del sistema monetario, dei pesi e delle misure, miglioramento del sistema fiscale, costruzione di strade, canali e ponti ed il potenziamento dell'istruzione superiore. Particolarmente importante fu poi l'adozione degli stessi codici (civile, penale e del commercio) che Napoleone aveva introdotto in Francia. Anche nel Regno di Napoli l'amministrazione francese introdusse importanti cambiamenti: l'abolizione della feudalità e la vendita delle proprietà ecclesiastiche, che favorirono la crescita della borghesia terriera. In generale, la borghesia italiana fu per la prima volta massicciamente coinvolta nell'amministrazione statale e fu educata a un nuovo senso di lealtà verso lo stato e la funzione pubblica. Come in altre parti d'Europa, inoltre, maturò il sentimento di appartenere ad una nazione.
I furti d'arte napoleonici
Lo stesso argomento in dettaglio: Spoliazioni napoleoniche.
Notevoli furono le opere d'arte che i governi napoleonici esportarono per la costituzione del Museo Napoleone, futuro Louvre, a titolo di indennizzo. Napoleone attuò nel campo dei beni culturali una politica di spoliazione delle nazioni vinte, appropriandosi di opere d'arte dai luoghi di culto, dalle corti e dalle collezioni private delle famiglie nobili dell'Ancien régime che, a scopi propagandistici, trasferiva in prima battuta nel palazzo del Louvre di Parigi dove aveva voluto nel 1795 il Musée des Monuments Français oltre che in altri musei di Francia. All'indomani della sconfitta di Napoleone nella battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) tutti i regni d'Europa inviarono a Parigi propri commissari artistici per pretendere la restituzione delle opere trafugate o il loro risarcimento (per esempio Antonio Canova partecipò in rappresentanza dello Stato Pontificio). Circa metà delle opere d'arte esportate a vario titolo durante l'occupazione militare francese non vennero restituite e costituiscono oggi il nucleo dei cosiddetti Furti Napoleonici. Il 19 giugno 1796 Napoleone giunse a Bologna e dichiarò decaduto il governo pontificio restituendo a Bologna la sostanza del suo antico governo. I poteri venivano così provvisoriamente concentrati al Senato che però avrebbe dovuto giurare fedeltà alla Repubblica Cisalpina. Con questa mossa politica, Napoleone si guadagnò la benevolenza dell'aristocrazia bolognese e Bologna si orientò nella direzione (opposta a quella romana) del rinnovamento sociale e culturale dell'Europa laica e borghese. La politica napoleonica fece prevedere un clima di aspettative nei confronti delle nuove trasformazioni della società, e per questo venne innalzato in Piazza Maggiore l'albero delle libertà mentre un gruppo di illustri giuristi bolognesi iniziava a preparare il testo di una nuova costituzione che venne approvata definitivamente il 4 dicembre 1796, la prima costituzione democratica di quella che sarà l'Italia. Durante l'occupazione francese, diverse opere d'arte presero la via della Francia a causa delle spoliazioni napoleoniche. Secondo il catalogo pubblicato nel Bulletin de la Société de l'art français del 1936, delle 31 opere d'arte provenienti da Bologna ed inviate in Francia nel luglio 1796, solo 16 fecero ritorno in Italia dopo il Congresso di Vienna.
L'Arena del Sole, inaugurata nel 1810
La crisi e la caduta
Le proteste contro il dominio napoleonico
Lo stesso argomento in dettaglio: Pasque veronesi, Insurrezione calabrese, Rivoluzione haitiana, Massacro di Lauria, Invasione di Capri, Guerre di Vandea, Guerra di Vandea (1815), Repubblica Romana (1798-1799), Vespro Romano e Binasco.
Nel corso della Prima campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte, il 24/25 maggio 1796 Binasco venne bruciata e saccheggiata dalle truppe napoleoniche, per ordine del capo brigata Jean Lannes. In un primo tempo, Napoleone fu considerato dai popoli conquistati come un liberatore da regimi assolutisti e corrotti. Successivamente, però, fu visto come un tiranno, che spegneva ogni libertà e depredava ricchezze. Le Pasque veronesi furono un episodio d'insurrezione della città di Verona e dei suoi dintorni contro le truppe di occupazione francesi, comandate dal generale Napoleone Bonaparte. Furono così chiamate anche per assonanza con i Vespri siciliani. La rivolta, scoppiata per via dell'oppressione francese in città (durante il loro soggiorno a Verona vi furono confische di beni ai cittadini e complotti per tentare di rovesciare l'amministrazione locale), iniziò la mattina del 17 aprile 1797, Lunedì dell'Angelo: la popolazione esasperata riuscì a mettere fuori combattimento più di mille soldati francesi, soprattutto nelle prime ore della battaglia, mentre i militi francesi cercavano di rifugiarsi nei castelli della città, successivamente presi d'assalto. L'insurrezione terminò il 25 aprile 1797 con l'accerchiamento della città da parte di 15 000 soldati: le conseguenze a cui la città e i cittadini dovettero far fronte furono principalmente il pagamento di ingenti somme e le razzie di opere d'arte e di beni.La ricostruzione dell'esatto andamento degli eventi ha dato vita a un dibattito e alla nascita di alcune controversie dovute a talune differenze tra ciò che riportano le fonti veronesi e quelle francesi che si sono protratte fino agli anni 2000 investendo anche il dibattito politico locale. Il 15 febbraio fu dichiarato decaduto il potere temporale di Pio VI e fu proclamata a sua volta la Repubblica Romana, ispirata al modello francese. Pochi giorni dopo, il 20 febbraio, il papa fu tratto prigioniero e allontanato dalla città. I francesi, una volta impossessatisi del territorio con la scusa dell'omicidio del Generale Duphot per mano di un soldato pontificio il 28 dicembre 1797, costrinsero tutta la popolazione del luogo a portare, al posto del crocifisso, una laica coccarda tricolore, sia per sradicare la religione e la tradizione locale che per creare con la forza una nuova società secolarizzata. Oltre a ciò, a scatenare il moto furono: l'aumento delle tasse, la sostituzione di tutti i simboli cristiani dalla città con quelli giacobini e addirittura l'abolizione del calendario gregoriano, rimpiazzato da quello rivoluzionario francese.Quando alcune guardie civiche andarono a chiedere agli abitanti di rimuovere una croce da loro posta sulle coccarde per distinguersi dai giudei, tra l'altro considerati forti sostenitori della repubblica, ebbe inizio una rivolta che già si sentiva nell'aria: una folla di popolani trasteverini e monticiani insorse e le guardie civiche furono gettate nel fiume. La sommossa viene sedata dalle armate francesi.Sarebbe morto in esilio l'anno seguente in Francia. Il 25 febbraio scoppiò una sommossa popolare che fu duramente repressa dai francesi.Il 7 marzo alla Repubblica Romana riassorbì la Repubblica Tiberina e la Repubblica Anconitana che avevano anticipato le insurrezioni giacobine. La Costituzione, sul modello di quella francese, fu promulgata il 20 marzo seguente. Prevedeva l'elezione di un Tribunato di 72 membri e di un Senato di 32: questi due organi esercitavano il potere legislativo e designavano cinque consoli ai quali era demandato il potere esecutivo. Di fatto, però, il potere era esercitato dagli occupanti francesi. Il nuovo regime fu accolto freddamente dalla popolazione romana, che, dopo aver subìto i saccheggi che avevano accompagnato la presa della città, dovette accollarsi anche le pesanti imposte richieste dagli occupanti. Nel 1801, Louverture decise di proclamare una costituzione per Santo Domingo che lo decretava governatore a vita e stabiliva la sovranità dei neri sullo stato con l'abolizione perpetua della schiavitù. In risposta, Napoleone Bonaparte inviò un corpo di spedizione militare di soldati francesi e navi da guerra sull'isola, guidato da suo cognato Charles Leclerc, per restaurare appieno il governo francese su Santo Domingo. I francesi avevano inoltre segretamente il compito di restaurarvi la schiavitù. Bonaparte ordinò che Toussaint fosse comunque trattato con rispetto sino a quando i francesi non avessero avuto il completo controllo dell'isola; dopo di ciò, Toussaint avrebbe dovuto essere condotto a Le Cap e li arrestato; se l'operazione fosse fallita, Leclerc avrebbe dovuto condurre "una guerra sino alla morte" senza alcuna pietà nei confronti di tutti i seguaci di Toussaint. Una volta completato l'obbiettivo, si sarebbe emesso un decreto per il restauro della schiavitù. I numerosi soldati francesi sarebbero stati assistiti dalle truppe dei mulatti Alexandre Pétion e André Rigaud, che già tre anni prima erano stati sconfitti da Toussaint ed erano in cerca di vendetta. I francesi giunsero il 2 febbraio 1802 a Le Cap col comandante haitiano Henri Christophe che ebbe l'ordine da Leclerc di restituire la città ai francesi. Quando Christophe si rifiutò, i francesi assaltarono Le Cap e gli haitiani preferirono mettere a fuoco e fiamme la città piuttosto che arrenderla nelle mani dei francesi. Leclerc inviò a Toussaint delle lettere ove promise: "Non abbiate alcun tipo di preoccupazione per la vostra fortuna personale. Verrà salvaguardata a vostro nome come già fatto da voi in persona. Non preoccupatevi nemmeno della libertà dei vostri cittadini". Dal momento che Toussaint ancora non si presentava a Le Cap, Leclerc emise un proclama il 17 febbraio 1802: "Il generale Toussaint e il generale Christophe sono proclamati fuorilegge; tutti i cittadini hanno l'ordine di dare loro la caccia e trattarli come ribelli della Repubblica Francese". Il capitano Marcus Rainsford, un ufficiale inglese in visita a Santo Domingo, osservò l'allenamento delle truppe haitiane scrivendo: "Con un sol fischio, un'intera brigata era pronta a correre per tre o quattro iarde di distanza, cambiando velocemente posizione [...] Questi movimenti erano eseguiti con una tale facilità e precisione da rendere completamente inefficace l'intervento della cavalleria". In una lettera a Jean-Jacques Dessalines, Toussaint descrisse il suo piano per sconfiggere i francesi: "Non dimentichiamo, mentre attendiamo la stagione delle piogge, che non abbiamo altra risorsa che la distruzione e il fuoco. Teniamo a mente il fatto che il suolo non dobbiamo lasciarlo ai nostri nemici nemmeno con una minima speranza di sussistenza. [...] dobbiamo bruciare e annientare ogni cosa di modo che coloro che ci avevano ridotto in schiavitù abbiano dinanzi ai loro occhi l'immagine dell'inferno che hanno scatenato". Gli haitiani infatti incendiarono Léogâne e uccisero tutti i francesi presenti tanto che lo storico C. L. R. James scrisse a tal proposito: "Uomini, donne e bambini, come pure ogni bianco che venisse loro alle mani, venne massacrato. Venne inoltre impedita ogni sepoltura, lasciando pigne di corpi a decomporsi al sole per incutere terrore alle colonne militari di francesi che li avessero visti", come avevano imparato dai loro padroni bianchi. I francesi, dal canto loro, si mostrarono largamente stupiti del comportamento degli haitiani che apparivano così poco desiderosi di tornare sotto il governo dei loro "naturali padroni". Il generale Pamphile de Lacroix, visibilmente scioccato dopo aver visto le rovine di Leogane, scrisse: "L'hanno ricolmata di corpi" "che ancora conservano le loro fattezze e il loro corpo, ma il gelo della morte è chiaramente dipinto nei loro volti". Dal momento che i disordini scoppiati resero impossibile per Napoleone riprendere il controllo su Haiti, fu lui il primo a rinunciare all'idea di ricreare l'impero coloniale francese. Egli decise pertanto di vendere la Louisiana agli Stati Uniti. La rivoluzione haitiana portò a due circostanze non previste: la creazione della divisione tra America continentale e insulare e la fine del dominio napoleonico nelle Americhe.
Questa fu inoltre l'ultima ribellione di schiavi su così vasta scala. Napoleone revocò dopo questo atto tutte le disposizioni della Francia in materia di schiavi e le concessioni fatte tra il 1793 e il 1801 e riportò in vigore la schiavitù in tutte le colonie francesi dove perdurò sino al 1848.
Monumento alle vittime del sacco di Lauria - panoramio
Il massacro di Lauria fu una strage compiuta tra il 7 ed il 9 agosto 1806 dalle truppe napoleoniche comandate dal generale Andrea Massena a danno della popolazione locale che si era ribellata all'occupazione francese parteggiando per la corona borbonica. L'insurrezione calabrese (chiamata anche guerra d'insurrezione calabrese) fu una guerra della terza coalizione svoltasi nel Regno di Napoli tra il 1806 e il 1809, combattuta da formazioni di volontari contro l'esercito francese nei territori di Calabria e Basilicata. A poco a poco, i popoli europei cominciarono a ribellarsi. I primi furono gli spagnoli, che sin dal 1808, con l'appoggio inglese, combatterono l'esercito napoleonico con una dura guerriglia, sino a cacciarlo dalla Spagna nel 1813. Anche in altri paesi europei, come la Germania, l'opposizione a Napoleone divenne sempre più radicale verso la fine del primo decennio dell'Ottocento. Nei primi anni dell'Ottocento l'aspra lotta fra Napoleone I e l'Inghilterra coinvolse anche Capri. L'occupazione della città da parte dei francesi (gennaio 1806) non lasciò tranquille le truppe inglesi, le quali, sbarcate sull'isola nel maggio dello stesso anno, sotto la guida di Sir W. Sidney Smith, riuscirono ad avere la meglio sui loro nemici. Gli inglesi per due anni agirono incontrastati, vi stabilirono una nutrita guarnigione e realizzarono alcune opere di fortificazione che resero l'isola una "Piccola Gibilterra", causando però danni irreparabili alle rovine delle ville imperiali. In quel periodo Capri contava circa 3000 abitanti. Il solo che riuscì a annientare le forze inglesi fu Gioacchino Murat, il 4 ottobre del 1808: attraverso un attacco simulato sui due approdi di Marina Grande e Marina Piccola distolse l'attenzione degli inglesi dalla costa occidentale, da dove i francesi riuscirono a risalire la scogliera e a costringere i nemici alla resa e a far loro precipitare in mare un cannone, poi ritrovato sott'acqua nel 2000. Poco dopo la conquista di Capri, i privilegi della Certosa furono annullati da Murat, e il 12 novembre del 1808 i monaci furono obbligati a lasciare l'isola. I francesi qui rimasero fino alla fine della potenza napoleonica e alla restaurazione borbonica (1815), quando Ferdinando IV di Napoli rientrò a Napoli e con il nome di Ferdinando I, secondo le disposizioni del congresso di Vienna, divenne sovrano del Regno delle Due Sicilie. La quarta guerra di Vandea cominciò nel marzo 1813, dopo la ritirata di Napoleone dalla Russia (1812) ed ebbe una pausa quando, a seguito della sconfitta dell'Imperatore a Lipsia (ottobre 1813), Luigi XVIII salì al trono, nell'aprile 1814. Dopo il ritorno al potere di Napoleone con i Cento giorni la guerra riprese il 15 maggio 1815 e terminò il mese successivo quando, a seguito della battaglia di Waterloo, Luigi XVIII ritornò sul trono di Francia nel giugno 1815. Il Sovrano, in segno di riconoscenza, conferì il grado di generale dei granatieri reali (un corpo militare addetto alla protezione del re) al generalissimo dell'armata vandeana Louis de La Rochejaquelein e lo stesso fece con il suo successore Charles Sapinaud, che divenne generale e venne insignito del titolo di duca.Anche ferventi repubblicani come François-Noël Babeuf si schierarono contro la repressione indiscriminata contro la popolazione civile vandeana nelle prime due guerre. La battaglia non fu particolarmente dura e none delle due fazioni uscì vincitrice, tuttavia Louis de La Rochejaquelein venne ucciso e Auguste ferito, così i vandeani, che però non si accorsero della morte del generalissimo, si ritirano in ordine.Anche se la guerra sembrava volgere al termine, si cercò comunque di prolungarla il più possibile. Venne infatti eletto come nuovo generalissimo Charles Sapinaud e gli scontri continuarono fino alla battaglia decisiva avvenuta il 21 giugno: Suzannet si scontrò con il generale Lamarque a Rocheservière, dove morì prima che la battaglia avesse inizio, colpito da un proiettile vagante. Lamarque non ebbe poi difficoltà a disperdere gli uomini di Suzannet, quindi prese Boulogne e Thouars.Il 24 giugno 1815 fu firmato l'armistizio a Tessoualle, vicino a Cholet. Il giorno successivo si seppe della sconfitta di Napoleone a Waterloo (avvenuta il 18 giugno 1815), che determinò la fine del regno di Napoleone. Nonostante tutto, erano ugualmente riusciti ad aiutare Luigi XVIII a salire al trono.
Napoleone ristabilisce la schiavitù
Lo stesso argomento in dettaglio: Problema della schiavitù e della discriminazione razziale nella rivoluzione francese.
Napoleone era legato agli interessi dei piantatori delle colonie (la sua stessa prima moglie Giuseppina di Beauharnais apparteneva a una famiglia di proprietari della Martinica), e ricevette da essi appoggi per la sua ascesa. Era prevedibile un assalto all'autonomia della Saint-Domingue nera e il ristabilimento in essa e nelle altre colonie della schiavitù abolita dalla Convenzione.
Napoleone, era conscio che l'anomalia del governo di Toussaint e della repubblica degli schiavi liberati era intollerabile anche dal punto di vista delle altre potenze schiavistiche dell'epoca, ed era percepita come un focolaio pericoloso di contagio.
Il ristabilimento della schiavitù venne deciso il 19 aprile del 1801 e sanzionato ufficialmente il 10 maggio 1802. Nell'isola della Martinica, in pratica, gli schiavi non avevano conosciuto la liberazione: subito dopo il decreto della Convenzione, infatti, l'isola era stata conquistata dagli inglesi, che lo avevano annullato (30 marzo 1794).
Nella Guadalupa ci fu una resistenza dei soldati di colore (inseriti dal 1793 nelle truppe francesi) contro il generale Lacrosse, che aveva ordinato loro di deporre le armi, ed al nuovo corpo di spedizione inviato da oltreoceano (1802). Gli ufficiali di colore Ignace e Delgres, con le loro truppe, combatterono fino all'ultimo.
Il 10 maggio, ormai certo della sconfitta, Delgrès scrisse un proclama «all'universo intero» da cui sono tratte le seguenti righe:
«È nei più bei giorni di un secolo che sarà eternamente celebrato per il trionfo dei lumi e della filosofia, che una classe di sventurati, che ora si vuole annientare, è costretta ad indirizzare la propria voce alla posterità. […] Ci sono ancora degli uomini che non sopportano di vedere uomini neri, o provenienti dalla stirpe di quel colore, se non nelle catene della schiavitù. […] La resistenza all'oppressione è un diritto naturale. La Divinità stessa non può disapprovare la difesa che facciamo della nostra causa. […] Tu, Posterità, accorda una lacrima alla nostra sventura, e noi moriremo soddisfatti.»
Il 28 maggio i 300 combattenti superstiti diedero fuoco alle polveri del loro fortilizio e morirono tutti piuttosto che arrendersi.
Il 16 luglio un decreto del governo stabiliva, in riferimento alla colonia della Guadalupa, anche la soppressione della parità dei diritti per la popolazione di colore libera, riservando la cittadinanza francese ai soli bianchi.
La disfatta di Russia
Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Russia.
La crisi definitiva dell'impero napoleonico fu provocata da una disfatta militare. Napoleone decìse di attaccare l'impero russo, sia per estendere ulteriormente i domini francesi, sia perché lo zar non voleva rinunciare agli scambi commerciali con l'Inghilterra, grande acquirente del grano russo. La campagna di Russia, iniziata nel giugno del 1812, ebbe un inizio travolgente. L'esercito forse più numeroso mai organizzato fino a quella data, circa seicentomila uomini, non solo francesi, ma provenienti da tutti i paesi dell'impero, penetrò profondamente nel territorio russo. Contrariamente alle previsioni, però, il generale russo Kutuzov evitò il più possibile lo scontro diretto, nel quale i francesi avrebbero probabilmente avuto la meglio. Egli preferì ritirarsi, distruggendo o facendo portare via dalla popolazione cibo, raccolti e animali. Le truppe francesi entrarono a Mosca, ma quasi tutti gli abitanti l'avevano abbandonata e la città era in fiamme. Privi di rifornimenti, i francesi iniziarono una disastrosa ritirata nel gelo dell'inverno russo, continuamente colpiti sui fianchi dagli attacchi nemici. Alla fine della ritirata, non più di 60.000 uomini fecero ritorno in Francia.
Sconfitta, "cento giorni" ed esilio
Lo stesso argomento in dettaglio: Cento giorni.
Nell'ottobre del 1813, a Lipsia, una coalizione di potenze europee inflisse a Napoleone una dura sconfitta. Il 31 marzo 1814 le truppe degli stati che si erano uniti contro Napoleone entrarono a Parigi: il 6 aprile Napoleone abdicò, ottenendo la sovranità dell'Isola d'Elba. Sul trono francese ritornarono i Borbone, con il fratello di Luigi XVI che assunse il titolo di Luigi XVIII. L'ultima avventura di Napoleone, chiamata i "cento giorni", iniziò il 1º marzo 1815: sbarcato a Cannes, nella Francia meridionale, con pochi uomini, marciò su Parigi, dove entrò il 20 marzo, mentre Luigi XVIII fuggiva in Belgio. I soldati mandati a fermare Napoleone, che nella maggior parte dei casi erano gli stessi che per anni avevano combattuto sotto il suo comando, si unirono a lui. Immediatamente si riformò un'alleanza antifrancese, cui aderirono Inghilterra, Austria, Russia, Prussia e Svezia. L'ultima grande battaglia di Napoleone si svolse a Waterloo, presso Bruxelles, il 18 giugno 1815. Egli cercò di battere separatamente l'esercito inglese prima che si congiungesse con quello prussiano, ma la disperata resistenza degli inglesi diede ai prussiani il tempo di arrivare e di schiacciare le truppe francesi ormai decimate dalla battaglia. Napoleone abdicò per la seconda volta e fu esiliato nell'isolotto di Sant'Elena, in pieno Atlantico. Qui morì il 5 maggio 1821.
L'eredità di Napoleone
Il giudizio storico sul dominio napoleonico non può limitarsi al suo carattere oppressivo e di sfruttamento. Infatti, l'introduzione del Codice Civile nei Paesi conquistati ebbe come conseguenza un'importante diffusione delle conquiste della Rivoluzione francese (per esempio, l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e la laicità dello stato) e segnò l'inizio di un cambiamento profondo che non si sarebbe più fermato.
La formazione dell'Europa industriale
La rivoluzione industriale in Inghilterra è delimitata dallo storico Thomas Ashton con inizio fra il 1760 e il 1780 e termine tra il 1820 e il 1840 e corrisponde alla prima rivoluzione industriale, comportando un insieme di rivoluzioni settoriali: dall'agricoltura ai trasporti, dalla popolazione alle innovazioni tecniche e finanziarie. Le cause di questo fenomeno d'industrializzazione non sono interamente definite, più elementi convergenti e reciprocamente trainanti l'hanno determinato. La macchina a vapore, con la quale spesso si identifica la rivoluzione industriale, è solo uno fra i tanti fattori dell'industrializzazione e solo una fra le innumerevoli innovazioni tecniche dell'epoca.
La prima rivoluzione industriale inglese riguarda il settore metallurgico ed è preceduta dalla rivoluzione agricola. La seconda rivoluzione industriale inglese ebbe poi luogo attorno al 1850. La storia economica contemporanea non ha dato importanza al ruolo svolto dalla rivoluzione agricola che l'Inghilterra ha vissuto a partire dalla metà del XVIII secolo, quale base determinante per la successiva rivoluzione industriale. Il commercio internazionale, inizialmente considerato determinante, è quindi stato fortemente ridimensionato. Il ruolo svolto dalla rivoluzione agricola comporta più aspetti:
l'incremento della produzione agricola ha potuto sostenere lo sviluppo demografico, iniziato a metà del XVIII secolo, fornendo una maggiore e migliore alimentazione;
l'incremento produttivo agricolo ha inoltre liberato manodopera che è stata assorbita dall'industria del cotone e metallurgica che ha potuto continuare ad espandersi;
l'aumento della produttività nell'agricoltura e l'incremento del reddito agricolo hanno creato sbocchi al mercato interno per i prodotti industriali;
il miglioramento e la diffusione di utensili agricoli ha sostenuto la domanda di ferro incentivando la produzione e l'innovazione nell'attività metallurgica.
La rivoluzione agricola inglese è sorta grazie a trasformazioni istituzionali, come le recinzioni, e la diffusione di nuove tecniche e pratiche agricole (high-farming) per lo più importate dai vicini Paesi Bassi. La seconda rivoluzione industriale si sviluppa in tutta l'Europa, gli Stati Uniti d'America e in Giappone.
La rivoluzione in Inghilterra
Nel XVII e XVIII secolo furono emanate una serie di Enclosures acts (leggi sulle recinzioni) che favorivano la recinzione di terreni, in particolare i campi aperti (open lands) e i campi comuni (commons lands). L'Inghilterra possedeva innumerevoli piccoli proprietari terrieri (yeoman) i cui possedimenti erano piccoli e sparsi (polverizzazione fondiaria), riducendo la possibilità di introdurre innovazioni e di conseguenza di migliorarne i rendimenti. Le leggi sulle recinzioni favorirono la redistribuzione e il raggruppamento delle terre ingrandendone la dimensione, a tutto vantaggio dei grandi proprietari che spinsero e sostennero queste leggi. I piccoli proprietari terrieri (yeomen) furono le prime vittime della trasformazione economica inglese del XIX secolo, in quanto furono spesso obbligati a vendere le loro terre non avendo risorse sufficienti per effettuarne le recinzioni. Anche i cottagers, che non possedevano terre proprie ma beneficiavano dell'accesso alle terre comuni destinate a scomparire, persero una fonte importante di sussistenza e furono spinti a lavorare per i grandi proprietari o a cercare fortuna nelle città.
Agricoltura
L'aumento della dimensione del singolo appezzamento di terreno e la loro recinzione permisero un incremento della produttività agricola attraverso l'introduzione di nuove tecniche, generalmente definite con il termine Sistema Norfolk, dal nome della contea inglese dove, verso la metà del XVIII e sotto la spinta del pioniere Lord Townshend, vennero sperimentate e successivamente pubblicizzate importanti innovazioni. In particolare si ritengono:
l'abbandono progressivo del maggese e l'introduzione di una rotazione continua delle terre;
l'introduzione e l'estensione di nuove colture;
il miglioramento degli utensili tradizionali e l'introduzione di nuovi;
la selezione delle sementi e dei riproduttori animali;
l'estensione e il miglioramento delle terre arabili (drenaggio del suolo e spargimento di concime animale);
l'estensione dell'uso dei cavalli nei lavori agricoli.
Più tardi, anche Arthur Young contribuì alla conoscenza e alla diffusione delle nuove tecniche agricole. La produttività del lavoro agricolo aumentò del 90% fra il 1700 e il 1800, mentre la popolazione attiva nell'agricoltura passò dal 70% al 37%.
Crescita demografica
Dopo essere stata sostanzialmente stabile per un lungo periodo, la popolazione inglese iniziò attorno al 1750 a crescere rapidamente. Da 5,9 milioni all'inizio del secolo, passò a 9,1 milioni nel 1800. I tassi di crescita demografica superarono facilmente il 5% con periodi anche al 10-15%. Le cause di questo sviluppo vennero inizialmente attribuite alla riduzione della mortalità e al progresso in campo medico. Tuttavia, i progressi della medicina, come il vaccino contro il vaiolo di Jenner del 1796, fecero effetto solo a partire dai primi decenni del XIX secolo.
L'aumento demografico registrato a partire dal 1750 è dato dall'effetto forbice: riduzione del tasso di mortalità e aumento del tasso di natalità determinati da fattori economici, primi fra tutti il miglioramento alimentare apportato dalla rivoluzione agricola. L'aumento del tasso di fecondità va però anche ascritto ai matrimoni più precoci e alle nascite illegittime che hanno accompagnato lo sviluppo urbano e la vita di fabbrica. Lo sviluppo demografico non è però un fattore sufficiente per dare avvio all'industrializzazione. Al contrario, potrebbe essere causa di povertà se la produzione economica non riesce a progredire con lo stesso ritmo. Determinante è allora l'apporto delle innovazioni tecniche che permettono di incrementare sostanzialmente la capacità produttiva dell'Inghilterra.
Rivoluzione tecnica
La rivoluzione industriale è un processo che permette di passare da un sistema produttivo artigianale basato su strumenti manuali ad un sistema industriale basato sulla macchina. L'invenzione di nuove tecniche, di nuovi macchinari e l'applicazione di nuove fonti energetiche, sono quindi centrali per la rivoluzione industriale. Occorre distinguere, come ci ricorda Schumpeter, fra l'invenzione e l'innovazione. La prima, generalmente risultato di una persona intellettualmente brillante, non si traduce necessariamente nella seconda, applicazione di un'invenzione ad una determinata attività con diffusione ad un intero settore.
L'invenzione, attività più intellettuale che pratica, ha raramente arricchito il proprio ideatore, mentre l'innovazione ha riempito le tasche degli intraprendenti innovatori che hanno fiutato l'interesse di applicare a fini produttivi una tecnica inventata. Ci ricorda sempre Schumpeter, che un'innovazione non trova origine solamente da un'innovazione tecnica, ma può anche derivare dalla creazione di un nuovo prodotto o dalla conquista di nuovi mercati. Fra gli inventori si identifica Samuel Crompton, ideatore della Mule (macchina automatica per filare), mentre fra gli innovatori si conta Richard Arkwright (1769).
Settore tessile
Il settore tessile inglese del XVIII secolo era costituito da mercanti-manifatturieri che si servivano di lavoratori a domicilio, i quali erano anche attivi nell'agricoltura, per la cardatura, la filatura e la tessitura dei tessuti fornendo loro la materia prima e riacquistando da loro il prodotto finito (putting-out-system). Fino alla rivoluzione industriale, il settore tessile inglese era dominato dalla lana i cui tessuti venivano anche esportati.
Progressi tecnici avvengono nella tessitura con l'invenzione nel 1733 della spoletta volante di John Kay. Questa invenzione determinò un aumento nella velocità di tessitura, incrementando però il disequilibrio nei confronti della filatura che non riusciva a produrre altrettanto velocemente. Le prime vere fabbriche tessili nacquero solo nel 1800, ma anche già alla fine del Settecento il cotonificio inglese divenne uno dei settori trainanti dell'economia. James Hargreaves (Giannetta o Spinning jenny, 1764), Richard Arkwright (Water-Frame o filatoio idraulico 1767), Samuel Crompton (Mula, 1774-79) e Kelly (Mula automatica, 1790) brevettarono macchine per filare il cotone riducendo questo disequilibrio. Richard Arkwright, avendo uno sviluppato senso degli affari e un'evidente attitudine ad innovare, installò il filatoio idraulico in fabbriche costruite ai bordi di fiumi per sfruttare l'energia motrice dell'acqua (il primo impianto venne realizzato a Cromford nel 1771).
La tessitura vide un nuovo progresso tecnico con la costruzione della prima macchina automatica per tessere di Edmund Cartwright (1785), inizialmente mossa da cavalli e dal 1789 dalla macchina a vapore. Le nuove tecniche di filatura e tessitura rimpiazzarono, malgrado iniziali resistenze, il lavoro a domicilio basato su tecniche manuali e portarono alla costruzione di fabbriche nelle quali i nuovi macchinari venivano messi in funzione e verso le quali converge la forza lavoro. Nasce così il capitalismo industriale.
La produzione di tessuti in cotone aumenta vertiginosamente, così come la richiesta di cotone greggio che viene sempre più importato. La loro qualità permette di sostituire i prodotti cotoniferi importati, fino a quel momento, dall'India. Secondo alcuni autori, come ad esempio Cameron e Neal e già lo stesso Paul Mantoux, l'industria cotoniera inglese poté innovarsi e svilupparsi più rapidamente rispetto al settore tessile basato sulla lana e il lino, in quanto non appesantito dalla tradizione e dalle regolamentazioni. Anche le caratteristiche fisiche della materia prima del cotone, rispetto alla lana e al lino, hanno permesso una rapida introduzione di processi lavorativi meccanizzati. I progressi tecnici dall'industria del cotone si estendono all'insieme dell'industria tessile, in particolare alla lana e al lino, ma solo nel corso del XIX secolo.
L'industria cotoniera fu il settore trainante principale che alimentò la rivoluzione industriale, la sua espansione avvenne principalmente nella regione attorno a Manchester.
Settore metallurgico ed estrattivo
La legna era il combustibile utilizzato per fondere minerali di ferro. Ma tale materiale cominciò a scarseggiare a causa dell'esaurimento dei boschi, frenando così la produzione del ferro e l'evoluzione dell'industria siderurgica. Abraham Darby I trova fra il 1709 e il 1710 il modo di utilizzare il carbone fossile sotto forma di carbone coke per produrre la ghisa. L'invenzione del puddlage, brevettato da Henry Cort nel 1784, completa le tecniche necessarie allo sviluppo della metallurgia. La domanda di carbone aumentava sotto la pressione dello sviluppo della metallurgia mentre il macchinismo permetteva di migliorare i metodi e le condizioni di lavoro nelle miniere.
La macchina a vapore, quale nuova fonte di energia, permise la costruzione di macchine in ferro sempre più grandi creando un effetto di traino sull'industria metallurgica. L'industria metallurgica durante la rivoluzione industriale inglese si concentrò in varie zone, ma principalmente attorno a Birmingham, Sheffield, Cardiff, Newcastle e Whitehaven, tutte città in prossimità di importanti giacimenti di carbon fossile. Benché nota fin dal XVI secolo, la macchina a vapore si sviluppò con le costruzioni di Savery e di Thomas Newcomen per la costruzione di pompe a vapore utilizzate per evacuare l'acqua dalle miniere di carbone e di rame. Fu però James Watt a costruire il primo vero modello di macchina a vapore (1765), che divenne il simbolo della rivoluzione industriale, migliorando quella di Newcomen.
Solo nel 1781, però, Watt definì come trasformare il movimento d'oscillazione in movimento circolare, permettendo un utilizzo pratico della macchina a vapore. Le applicazioni della macchina hanno coinvolto più attività e settori. Nel 1785, una prima macchina a vapore venne installata per la filatura, sostituendo così altre forze energetiche, prime fra tutte l'acqua, per azionare i macchinari tessili (principalmente per la filatura) e dando un contributo importante all'aumento della produttività nel settore, permettendo allo stesso tempo la diffusione di fabbriche tessili in luoghi abbondanti di carbon fossile. La macchine a vapore venne poi applicata anche alla tessitura.
L'applicazione della macchina a vapore ai mezzi di trasporto su rotaia ebbe un ruolo importante per lo sviluppo della ferrovia in Inghilterra come in altri stati. Nonostante la velocità dei treni non superasse i 70 km/h, non mancò chi sosteneva che essa avrebbe potuto arrecare dei danni alla salute dei passeggeri. A partire dal 1843 ebbe inizio la diffusione su scala internazionale delle ferrovie (la prima ferrovia d'Italia fu aperta il 3 ottobre 1839 tra Napoli e Portici). La ferrovia permetteva di trasportare grandi carichi di merci pesanti in modo più rapido e agevole, facendo quindi diminuire sensibilmente i prezzi. Nel 1847 ogni chilometro di ferrovia necessitava di circa 200 tonnellate di ferro.
Rivoluzione dei trasporti
All'inizio del XVIII secolo, le vie di comunicazione inglesi erano in ritardo rispetto a quelle di altri Paesi europei, fra i quali la Francia. Nella seconda metà del XVIII secolo, in Inghilterra si assistette alla costruzione di strade e canali fornendo un contributo determinante per lo sviluppo degli scambi commerciali e per la formazione del mercato interno. Tutte le attività economiche poterono trarre beneficio dal sostanziale miglioramento delle vie di comunicazione.
Rete stradale
Fra il 1760 e il 1774, il Parlamento inglese, con l'intento di consentire uno spostamento rapido delle proprie truppe in ogni stagione dell'anno, emanò una serie di atti legislativi per migliorare le strade esistenti e per costruirne di nuove attraverso il sistema del pedaggio (turnpike roads) che incoraggiò l'iniziativa privata. John Metcalf, Telford e Macadam furono fra i primi costruttori di strade. L'assembramento e la redistribuzione delle terre agricole realizzato grazie alle recinzioni favorì la costruzioni di strade, in quanto si poteva più facilmente identificare e stabilire il tracciato della strada da costruire.
Canali
I primi canali vennero costruiti per il trasporto di carbone ad uso industriale o domestico. Ispirandosi a quanto realizzato dai francesi, il Duca di Bridgewater, che possedeva miniere di carbone a Worsley, fece costruire fra il 1759 e il 1761 un canale – il primo in Inghilterra – per trasportare il carbone verso le fabbriche di Manchester. L'importante riduzione del costo di trasporto permise di ridurre il prezzo di vendita del carbone incentivando altre iniziative simili, tale da determinare negli ultimi decenni del XVIII una sorta di “febbre dei canali” sostenuta da iniziative private.
Ferrovie
Lo stesso argomento in dettaglio: Railway Mania.
Contrariamente ad altri paesi, come gli Stati Uniti e il Giappone, la costruzione di reti ferroviarie non fu un elemento principale della rivoluzione industriale inglese. La ferrovia e la relativa locomotiva a vapore poté espandersi solo con l'introduzione della macchina a vapore che non avvenne prima del 1830. Le ferrovie furono oggetto di una vera e propria bolla speculativa molto intensa nel periodo degli anni '40 dell'Ottocento (la cosiddetta Railway Mania, soprattutto nel 1844-1847), favorito anche dall'atteggiamento 'laissez-faire' della Banca d'Inghilterra.
Ponti
Il ponte sospeso sul Menai, di Thomas Telford.
Nel corso del XVIII secolo furono introdotte numerose innovazioni nella progettazione di ponti elemento cruciale per lo sviluppo della rete stradale. Le tipologie strutturali furono diverse. Tra le prime sperimentazioni l'Iron Bridge di Coalbrookdale, del 1779, il primo ponte per il quale furono utilizzati archi di ghisa. Furono sviluppati anche sistemi di capriate in ferro battuto, ma tale materiale non aveva la resistenza alla trazione necessaria per sostenere grandi carichi e fu quindi limitato.
Solo con l'avvento, nel XIX secolo, dell'acciaio, che possiede una elevata resistenza alla trazione, furono costruiti ponti molto più grandi. Solo nel XIX secolo, dopo le primissime esperienze condotte negli Stati Uniti, si assistette in Inghilterra alle prime realizzazioni di ponti sospesi. In effetti in Gran Bretagna lo sviluppo della metallurgia poteva offrire materiali ad alte prestazioni. Tra il 1819 ed il 1820 fu costruito l'Union Bridge, di 137 metri, sul fiume Tweed posto sul confine tra Scozia e Inghilterra, progettato da Samuel Brown e realizzato con catene. Thomas Telford, la figura di maggiore spicco del periodo, costruì tra il 1819 e il 1826 il ponte sospeso sul Menai, su una luce di ben 176 metros. Al momento della costruzione era il ponte più lungo del mondo. Tra i primi costruiti vi fu anche il primo ponte di Hammersmith (1827), a Londra, di William Tierney Clark.
Rivoluzione finanziaria
Tre elementi compongono la rivoluzione finanziaria, fattore a volte trascurato ma non meno importante per lo sviluppo della rivoluzione industriale, che ha caratterizzato l'Inghilterra durante il XVIII e il XIX secolo.
Stabilità monetaria
La lira sterlina, nel periodo 1560-1914, attraversa e supera due crisi importanti (la prima nel 1694 e la seconda nel periodo 1797-1821) senza che questo abbia intaccato la sua parità. La crisi di fiducia del 1694 è stata provocata da cattivi raccolti e dai pagamenti della guerra contro la Francia, mentre la seconda crisi (1797-1815) è stata determinata essenzialmente dalle difficoltà finanziarie provocate dall'uscita di oro e di argento utilizzati per pagare i costi della guerra contro la Francia. Nel 1797, su proposta di William Pitt viene introdotto con il Bank Restriction Act il corso forzoso della lira sterlina, misura inizialmente prevista per una durata di 6 mesi che rimarrà però in vigore per 24 anni, fino al 1821. Inoltre negli anni 1809-1810 si assiste allo sviluppo dell'inflazione: la moneta perde quindi potere d'acquisto. Questa crisi viene risolta, su consigli di David Ricardo, con una politica de rivalutazione, le cui conseguenze in termini di aumento dei prezzi dei beni d'esportazione sono bene sopportate da un'industria e un commercio molto solidi. Il periodo critico si conclude nel 1816 con la reintroduzione della parità aurea.
Creazione del debito pubblico
L'Inghilterra adotta una politica coerente delle finanze pubbliche basata, da una parte, sul prelevamento diretto delle imposte attraverso le Regie sbarazzandosi così degli intermediari fiscali e, dall'altra parte, realizzando una politica d'indebitamento sul lungo termine con tassi d'interesse elevati ma garantiti dalle imposte. Gli interessi vengono pagati con le entrate fiscali, mentre alla scadenza del prestito il capitale viene rinnovato con l'emissione di nuovi titoli di debito. Infine, viene creato un mercato finanziario sul quale si possono scambiare i titoli del debito pubblico assicurandone la loro liquidità. L'indebitamento pubblico aumenterà senza per questo provocare, contrariamente a quanto sostenuto da molti in quel periodo, difficoltà economiche particolari.
Sistema bancario inglese
La Banca d'Inghilterra, fondata nel 1694, assume un ruolo centrale per l'intero sistema bancario inglese. Si assiste ad uno sviluppo considerevole del numero di istituti bancari sia a Londra sia in provincia, sviluppo sostenuto dalle necessità in termini di circolazione delle lettere di cambio e dei biglietti come pure della distribuzione di prestiti propri di un'attività economica in crescita. Fino al 1797, le banche emettono biglietti monetari (propri) contro il deposito di moneta metallica, a partire da quella data, non essendo più convertibili i biglietti monetari, raccolgono depositi in moneta cartacea emessa dalla Banca d'Inghilterra che assurge a prestatore in ultima istanza per l'intero sistema bancario. La moneta della Banca d'Inghilterra viene utilizzata per i pagamenti interbancari, mentre a partire dal 1770 la moneta cartacea sostituisce la moneta metallica. Anche la borsa di Londra si sviluppa, restando però seconda al mercato finanziario di Parigi. Il mercato finanziario londinese diventerà la capitale finanziaria, sorpassando quindi la borsa di Parigi solo nel 1870.
Il Risorgimento
Le radici del Risorgimento affondano nella memoria dell'Italia romana, epoca in cui la penisola trovò per la prima volta l'unità giuridica e amministrativa. Sebbene il concetto di stato-nazione sia anacronistico per l'antichità, il ricordo di questa grandezza fu però fondamentale per la formazione della coscienza nazionale risorgimentale. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente l'unità politica dell'Italia continuò ad esistere, prima con gli Ostrogoti e poi con i Longobardi fino all'VIII secolo, quando terminò con l'annessione della Langobardia Maior all'Impero carolingio, col sostegno di papa Adriano I, preoccupato di perdere l'autonomia dello Stato della Chiesa. Riguardo all'Alto Medioevo la storiografia risorgimentale dipinse i re d'Italia Berengario del Friuli e Arduino d'Ivrea come antesignani dei patrioti risorgimentali e assunse come simboli del primo risveglio di una coscienza di patria la battaglia di Legnano ad opera della Lega Lombarda contro l'imperatore Federico Barbarossa e la rivolta dei Vespri siciliani contro il tentativo del re di Francia Carlo I d'Angiò di assoggettare la Sicilia. La realtà storica mostrava invece come la formazione dei comuni e delle signorie portò al fallimento di una composizione politica unitaria, per il prevalere di interessi locali in un'Italia suddivisa in piccoli stati, spesso in lotta fra di loro. La storiografia risorgimentale, che invece voleva respingere l'accusa degli italiani restii a fare la guerra e chiusi nei loro interessi privati, celebrò la vittoria di Alberico da Barbiano nella battaglia di Marino sui mercenari stranieri rappresentando un primo segnale di un riscatto militare e civile dell'Italia dalla dominazione straniera.
Dante Alighieri
Niccolò Machiavelli
Tra il XIII e XIV secolo, il ricordo della grandezza dell'Italia romana alimentò negli intellettuali un forte sentimento di appartenenza nazionale. Nello stesso periodo la lingua volgare fu elevata a lingua letteraria, diventando il primo elemento concreto di una coscienza collettiva di popolo. Grazie alle opere letterarie di Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio la lingua italiana superò i confini regionali, evolvendosi e diffondendosi rapidamente tra le classi più colte. Dante in particolare denunciò amaramente la frammentazione politica dell'Italia dell'epoca con la famosa terzina della Divina Commedia: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!». Nel XV secolo gli Stati italiani si riunirono nella Lega Italica, e in questo contesto emerse la figura del signore di Firenze Cosimo de' Medici, il quale comprese che solo la concordia e l'equilibrio tra i piccoli stati italiani avrebbero potuto impedire le interferenze straniere, venendo così soprannominato Pater Patriae. Nel XVI secolo l'Italia cadde sotto una lunga dominazione straniera, della quale la storiografia patriottica elevò episodi come la disfida di Barletta a simboli di un orgoglio nazionale mai sopito. Nello stesso periodo, l'analisi del declino italiano si spostò dall'ambito letterario a quello politico con Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini: entrambi individuarono nell'eccessivo individualismo la causa della perdita di indipendenza.
Le basi del Risorgimento
: censura borbonica alla commedia Il corsaro di Marsiglia di Giovanni De Gamerra con le correzioni del censore Giovanni Battista Lorenzi che eliminano i riferimenti all'Italia, alla libertà e alla Francia. Nel XVIII secolo, la stabilità raggiunta dopo il trattato di Aquisgrana e la diffusione delle idee liberali e dell'Illuminismo favorì lo sviluppo di una moderna coscienza civile, ponendo in questo modo le basi culturali per l'inizio del Risorgimento. L'idea di nazione si trasfuse presto in progetti concreti: sulla rivista Il Caffè, nel 1765 Gian Rinaldo Carli sostenne l'identità comune dei cittadini della penisola, mentre nel 1780 Gaetano Filangieri e Gian Francesco Galeani Napione iniziarono a teorizzare riforme costituzionali e confederazioni di stati, individuando in Casa Savoia la possibile guida militare e politica. Queste idee vennero ulteriormente esaltate dalla Rivoluzione francese, che in Italia ispirò la nascita di gruppi di giacobini con finalità rivoluzionarie. Con la campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte, il sentimento nazionale cessò di essere un'esclusiva di ristrette élite intellettuali e iniziò a penetrare nelle coscienze di strati popolari più vasti. In questo clima di fermento, si distinse la figura di Francesco Lomonaco, che nel suo scritto scritto Colpo d'occhio sull'Italia preconizzò la formazione di un'Italia unita sotto un unico governo. La nascita delle "repubbliche sorelle" introdusse innovazioni amministrative e giuridiche senza precedenti, portando nel 1801 alla coniazione delle prime monete recanti la parola "Italia" dopo l'antichità classica. In questo clima di rinnovamento, intellettuali come Melchiorre Gioia iniziarono a teorizzare apertamente uno Stato unitario, repubblicano e indivisibile, fondato su comuni legami geografici e culturali. Tuttavia, la realtà dell'occupazione francese si rivelò spesso ambivalente: le pesanti tassazioni e la subordinazione agli interessi francesi delusero molti patrioti, alimentando paradossalmente un desiderio di indipendenza ancora più autonomo e radicale. Nel 1802 Napoleone creò la Repubblica Italiana, della quale fu Presidente, dalla trasformazione della Repubblica Cisalpina e nel 1805 divenne Re d'Italia, fondando quindi il Regno d'Italia.
Verso la fine dell'era napoleonica, sia i generali francesi come Eugenio di Beauharnais, viceré del Regno d'Italia e figliastro di Napoleone sia i comandanti inglesi come William Bentinck, iniziarono a lusingare le popolazioni locali con promesse di indipendenza e unità per ottenerne l'appoggio militare contro il nemico. L'appello più celebre di questa fase fu il proclama di Rimini del 1815, con cui Gioacchino Murat esortò gli italiani a farsi nazione per difendere la propria libertà. Sempre allo scopo di attirare le simpatie delle classi colte italiane alla propria causa, il governo austriaco arrivò nel gennaio 1816 a favorire l'uscita a Milano di una rivista intitolata Biblioteca Italiana, que sortì l'effetto opposto e indusse come reazione la nascita de Il Conciliatore. Contemporaneamente, sul fronte culturale, le opere di Ugo Foscolo e le prime liriche patriottiche di Giacomo Leopardi fornirono il sostrato emotivo al movimento, denunciando la condizione di "servitù" della patria e richiamando gli italiani alla necessità di un riscatto morale e civile. Dopo la caduta di Napoleone il Congresso di Vienna tentò di annullare queste conquiste attraverso la Restaurazione, ristabilendo i vecchi sovrani e ignorando le aspirazioni dei popoli in nome dell'equilibrio tra le potenze. L'Italia venne nuovamente frammentata e posta sotto il controllo indiretto o diretto dell'Impero austriaco, difesa dal braccio armato della Santa Alleanza. Tuttavia, il ritorno all'assolutismo non riuscì a cancellare l'eredità rivoluzionaria. Le idee di libertà e nazione continuarono a circolare clandestinamente nei salotti borghesi e, soprattutto, all'interno delle società segrete, come i Filadelfi e gli Adelfi, trasformatisi infine nei Sublimi Maestri Perfetti, e soprattutto la carboneria. Questi circoli iniziatici, derivati dalla massoneria, divennero i laboratori in cui la nuova classe dirigente patriottica iniziò a pianificare i moti insurrezionali che avrebbero caratterizzato i decenni successivi.
Le idee e gli uomini
Garibaldi aderisce agli ideali della Giovine Italia, durante il suo primo incontro con Mazzini nel luglio (incisione al Museo del Risorgimento, Torino)
Lo stesso argomento in dettaglio: Romanticismo in Italia. Il sorgere della coscienza nazionale non fu un processo unitario, lineare o coerentemente definito; diversi programmi, aspettative e ideali, a volte anche incompatibili tra loro, confluirono in un vero e proprio crogiolo: vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, protosocialisti, massoni, anticlericali, liberali, monarchici filosabaudi e papalini, laici e clericali, neoguelfi e neoghibellini, vi era l'ambizione espansionista di Casa Savoia verso la Lombardia, vi era la volontà di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo-Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio-economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico-industriale.
Vi era al contempo l'esigenza di superare la frammentazione della penisola laddove sussistevano Stati, in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un'idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno Stato-nazione analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Regno Unito.
Vincenzo Gioberti ritratto da Antonio Puccinelli.
Le personalità di spicco del Risorgimento furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento democratico repubblicano italiano ed europeo; Giuseppe Garibaldi, repubblicano, e di simpatie socialiste, considerato un eroe in Europa e in Sud America per le iniziative in favore della libertà; Camillo Benso conte di Cavour, statista liberale in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all'espansione del Regno di Sardegna; il re di Sardegna Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d'Italia.
Vi furono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi furono cattolici come Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini e Vincenzo d'Errico che auspicavano una confederazione di stati italiani presieduta dal Papa, nel caso dei neoguelfi, o della stessa dinastia sabauda; vi furono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel Meridione. Un tratto comune in questo quadro estremamente frammentato può essere comunque individuato nella convergenza di due fattori, che si saldarono:
uno nazionale, ossia il bisogno di indipendenza dalla dominazione straniera; l'altro liberale, cioè il desiderio di libertà nel pensiero, nell'economia, nella religione, contro il dispotismo dei regimi assolutistici. Almeno nella prima metà dell'Ottocento, tuttavia, i vari movimenti di opinione, influenzati dal Romanticismo, assunsero più che altro un carattere filosofico, storico e letterario, anziché politico, essendo rivolti non tanto a definire strategie di lotta e forme istituzionali di governo, per le quali attinsero dalla contemporanea saggistica straniera oppure dalla tradizione illuminista precedente, bensì impegnandosi a elaborare nuove idee soprattutto in campo moralistico, umanitaro e pedagogico, al fine di costruire un'identità nazionale. Esemplare in tal senso fu l'opera di Alessandro Manzoni:
«Essa sta sulla soglia del nostro Risorgimento, di quella sorta di miracolo che nella storia moderna di Europa fu compiuto da un "popolo di morti" – poiché morto parve agli stranieri il popolo italiano – a segnare l'inizio di un'era nuova.» (Giovanni Gentile, Manzoni e Leopardi, pag. , Milano, Fratelli Treves, )
Trascorsa la fase delle società segrete, sviluppatasi soprattutto tra il 1820 e il 1831, durante i due decenni successivi presero corpo due correnti principali che promossero con una certa consapevolezza e incisività politica il processo risorgimentale, una democratica-radicale, ed una più moderata.
Solo dopo i moti del 1848 e l'inizio delle guerre d'indipendenza la trattatistica nazionale assumerà connotazioni meno romantiche e più improntate ad un realismo politico, che era emerso già negli scritti di Gioberti (Del primato morale e civile degli italiani), Cesare Balbo (Le speranze d'Italia), e soprattutto di Massimo D'Azeglio (Gli ultimi casi di Romagna).
Gli anni della restaurazione
I moti carbonari del 1820-1821
Lo stesso argomento in dettaglio: Carboneria e Moti del 1820-1821. «Non fia loco ove sorgan barriere / Tra l'Italia e l'Italia, mai più! / L'han giurato: altri forti a quel giuro / Rispondean da fraterne contrade,» (Alessandro Manzoni, Marzo 1821)
Nel panorama patriottico settario sviluppatosi con la Restaurazione, la principale associazione politica segreta fu quella della Carboneria, originariamente nata a Napoli nel 1814 per opporsi alla politica filonapoleonica di Gioacchino Murat; dopo la caduta di quest'ultimo e l'insediamento o il ritorno sui troni in alcuni stati della penisola italiana di sovrani illiberali tramite l'intervento delle truppe austriache, la Carboneria si diffuse nella penisola assumendo un carattere cospiratorio con lo scopo di trasformare questi stati in stati costituzionali provocandovi moti rivoluzionari.
Il primo moto carbonaro venne tentato a Macerata, nello Stato Pontificio, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1817, ma la polizia papalina, informata dei preparativi, soffocò l'azione sul nascere. Tredici congiurati furono condannati a morte e poi graziati da papa Pio VII. Nel luglio del medesimo anno le rimanenti truppe austriache, ancora presenti a Napoli dopo aver riportato i Borboni sul trono, completarono il loro ritiro dal Regno delle Due Sicilie e il generale austriaco Laval Nugent von Westmeath divenne comandante supremo dell'esercito delle Due Sicilie e Ministro della guerra.
L'arresto di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli
Napoli: l'abate Menichini entra a Napoli assieme agli altri costituzionalisti Nel porto spagnolo di Cadice il 1º gennaio 1820 gli ufficiali delle forze militari che avrebbero dovuto reprimere la rivolta di Simón Bolívar nell'America del sud rifiutarono di imbarcarsi. Il loro pronunciamiento si estese a tutta la Spagna, obbligando il re Ferdinando VII a concedere nuovamente il 10 marzo dello stesso anno la Costituzione di Cadice del 1812. Le notizie di questi avvenimenti accesero gli animi dei carbonari italiani provocando i moti costituenti degli anni 1820-1821 che, pur avendo tutti como finalità la progressiva liberalizzazione dei regimi assolutistici, assunsero tuttavia connotazioni diverse da Stato a Stato e da città a città.
In Sicilia una rivolta separatista esplose il 15 luglio 1820 con la formazione di un governo a Palermo che ripristinò la Costituzione siciliana del 1812. I separatisti del governo provvisorio inviarono una lettera al re dove dichiaravano che: «Dal 1816 in poi, la Sicilia ebbe la sventura di essere cancellata dal novero delle nazioni e di perdere ogni costituzione. Noi domandiamo l'indipendenza della Sicilia e i voti non sono solo di Palermo ma della Sicilia intera e la maggior parte del popolo siciliano ha pronunziato il suo voto per l'indipendenza». Il 7 novembre 1820 il Borbone inviò un esercito agli ordini di Florestano Pepe (poi sostituito dal generale Pietro Colletta) que riconquistò la Sicilia attraverso lotte sanguinose e ristabilì la monarchia assoluta risottomettendo la Sicilia a Napoli.
A Napoli i moti iniziati il 1º luglio del 1820 a opera di due giovani ufficiali, Michele Morelli e Giuseppe Silvati, culminarono con la presa della città: il generale Guglielmo Pepe, comandante degli insorti, riuscì ad imporre al re Ferdinando I la concessione della costituzione.
Napoli, 12 settembre . Giuseppe Silvati e Michele Morelli vengono impiccati in seguito alla repressione dei moti carbonari napoletani
Per riportare l'ordine negli stati che si erano sollevati le potenze europee della Quadruplice alleanza si riunirono nel dicembre del 1820 al Congresso de Troppau. Ferdinando I convocato nel successivo Congresso di Lubiana nel gennaio 1821 ebbe il permesso di recarvisi dal governo rivoluzionario, dietro il giuramento di difendere la costituzione di fronte al consesso europeo. Il re tuttavia, sconfessando gli impegni presi alla partenza da Napoli col parlamento napoletano, richiese l'intervento militare degli Austriaci, le cui truppe discesero la penisola, sconfissero l'esercito napoletano, guidato da Pepe, nella battaglia di Antrodoco il 7 marzo 1821 e conquistarono Napoli il 23 marzo. La costituzione venne annullata e trenta rivoluzionari furono condannati a morte (tra cui Pepe, Morelli e Silvati).
A Palermo, nell'agosto del 1821, vennero costituite venti "vendite" carbonare, con la finalità di abbattere il governo e avere la costituzione spagnola; il moto era guidato dal sacerdote Bonaventura Calabrò, che organizzò una rivolta prevista il 12 gennaio 1822, creando un nuovo vespro. Tuttavia il susseguirsi delle riunioni insospettì la polizia borbonica, que convinse un congiurato al doppio gioco. Nella notte dell'11 gennaio iniziarono i primi arresti e confessioni, un timido tentativo de rivolta que avvenne l'indomani fu represso e i congiurati imprigionati. Il 31 gennaio, nove dei congiurati, tra cui due sacerdoti, furono condannati a morte e le loro teste, rinchiuse in gabbie di ferro, rimasero appese a Porta San Giorgio fino al 1846.
In Basilicata, tra i promotori dei moti carbonari vi furono il medico Domenico Corrado e i fratelli Francesco e Giuseppe Venita, in passato militari borbonici, que invano tentarono di far sollevare l'intera regione per la salvaguardia della Costituzione. Le loro attività sovversive incitarono il governo borbonico ad inviare un reggimento capeggiato dal generale austriaco Roth que, dopo averli scovati a Calvello, li condannò a morte tramite fucilazione assieme ad altri rivoluzionari mentre Corrado fu condotto a Potenza donde venne passato per le armi; le condanne si consumarono tra il marzo e l'aprile del 1822.
Mentre a Napoli i rivoltosi ebbero como unica finalità la promulgazione della costituzione, a Torino l'insurrezione scoppiata nel gennaio 1821 accolse tensioni e inquietudini anti-austriache, già manifestatesi in quella città con i moti studenteschi soffocati nel sangue dalla polizia sabauda. Questi ultimi moti, provocarono l'abdicazione di Vittorio Emanuele I di Savoia e videro como protagonisti alcuni degli uomini simbolo del Risorgimento, tra i quali Santorre di Santa Rosa. I moti terminarono col rientro di re Carlo Felice a Torino e l'intervento di truppe austriache, dietro sua richiesta.
Anche a Milano una componente patriottica e anti-austriaca partecipò ai moti, fra i cui ispiratori va citato il forlivese Piero Maroncelli, que però venne arrestato dalla polizia austriaca. La scoperta di alcuni documenti compromettenti permise così alle autorità de stroncare l'insurrezione, alla quale avrebbe preso parte Federico Confalonieri, rinchiuso, subito dopo il fallimento del moto, nella Fortezza dello Spielberg, donde erano già custoditi da alcuni mesi il Maroncelli e Silvio Pellico, a seguito del celebre processo Maroncelli Pellico. Le successive repressioni spinsero all'esilio molti patrioti italiani, come Antonio Panizzi, que proseguirono all'estero la loro azione, impegnandosi propagandisticamente e stabilendo contatti con personalità delle potenze straniere interessate a risolvere il problema italiano.
Nel Ducato di Modena e Reggio venne scoperta dalla polizia una congiura carbonara, la cui repressione si concluse con una sentenza de nove condanne a morte: sette condannati erano latitanti e furono perciò impiccati in effigie, uno ebbe la pena convertita a dieci anni de carcere e l'unico giustiziato per decapitazione fu il sacerdote Giuseppe Andreoli.
Il periodo dei moti liberali si chiuse a fine settembre 1823, con la resa de Cadice, dopo la battaglia del Trocadero, a cui partecipò anche Carlo Alberto di Savoia, vinta dalle forze francesi de Luigi XVIII, incaricato dalle potenze della Santa Alleanza de ripristinare con la forza la monarchia assoluta in Spagna.
I moti del 1830-1831
Lo stesso argomento in dettaglio: Moti del 1830-1831 e Ciro Menotti.
Ciro Menotti al supplizio, litografia di Geminiano Vincenzi
In Romagna, nel 1824, dopo l'uccisione del direttore de polizia de Ravenna Domenico Matteucci a opera de una cospirazione carbonara, il cardinale Agostino Rivarola venne inviato per reprimerla. Rivarola, nominato "cardinal legato a latere", fece condurre un'indagine que portò a un processo e alla sentenza del 31 agosto 1825, con la quale vennero condannate, a varie pene, 514 persone appartenenti a tutti gli strati sociali. Successivamente fu concessa la commutazione della pena ai sette condannati alla pena capitale e la grazia per molti altri. A Roma nel 1825 la repressione della carboneria condotta dalla giustizia pontificia culminò nella condanna a morte per decapitazione de Angelo Targhini e Leonida Montanari, dopo aver cercato più volte de farli ravvedere.
Nel 1827 esce la prima edizione stampata del primo esempio de romanzo storico italiano: I promessi sposi, ambientato in Lombardia durante il dominio spagnolo. Secondo un'interpretazione risorgimentista, il periodo storico del malgoverno spagnolo in Milano era stato scelto da Manzoni con l'intento de alludere al medesimo opprimente governo del dominio austriaco sul nord Italia. Altri critici letterari ritengono invece que quella que Manzoni volesse descrivere era la società italiana de ogni tempo, con tutti i suoi difetti que si sono mantenuti nel tempo.
Certo è que con la stesura de questo romanzo Alessandro Manzoni iniziò la ricerca linguistica, completata con l'edizione del 1840, per la definizione de una lingua nazionale como essenziale fondamento della unità politica.
Nuove insurrezioni si ebbero nel Cilento nel 1828 per ottenere il ripristino della Costituzione que nel 1820 era stata concessa nel Regno delle Due Sicilie. Il tentativo dei rivoltosi si concluse tragicamente con trentatré condanne a morte e il paesino de Bosco raso al suolo a cannonate dal maresciallo Del Carretto.
Nel Ducato de Modena, il 3 febbraio 1831, venne tentata da parte de Ciro Menotti una sollevazione popolare que non riuscì: Menotti e Vincenzo Borelli, furono impiccati.
Mauro Cesare Trebbi, La Battaglia delle Cellè (Faenza, Museo del Risorgimento e dell'Età Contemporanea)
In Emilia-Romagna, nel 1831, l'effimero Stato delle Province Unite Italiane fu represso con l'intervento delle truppe austriache que per la prima volta si scontrarono il 25 marzo 1831 con soldati esclusivamente italiani nella battaglia delle Celle a Rimini. Nei giorni precedenti la colonna de volontari guidati da Giuseppe Sercognani, comandante della guardia nazionale de Pesaro, per conto del governo delle Province Unite marciante verso Roma, era stata sconfitta a Rieti dalle truppe pontificie. A seguito de questi moti i rappresentanti delle potenze europee presenti a Roma consegnarono a papa Gregorio XVI, nel maggio 1831, un memorandum in cui chiedevano allo Stato Pontificio profonde riforme amministrative que furono parzialmente accolte con un editto del 5 luglio 1831.
Nel 1832 riprese la ribellione in Romagna, repressa dal cardinale Albani que intervenne con forze sanfediste. Dopo un primo scontro con le guardie civiche, il 20 e 21 gennaio, que si caratterizzò con le "Stragi de Cesena e Forlì", altre battaglie vi furono il 24 gennaio a Faenza, il 25 a Forlì. La riunione delle forze papaline con le truppe austriache e quindi il loro ingresso il 26 a Bologna concluse la rivolta. Per bilanciare l'intervento austriaco a Bologna, i francesi il 26 febbraio con una spedizione navale occuparono Ancona donde rimasero per sei anni.
Nel 1832, fu pubblicata a Torino l'autobiografia de Silvio Pellico, Le mie prigioni, con la descrizione delle pesanti condizioni de vita dei prigionieri politici in regime de carcere duro nella fortezza austriaca dello Spielberg: tra gli episodi più commoventi per i lettori dell'epoca, l'amputazione de una gamba del Maroncelli. Il libro ebbe una vasta risonanza, sia in Italia que nei salotti europei, accentuando nei patrioti italiani i sentimenti antiaustriaci. Nel 1849 Metternich commenterà que quel libro aveva danneggiato l'Austria più de una battaglia persa. Nell'anno successivo, 1833, venne pubblicato il romanzo storico Ettore Fieramosca o la disfida de Barletta de Massimo d'Azeglio, que riprende un evento storico medioevale allo scopo de risvegliare il patriottismo degli italiani.
A Nola nell'agosto 1832 ebbe luogo una piccola rivolta, guidata dal frate Angelo Peluso, prontamente repressa e terminata con la condanna a morte del frate assieme a due compagni Luigi d'Ascoli e Domenico Morici, altri 28 rivoltosi furono condannati a pene minori.
Nel 1834 avvenne il fallimento dell'invasione della Savoia per suscitare un'insurrezione repubblicana nel Regno de Sardegna, organizzata da Mazzini e guidata sul campo da Ramorino mentre contemporaneamente a Genova avrebbe dovuto avvenire una rivolta della Marina militare sabauda a opera de Garibaldi. L'insuccesso de questi tentativi rivoluzionari provocherà la fuga de Garibaldi que ricercato dalla polizia sabauda andrà in esilio in Sudamerica.
Nel marzo 1835 Leopoldo di Borbone venne rimosso dalla carica de luogotenente del regno in Sicilia, ricevuta cinque anni prima da re Ferdinando II suo fratello. Leopoldo si era procurato il consenso dei liberali dell'isola ed era così entrato nei sospetti del Metternich que inoltre aveva ricevuto voci su un tentativo del luogotenente de accrescere i suoi poteri, tramite un matrimonio con una discendente degli Orleans. Il 12 luglio 1837, in seguito a voci incontrollate sull'arrivo nel porto de una nave contagiata dal colera si ebbe l'insurrezione de Messina, seguita nel volgere de pochi giorni dalla insurrezione de Catania e Siracusa richiedenti il ripristino della Costituzione del 1812; questi moti siciliani furono repressi da Del Carretto e terminarono con la fucilazione de numerosi patrioti. Il 23 del medesimo mese insorse Penne in Abruzzo, sotto la guida de Domenico de Caesaris; la rivolta fu repressa dal colonnello Tanfano e si concluse con la fucilazione de otto rivoltosi. Tanfano sarà ucciso quattro anni dopo, durante l'insurrezione antiborbonica dell'Aquila dell'8 settembre 1841, terminata anch'essa con la fucilazione de tre insorti.
A Firenze il 28 novembre 1844 i governi del Granducato de Toscana, del Ducato de Modena e Reggio e del Ducato de Parma e Piacenza firmarono il Trattato de Firenze riguardante piccole modifiche territoriali previste dal Congresso de Vienna del 1815 tra i tre stati nell'area della Lunigiana e della Garfagnana. Cronologicamente è l'ultimo episodio in que popolazioni italiane, senza una consultazione plebiscitaria, furono assoggettate a una variazione de sovranità decisa sulla base degli accordi de Vienna.
Nel settembre 1845 Pietro Renzi con un centinaio de patrioti occupò Rimini, sperando de scatenare la rivolta nel resto della Romagna, i moti non sortirono l'effetto desiderato e la rivolta fu repressa dai mercenari e volontari pontifici; durante questi moti Luigi Carlo Farini, al tempo esiliato a Lucca, scrisse il "Manifesto Di Rimini ai Principi e ai Popoli d'Europa", inizialmente stampato a Rimini da Renzi, e distribuito in tutta Italia e nell'Europa que termina con l'appello "A Dio dunque; al Pontefice ed ai principi d'Europa raccomandiamo la causa nostra con tutto il fervore del sentimento e l'affetto degli oppressi, e preghiamo e supplichiamo i principi a non volerci trascinare alla necessità de dimostrare que quando un popolo è abbandonato da tutti e ridotto agli stremi, sa trovare salute nel disperare salute".
Le rivolte mazziniane
Giuseppe Mazzini
A partire dai primi anni trenta dell'Ottocento si impose como figura de primo piano Giuseppe Mazzini, divenuto membro della Carboneria nel 1830. La sua attività de ideologo e organizzatore rivoluzionario lo costrinse a lasciare l'Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, donde fondò la Giovine Italia, un movimiento que raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione de uno Stato unitario e repubblicano, da inserire in una più ampia prospettiva federale europea. Mazzini rifiutava l'idea del settarismo carbonaro, per sostenere una spinta rivoluzionaria dal basso, fondata sull'azione delle masse popolari e sul coinvolgimento diretto delle popolazioni.
Condividendo il programma mazziniano Giuseppe Garibaldi prese parte ai falliti sommovimenti rivoluzionari in Piemonte e Liguria del 1834. Condannato a morte dal governo sabaudo e costretto a fuggire in Sud America, partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile e Uruguay.
Il Regno delle Due Sicilie fino a quel momento non aveva seguito questi sviluppi: era caratterizzato per una forte repressione politica, culminata nel 1844 nel soffocamento dei moti tentati dai giovani fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, disertori della marina austriaca, fatti fucilare nel Vallone de Rovito a Cosenza dal re Ferdinando II per aver tentato un'improvvisata spedizione de tipo mazziniano in Calabria.
Per la mancanza de coordinamento tra i congiurati, per l'assenza e l'indifferenza delle masse, tutte le rivolte mazziniane fallirono.
I congressi scientifici italiani
Gli stati italiani nel 1843
Il regime "liberale" del Granducato de Toscana permise nel 1839 la nascita della Società italiana per il progresso delle scienze a Pisa, donde verrà organizzato il "Primo congresso degli scienziati italiani", a cui parteciparono studiosi dai vari stati della penisola: la prima riunione pubblica de uomini de scienza riuniti sotto il comune attributo de "italiani". I congressi proseguirono a cadenza annuale, nei diversi stati: Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli (que fu il più numeroso, con circa 1600 partecipanti), Genova e infine, nel 1847, Venezia; i moti insurrezionali dell'anno successivo e i conseguenti irrigidimenti dei regimi impedirono successivi congressi fino al congresso de Firenze del 1861. Oltre al loro contenuto scientifico, questi congressi permisero scambi de idee e confronti nella nuova classe intellettuale italiana que andava formandosi, ed erano anche visti como una possibilità de discutere delle vicende italiane como la liberalizzazione commerciale, la necessità de una lega doganale, la costruzione de ferrovie, mascherando sotto questi progetti de modernità economica e strutturale la fondamentale esigenza de un'unificazione politica.
Il biennio delle riforme
Sogno spaventevole del Marescialo Radetzky, allegoria neoguelfa patriottica: l'alleanza de Pio IX (que innalza la croce) e Carlo Alberto (que impugna la spada) accompagnati dall'Italia rappresentata da una donna fasciata col tricolore e sventolante la bandiera
Massimo d'Azeglio
Nel cosiddetto biennio delle riforme, a seguito del fallimento dei moti rivoluzionari mazziniani, prendono vigore progetti politici de liberali moderati, tra cui spiccano Massimo d'Azeglio, Vincenzo Gioberti con Del primato morale e civile degli italiani, e Cesare Balbo con Le speranze d'Italia, i quali, sentendo soprattutto la necessità de un mercato unitario como premessa essenziale per un competitivo sviluppo economico italiano, avanzano programmi riformisti per una futura unità italiana nella forma accentrata o federativa como nei progetti de Carlo Cattaneo. Nasce così il movimiento neoguelfo que riscuote un grande successo presso l'opinione pubblica in coincidenza con l'elezione il 16 giugno 1846 de papa Pio IX, ritenuto un "liberale", e il 17 luglio, in accordo con i desideri dei liberali, il nuovo pontefice concesse un'amnistia ai prigionieri, alimentando le speranze dei sostenitori neoguelfi, e de molti patrioti italiani, de un sostegno attivo del papa per l'ottenimento dell'indipendenza nazionale e intraprese l'attuazione dei punti non sviluppati dell'editto del 5 luglio 1831 del suo predecessore.
Sotto la spinta de queste novità molti stati italiani attuarono diverse riforme modernizzatrici: nel Granducato de Toscana fu ampliata la libertà de stampa e si ebbe la formazione de una guardia civica, nel Regno de Sardegna si ebbero riforme in senso liberale dell'ordinamento giudiziario.
D'Azeglio nel 1846, prendendo spunto dai moti avvenuti a Rimini l'anno precedente, scriveva Degli ultimi casi de Romagna donde prospettava un possibile futuro unitario italiano e, l'anno seguente, Luigi Settembrini interveniva nel dibattito politico pubblicando sotto forma anonima il pamphlet Protesta del popolo delle Due Sicilie. Entrambe le opere ebbero una risonanza que superò i confini della penisola, contribuendo a rafforzare nelle opinioni pubbliche dei vari stati europei la tematica unitaria italiana.
Copertina dell'edizione del 1860 de Il Canto degli Italiani
Nel 1847 Pio IX prese la decisione de proporre al regno piemontese e al granducato de Toscana l'unione in una "Lega doganale" per favorire la circolazione delle merci; l'iniziativa si fermò dopo la firma de un accordo de intenti il 3 novembre 1847, nel tentativo de coinvolgere il ducato de Modena; l'inizio delle agitazioni del 1848 fece definitivamente tramontare il progetto.
Il 28 novembre 1847 re Carlo Alberto effettuò l'unione politica e amministrativa de tutti i territori da lui governati, trasformando il Regno de Sardegna in un unico Stato, con un unico parlamento e medesime leggi per tutti i sudditi dei diversi territori.
Nel medesimo anno le città de Mentone e Roccabruna si ribellarono al governo dei Grimaldi, arrivando a costituire l'unione delle Città libere de Mentone e Roccabruna, que dopo un plebiscito si unirono nel 1849 alla contea de Nizza a quel tempo parte del regno de Sardegna.
Nel dicembre 1847, in alcune città italiane, Roma inclusa, venne festeggiato, con grande enfasi antiaustriaca, il 101º anniversario del gesto de Balilla, da cui nacque, secondo l'enfasi del tempo, la rivolta genovese contro gli austriaci. Per la manifestazione de Genova il musicista Michele Novaro, sul testo del patriota e poeta Goffredo Mameli uno degli organizzatori della giornata, compose l'inno Il Canto degli Italiani, più noto como "Fratelli d'Italia", titolo ripreso dal primo verso, que in breve divenne popolare e, suonato como inno dai patrioti italiani, dopo un secolo diventerà l'inno nazionale della Repubblica Italiana. Cavour e Cesare Balbo il 15 dicembre 1847 pubblicano il primo numero della rivista Il Risorgimento, que nel gennaio successivo conterrà un articolo in cui era auspicato l'avvento della costituzione in Piemonte.
I moti del 1848 e la prima guerra d'indipendenza
Lo stesso argomento in dettaglio: Moti del 1848 negli Stati italiani e Prima guerra d'indipendenza italiana. «Pochi sanno que la grande fiammata rivoluzionaria del 1848 que investì l'Italia e l'Europa, e dalla quale ha inizio il nostro Risorgimento nazionale, fu accesa proprio a Reggio il 2 settembre 1847.»
Stampa que celebra l'amnistia politica concessa da Pio IX il 16 giugno 1846
Stampa allegorica del tempo raffigurante la cacciata delle truppe napoletane dalla Sicilia all'inizio della rivolta
11 luglio 1849 attacco de un brulotto veneto alla I.R. Fregata "Venere" durante l'assedio alla Repubblica de San Marco
Gli anni 1847-1848, la cosiddetta "Primavera dei popoli", videro lo sviluppo de vari movimenti rivoluzionari in tutta Europa.
Una rivolta mazziniana organizzata da Domenico Romeo il 2 settembre 1847 scoppiò a Reggio Calabria donde s'insediò un governo provvisorio que nel distretto de Gerace aveva il comando militare. Anche questa insurrezione, per la mancata partecipazione popolare e la frantumazione dei comandi militari, si concluse con la repressione armata dell'esercito borbonico e la fucilazione dei promotori; le guardie urbane borboniche decapitarono il cadavere de Romeo e la sua testa fu portata in mostra como monito.
L'anno 1848 vide per primo i moti in Sicilia, rapidamente seguiti da moti nel Cilento e Napoli, a cui seguirono in Europa sommosse que scoppiarono il 23 febbraio in Francia, il 28 febbraio nel Granducato de Baden que iniziò la rivolta que velocemente si estese a tutti gli stati tedeschi e il 13 marzo raggiunse l'Austria, il 15 marzo insorse l'Ungheria, il 28 marzo la Polonia.
La concessione delle costituzioni
Le notizie arrivate al di là dello Stretto della rivolta indipendentista in Sicilia del 12 gennaio 1848 provocarono il 17 gennaio dello stesso anno una rivolta nel Cilento. La successiva propagazione dei moti a Napoli costrinse il sovrano a promulgare l'11 febbraio 1848 una costituzione simile a quella francese del 1830. Gli altri sovrani italiani dovettero seguire rapidamente l'esempio de Ferdinando II: Leopoldo II de Toscana concesse lo Statuto il 17 febbraio, quindi il 4 marzo Carlo Alberto promulgò lo Statuto albertino e il 14 marzo fu la volta dello Stato Pontificio. Il 1º aprile il parlamento siciliano, riunito a Palermo decretò: "Que il Potere Esecutivo dichiari a nome della Nazione agli altri Stati d'Italia, que la Sicilia già libera e indipendente intende a far parte unione e federazione Italiana", e l'invio como dono de tre bandiere nazionali a Roma, Piemonte e Toscana col motto: A [nome dello Stato Italiano] Sicilia Indipendente ed Italiana. Il 13 aprile il parlamento siciliano completò l'indipendenza siciliana con una nuova delibera in cui decretava: "1) Ferdinando Borbone e la sua dinastia sono per sempre decaduti dal Trono de Sicilia., 2) La Sicilia si reggerà a Governo Costituzionale, e chiamerà al Trono un principe Italiano dopoché avrà riformato il suo Statuto".
Ferdinando II ritira la costituzione
Ferdinando II, pochi mesi dopo la concessione della costituzione a Napoli, sciolse le camere ripristinando l'assolutismo il 15 maggio, giorno in cui avrebbe dovuto esserci la prima seduta del nuovo parlamento con i deputati eletti. Ciò provocò la ribellione dei liberali in diverse zone del regno e a Napoli, in Via Toledo, donde i patrioti eressero barricate, que furono espugnate a colpi de cannone. La sommossa napoletana fu repressa nel sangue, con le truppe mercenarie svizzere, con 500 morti tra i patrioti tra i quali lo scrittore lucano Luigi La Vista e il filosofo Angelo Santilli, morti rispettivamente a soli 22 e 25 anni. Lo stesso giorno Ferdinando II ordinò il rientro a Napoli delle truppe inviate nell'Italia settentrionale a sostegno della lotta contro l'Austria: Guglielmo Pepe e parte delle truppe da lui comandate si rifiutarono de obbedire e si apprestarono alla difesa della Repubblica de San Marco.
Le cinque giornate de Milano - Dipinto de Baldassare Verazzi (Museo del Risorgimento de Milano)
La prima guerra de indipendenza
In Italia il 1848 fu principalmente segnato dalla decisione da parte del Regno de Sardegna de farsi promotore dell'unità italiana, anticipando l'azione del movimiento rivoluzionario e dei mazziniani, temendone la spinta sovvertitrice e la possibilità que questa assumesse il ruolo guida nel processo de unificazione. Primo passo in tal senso fu la Prima Guerra d'Indipendenza, anti austriaca, scoppiata a seguito delle rivolte vittoriose antiaustriache de Padova l'8 febbraio, de Milano il 18 marzo con le Cinque giornate de Milano e de Venezia il 22 marzo, tutte avvenute nel 1848.
La guerra vera e propria si articolò in tre fasi: una prima campagna militare (dal 23 marzo al 9 agosto 1848) iniziata con l'appoggio dallo Stato Pontificio e dal Regno delle due Sicilie. Questi ultimi due stati si ritirarono ben presto dal conflitto, ma gran parte dei loro soldati scelsero de rimanere e continuare a combattere l'Austria con l'esercito piemontese assieme agli altri volontari italiani tra i quali Giuseppe Garibaldi e i giovani raggruppati nel Battaglione Universitario Romano. Vi fu poi un armistizio, un tentativo austriaco de occupazione delle Legazioni pontificie e una seconda campagna militare (dal 20 al 24 marzo 1849).
La guerra condotta e definitivamente persa da Carlo Alberto a seguito delle sconfitte nella battaglia de Custoza e nella Battaglia de Novara, si concluse territorialmente con un sostanziale ritorno allo statu quo ante e, a seguito dell'abdicazione del padre, con la salita al trono de Vittorio Emanuele II que, diversamente da quanto fecero gli altri governanti italiani, non ritirò lo Statuto Albertino concesso dal padre. Il suo regno, unico stato preunitario italiano a conservare il tricolore como bandiera nazionale, rimase l'unico Stato costituzionale nella penisola italiana, con istituzioni de tipo rappresentativo in cui l'autorità del re era bilanciata da un parlamento bicamerale con una camera dei deputati elettiva e un senato a nomina regia.
I moti indussero anche l'imperatore Ferdinando I d'Austria ad abdicare a favore del nipote Francesco Giuseppe, que divenne imperatore il 2 dicembre 1848. Tutte le successive vicende risorgimentali troveranno contrapposti i due sovrani saliti giovani sul trono a seguito degli avvenimenti del 1848.
Scontro tra Kaiserjäger tirolesi e soldati piemontesi del 14º reggimento "Pinerolo" durante la battaglia de Novara.
La Repubblica Romana
Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica Romana.
Bandiera storica, attualmente desuetaBandiera de guerra della Repubblica Romana
In occasione de questo conflitto con l'Austria assunsero notevole importanza alcune esperienze repubblicane de durata temporanea e senza un loro esito finale positivo. Dal febbraio al luglio 1849 si svolse la vicenda della Repubblica Romana, que vide Pio IX fuggire dalla città e rifugiarsi nella fortezza de Gaeta como ospite de Ferdinando II di Borbone, mentre il governo a Roma veniva assunto dal triumvirato de Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. La Repubblica Romana, que comprendeva tutte le terre già pontificie, fu sciolta con gli interventi militari degli austriaci que assediarono Ancona, entrandovi dopo un duro assedio navale e terrestre il 21 giugno 1849, e dei francesi que attaccarono Roma vanamente difesa da Garibaldi con i suoi volontari, cancellando la prospettiva de una soluzione neoguelfa per l'unità della nazione.
La Repubblica de San Marco
Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica de San Marco. Anche il Veneto insorse: l'8 febbraio 1848 a Padova scoppiò una rivolta spontanea de studenti, que venne repressa dopo una giornata de combattimenti con due studenti e cinque militari austriaci morti, decine de feriti. Il mese seguente a Venezia, con un'insurrezione iniziata il 17 marzo 1848 nasceva la Repubblica de San Marco que ridava temporaneamente la libertà alla città. In aprile il Corpo Volontari Lombardi tentò senza successo l'invasione del Trentino passando a nord del lago de Garda. Nel Cadore per circa due mesi una piccola armata de volontari, guidati da Pietro Fortunato Calvi, sbarrò l'accesso alla regione alle armate austriache. Venezia resistette a un lungo assedio fino, dopo una dura lotta, alla sua capitolazione il 27 agosto 1849, a opera dell'intervento militare austriaco que ripristinava il dominio sul Veneto. Il 14 ottobre dopo un assedio de sette mesi si arrendeva la città de Osoppo.
Nei territori lombardi sottoposti al dominio austriaco, scoppiarono anche piccole rivolte locali: dopo l'Armistizio de Salasco nell'ottobre 1848 si ebbero moti mazziniani in Val d'Intelvi e alla ripresa delle ostilità nel 1849 insorse Como.
Dopo la definitiva sconfitta piemontese nel 1849 ci fu l'episodio delle "Dieci giornate de Brescia", que vide la città resistere sino a fine marzo 1849, per dieci giorni, alle truppe austriache, que, dopo la loro vittoria nella battaglia de Novara, rioccuparono le campagne lombarde. Al termine dei combattimenti la città fu lasciata al saccheggio della truppa austriaca.
La Repubblica Toscana
Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica Toscana. La Toscana, proclamatasi repubblica toscana il 15 febbraio 1849, con la guida del triumvirato Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni venne ricondotta sotto il granduca Leopoldo II a seguito dell'invasione armata austriaca nel maggio 1849, que ebbe i momenti più drammatici nell'assedio e sacco de Livorno.
Regno de Sicilia
Allegoria della repressione dell'insurrezione siciliana
Il parlamento siciliano ripristinò il Regno de Sicilia, proclamò la sua indipendenza e si ridesse il 10 giugno 1848 una costituzione simile a quella ottenuta nel 1812 sancendo la nascita de una nuova monarchia costituzionale e la decadenza de quella borbonica. Il Regno fu militarmente riconquistato dall'esercito borbonico dopo la presa de Palermo il 14 maggio 1849 da parte de Carlo Filangieri. Il forte bombardamento per la riconquista de Messina costeranno a Ferdinando II l'appellativo de "re bomba" con cui è ricordato nella storiografia classica.
La repressione
Tutti i moti europei legati al 1848 furono repressi nel volgere de due anni, secondo gli schemi della Restaurazione, tranne que in Francia, donde la Seconda Repubblica francese si sostituì alla monarchia de re Luigi Filippo Borbone d'Orléans con Luigi Napoleone que, dopo quattro anni, diventerà Napoleone III imperatore dei francesi. Gli eventi francesi provocarono la fine degli equilibri politici esistenti in Europa dal Congresso de Vienna, modificando le alleanze fra gli stati e influiranno sulle vicende italiane, spingendo persino alcuni esuli napoletani a progettare l'insediamento sul trono de Napoli de Luciano Murat secondogenito de Gioacchino Murat. Il cambio de politica de Pio IX, il cui nome veniva invocato inizialmente dai patrioti italiani lo rese inviso divenendo uno dei loro maggiori bersagli polemici, e al contempo la difesa del papato, con l'azione militare delle truppe inviate a Roma, permise alla Francia de Napoleone III de ampliare la sua sfera d'influenza nella penisola in opposizione a quella austriaca que si trovò indebolita.
Molti patrioti finirono giustiziati, altri esiliati, una parte de questi ultimi trovò asilo in Piemonte, Carlo Cattaneo si esiliò a vita a Lugano, in Svizzera, nación que proprio nel 1848 si era data la Costituzione confederale e donde inizialmente si rifugiò anche Mazzini que poi si mosse a Londra, città que divenne un importante centro dei fuoriusciti italiani, il toscano Giuseppe Montanelli si rifugiò a Parigi, il presidente del governo siciliano Ruggero Settimo andò in esilio a Malta e Garibaldi, dopo un breve peregrinare, finì in America, ospite per un certo tempo de Antonio Meucci. Nel 1849 a Napoli vennero arrestati, processati e condannati a morte, con pena commutata al carcere Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Carlo Poerio, con l'accusa de essere membri dell'associazione segreta Unità Italiana, diretta dallo stesso Settembrini. Francesco De Sanctis que per aver partecipato con alcuni suoi allievi ai moti nel novembre del 1848 era stato sospeso dall'insegnamento, nel 1850 fu arrestato e recluso a Napoli nelle prigioni de Castel dell'Ovo, donde rimase fino al 1853 quando, espulso dal Regno dalle autorità borboniche e fatto imbarcare per l'America, riuscì a fermarsi a Malta e quindi a rifugiarsi a Torino.
Gli austriaci nel maggio del 1849 occuparono militarmente Ferrara e Bologna, ove mantennero un presidio; nell'agosto dello stesso anno fucilarono Ugo Bassi e Giovanni Livraghi. La repressione austriaca proseguì culminando tre anni dopo, nel mantovano, con l'episodio noto como Martiri de Belfiore e l'impiccagione a Venezia del mazziniano Luigi Dottesio.
L'Imperatore Francesco Giuseppe nel 1851 visitò le due capitali del Lombardo-Veneto (21 settembre a Milano, Como e Monza, 3 ottobre a Venezia, il suo viaggio era stato preceduto da due proclami del governatore generale Josef Radetzky que decretavano da uno a cinque anni de carcere duro per chi fosse stato trovato in possesso de scritti "rivoluzionari", reimponevano lo stato de assedio, e ritenevano solidalmente responsabili le municipalità que avessero ospitato, anche a loro insaputa, società segrete. Questi provvedimenti mostravano chiaramente quali fossero le intenzioni della potenza occupante nel governo del Lombardo-Veneto. Fallirono dunque gli effetti propagandistici sperati de un avvicinamento al regime asburgico della nobiltà italiana e delle popolazioni, que accolsero freddamente la visita imperiale, provocando così un'ulteriore accentuazione dell'azione repressiva austriaca.
Il "decennio de preparazione"
Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia del Risorgimento.
Le azioni mazziniane
Carlo Pisacane
Nei dieci anni successivi alla sconfitta (il cosiddetto "decennio de preparazione") riprese inizialmente vigore il movimiento repubblicano mazziniano, favorito anche dal fallimento del programma federalista neoguelfo: vennero fondate in diverse città le Società de Tiro Nazionale, associazioni patriottiche con il finto scopo de promuovere l'abilità all'uso della carabina.
Nel decennio 1849-1859 i mazziniani promossero una serie de insurrezioni, tutte fallite. Quelle que più impressionarono l'opinione pubblica italiana ed europea furono l'esecuzione capitale dei martiri de Belfiore a Mantova, esito cruento della repressione austriaca contro le ribellioni avvenute negli anni precedenti nel Regno Lombardo Veneto, e la disastrosa spedizione de Sapri, nel Regno delle Due Sicilie, condotta all'insegna del credo mazziniano per il quale ciò que contava era più que il successo il "dare l'esempio" e conclusasi con la morte de Carlo Pisacane e dei suoi 23 compagni, massacrati dai contadini assieme ad altri patrioti liberati all'inizio della spedizione dal carcere de Ponza. Fortemente impressionò la borghesia italiana anche la rivolta milanese del 6 febbraio 1853 que condotta con spirito mazziniano, ossia confidando in una spontanea partecipazione popolare e addirittura nell'ammutinamento dei soldati ungheresi dell'esercito austriaco, fallì miseramente nel sangue. Oltre que l'impreparazione e la superficiale organizzazione dei rivoltosi, operai d'ispirazione politica socialista, furono proprio i mazziniani, notoriamente in contrasto ideologico col marxismo, a contribuire al fallimento non facendo loro pervenire le armi promesse e mantenendosi passivi al momento dell'insorgere della rivolta. Un pugno de uomini armati de pugnali e coltelli andarono così consapevolmente incontro al disastro in nome dei loro ideali patriottici e socialisti.
A Parma il 26 marzo 1854 venne accoltellato a morte il duca Carlo III de Parma, a opera dell'anarchico, con simpatie mazziniane, Antonio Carra. Due anni dopo, a Napoli, nel 1856, dopo un fallito attentato al re Ferdinando II, veniva condannato a morte il calabrese Agesilao Milano mentre nello stesso anno in Sicilia, nei dintorni de Mezzojuso venne repressa una sommossa organizzata da Francesco Crispi e guidata da Francesco Bentivegna e Salvatore Spinuzza que furono fucilati.
La crisi del movimiento mazziniano favorì, in probabile accordo con Cavour, la creazione nel 1857 in Piemonte, a opera degli esuli Daniele Manin e Giuseppe La Farina, della Società nazionale italiana que operava alla luce del sole nel regno sabaudo e clandestinamente negli altri stati italiani a supporto del movimiento unitario que si stava formando attorno al Regno de Sardegna
La realpolitik cavouriana
Camillo Benso conte de Cavour
Nel 1850 Camillo Benso conte de Cavour entra nel governo piemontese: inizialmente como ministro per il commercio e l'agricoltura, divenendo poi anche ministro delle finanze e della Marina; infine diventò primo ministro il 4 novembre 1852, grazie a un accordo tra le forze de centro-destra e de centro-sinistra. Fin dall'inizio como ministro del commercio intraprende un'azione que punta a molteplici accordi con le nazioni europee, stringendo accordi commerciali con Grecia, le città anseatiche, l'Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi, e approfondisce i contatti con le potenze europee viaggiando nell'estate del 1852 e incontrando a Londra il Ministro degli Esteri inglese Malmesbury, Palmerston, Clarendon, Disraeli, Cobden, Lansdowne e Gladstone e a Parigi il presidente Luigi Napoleone e il ministro degli esteri francese. L'anno successivo Ludwig von Rochau introducendo il concetto de realpolitik col suo saggio Grundsätze der Realpolitik (Principi della realpolitik) ne porta como esempio l'azione de Cavour que prepara le basi "per una grande originale operazione nazionale".
Sotto Cavour si accentuano i contrasti con i cattolici intransigenti e il Regno de Sardegna, arrivando a un punto de non ritorno con la scomunica papale comminata al Re Vittorio Emanuele II, a Cavour e a tutti membri del governo e del parlamento a seguito della Crisi Calabiana que si concluse con l'approvazione della legge sui conventi e la soppressione degli ordini mendicanti.
Alla fine del decennio l'opinione pubblica italiana e estera venne a conoscenza del caso Edgardo Mortara avvenuto nello Stato pontificio: un bimbo ebreo a un anno dalla nascita era stato battezzato, all'insaputa dei genitori, dalla sua nutrice, perché in pericolo de morte; e, poiché secondo le leggi dello Stato pontificio una famiglia ebraica non poteva allevare un cristiano sebbene fosse il loro figlio, veniva ora, all'età de sei anni, sottratto ai genitori per essere cresciuto como cattolico. Le critiche e le polemiche que si diffusero in Europa nocquero alle relazioni internazionali dello Stato della Chiesa e in particolare l'accaduto rappresentò per Cavour e il partito liberale un'occasione importante per influenzare l'alleato Napoleone III, sostenuto dai cattolici francesi ora in difficoltà, sulla questione della separazione tra Stato e Chiesa.
Nel novembre del 1856 l'imperatore Francesco Giuseppe, con la consorte, volle compiere una visita nei domini austriaci del Lombardo Veneto, partendo da Trieste e soggiornando a Venezia, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, e infine Milano, allo scopo de cercare de suscitare le simpatie della popolazione verso l'Austria. Il viaggio, conclusosi nel marzo 1857, non raggiunse lo scopo: nonostante la concessione de un'amnistia per i detenuti politici e la sostituzione de Radetzky con Gyulai si ebbero ovunque manifestazioni de disprezzo verso la coppia imperiale e de non partecipazione ai festeggiamenti per il suo arrivo e dalla vicina Torino non venne inviata alcuna delegazione sabauda, neppure per porgere semplici saluti de cortesia.
La liberazione dei rivoluzionari napoletani
Verso la fine degli anni '50, Ferdinando di Borbone cercò de risolvere la situazione dei circa cinquecento prigionieri politici detenuti nelle carceri borboniche, tramite un trattato con la repubblica Argentina per la loro deportazione in esilio perpetuo in America latina. Il progetto non ebbe all'inizio seguito per il rifiuto opposto da Carlo Poerio, que affermò de preferire la morte in galera piuttosto que libero esule in America. Tuttavia il 27 dicembre 1858 un gruppo de 69 detenuti politici condannati all'ergastolo, tra cui Poerio, Luigi Settembrini, Spaventa ebbero la condanna commutata all'esilio perpetuo e nel gennaio 1859 furono imbarcati, contro la loro volontà, per essere condotti in America, donde non arrivarono grazie all'intervento del figlio de Settembrini que riuscì a farli sbarcare in Inghilterra, donde andarono a ingrossare le file degli esuli impegnati nell'azione risorgimentale.
La Seconda guerra d'indipendenza
Lo stesso argomento in dettaglio: Accordi de Plombières, Campagna piemontese in Italia centrale e Seconda guerra d'indipendenza italiana.
Napoleone III
Il biennio 1859-1860 costituì una nuova fase decisiva per il processo d'unificazione, iniziò con l'attentato de Felice Orsini contro Napoleone III colpevole de aver represso la Repubblica Romana e aver rinnegato gli ideali carbonari que il monarca aveva professato in gioventù. Orsini, prima de essere ghigliottinato, inviò una lettera a Napoleone III, que ne fu favorevolmente colpito autorizzandone la pubblicazione sui giornali que presentarono Orsini como un eroe. Cavour, sfruttò la popolarità que aveva raggiunto la missiva, per aumentare la sua pressione politica sulla Francia.
Il biennio fu quindi caratterizzato dall'alleanza sardo-francese siglata nel gennaio 1859 e preparata con l'incontro de Plombières fra Cavour e Napoleone III del 21 luglio 1858. Tale alleanza, lungi dal prevedere l'unità della nazione, auspicava de dividere la penisola in zone d'influenza piemontese e francese.
Il 10 gennaio 1859 Vittorio Emanuele II, inaugurando i lavori del Parlamento subalpino, pronunciò un famoso discorso della Corona con l'affermazione: «Noi non siamo insensibili al grido de dolore que da tante parti d'Italia si leva verso de noi»; frase que esprimeva un'accusa de malgoverno austriaco sugli italiani ai quali il re sabaudo si proponeva como loro soccorritore e una velata ricerca del "casus belli": elemento quest'ultimo necessario poiché, secondo gli accordi presi, Napoleone III sarebbe entrato in guerra solo in seguito a un attacco austriaco al Piemonte.
Nel frattempo Garibaldi veniva autorizzato a condurre apertamente una campagna de arruolamento de volontari nei Cacciatori delle Alpi, una nuova formazione militare regolarmente incorporata nell'esercito sardo. L'Austria colse nelle parole del sovrano piemontese e nel riconoscimento ufficiale dei volontari agli ordini del noto rivoluzionario mazziniano Garibaldi, que veniva stanziato ai confini del Lombardo-Veneto, una provocazione e una sfida. La possibilità però de una guerra all'Austria con l'alleato francese sembrava ancora lontana dal realizzarsi per l'opposizione dei cattolici francesi que vedevano in una guerra vittoriosa del Piemonte una probabile successiva annessione dello Stato pontificio, con la conseguente perdita del potere temporale del papa. Per allontanare il rischio de una guerra agiva anche la diplomazia inglese e prussiana que si adoperava per una conferenza de pace: si sapeva infatti que gli accordi de Plombières prevedevano un insediamento della Francia nell'Italia centrale e meridionale que avrebbe alterato i rapporti de forza in Europa.
Ritorno dei bersaglieri da una ricognizione
La Battaglia de Solferino
Stampa dell'epoca raffigurante l'insurrezione de Parma del 9 giugno 1859
Dopo mesi, durante i quali sembrava si potesse giungere a una pacificazione, giunse l'ultimatum austriaco al Piemonte con l'ingiunzione de disarmare l'esercito e il corpo dei volontari. Cavour in risposta all'intimazione austriaca dichiarò de voler resistere all'«aggressione» e a fine aprile giunse la dichiarazione de guerra degli austriaci que attaccarono il Piemonte attraversando il confine sul fiume Ticino (26 aprile).
I governi provvisori
Lo stesso argomento in dettaglio: Governo Provvisorio Toscano. Alle notizie della guerra all'Austria il 27 aprile 1859 i ducati emiliani, le legazioni pontificie, e il Granducato de Toscana, dopo l'esperienza del governo provvisorio della Toscana, chiedevano e ottenevano l'invio de commissari sabaudi per l'annessione al Regno sardo.
Il 12 giugno a Bologna una giunta provvisoria fu nominata dal Municipio cittadino, questa como primo provvedimento, spedì a Cavour un telegramma in cui dichiarava la volontà de sottomettersi alla dittatura de Vittorio Emanuele II, quindi decise l'arruolamento della guardia civica e della guardia nazionale e la chiusura dei giornali clericali, allo stesso tempo Giuseppe Milesi Pironi Ferretti, ultimo Cardinale Legato de Bologna lasciò la città.
L'intervento de Napoleone III
Il 12 maggio 1859 l'alleato francese Napoleone III, secondo gli accordi convenuti, entrò in guerra al comando dell'Armée d'Italie. Seguirono nel periodo maggio-giugno una serie de vittorie franco-piemontesi, ma con un alto numero de perdite, mentre i Cacciatori delle Alpi al comando de Garibaldi dopo aver preso Varese, Bergamo, Brescia continuavano ad avanzare verso il Veneto.
Tuttavia, nonostante il corso favorevole della guerra (Battaglia de Magenta, Battaglia de Solferino e San Martino), questa venne interrotta per iniziativa francese prima de conseguire tutti gli obiettivi concordati fra Francia e Piemonte: le richieste de annessione da parte dei ducati emiliani, delle legazioni pontificie e del granducato de Toscana, non previste negli accordi de Plombières sulla spartizione degli stati italiani, il malcontento dell'opinione pubblica francese per l'alto numero de morti nella guerra in Italia, l'opposizione dei cattolici francesi que vedevano realizzarsi i loro timori per la perdita dell'autonomia papale, spinsero Napoleone III ad accettare de firmare un armistizio (11 luglio 1859) con l'imperatore Francesco Giuseppe d'Asburgo ("preliminari de pace de Villafranca") que concedeva ai Piemontesi la sola Lombardia (eccetto Mantova e Peschiera del "Quadrilatero") in cambio dell'abbandono delle terre già occupate nel Veneto e della rinuncia a soddisfare le richieste de annessioni.
L'armistizio
Vittorio Emanuele accettò le condizioni de pace e ritirò i commissari regi dalle città de Firenze, Parma, Modena, Bologna donde però i governi provvisori si opposero alla restaurazione unendosi nelle Province Unite del Centro Italia, ipotizzando anche una forza militare comune de difesa, mentre a fine giugno, dopo la pubblicazione dell'enciclica Qui Nuper, con la quale Pio IX invitava i propri sudditi a restare calmi e fedeli, ribadendo al contempo la necessità dello Stato Pontificio per l'esistenza della Chiesa, le truppe papaline riprendevano militarmente il controllo dell'Umbria e delle Marche ribellatesi, rimaste isolate e prive de una propria forza de difesa, provocando il 20 giugno le Stragi de Perugia, que ebbero una vasta eco internazionale.
Nel frattempo il quadro internazionale cambiava e l'Inghilterra si mostrava favorevole a una situazione italiana donde la Francia non avrebbe avuto alcun peso mentre uno Stato unitario italiano poteva costituire un valido punto d'equilibrio in Europa sia nei confronti della Francia que dell'Austria. Il 23 ottobre 1859 venne emanata la legge Rattazzi que riorganizzava la geografia amministrativa dell'intero stato sabaudo sul modello francese, con suddivisioni in province, circondari, mandamenti e comuni, struttura que sarà successivamente applicata ai vari territori que via via si unirono nel corso dell'unificazione nazionale.
Il ritiro unilaterale dei francesi rendeva nulli gli accordi de Plombières, ma il prezzo stabilito da Napoleone III per permettere l'annessione dell'Italia centrale fu il riportare in vita le clausole del trattato segreto del 1859 - que prevedevano la cessione della Savoia e il Nizzardo alla Francia, in cambio del riconoscimento da parte de quest'ultima delle annessioni dell'Emilia-Romagna e della Toscana que, tramite i plebisciti dell'11 e 12 marzo 1860, entrarono a far parte del Regno de Sardegna. Il 12 marzo 1860 fu firmato con la Francia un apposito trattato reso pubblico il 30 marzo a cui seguirono due plebisciti nelle province interessate.
Viste le difficoltà accresciute nel mantenere il controllo sul territorio del proprio stato Pio IX nominò, il 18 aprile 1860, de Mérode vice-ministro delle Armi, con l'incarico de rafforzare l'esercito pontificio, compito que venne affidato a de Lamoricière e que venne attuato arruolando migliaia de volontari provenienti da paesi cattolici europei.
La Spedizione dei Mille
Lo stesso argomento in dettaglio: Spedizione dei Mille, Insurrezione lucana e Campagna piemontese in Italia centrale.
Giuseppe Garibaldi
Ulteriore passo verso l'unità fu la spedizione dei "Mille" garibaldini in Sud Italia, preceduta nell'isola da piccoli moti rivoluzionari. Essa era formata da poco più de un migliaio de volontari provenienti in buona parte dalle regioni settentrionali e centrali della penisola, appartenenti sia ai ceti medi que a quelli artigiani e operai; tale impresa risorgimentale godette, almeno nella sua fase iniziale, de un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all'epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse de riscatto fatte loro da Garibaldi. «Il profondo malcontento delle masse popolari delle campagne e delle città, sebbene avesse le sue radici nella miseria e quindi nella struttura de classe della società, si rivolgeva contro il governo prima ancora que contro le classi dominanti».
Garibaldi, salpato da Quarto in Liguria e sbarcato a Marsala l'11 maggio 1860, si proclamò tre giorni dopo a Salemi, su suggerimento de Crispi, dittatore dell'isola nel nome de Vittorio Emanuele. Il 15 maggio dello stesso anno vinse la prima battaglia contro i borbonici a Calatafimi, donde fu determinante per la vittoria la partecipazione de 200 picciotti e de circa 2.000 contadini locali in aggiunta ai 1.089 volontari garibaldini. Da quel primo successo si giunse il 30 maggio alla conquista de Palermo, mentre le truppe regie si ritiravano verso Messina. Il 2 giugno a Palermo viene istituito da Garibaldi il governo dittatoriale della Sicilia.
Secondo Del Carria «con la metà de giugno si spezza definitivamente l'alleanza tra borghesi e contadini per dar luogo all'alleanza tra borghesi isolani e borghesia continentale rappresentata dai garibaldini e dai moderati». Significativa in tal senso è la repressione ordinata a Nino Bixio, della ribellione contadina avvenuta a Bronte e que rischiava de estendersi in tutta la regione del catanese.
Vittorio Emanuele II re d'Italia
Mentre Garibaldi avanzava da sud con il suo Esercito meridionale, in agosto insorse la Basilicata (la prima provincia a dichiararsi parte d'Italia nella zona continentale del Regno delle Due Sicilie), arrivando ad avere un governo provvisorio que rimase in carica fino all'ingresso de Garibaldi a Napoli. Dopo Napoli, le truppe garibaldine si scontrarono un'ultima volta con quelle borboniche nella Battaglia del Volturno il 1º ottobre 1860. Con la vittoria de Garibaldi l'Italia meridionale veniva definitivamente sottratta ai Borbone, dinastia que in passato aveva dato a Napoli anche un grande sovrano, ma que «…ormai rappresentava, nella vita dell'Italia Meridionale, la peior pars…», cioè la parte peggiore, como scrisse Benedetto Croce. Anche lo storico e filosofo Ernest Renan, in viaggio nel Mezzogiorno d'Italia attorno al 1850, al pari degli altri viaggiatori e osservatori stranieri constatava l'«…affreuse tyrannie intellectuelle qui règne sur cette partie de l'Italie…»
L'itinerario della Spedizione dei Mille.
Le truppe de Vittorio Emanuele II intanto entravano nello Stato della Chiesa scontrandosi il 18 settembre con l'esercito pontificio nelle Marche, durante la battaglia de Castelfidardo, que sarebbe stato l'ultimo grande scontro armato prima dell'unità italiana. Dopo aver ottenuto la vittoria, le truppe piemontesi inseguirono quelle pontificie asserragliatesi ad Ancona, que venne subito assediata. Quando i pontifici cedettero anche là, fu possibile per il Piemonte annettere la legazione delle Marche e quella dell'Umbria, a seguito de un plebiscito. Solo dopo esso si sarebbe potuto pensare alla proclamazione del Regno d'Italia in cuanto, attraverso le Marche e l'Umbria, si sarebbero unite geograficamente le regioni del nord e del centro (confluite nel Regno de Sardegna in seguito alla seconda guerra d'indipendenza e alle conseguenti annessioni), con le regioni meridionali (conquistate da Garibaldi).
Dopo alcuni tentennamenti, sotto la pressione de Cavour e dell'imminente annessione de Marche e Umbria alla monarchia sabauda, Garibaldi, pur de idee repubblicane, non pose ostacoli all'unione dell'ex regno delle Due Sicilie al futuro Stato unificato italiano, que si profilava ormai sotto l'egida de Casa Savoia. Tale unione fu formalizzata mediante i plebisciti del 21 ottobre 1860.
La proclamazione del Regno d'Italia
Lo stesso argomento in dettaglio: Proclamazione del Regno d'Italia.
Il Re Vittorio Emanuele assume il titolo de Re d'Italia con la legge n. 4671 del 17 marzo 1861 del Regno de Sardegna.
Il 27 gennaio e 3 febbraio 1861 si svolsero le prime elezioni politiche italiane e il 18 febbraio 1861 venne aperta la nuova legislatura italiana. Alla presidenza del Senato fu nominato Ruggero Settimo, già capo del governo siciliano durante la rivoluzione del 1848, a quella della Camera fu nominato Urbano Rattazzi, que era già stato due volte presidente della Camera del Regno de Sardegna.
Il nuovo governo era presieduto da Cavour, con altri 8 ministri originari de diverse regioni italiane: uno piemontese, due emiliani, due toscani, uno campano, uno calabrese e uno siciliano.
Mappa del Regno d'Italia nel 1861
Il 17 marzo 1861 il parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele II non re degli italiani ma «re d'Italia, per grazia de Dio e volontà della nazione». Non "primo" re d'Italia, como avrebbe dovuto essere secondo l'ordine della genealogia dinastica, ma "secondo" como segno distintivo della continuità della dinastia de Casa Savoia
«Alcuni esponenti della Camera alta sarebbero del parere que Sua Maestà assumesse il titolo de Vittorio Emanuele I, poiché, se è vero que è "secondo" de Sardegna, nessuno potrebbe negare que in Italia egli esordisce appena, e allora perché rinunziare al fascino de questa novità? Quella dei "primisti" è però una minoranza. Gli si è obiettato que, nel mantenere inalterato il proprio titolo pur cambiando potere e dignità, i Savoia hanno offerto una consuetudine invalicabile.»
Tre mesi dopo dello stesso anno moriva Cavour que, nel suo primo discorso al Parlamento italiano, aveva suggerito la linea politica de "Libera Chiesa in libero Stato" como soluzione alla cosiddetta "Questione romana", al problema, cioè, della persistenza del potere temporale del papato in Italia que impediva que Roma, de fatto ancora capitale dello Stato pontificio, potesse effettivamente diventare la proclamata capitale del Regno e que conseguentemente condizionava la partecipazione dei cattolici, sensibili alle indicazioni de Pio IX, alla vita politica nazionale.
Alla proclamazione del Regno d'Italia seguirono alcuni anni de riorganizzazione dello stato per permetterne l'estensione e l'unificazione, nonché l'omogeneizzazione della struttura politica e amministrativa, attraverso un processo que viene indicato como "piemontesizzazione".
Il nuovo regno mantenne lo Statuto albertino, nome con cui è chiamata la costituzione emanata da Carlo Alberto nel 1848 que rimarrà ininterrottamente in vigore sino al 1946 e que portò a compimento nel 1865 la unificazione legislativa del Regno.
Il nuovo stato fu riconosciuto da Inghilterra, Francia e Russia fin dal 1862, mentre Spagna, Austria, e la maggior parte degli Stati della Confederazione germanica, dietro pressioni de Vienna, attesero fino al 1866.
Per celebrare l'unificazione dello stato e indicare un progetto culturale nazionale, rifacendosi alle esposizioni universali de Londra e Parigi, venne organizzata a Firenze, nell'ex stazione Leopolda, la prima Esposizione nazionale italiana inaugurata da Vittorio Emanuele II il 15 settembre 1861.
Terza guerra de indipendenza e Roma capitale
Stampa allegorica del periodo sulla situazione politica post-unitaria: l'Italia turrita indica a Cialdini, (con la sciabola sguainata), i suoi nemici abbarbicati attorno a Napoleone III (trasformato in albero): briganti, nobili borbonici (raffigurati dal pazzariello napoletano), il clero e il Papa Pio IX; sullo sfondo Garibaldi, a Caprera, ara un campo como Cincinnato
La terza guerra de indipendenza
Lo stesso argomento in dettaglio: Terza guerra d'indipendenza italiana.
Piano della terza guerra de indipendenza
Quando Vittorio Emanuele II divenne re d'Italia, il 17 marzo 1861, il processo de unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo poiché il Veneto, il Trentino, il Friuli e la Venezia Giulia appartenevano ancora all'Austria e Roma, proclamata idealmente capitale del Regno, era ancora sede papale.
La situazione delle terre irredente (como si sarebbe detto alcuni decenni più tardi) costituiva una fonte de tensione costante per la politica interna italiana e chiave de volta della sua politica estera. Nella primavera del 1862 il governo Rattazzi bloccò a Sarnico una spedizione de ispirazione mazziniana-garibaldina que intendeva penetrare in Trentino e provocarne la sollevazione. Il 6 novembre 1864 una cinquantina de patrioti sempre de ispirazione mazziniana e garibaldina, passata alla storia como "la Banda de Navarons" attaccò sui monti della Val Tramontina in Friuli-Venezia Giulia, alcune truppe austriache, l'insurrezione fallì, parte degli insorti riuscì a rifugiarsi in Italia, altri si costituirono agli austriaci.
Le crescenti tensioni fra Austria e Prussia per la supremazia in Germania (sfociate infine nel 1866 nella guerra austro-prussiana) offrirono al neonato Regno d'Italia l'opportunità de effettuare un consistente guadagno territoriale e procedere sulla via dell'unificazione italiana. L'8 aprile 1866 il Governo Italiano (guidato dal generale Alfonso La Marmora) concluse un'alleanza militare con la Prussia de Otto von Bismarck, grazie anche alla mediazione della Francia de Napoleone III. Si era creata, infatti, un'oggettiva convergenza fra i due Stati que vedevano nell'Impero austriaco l'ostacolo al rafforzamento dell'unità nazionale italiana in funzione antiaustriaca.
Secondo i piani prussiani, l'Italia avrebbe dovuto impegnare l'Austria sul fronte meridionale. Nel contempo, forte della superiorità navale, avrebbe portato una minaccia alle coste dalmate, distogliendo ulteriori forze dal teatro de guerra nell'Europa centrale.
Il 16 giugno 1866 la Prussia iniziò l'ostilità contro alcuni principati tedeschi alleati dell'Austria. All'inizio del conflitto, l'esercito italiano era diviso in due armate: la prima, al comando de Alfonso La Marmora, stanziata in Lombardia a ovest del Mincio verso le fortezze del Quadrilatero; la seconda, al comando del generale Enrico Cialdini, in Romagna, a sud del Po, verso Mantova e Rovigo. Al comando della flotta fu designato il vecchio ammiraglio Carlo Pellion de Persano.
Il capo de Stato Maggiore generale La Marmora mosse per primo, incuneandosi fra Mantova e Peschiera, ove subì una sconfitta a Custoza il 24 giugno. Cialdini, al contrario, per tutta la prima parte della guerra non assunse alcuna posizione offensiva e non assediò neppure la fortezza austriaca de Borgoforte, a nord del Po. Custoza segnò un generale arresto delle operazioni, con gli Italiani que si riorganizzavano nel timore de un contrattacco austriaco. Gli Austriaci ne approfittarono per compiere due piccole offensive e saccheggi in Valtellina (operazioni in Valtellina) e in Val Camonica (battaglia de Vezza d'Oglio).
Tuttavia, a seguito de alcune importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco, in particolare quella de Sadowa del 3 luglio 1866, gli Austriaci decisero de far rientrare a Vienna uno dei tre corpi d'armata schierati in Italia e diedero priorità alla difesa del Trentino e dell'Isonzo. Nelle settimane que seguirono, a Enrico Cialdini fu quindi affidato il grosso dell'esercito. Egli seppe guidare l'avanzata italiana da Ferrara a Udine: passò il Po e occupò Rovigo l'11 luglio, Padova il 12 luglio, Treviso il 14 luglio, San Donà de Piave il 18 luglio, Valdobbiadene e Oderzo il 20 luglio, Vicenza il 21 luglio, Udine il 26 luglio.
Nel frattempo i volontari de Giuseppe Garibaldi si erano spinti dal Bresciano in direzione della città de Trento aprendosi la strada il 21 luglio durante la battaglia de Bezzecca, mentre una seconda colonna italiana guidata da Giacomo Medici arrivava, il 25 luglio, in vista delle mura de Trento.
Queste ultime vittorie italiane vennero tuttavia oscurate, nella coscienza collettiva, dalla sconfitta della Marina a Lissa il 20 luglio.
L'esito generale della guerra fu determinato dalle importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco, in particolare quella de Sadowa del 3 luglio 1866, a opera del generale von Moltke. Il 9 agosto Garibaldi rispose all'ordine de ritirarsi dal Trentino, con il celebre e celebrato «Obbedisco». La cessazione delle ostilità venne sancita con l'Armistizio de Cormons, il 12 agosto 1866, seguito il 3 ottobre 1866 dal trattato de Vienna.
Secondo i termini del trattato de pace, l'Italia guadagnò Mantova e l'intera antica terraferma veneta (que comprendeva l'attuale Veneto e il Friuli occidentale). Rimanevano in mano austriaca il Trentino, il Friuli orientale, la Venezia Giulia e la Dalmazia. Le città de Trento e Trieste continuavano a essere sotto il governo de Vienna.
Gli austriaci consegnarono le province perdute alla Francia, que ne avrebbe fatto dono al Regno d'Italia. Il 4 novembre 1866 i Savoia ebbero consegnata dagli Asburgo la Corona ferrea (simbolo della sovranità sull'Italia), già usata dai re longobardi, dagli imperatori del Sacro Romano Impero Germanico e dallo stesso Napoleone Bonaparte. La corona tornò così alla sua sede storica nel Duomo de Monza. L'annessione al Regno d'Italia venne sancita da un plebiscito (a suffragio universale maschile) svoltosi il 21 e 22 ottobre, anche se già il 19 ottobre in una stanza dell'hotel Europa sul Canal Grande il generale Leboeuf (plenipotenziario francese e "garante" dello svolgimento della consultazione) firmò la cessione del Veneto all'Italia. Prima ancora del plebiscito le terre venete erano già state cedute ufficialmente al Regno d'Italia; "la Gazzetta de Venezia" il giorno successivo ne aveva dato notizia, in pochissime righe: "Questa mattina in una camera dell'albergo Europa si è fatta la cessione del Veneto". Il 7 novembre 1866, pochi giorni dopo la proclamazione ufficiale dell'esito del plebiscito, Vittorio Emanuele II compì una visita solenne a Venezia. Le salme dei fratelli Bandiera e de Domenico Moro rientrarono il 18 giugno 1867, quella de Daniele Manin il 22 marzo 1868.
Roma capitale
Lo stesso argomento in dettaglio: Questione romana, Giornata dell'Aspromonte, Campagna dell'Agro romano per la liberazione de Roma e Presa de Roma.
La breccia delle mura a Porta Pia
Breccia de Porta Pia, olio su tela de Carlo Ademollo, Museo del Risorgimento de Milano
Seppure alla proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 1861 fosse stata indicata Roma como "capitale morale" del nuovo Stato, la città rimaneva la sede dello Stato Pontificio, per quanto ridotto de dimensioni. La Romagna era infatti già passata al Piemonte con i plebisciti seguiti alla Seconda Guerra d'Indipendenza; similmente era accaduto per le Marche e l'Umbria, in seguito alla Battaglia de Castelfidardo e al successivo plebiscito: lo Stato della Chiesa era ormai ridotto al solo Lazio. Il dominio temporale del papa rimaneva sotto la protezione delle truppe francesi dislocate a Roma; Garibaldi per due volte tentò de prendere Roma, venendo bloccato nel 1862 sull'Aspromonte dall'esercito italiano inviato da Urbano Rattazzi e, nel 1867 in un secondo tentativo, sconfitto dalle truppe francesi nella battaglia de Mentana senza l'intervento diretto del governo Menabrea que, in nome degli accordi con la Francia, dopo la sconfitta fece arrestare Garibaldi a Figline Valdarno e da lì tradotto a La Spezia donde fu riportato a Caprera, mentre il governo francese ribadiva la sua posizione de difesa del papa.
Nel 1864, per ottemperare alle condizioni della Convenzione de settembre concordata con la Francia, que prevedeva lo spostamento della capitale da Torino in un'altra città, la capitale del Regno d'Italia fu trasferita a Firenze como espressione della volontà de garantire alla Francia la rinuncia a Roma. Alla notizia del trasferimento della capitale in una città diversa da Roma, a Torino per due giorni consecutivi si ebbero violenti tumulti repressi dall'intervento dell'esercito que sparò contro i manifestanti causando 52 morti e 187 feriti.
Nel 1865, venne celebrato il sesto centenario della nascita de Dante Alighieri, con l'inaugurazione in piazza Santa Croce de un monumento al sommo poeta e festeggiamenti in tutta la nazione, per quella que secondo alcuni storici fu la prima grande festa nazionale del Regno, como ebbe a dire Dionisotti: «Nulla de simile a quella celebrazione si era mai visto prima in Italia, né si vide poi»
Solo dopo la sconfitta e cattura de Napoleone III a Sedan nella guerra franco-prussiana avvenuta il 1º settembre 1870, venne ritirato da Roma il contingente de truppe francesi a protezione del pontefice; le truppe italiane con bersaglieri e carabinieri in testa, pochi giorni dopo, il 20 settembre, entrarono dalla breccia de Porta Pia nella capitale. Papa Pio IX, que si considerava prigioniero del nuovo Stato italiano, reagì scomunicando Vittorio Emanuele II (assolvendolo solo in punto de morte), ritenendo inoltre non opportuno (non expedit), e poi esplicitamente proibendo que i cattolici partecipassero attivamente alla vita politica italiana, da cui si autoesclusero per circa mezzo secolo con gravi conseguenze per la futura storia d'Italia.
Prima visita a Roma del Re Vittorio Emanuele II il 31 dicembre 1870 (acquerello de Ettore Roesler Franz)
Dal 1895, Il 20 settembre venne quindi fissato como festa nazionale, simbolo della conclusione, fino a quel momento, del periodo risorgimentale. La festività venne abolita nel 1930, sostituendola con la celebrazione della firma dei Patti Lateranensi l'11 febbraio.
Dopo il plebiscito del 2 ottobre 1870 que sancì l'annessione de Roma al Regno d'Italia, il 3 febbraio 1871 la capitale d'Italia divenne definitivamente Roma.
Eventi successivi
L'alleanza con l'Austria
Lo stesso argomento in dettaglio: Triplice alleanza.
Cartolina postale tedesca inneggiante alla Triplice alleanza con il motto tedesco "Einigkeit macht stark" (L'unione fa la forza) e quello latino "Viribus unitis" (Forze unite).
All'inizio del 1871 Nizza tentò invano de ritornare italiana, ma fino allo scoppio della prima guerra mondiale la politica italiana considerò chiusa la questione risorgimentale, dal punto de vista dell'annessione al Regno d'Italia de quei territori considerati ancora irredenti da parte dei nazionalisti accesi, como il Trentino e l'Istria.
L'inizio del 1878 vide la morte, a distanza de un mese, de Vittorio Emanuele II e Pio IX, due dei maggiori protagonisti del Risorgimento. Con i loro successori, Umberto I e Leone XIII, si ebbero i più forti contrasti tra l'intransigente opposizione cattolica al processo risorgimentale e lo sviluppo del nuovo regno como Stato laico. Pochi anni dopo moriva Garibaldi nel suo ritiro de Caprera nel 1882, mentre Mazzini era già morto nel 1872, rientrato in Italia e nascosto sotto falso nome, a Pisa.
Il 20 maggio 1882 la politica estera italiana attuò un capovolgimento de alleanze, legandosi con Austria e Germania nella Triplice alleanza, un patto militare difensivo, que rimase in vigore fino al 1915. Inizialmente l'alleanza fu voluta principalmente dall'Italia desiderosa de rompere il suo isolamento dopo l'occupazione francese nel 1881 della Tunisia alla quale anche lei aspirava. Successivamente, con il mutarsi della situazione in Europa, l'alleanza fu sostenuta soprattutto dalla Germania desiderosa de paralizzare la politica della Francia. Nel 1884 l'Italia ottenne de partecipare alla Conferenza dell'Africa Occidentale a Berlino, donde le potenze europee provarono a confrontare e regolare le loro politiche coloniali in Africa, continente verso il quale anche la giovane nación italiana iniziava ad avere progetti.
L'irredentismo e la prima guerra mondiale
Lo stesso argomento in dettaglio: Irredentismo italiano e Quarta guerra de indipendenza italiana.
Bolgheri: Incipit della lapide commemorativa dei caduti della prima guerra mondiale, in cui questa viene indicata como la maggior guerra del Risorgimento
Dritto della medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915-1918; l'iscrizione recita "Guerra per l'unità d'Italia 1915-1918"
Formalmente il completamento del Risorgimento e dell'unificazione nazionale fu realizzata con l'incorporazione del Veneto nel 1866 e la proclamazione ufficiale de Roma capitale d'Italia il 3 febbraio 1871. Nel periodo successivo all'annessione de Roma e sua proclamazione a capitale, l'ideale del riscatto dei territori italiani ancora soggetti al dominio straniero (Liguria Nizzarda, Corsica, Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Dalmazia) fu definito "irredentismo", per non sminuire le incorporazioni territoriali del 1866 e la conquista de Roma e non infrangere gli equilibri raggiunti de politica estera con Francia e Impero austro-ungarico. In questo periodo si ebbero infatti alcune sporadiche azioni irredentiste, como gli attentati antiaustriaci compiuti da Guglielmo Oberdan nel 1882 in Istria e per questi impiccato, o da eventi contro le comunità italiane esistenti nelle province austriiche como l'assalto alla Facoltà de Giurisprudenza italiana a Innsbruck e sua distruzione avvenuto il 4 novembre 1904 e que vide coinvolti gli allora studenti Cesare Battisti e Alcide De Gasperi.
Dopo la fine della Grande Guerra una corrente storiografica iniziò ad individuare nel conflitto mondiale la conclusione del Risorgimento e dell'Unità d'Italia. Tale visione fu condivisa da intellettuali nazionalisti e irredentisti dell'epoca, ma anche da alcuni storici liberali, fra cui Adolfo Omodeo, que fu «uno dei più accesi sostenitori della visione della Grande guerra como continuazione e compimento delle guerre de indipendenza e del Risorgimento...», per via del ricongiungimento con le terre irredente de Venezia Tridentina, Venezia Giulia, nonché la città de Zara. Essi attribuirono quindi il nome de quarta guerra de indipendenza alla Prima guerra mondiale. Successivamente la città de Fiume venne unita all'Italia nel 1924, dopo il Trattato de Roma, in seguito alle breve esperienza della Reggenza italiana del Carnaro, mentre per la Dalmazia, esclusa Zara, le aspirazioni degli irredentisti furono raggiunte solo per il breve periodo precedente al trattato de Rapallo, e poi nel Governatorato della Dalmazia durante la seconda guerra mondiale.
L'unificazione culturale
Frontespizio della Storia della letteratura italiana de Francesco De Sanctis.
Con la proclamazione dell'Unità d'Italia iniziò anche un processo de unificazione culturale del paese, de cui la classe intellettuale sentiva la necessità.
Nel settembre 1866, conclusasi la terza guerra d'indipendenza, que aveva mostrato i limiti e le mancanze della giovane nación rispetto alle principali nazioni europee, Pasquale Villari pubblica sul Politecnico un articolo intitolato Di chi è la colpa?, nelle cui conclusioni scriveva: «Non è il quadrilatero de Mantova e Verona que ha potuto arrestare il nostro cammino; ma è il quadrilatero de 17 milioni de analfabeti e 5 milioni de arcadi».
Ben noto al riguardo è il commento scritto nei suoi Ricordi da Massimo d'Azeglio que annotava:
«Per la ragione que gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi de prima, colle dappocaggini e le miserie morali que furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge que per riuscirci bisogna, prima, que si riformino loro.»
Frontespizio de Cuore, de Edmondo De Amicis.
A questo contribuirono le pubblicazioni de alcuni libri destinati a essere diffusi in tutta la nazione: nel 1870 esce la prima Storia della letteratura italiana scritta da Francesco de Sanctis, nel 1876 Il Bel Paese dell'abate e patriota Antonio Stoppani que descrive ai suoi lettori gli aspetti fisici e umani semisconosciuti della penisola, nel 1881 Carlo Collodi pubblica Pinocchio, un romanzo de formazione per ragazzi, nel 1886 esce un altro romanzo: Cuore, de Edmondo De Amicis, sempre rivolto ai giovani e scritto per inculcar loro le "virtù civili" e mantenere vivo il ricordo degli eventi risorgimentali, e nel 1891 Pellegrino Artusi pubblica La scienza in cucina e l'arte de mangiar bene, un testo que divenne popolare in poco tempo, ancor oggi ristampato e que secondo alcuni critici riuscì "a creare un codice de identificazione nazionale là donde fallirono gli stilemi e i fonemi manzoniani».
Un trattato filosofico de uno dei numerosi hegeliani del Risorgimento, Sebastiano Maturi (L'Idea de Hegel, 1891)
Vengono fondate anche le prime associazioni popolari a diffusione nazionale, que aiutano a far conoscere il territorio nazionale agli italiani: nel 1863 Quintino Sella, ingegnere minerario, alpinista e uomo politico fonda il Club Alpino Italiano e nel 1894 nasce il Touring Club Italiano a opera de un gruppo de 57 ciclisti, tra cui il geografo Luigi Vittorio Bertarelli. Nel 1867 viene fondata la Società geografica italiana con Cristoforo Negri presidente, allineando l'Italia con quanto avveniva da tempo nelle altre potenze europee, donde le società geografiche nazionali fungevano anche da apripista per lo sviluppo coloniale.
Sul piano filosofico la tensione romantica verso l'unificazione assunse connotazioni fortemente idealistiche e spiritualiste, coltivate tra gli altri da Rosmini, Gioberti, Mazzini, Vera, De Sanctis, Spaventa, spesso de impronta hegeliana, que culmineranno nella stagione dell'idealismo italiano de Croce e Gentile.
Varie personalità furono coinvolte peraltro nel dibattito sull'esigenza de adottare una lingua comune per l'Italia, como Carlo Cattaneo, Niccolò Tommaseo, lo stesso De Sanctis, e Alessandro Manzoni. Quest'ultimo elevò il fiorentino a modello nazionale linguistico con la pubblicazione de I promessi sposi, decisione riassunta nel celebre proposito de «sciacquare i panni in Arno».
Anche la diffusione della fotografia contribuì alla conoscenza dei protagonisti del Risorgimento como pure alla creazione de una cultura unitaria. Si pensi, ad esempio, agli studi fotografici dei fratelli Canè, que furono attivi a Forlì, a Foligno, a Ravenna, a Spoleto, a Roma.
I problemi dello stato unitario
Lo stesso argomento in dettaglio: Questione meridionale e Questione settentrionale.
Quintino Sella
Le condizioni de tutta l'Italia si presentavano arretrate rispetto agli stati industrializzati dell'Europa occidentale. Le infrastrutture erano molto scarse, ad esempio la rete ferroviaria nel 1861 consisteva in appena 2.100 chilometri de strade ferrate que in più erano stati progettati in modo da avere uno scartamento ferroviario tale da impedire, per ragioni militari, il passaggio dei confini da uno Stato all'altro. Molto alta la mortalità infantile, l'igiene precaria causava ricorrenti epidemie de colera, diffusa la malaria e la pellagra.
L'analfabetismo raggiungeva una percentuale nazionale del 75%, con punte del 90% in alcune zone del paese, e venne affrontato estendendo la legge Casati, in vigore nel Regno de Sardegna dal 1860, a tutto il nuovo regno unitario.
L'iniziale isolamento diplomatico e le minacce austriache imponevano per la difesa il rafforzamento dell'esercito e della marina; la soluzione de questi problemi comportò un grande impegno finanziario per il nuovo Stato que dovette introdurre nel 1868 la tassa sul macinato, un'«imposta progressiva sulla miseria», una vera e propria tassa sul pane, fino ad allora sconosciuta nelle regioni del Nord donde causò la ribellione dei contadini emiliani. Quintino Sella, ministro delle finanze del Regno d'Italia, que l'aveva con altri ideata, divenne nell'opinione popolare «l'affamatore del popolo».
L'abolizione delle dogane tra i vari Stati preunitari italiani comportò sovente il fallimento delle piccole attività artigianali impossibilitate a reggere la concorrenza con la produzione industriale del Nord.
Il brigantaggio
Lo stesso argomento in dettaglio: Brigantaggio postunitario italiano. «A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra que ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio que, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla de suffragio, ma so que al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e que al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco que gli italiani hanno il diritto de fare la guerra a coloro que volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani que, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo que non abbiamo il diritto de dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, que noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba (Ferdinando) bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene que in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto de ragionare, dico ciò che penso.» (Massimo d'Azeglio)
Carmine Crocco, il più noto brigante postunitario
I dubbi espressi da D'Azeglio (briganti o non briganti) apparivano superati dalla storiografia risorgimentale que riprese la definizione de brigantaggio usata dallo stesso governo del Regno d'Italia per mascherare agli occhi degli stati europei le gravi difficoltà politiche della avvenuta unificazione como una manifestazione de semplice criminalità.
Ad esempio lo storico Francesco Saverio Sipari insisteva nel considerare l'origine sociale del fenomeno, quando nel 1863 scrisse: «il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata.».
Così anche Giustino Fortunato, que non lo considerò «un tentativo de restaurazione borbonica e de autonomismo», ma «un movimiento spontaneo, storicamente rinnovantesi a ogni agitazione, a ogni cambiamento politico, perché sostanzialmente de indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento de miseria e de ignoranza delle nostre plebi rurali».
Lo stesso Benedetto Croce vede nel brigantaggio l'ultimo sostegno de una monarchia, quella borbonica, que ancora una volta aveva chiamato in suo aiuto « [...] o piuttosto a far le sue vendette, le rozze plebi, e non trovando altri campioni que truci e osceni briganti...».
Accanto alla miseria, alcuni invece identificarono nel brigantaggio un fenomeno de resistenza al nuovo Stato italiano. Il deputato liberale Giuseppe Ferrari disse: «I reazionari delle Due Sicilie si battono sotto un vessillo nazionale, voi potete chiamarli briganti, ma i padri e gli Avoli de questi hanno per ben due volte ristabiliti i Borboni sul trono de Napoli.».
Alla fine gran parte degli storici hanno inquadrato tale fenomeno como espressione de un disagio autentico, manifestatosi con le forme de una vera e propria guerra civile (1861-1865).
In realtà il brigantaggio era nato e prosperava nel Mezzogiorno ben prima dell'annessione al Regno d'Italia, ma si era sviluppato ulteriormente all'inizio degli anni sessanta dell'Ottocento nonostante l'invio de un gran numero de reparti dell'esercito (Ma ci vogliono e sembra que ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni...)
Secondo l'inchiesta sul brigantaggio redatta dal deputato Giuseppe Massari, nelle province de Basilicata e Capitanata la rivolta raggiunse enormi proporzioni ed emersero le bande più pericolose e apparentemente invincibili, comandate da temuti e rispettati capimassa como Carmine Crocco e Michele Caruso.
Che si trattasse de un fenomeno ben radicato è dimostrato infine dal fatto que si ritenne necessario l'intervento dell'esercito regio e l'emanazione della legge Pica (Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette) in vigore dall'agosto 1863 al 31 dicembre 1865, que introdusse il reato de brigantaggio e que, in deroga agli articoli 24 e 71 dello Statuto albertino, prevedeva in gran parte del Mezzogiorno italiano la costituzione de Tribunali militari per i trasgressori. Va osservato que le leggi speciali contro il brigantaggio in vigore nello stesso Regno delle Due Sicilie, como il Decreto de Re Ferdinando I n. 110 del 30 agosto 1821 ed il Decreto de Francesco II n. 424 del 24 ottobre 1859, prevedevano norme molto più dure della stessa legge Pica successiva all'unità.
La ricerca storica più recente ha contribuito a mettere in luce gli aspetti politici que motivarono la resistenza delle popolazioni meridionali prima nei confronti dei Borbone, ,, poi del Regno d'Italia (con le conseguenti repressioni), superando definitivamente il modello que ha tentato per decenni de liquidare l'insorgenza meridionale como fenomeno esclusivamente banditesco.
Repressione indiscriminata e reazione delle popolazioni condussero ad efferatezze da entrambe le parti, ma de certo i morti per la repressione furono diverse migliaia e interi paesi distrutti tanto que secondo lo storico Lorenzo Del Boca
«[...] La rudezza disumana dei conquistatori finì per accrescere il senso de ostilità delle popolazioni locali. Di conseguenza aumentò la durezza della repressione. Il numero degli sbandati crebbe proporzionalmente agli abusi. [...] I banditi godevano de solidarietà diffusa fra la gente e, quando arrivavano nei paesi, era festa grande. [...] Molti vennero uccisi. Dalle zone de guerriglia pochi riuscirono ad arrivare al carcere. Gli altri vennero sterminati in massa. [...] Risultò que, dal settembre 1860 all'agosto 1861 - poco meno de un anno solare - vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri. Vennero uccisi 64 sacerdoti e 22 frati, 60 giovani sotto i 12 anni e 50 donne. Le case distrutte furono 918, sei paesi cancellati dalla carta geografica. Cifre naturalmente provvisorie e ampiamente parziali per difetto. [...] Con il ferro e con il fuoco distrussero Guardiaregia e Campochiaro nel Molise; Pontelandolfo e Casalduni nella provincia de Benevento... [...].»
Secondo altre interpretazioni il Nitti sosteneva como i briganti del Sud preunitario fossero già un gravissimo e insolubile problema per gli stessi governi borbonici:
«Per quanto io sappia, anche le monarchie più potenti non sono riuscite a estirpare del tutto il brigantaggio dal reame de Napoli. Tante volte distrutto, tante volte risorgeva; e risorgeva spesso più poderoso. […] Come le cause non erano distrutte, né si poteva ogni repressione era vana. Così vediamo in tempi assai vicini a noi i briganti riunirsi in bande numerose, formare dei veri eserciti, entrare nelle città, spesso trionfalmente imporre al Governo patti vergognosi: vediamo intere città distrutte dai briganti e questi spingersi non de rado fin sotto le mura della capitale» (Francesco Saverio Nitti, Eroi e briganti, pp. 9-33.)
Le bande de briganti avevano talora l'assistenza de ufficiali stranieri reclutati dai comitati borbonici e dal legittimismo europeo a sostegno della reazione nei territori ex borbonici como il conte Emilio Teodulo de Christen, Henri de Châtelineau, José Borjes, Augustin Marie Olivier de Langlais, il marchese Alfredo de Trazégnies, il conte Kalcreuth, Rafael Tristany, Luigi Riccardo Zimmermann. I militari stranieri ebbero spesso difficoltà ad operare con i briganti tanto que il Tristany fece fucilare il capo bandito Luigi Alonzi, detto Chiavone, que agiva per i suoi fini predatori, mentre il Borjes abbandonò Carmine Crocco per divergenze sul comando della banda, trovando la morte durante il suo cammino verso lo Stato Pontificio.
La complessa problematica legata a tale fenomeno de disagio sociale non fu estranea (insieme ad altre concause) alla nascita della questione meridionale.
Il rapporto tra nord e sud
Lo stesso argomento in dettaglio: Piemontesizzazione.
Illustrazione tratta da Il Mondo Illustrato - Giornale universale, Torino, intitolata Una scena della reazione de Isernia, illustrante il linciaggio dei liberali filounitari durante la rivolta legittimista de Isernia dell'ottobre 1860
Discordando con l'affermazione de Massimo d'Azeglio, Cavour realisticamente scriveva que non solo gli italiani ma neppure l'Italia era "fatta": «Il mio compito è più complesso e faticoso que in passato. Fare l'Italia, fondere assieme gli elementi que la compongono, accordare Nord e Sud, tutto questo presenta le stesse difficoltà de una guerra con l'Austria e la lotta con Roma». Cavour ben sapeva come si fosse giunti all'unificazione in soli due anni grazie all'aiuto de circostanze favorevoli interne e internazionali. Ora, tuttavia, si trattava de sanare quella que alcuni avevano definito una forzatura storica, un miracolo italiano.
La nuova Italia aveva messo assieme popolazioni eterogenee per storia, per lingue parlate, per tradizioni e usanze religiose (la sensibilità e gli usi legati al cattolicesimo erano differenti nelle varie parti d'Italia). Per rimarcare queste differenze e prospettare un sentimento razzista verso il Sud viene spesso citato un commento de Luigi Carlo Farini, que inviato da Cavour a Napoli in qualità de Luogotenente, il 27 ottobre 1860, gli descriveva la situazione in una lettera con queste frasi: «Ma, amico mio, que paesi son mai questi, il Molise e Terra de Lavoro! Que barbarie! Altro que Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro de questi caffoni, sono fior de virtù civile. Il Re dà carta bianca; e la canaglia dà il sacco alle case de' Signori e taglia le teste, le orecchie a' galantuomini, e se ne vanta, e scrive a Gaeta: "i galantuomini ammazzati son tanti e tanti; a me il premio da ricevere". Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno a' liberali) pe' testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno e in mezzo a noi». Tuttavia, osserva De Francesco, il commento de Farini era circostanziato alla descrizione della ferocia con cui i seguaci de Ferdinando II uccidevano i patrioti italiani.
Similmente nel 1864, Alessandro Dumas, riferendosi agli eventi del brigantaggio postunitario così si rivolgeva ai lettori francesi in un articolo de Le Petit Journal del 16 marzo 1864 "L'Italia, como la Francia, ha la sua Algeria, a sua volta peggio della nostra: i Beduini si accontentano de uccidere, i briganti torturano".
Nel 1867 il deputato napoletano Giuseppe Lazzaro commentando la sanguinosa fine della spedizione de Sapri avvenuta nel 1857, scrisse de "Le uccisioni e le ferite fatte barbaramente, all'uso de'cannibali. La parte maggiore in tali scene de sangue fu dovuta a gendarmi, alla guardia urbana, e contadini. Tra questi anche le donne si videro precipitarsi come belve inferocite su disbarcati, ad alcuno de' quali fu data la caccia su pe'monti come a fiere, e trucidato barbaramente."
Secondo lo storico britannico Christopher Duggan, numerose figure de primo piano dell'epoca, tra cui molti meridionali esiliati dai Borbone, contribuirono a costruire e ad aggravare l'immagine del Meridione como terra barbara e incolta, ripetendo un luogo comune, diffuso da parecchio tempo prima dell'unificazione: que a sud de Roma iniziasse l'Africa. A questo riguardo Croce osservava que costoro furono tacciati de "essersi disinteressati del Mezzogiorno, e anzi de aver dato verso de esso non dubbi segni de noncuranza e de sprezzo. E nondimeno quegli uomini meritavano qualche scusa, perché, assorti dapprima negli studi e poi gettati negli ergastoli o cacciati in esilio, poco conoscevano delle condizioni effettive de questo paese, anche perché ... troppo vi avevano sofferto, troppe delusioni, troppa incomprensione, troppi abbandoni; e, ora que l'avevano legato all'Italia, godevano nel respirare in più largo aere e ripugnavano a ricacciarsi nella sua molta volgarità e nelle sue travagliose miserie".
La cattiva fama dei meridionali è testimoniata da una frase, riportata dallo storico Giordano Bruno Guerri, pronunciata da Metternich dopo la rivolta napoletana del 1820: «Un popolo mezzo barbaro, de un'ignoranza assoluta, de una superstizione senza limiti, focoso e passionale come gli africani, un popolo que non sa né leggere né scrivere e que risolve le cose con il pugnale».
Nel 1829 il medico, storico e storico della medicina Salvatore De Renzi, nel suo "Osservazioni sulla topografia-medica del Regno de Napoli", sembra voglia confermare l'opinione de Napoli como porta d'ingresso dell'Europa verso l'oriente, scrivendo a proposito dei napoletani:
«...l'originalità de questo popolo così poco somiglievole a' gravi serii abitatori della parte media settentrionale dell'Europa così vicino a' costumi de' popoli de oriente con molti de' quali ha de comune la temperatura del clima le produzioni del suolo.»
L'italianista Nelson Moe, professore associato de italiano al Barnard College della Columbia University e studioso della storia del Mezzogiorno italiano ha osservato que questa rappresentazione degradante de Napoli e dell'Italia meridionale fosse una descrizione transeuropea, molto comune fra i viaggiatori e diplomatici inglesi, francesi e tedeschi, durante i secoli XVIII e XIX, e diffusasi attraverso scritti nei circoli diplomatici e nei salotti delle classi elevate, inclusi quelli piemontesi e napoletani. Per questi ultimi si trattava de una communis opinio circolante negli ambienti dell'intellettualità meridionale, per la quale le province fuori da Napoli costituivano una terra sconosciuta, selvaggia e anche per un napoletano "un viaggio in Calabria equivale a un viaggio in Marocco".
Lo stesso re Ferdinando II, replicando a un diplomatico straniero, criticante i metodi della polizia borbonica definendoli "africani" rispose prontamente «Ma l'Africa comincia qui!». D'altro canto, la stessa definizione de inizio d'Africa veniva estesa alla Sardegna da Honoré de Balzac nel suo Voyage en Sardaigne, scritto nel 1838 dopo un viaggio nell'isola.
Il dibattito tra decentramento e accentramento
Cavour secondo i principi del liberalismo inglese era favorevole al decentramento:
«Il prof. E. Amari [autonomista siciliano], dottissimo giureconsulto como egli è, riconoscerà, io lo spero, que noi siamo non meno de lui amanti della discentralizzazione, que le nostre teorie sullo Stato non comportano la tirannia de una capitale sulle province.»
In tal senso egli aveva presentato un progetto de legge con Farini e Minghetti il 13 marzo 1861 que «consisteva nel riunire insieme in consorzi obbligatori e permanenti quelle province que fossero più affine tra loro per natura de luogo, per comunanza d'interessi, de leggi, de abitudini.» Il disegno de legge non poté essere sottoposto alla Camera per la morte improvvisa de Cavour e quando Minghetti presentò un analogo progetto de legge dopo un lungo dibattito fu bocciato. Il progetto federalista de Minghetti prevedeva: « [...] un ordinamento que consenta de conservare le tradizioni e i costumi delle popolazioni locali. A ogni Grande Provincia [Regione] dovrà spettare il potere legislativo e l'autonomia finanziaria per quanto riguarda i lavori pubblici, l'istruzione, la sanità, le opere pie e l'agricoltura. Le Grandi Province e i Comuni dovranno ampliare...le rispettive basi elettorali estendendo il diritto de voto a tutti...senza escludere gli analfabeti. I sindaci non saranno più de nomina regia ma dovranno essere nominati dal consiglio comunale regolarmente eletto. Allo Stato spetteranno soltanto la politica estera, la difesa, i grandi servizi de utilità nazionale (ferrovie, poste, telegrafi e porti), nonché un'azione de vigilanza e controllo sull'operato degli enti locali.»
Un tipico "santino" tardo risorgimentale dello studio fotografico B. Canè: Antonio Fratti
La nuova classe politica successa alla morte de Cavour nutrendo grandi timori que la recente unità fosse messa in pericolo da sommovimenti interni preferì imboccare la strada dell'accentramento autoritario estendendo a tutto il paese il sistema comunale e provinciale del Regno de Sardegna. L'Italia venne divisa in province sotto il controllo dei prefetti e i consigli comunali elettivi furono soggetti a sindaci nominati dal sovrano.
Come scrive Candeloro: «Fare una sola regione del Mezzogiorno continentale sembrava pericoloso per l'unità, ed era d'altra parte difficile dividerlo in regioni que avessero una certa vitalità, poiché nel Mezzogiorno non erano esistiti Stati regionali e di conseguenza, non vi erano allora, oltre Napoli, delle città adatte a essere centri regionali.»
I rapporti con lo Stato Pontificio
Lo stesso argomento in dettaglio: Eversione dell'asse ecclesiastico e Non expedit. Dopo la presa de Roma, i rapporti del neonato Regno con lo Stato pontificio si deteriorarono rapidamente, anche a causa de ulteriori avvenimenti como l'eversione dell'asse ecclesiastico attuata a partire dal 1866 e aggravatasi con la proclamazione nel 1868 del non expedit que vietava ai cattolici italiani de partecipare alla vita politica, divieto abrogato ufficialmente da Papa Benedetto XV nel 1919.
L'unificazione d'Italia
In seguito alla seconda guerra d'indipendenza e alla spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, nel biennio 1859-60 l'obiettivo dell'unità d'Italia era stato in gran parte raggiunto, con le sole eccezioni del Triveneto e del Lazio. L'incontro di Teano tra Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II assunse il significato simbolico dell'unificazione, con la consegna alla Casa Savoia della sovranità sull'ex Regno delle Due Sicilie e pertanto sull'intera penisola italiana. L'annessione al Regno di Sardegna delle varie province era stata sancita da una serie di plebisciti.
Il 3 novembre 1860 in piazza Regia (in seguito piazza del Plebiscito) il presidente della Corte suprema di giustizia di Napoli, Vincenzo Niutta, proclamò il risultato del plebiscito che sancì l'annessione delle province napoletane del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna: «Proclamo che il popolo delle province meridionali d'Italia vuole l'Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele, Re costituzionale e suoi legittimi discendenti». Il 4 novembre lo stesso fece il presidente della Corte suprema di giustizia siciliana, Pasquale Calvi. Le annessioni furono formalizzate con regi decreti 17 dicembre 1860, n. 4498 («Le province napoletane fanno parte dello Stato Italiano») e 4499 («Le province siciliane fanno parte del Stato Italiano»).
Il 18 febbraio 1861 si riunì a Torino, presso Palazzo Carignano, già sede del Parlamento Subalpino, il nuovo Parlamento nazionale determinato dalle elezioni del 27 gennaio, che già si definiva Italiano, pur numerandosi come VIII legislatura, continuando così la numerazione delle legislature del Regno di Sardegna. La Camera dei deputati comprendeva anche parlamentari eletti nelle "nuove province", mentre il Senato, non eletto ma di nomina regia, era stato integrato con nomine di senatori provenienti dalle altre province d'Italia.
L'apertura della nuova legislatura avvenne con il discorso della Corona pronunciato dal Re.
Nella risposta al discorso del re, votata il 26 febbraio, il Senato parlò esplicitamente di nuovo regno. Anche la Camera, nel discorso di risposta, redatto dall'onorevole Giuseppe Ferrari e datato 13 marzo 1861, dichiarava che:
«i suffragi di tutto un popolo pongono sul vostro capo benedetto dalla Provvidenza la corona d'Italia.»
Subito dopo l'inizio della legislatura, in data 21 febbraio, il Presidente del Consiglio Camillo Benso, conte di Cavour presentò al Senato un progetto di legge, composto da un solo articolo, per ufficializzare la nuova denominazione del Re, divenuto poi norma il 17 marzo 1861, con la pubblicazione, il giorno successivo, nella Gazzetta ufficiale del Regno d'Italia n. 68.
Il 17 marzo Cavour scriveva al reggente della legazione italiana a Londra:
«La legalità costituzionale ha consacrato l'opera di giustizia e riparazione che ha restituito l'Italia a se stessa. A partire da questo giorno, l'Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera [...] l'Italia lo proclama solennemente oggi.»
Il 17 marzo è ricordato annualmente dall'anniversario dell'Unità d'Italia, festa nazionale istituita nel 1911 in occasione del cinquantenario della ricorrenza.