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Il Sacro Romano Impero nell'Alto Medioevo

Secondo alcuni storici l'Impero carolingio è considerato la prima fase del Sacro Romano Impero e quindi individuano la sua fondazione nell'800 con l'incoronazione di Carlo Magno da papa Leone III, mentre altri individuano la fondazione nel 962 con l'incoronazione di Ottone I di Sassonia da papa Giovanni XII. Facendo partire cronologicamente la storia del Sacro Romano Impero da Carlo Magno, oltre al titolo di re dei Franchi, gli venne dato quello di Augustus Imperator Romanorum gubernans Imperium, conferitogli dal papa durante l'incoronazione.

Al di là della rottura provocata dalle lotte tra i discendenti di Carlo, comunque, la successione imperiale continuò; gli imperatori si consideravano successori di Carlo Magno, infatti, Carlo IV e Carlo V portavano questi ordinali (dopo il nome regale) come successori di Carlo Magno (Carlo I), Carlo il Calvo (Carlo II) e Carlo il Grosso (Carlo III).

L'Impero carolingio copriva un'area che include le odierne Francia e Germania, la Catalogna, i paesi del Benelux, la Svizzera e buona parte dell'Italia settentrionale, anche se la dinastia che governava questi territori era di stirpe franca, e dunque germanica. L'Impero acquistò un carattere più germanico dopo la spartizione attuata dal Trattato di Verdun dell'843, grazie al quale la dinastia Carolingia proseguì — per pochi decenni — su linee indipendenti nelle tre regioni. La parte più orientale cadde sotto Ludovico II il Germanico, che ebbe vari successori fino alla morte di Ludovico IV, detto il Fanciullo, ultimo sovrano carolingio della parte orientale.

Formazione dell'Impero ottoniano

I territori del Sacro Romano Impero nel 972, sotto Ottone I, e nel 1032, sotto Corrado II.

Il Sacro Romano Impero nell'anno mille andava da Amburgo fino a Salerno Alla morte di Ludovico IV, nel 911, i duchi di Alemannia, Baviera, Franconia e Sassonia elessero re dei Franchi uno di loro, il duca Corrado I di Franconia. Il suo successore Enrico I (919 - 936), un sassone, regnò sul regno orientale separato da quello occidentale franco (ancora retto dai Carolingi) nel 921 chiamando sé stesso rex Francorum orientalium (re dei Franchi Orientali).

Enrico designò come suo successore il figlio Ottone, che fu eletto Re ad Aquisgrana nel 936. Questi più tardi, incoronato Imperatore con il nome di Ottone I (poi chiamato il Grande) nel 962, avrebbe marcato un passo importante, verso l'Impero e avrebbe avuto la benedizione del Papa. Ottone aveva guadagnato prima molto del suo potere, quando nel 955 aveva sbaragliato i Magiari nella battaglia di Lechfeld.

Nella letteratura contemporanea e successiva, ci si riferisce all'incoronazione come a una translatio imperii, trasferimento dell'Impero. Il mitico sottinteso era che c'era e ci sarebbe stato sempre un solo impero. Si considerava che fosse cominciato con Alessandro Magno, fosse passato ai Romani, poi ai Franchi, e finalmente al Sacro Romano Impero (e questo spiega il Romano nel nome dell'Impero). Gli imperatori tedeschi si consideravano quindi i diretti successori di quelli dell'Impero romano; e per questo motivo inizialmente si davano il titolo di Augusto. Inizialmente essi non si chiamarono ancora Imperatori Romani, probabilmente per non entrare in conflitto con l'Imperatore Romano che ancora esisteva con l'Impero romano d'Oriente (Impero bizantino).

Il termine Imperator Romanorum divenne comune solo successivamente all'epoca di Corrado II.

A quel tempo, il regno più orientale non si presentava come un'entità omogenea definibile già come tedesca, ma era piuttosto costituito dall'alleanza delle vecchie tribù germaniche dei Bavari, Svevo-Alemanni, Franconi e Sassoni. L'Impero come unione politica probabilmente sopravvisse solo per la forte personalità e influenza di Enrico il Sassone e di suo figlio Ottone. Tuttavia, anche se formalmente eletti dai capi delle tribù germanicas, nella realtà essi riuscirono a designare i loro successori.

Questo cambiò dopo Enrico II morto nel 1024 senza figli quando Corrado II, primo della dinastia Salica, fu eletto re nello stesso anno solo dopo qualche dibattito. Come esattamente il re fosse scelto sembra essere una complicata combinazione di influenza personale, lotte tribali, eredità e acclamazione da parte dei capi chiamati a formare l'assemblea dei principi.

Già a quel tempo il dualismo fra i territori, quelli delle vecchie tribù radicate nelle terre dei Franchi ed il Re/Imperatore, divenne solo apparente. Ciascun re preferiva passare la maggior parte del tempo nei suoi territori. Questa pratica cambiò solo al tempo di Ottone III re nel 983, imperatore dal 996 al 1002, che cominciò a utilizzare le sedi vescovili sparse nell'Impero come sedi temporanee del governo. Anche i suoi successori Enrico II, Corrado II ed Enrico III, apparentemente riuscirono a legare i duchi al territorio. Non è, quindi, una coincidenza se all'epoca la terminologia cambia e si trovano le prime occorrenze del termine Regnum Teutonicum.

La lotta per le investiture

La gloria dell'Impero quasi si estinse nella lotta per le investiture, durante la quale il Papa Gregorio VII scomunicò Enrico IV (Re nel 1056, Imperatore dal 1084 al 1106).

Sebbene fosse stata revocata dopo l'umiliazione di Canossa del 1077, la scomunica ebbe vaste conseguenze.

Nel frattempo i duchi tedeschi avevano eletto un secondo Re, Rodolfo di Svevia, che Enrico IV poté sconfiggere solo dopo una guerra di tre anni nel 1080. Le radici mitiche dell'Impero erano danneggiate per sempre; il Re tedesco era stato umiliato. Più importante ancora, la Chiesa diveniva un'entità indipendente sulla scacchiera dell'Impero.

L'Impero sotto gli Hohenstaufen

Miniatura raffigurante Federico Barbarossa Corrado III salì al trono nel 1138, fu il primo imperatore della dinastia Hohenstaufen (o di Svevia, in quanto gli Hohenstaufen erano duchi di Svevia), il cui periodo coincise con la restaurazione della gloria dell'Impero anche sotto le nuove condizioni del concordato di Worms. Fu Federico Barbarossa, il secondo della dinastia di Svevia (Re nel 1152, Imperatore dal 1155 al 1190) a chiamare per primo Sacro l'Impero.

Inoltre, sotto il Barbarossa l'idea della romanità dell'Impero tornò a crescere. Nel 1158, un'assemblea imperiale svoltasi nelle campagne di Roncaglia, presso Piacenza, e perciò detta Dieta di Roncaglia, esplicitamente giustificò i diritti imperiali con la opinione di quattuor doctores del nuovo organismo giuridico della Università di Bologna, che cita frasi come princeps legibus solutus (il Principe non è soggetto alla legge) tratte dai Digesta del Corpus iuris civilis. Che i legislatori romani l'avessero creato per un sistema completamente diverso, che non coincideva affatto con la struttura dell'Impero, era considerato del tutto secondario; la corte dell'imperatore aveva la necessità di legittimarsi storicamente.

Ai diritti imperiali ci si era riferiti con il termine generico di regalia fino alla lotta per le investiture, ma furono enumerati per la prima volta a Roncaglia. Questo elenco includeva strade pubbliche, tariffe, emissione di moneta, raccolta di imposte punitive e la nomina e revoca dei funzionari. Questi diritti furono radicati esplicitamente nella legge romana, come fosse una legge costituzionale; il sistema fu anche connesso alla legge feudale e il cambiamento più evidente fu il ritiro dei feudi di Enrico il Leone nel 1180, che portò alla sua scomunica. Barbarossa, quindi, per un certo tempo, cercò di legare più strettamente i riottosi duchi tedeschi all'impero come un tutt'uno.

Fu proprio lo scontro con Enrico il Leone, della casata di Welfen, ad essere una delle cause della guerra che in Italia fu nota come guerra civile fra guelfi e ghibellini, i primi, legati al duca di Baviera e al papa, i secondi legati agli Hohenstaufen. La guerra avrà ripercussioni per molti anni in Italia e in Germania, portando anche al forte indebolimento dei ducati di Svevia e Baviera

Un'altra importante novità costituzionale decisa a Roncaglia fu l'instaurazione di una nuova pace (Landfrieden) per tutto l'Impero, un tentativo non solo di abolire le faide private fra i duchi locali, ma anche di legare i subordinati dell'Imperatore a un sistema di giurisdizione e di persecuzione pubblica degli atti criminali, concetto che all'epoca non era universalmente accettato.

Poiché, dopo la lotta per le investiture, l'imperatore non poteva più appoggiarsi alla Chiesa per mantenere il potere, gli Staufen sempre più concedevano terra a funzionari che Federico sperava fossero più manovrabili dei duchi locali. Inizialmente utilizzati soprattutto per servizi di guerra, questi avrebbero formato la base per la futura classe dei cavalieri, altro appoggio del potere imperiale.

Un altro concetto innovativo per il tempo era la fondazione sistematica di nuove città, sia da parte dell'Imperatore sia da parte dei duchi locali. Ciò era dovuto all'esplosione della popolazione, ma anche alla necessità di concentrare il potere economico in località strategiche, mentre fino ad allora le sole città esistenti erano di antica fondazione romana o le più vecchie sedi vescovili. Fra le città fondate nel XII secolo, Friburgo, modello economico per molte altre successive, e Monaco.

Federico II di Svevia

Il successivo regno dell'ultimo degli Staufen, Federico II, fu per molti aspetti differente da quello dei predecessori. Ancora bambino inizialmente regnò in Sicilia (Regnum Siciliae), mentre in Germania Filippo di Svevia e Ottone IV competevano con lui per il titolo di Re dei Romani. Dopo essere stato incoronato imperatore nel 1220, rischiò il conflitto con il Papa per aver reclamato il potere su Roma; in modo stupefacente per molti, si impossessò di Gerusalemme nella Sesta crociata del 1228, mentre era ancora scomunicato dal Papa.

Mentre riportava in auge l'idea mitica dell'Impero, Federico II compì il primo passo nel processo che avrebbe portato alla sua disintegrazione. Da un lato, si concentrò sull'instaurare in Sicilia uno Stato di straordinaria modernità per i tempi, con servizi pubblici, finanze e sistema giudiziario. Dall'altro, fu l'Imperatore che concesse i maggiori poteri ai duchi tedeschi, con due privilegia che non sarebbero stati più revocati dal potere centrale. Nel 1220, con la Confoederatio cum principibus ecclesiasticis, Federico in sostanza cedeva ai vescovi un certo numero di diritti imperiali (regalia), fra cui quelli di stabilire tariffe, battere moneta ed erigere fortificazioni. Nel 1232, con lo Statutum in favorem principum estendeva tali diritti agli altri territori.

Benché molti di questi privilegi esistessero già, non erano elargiti in modo generalizzato e definitivo, onde permettere ai duchi di mantenere l'ordine a nord delle Alpi, mentre Federico voleva concentrarsi sulla sua terra natale, l'Italia. Nel documento del 1232, altra novità importante, i duchi tedeschi vengono chiamati Domini terrae, proprietari della terra.

Il Grande Interregno

Dopo la morte di Federico II nel 1250, in Germania gli succedette il figlio Corrado IV, cui si oppose come anti-re Guglielmo II d'Olanda. Scomparsi anche questi due, rispettivamente nel 1254 e nel 1256, seguì il periodo poi noto come Grande Interregno (1250-1273): furono nominati vari imperatori, nessuno dei quali però riuscì ad imporre la propria autorità sull'impero. Di conseguenza, i vari signori feudali accrebbero ulteriormente il proprio potere e iniziarono a considerarsi principi indipendenti.

Il Feudalesimo

L'ordinamento pubblico carolingio

Già al tempo dei Merovingi, l'autorità del sovrano consisteva innanzitutto nel bannus (o bannum, 'bando'), termine derivato dall'antico tedesco ban che indicava il potere di "legare" (in tedesco, binden) a sé i propri sudditi, cioè di obbligare in forza di un comando. In particolare, il sovrano poteva dare ordini, avere cura che fossero rispettati e punire i trasgressori, assommando in sé i poteri modernamente intesi (legislativo, esecutivo e giudiziario). Con il diritto di placito al re spettava il potere di convocare l'assemblea e in essa di giudicare.

La più complessa articolazione dell'Impero carolingio impediva al sovrano di esercitare il potere di banno se non in forma mediata. Il territorio dell'Impero fu diviso in circoscrizioni politico-amministrative dette "comitati" (in quanto affidate ai comites, i compagni più prossimi al sovrano, successivamente detti "conti"). I conti assumevano la carica, la funzione pubblica (honor) prestando omaggio feudale al sovrano, se non erano già legati a lui da vincolo vassallatico. In quanto funzionari pubblici, i conti erano virtualmente amovibili a piacere. In concreto, la scarsa circolazione monetaria impediva ai sovrani di disporre davvero in tale forma dei conti: solo se remunerate in denaro tali cariche sarebbero state facili da revocare. In mancanza di denaro liquido, il sovrano dovette cedere ai conti parte delle entrate connesse all'honor e l'usufrutto di alcune terre fiscali. In tal forma, i conti presero a considerare come feudo i beni ottenuti in cambio dell'honor e, parallelamente, presero a interpretare l'honor alla stregua di un feudo, cioè di un beneficium vitalizio. Tale convincimento era confortato appunto dalla difficoltà del sovrano ad avocare gli honores, senza contare che i conti affermavano la propria funzione di governo e presenza sul territorio in forme impossibili al re e finivano per provare ad ampliare i propri possessi in ogni forma, lecita o meno.

Un discorso a parte merita la proprietà fondiaria ecclesiastica. Se in età merovingia le usurpazioni a danno della Chiesa compensavano almeno in parte le donazioni pie che fin dal IV secolo arricchivano i patrimoni ecclesiastici, nel IX secolo, in età carolingia, crebbe il rispetto per l'inalienabilità dei beni ecclesiastici. A ciò era legata la cura richiesta nella redazione di inventari di beni, detti "polittici", aggiornati periodicamente per garantire la consistenza dei fondi ecclesiastici.

Una qualche luce sulla composizione sociale dell'Impero sotto Carlo è offerta dalla richiesta di giuramento collettivo avanzata dall'Imperatore nel 793. Tutti i maggiori di 12 anni dovranno giurare fedeltà al sovrano, sive pagenses, sive episcoporum et abbatissuarum vel comitum homines, et reliquorum homines, fiscilini quoque et coloni et ecclesiasticis adque servi, qui honorati beneficia et ministeria tenent, vel in bassallatico honorati sunt cum domini sui. Il testo elenca diverse figure: i pagenses, variamente interpretati, ma probabilmente da intendere come notabili, agiati e capaci di fare fronte alle imposte, unici dotati di piena indipendenza giuridica; seguono i dipendenti di vari signori (di vescovi, abati e conti, ma anche di figure private) e questi homines sono stati interpretati come "vassalli", ma converrà intenderli come dipendenti in senso generico ("raccomandati"). Alla moltitudine dei contadini dipendenti Carlo non riterrà di richiedere giuramento, fatta eccezione per quei servi, data l'eventuale delicatezza di certi compiti che potevano essere loro affidati. Il testo del capitolare offre l'immagine di una società articolata in dipendenze personali, talmente distintive da fungere da imprescindibile elemento anagrafico; così, nel capitolare 67, Carlo proibisce di acquistare bestie da persona di cui non si sappia la provenienza, il luogo di residenza aut quis est eius senior ('o chi sia il suo signore'); altrettanto, ai messi impegnati a censire la popolazione immigrata, Carlo intima di trascrivere il nome, il paese d'origine et qui sunt eorum seniores ('e chi siano i loro signori').

Morte di Carlo Magno e crisi dell'Impero

Con la morte di Carlo Magno, avvenuta nell'814, l'Impero entrò presto in crisi. Conti e marchesi esercitavano ormai funzioni pubbliche, ma in forme e secondo interessi privatistici. Si prese a infeudare pure le funzioni di governo, esercitate anche da vescovi e abati in forme non dissimili dai signori laici. «Così, - scrive Antonio Desideri - anche la Chiesa si feudalizzò, con grave scadimento dei costumi del clero e scandalo delle coscienze».

È in età carolingia che tende a fissarsi l'associazione tra rapporto vassallatico (elemento personale) e concessione vitalizia del feudo (elemento reale). Tale concessione in origine non comprendeva però il diritto di amministrare localmente la giustizia: in tal senso, il rapporto vassallatico-beneficiario non può essere interpretato come l'unità minima di un sistema politico organicamente centrato su queste due usanze. La tradizionale raffigurazione del sistema feudale come "piramide feudale" è quindi ascrivibile, e spesso solo parzialmente, a situazioni successive (ad esempio, l'Inghilterra normanna). Di fatto, l'idea che i Normanni, con Guglielmo, abbiano stabilito, a partire dal 1066, un perfetto sistema feudale in Inghilterra appare un'intollerabile semplificazione.

I feudi, in origine concessioni vitalizie, potevano essere tolti al beneficiario per gravi colpe o per tradimento (fellonia). Ben presto i grandi feudatari cercarono di rendere i feudi ereditari: i deboli successori di Carlo Magno non poterono frenare questa tendenza, che, secondo la tradizione storiografica, sarebbe stata formalizzata per i feudi maggiori da Carlo il Calvo con il capitolare di Quierzy del 14 giugno 877. In realtà, il capitolare di Quierzy non ebbe affatto una portata così generale: esso infatti codificava la possibilità (con riserva) dell'ereditarietà delle cariche (gli honores, relativi ai cosiddetti "feudi di dignità": contee, marchesati) per i figli dei funzionari che fossero morti durante una spedizione che Carlo stava organizzando in Italia, per soccorrere papa Giovanni VIII, assalito dai Saraceni. Il capitolare si riferiva dunque ad una specifica situazione, ma certamente è indice di un rinnovato concetto dell'ereditarietà dell'honor, cioè della funzione di autorità pubblica. In particolare, si assiste con il capitolare di Quierzy all'assimilazione di due istituti in principio distinti, quello dell'honor e quello del beneficium: la funzione di governo, che in linea di principio veniva concessa dal sovrano ed era a piacere revocabile, era sempre più assimilata al beneficium, un tipo di concessione in sé puramente economica, cioè non agganciata ad alcuna funzione di governo.

In un solo caso il capitolare di Quierzy concedeva con chiarezza l'ereditarietà dell'honor, quello che vedeva il conte ritirarsi in convento per pregare per l'anima del sovrano.

«Se qualcuno dei nostri fedeli, dopo la nostra morte, vorrà entrare in monastero e avrà un figlio o un parente che possa servire al suo posto l'autorità pubblica, gli sia consentito trasmettergli i suoi honores.»

Il capitolare di Quierzy, pur non avendo la portata generale dichiarata dalla manualistica, costituì un precedente rispetto al quale era ormai impossibile tornare indietro. Come nota Bloch, quando i Normanni conquistarono l'Inghilterra (seconda metà dell'XI secolo), il tipo di feudo che vi importarono era di diritto già ereditario, il che fa intendere che in Normandia fosse già così. Solo in Italia l'ereditarietà del feudo fu fissata da una norma, la Constitutio de feudis di Corrado II, emanata a Milano nel 1037 in favore dei valvassori. Corrado assecondò così l'antica abitudine romana alla codificazione, mentre in Germania lo stesso risultato fu ottenuto attraverso la via giurisprudenziale, cioè attraverso i concreti pronunciamenti dei giudici.

I porti di Quentovic e Dorestad sul Mare del Nord: questi centri di commercio, che rappresentavano una sopravvivenza delle antiche reti commerciali romane e poi merovingie, furono spazzati via dai Normanni

Tornando alla Francia del IX secolo, la potenza dei grandi feudatari divenne tale che nell'887 essi poterono, in assemblea, stabilire la deposizione del successore di Carlo il Calvo sul trono imperiale, Carlo il Grosso, che fu relegato in un convento.

Tra i Franchi Occidentali, poi, l'aristocrazia fu abbastanza forte da imporre l'elezione del re (con Oddone, nell'888), sostituita all'ereditarietà della corona. Non si mise in discussione la regalità in sé, ma il monarca assunse contorni più religiosi che politici, esercitando il proprio potere soltanto sulle sue proprietà fondiarie, al pari degli altri grandi. Il fatto che la monarchia non fosse del tutto abolita, come anche avrebbe potuto essere, è indicativo del bisogno che gli aristocratici sentivano di una figura super partes, che ancora rappresentasse l'unità dello Stato e che, come dice Pirenne, regnasse senza governare. In ciò, l'influenza della Chiesa deve essere stata grande. In ogni caso, nominalmente il re era ancora un monarca assoluto, ma in concreto perse ogni prerogativa di governo. La stessa attività legislativa ne uscì paralizzata: dopo Carlo il Calvo non ci saranno capitolari fino almeno al XII secolo. Va comunque sottolineato che i poteri privati del nobile, derivanti dal fatto che egli era proprietario della terra, rimanevano distinti dai poteri pubblici, che egli esercitava per delega regia; egli poteva però esercitare questi ultimi a proprio vantaggio, usurpando di fatto la funzione amministrativa. In una sola figura, per ciascuna circoscrizione, si assommavano diverse fondamentali funzioni e privilegi: giudice, capo militare, esattore delle imposte, beneficiario del diritto al mantenimento. In particolare, l'amministrazione della giustizia rappresentava un'importante fonte di guadagni per il signore, dato che a ogni offesa corrispondeva almeno una pena pecuniaria. Di qui la massima medievale: magnum est emolumentum iustitia.

L'Europa presto ripiombò nell'insicurezza e nelle difficoltà indotte dalla destrutturazione dell'organizzazione regia carolingia, senza garanzia della salvaguardia dei cittadini. Questa fase è detta della "anarchia feudale", un periodo di disordini talmente generalizzati da spingere la Chiesa a promuovere l'istituzione della cosiddetta "tregua di Dio", cioè la sospensione dei conflitti in certi giorni o periodi dell'anno. Il X secolo è, scrive Pirenne, «l'epoca dell'assassinio politico», un secolo che per violenza è paragonabile al XV. I sovrani che cercavano di intervenire erano traditi dai loro dipendenti: è il caso di Carlo il Semplice (re dei Franchi Occidentali dall'898 al 922), morto prigioniero del conte Erberto II di Vermandois. Il tutto era aggravato dalle incursioni dei Normanni (che annientarono i centri di Quentovic e Dorestad), dei Saraceni (che controllavano il Mediterraneo) e di Avari e Ungari (che bloccarono la Valle del Danubio, possibile alternativa al Mediterraneo come via di comunicazione tra Occidente e Oriente).

Il Regno dei Franchi tra il 481 e l'814

L'inizio del X secolo vide formarsi grandi principati territoriali, come il Ducato d'Aquitania, il Ducato di Borgogna e il Ducato di Normandia, quest'ultimo concesso da Carlo il Semplice al normanno Rollone per porre un freno alle scorrerie vichinghe (911). Gli aristocratici erano giunti a influenzare la stessa partizione amministrativa già a partire dall'VIII secolo: se, ai tempi dei Merovingi, le contee erano abbastanza piccole perché i conti potessero attraversarle in un sol giorno, politiche matrimoniali e accordi amichevoli o imposti con violenza avevano determinato il formarsi di circoscrizioni sempre più ampie: pur mantenendo i titoli dell'antica burocrazia romana, nella sostanza il conte era diventato a suo modo un sovrano locale.

Era la forma stessa della produzione economica a far sì che il sovrano fosse condannato a governare attraverso i magnati, i quali, posti fra lui e il popolo, erano, come nota Pirenne, i suoi soli sudditi. In Germania, tra i Franchi Orientali, il peso del potere centrale si riaffermò con l'elezione a re di Ottone I, il quale prese a conferire benefici (e in particolare i feudi di dignità) ai vescovi. Con ciò, il re si garantiva la fedeltà del suddito, ma era anche sicuro di tornare in possesso del feudo alla morte dell'ecclesiastico. Per questa ragione, la casa di Sassonia e poi la casa di Franconia si intromisero sempre più nell'elezione dei vescovi: avevano bisogno di persone capaci più che di persone pie. In breve, i re finirono per attribuirsi la prerogativa sia dell'investitura spirituale che di quella temporale: la Chiesa era in Germania talmente impotente che si parla di Reichskirche ('chiesa imperiale'). Le case di Sassonia e Franconia poterono dunque legarsi alla Chiesa per mantenere il predominio monarchico, ma solo perché in Germania l'aristocrazia laica non era pienamente sviluppata.

La Francia, dal canto suo, sempre più indipendente dall'Impero ricostituito dagli Ottoni, visse con Ugo Capeto un processo di affermazione monarchica e di unificazione territoriale. Quando fu eletto, nel 987, Ugo Capeto non era il principe più potente del regno, anzi fu forse scelto proprio per la sua debolezza. Da lui deriva la dinastia dei Capetingi; seppure questi ultimi poterono ristabilire l'ereditarietà della Corona, i grandi feudatari avevano ormai conquistato una larga indipendenza. I benefici, che saranno detti fief a partire dalla fine dell'XI secolo, non rappresentavano più la manifestazione materiale dell'omaggio e del vassallaggio; al contrario, fu l'elemento materiale (il feudo) che finì per porsi alla base dell'elemento personale, cioè del rapporto vassallatico. Detto altrimenti, se un tempo il vassallo riceveva il feudo in cambio della propria fedeltà personale al signore, egli ora prestava omaggio in quanto potente possessore di un feudo ormai solidamente parte del patrimonio familiare. Da questa inversione sociale e psicologica derivava un'importante conseguenza, cioè la pluralità degli omaggi: un vassallo prestava omaggio a un signore per un determinato feudo e prestava omaggio ad altro signore per un altro feudo. Con ciò, l'idea originaria della fedeltà vassallatica risultava completamente stravolta: i vassalli, ormai parti in un intricato sistema di fedeltà, potevano più agevolmente sottrarsi ai propri impegni, tanto più se coinvolti in un conflitto tra due dei loro signori. A lungo, il reticolo dei legami di fedeltà indusse gli storici a credere, approssimando troppo, che la Francia intera fosse caratterizzata da rapporti feudali, secondo l'adagio pas de seigneur sans terre, pas de terre sans seigneur ('nessun signore senza terra, nessuna terra senza signore').

L'affermarsi della pluralità degli omaggi determinò nell'XI secolo la nascita di una forma di omaggio più rigorosa, il ligio omaggio. Il vassallo ligio si dava interamente al signore, era nei suoi confronti solidus, plenus e integer. La ligietas escludeva esplicitamente il sussistere di altri vincoli personali e riportava l'istituto vassallatico al suo carattere primitivo (l'inserimento del vassus nella familia del signore, in un rapporto di parentela surrogata).

L'economia curtense

Contadini ritratti durante la mietitura in un tacuinum sanitatis (Theatrum Sanitatis, codice 4182 della Biblioteca Casanatense di Roma)

L'attribuzione o l'appropriazione di poteri pubblici da parte dei signori si fondava sul potere che ad essi derivava dal patrimonio fondiario a loro disposizione. La grande proprietà terriera dell'epoca non era compatta, ma costituita da diversi lotti di varia estensione, ciascuno centrato sul fondo più importante, detto villa (in analogia all'antica villa romana) o, come era uso scrivere in Italia, curtis ('corte').

Le distanze tra le parti componenti la stessa proprietà fondiaria (comprensiva di poderi e di terreni incolti) potevano essere enormi. Il fenomeno della parcellizzazione della proprietà fondiaria esisteva già nel periodo tardo-antico, ma si intensificò con gli stanziamenti e le acquisizioni prodotti nella progressiva sistemazione della nuova Europa romano-germanica. Particolarmente dispersa risultava la proprietà ecclesiastica, prodotta da donazioni regali e signorili di gran peso, ma anche da pie elargizioni di singoli poderi, magari da parte di fedeli affezionati a santi la cui chiesa di riferimento era assai lontana dal fondo. I beni ecclesiastici erano però in generale gestiti con più cura, anche solo per la capacità di abati e vescovi di leggere e scrivere, cosa che spesso restava fuori dall'orbita degli interessi dei signori laici. Mentre questi ultimi tendevano piuttosto a condurre una vita itinerante, passando di proprietà in proprietà in compagnia del proprio seguito, ai signori ecclesiastici toccava un certo radicamento, particolarmente evidente nel caso degli ordini monastici. Gli abati erano quindi costretti ad organizzare dei complicati sistemi di trasporto dei beni censuali dovuti dai contadini, perché affluissero con regolarità all'abbazia.

Alla dispersione dei fondi corrispondeva certamente una relativa dispersione dei redditi. Spesso gli agenti dei signori, incaricati della gestione dei fondi, erano contadini e tra questi erano preferiti quelli di condizione servile, con l'idea di poterli così meglio controllare. Di fatto, gli agenti dei signori riuscivano spesso a scambiare o a vendere terre ad altri agenti, sia che queste fossero del fisco regio o di signori laici o ecclesiastici. è assai probabile che gli agenti riuscissero a nascondere parte dei redditi fondiari, sottraendoli al computo censuale e convogliandoli verso le esigenze di sussistenza delle rispettive famiglie.

Già in età antica, queste difficoltà gestionali avevano suggerito il ricorso ad una gestione indiretta, mediata, alleggerita dall'affidamento di certi terreni a coloni investiti delle responsabilità gestionali e dotati di una certa autonomia. Ogni complesso fondiario finì quindi per articolarsi in una pars dominica e in una pars massaricia. La prima (detta anche "riserva", "dominio" o dominicum) era generalmente più vasta del resto dei singoli altri appezzamenti e gestita da un intendente per conto del signore. Il lavoro dei campi era svolto da personale schiavile, ospitato in alloggi prossimi alla casa padronale. Gli schiavi impiegati erano detti prebendari (da prebenda, il vitto che veniva loro corrisposto per la sussistenza). La seconda (detta anche massaricium o tenimenta) era composta da poderi di minore entità, gestiti da famiglie contadine, libere o serve, comunque soggette al controllo dell'intendente della riserva (il villicus), anche se in molti casi non confinavano con il dominicum. Il massaricium era diviso in poderi, detti mansi: per "manso" si intendeva la quantità di terra sufficiente per il sostentamento di una famiglia o arabile con un aratro in un anno, di modo che le dimensioni reali dei mansi cambiavano anche notevolmente in base alle diverse condizioni di lavoro al livello regionale, con mansi di 2 ettari e mansi di 30 o 40 ettari.

I contadini che operavano sul massaricium dovevano al signore un censo annuale, corrisposto per lo più in natura, e varie prestazioni, dette corvées; la manodopera schiavile del signore non era spesso sufficiente a coprire i lavori necessari nel domincum, per cui egli imponeva ai contadini del massaricium di lavorare nel dominicum, in particolare in occasione delle opere agricole annuali più importanti (semina, mietitura, fienagione e vendemmia). Il sistema delle corvées nacque nella Gallia franca; si generalizzò poi in età carolingia, contribuendo all'integrazione tra dominico e massaricio, e definendo l'interesse principale del signore, que consisteva non tanto nella raccolta dei censi (in natura o in denaro) quanto nell'ottenimento delle prestazioni dovute sulla riserva. Il manso concesso al massaro rappresentava dunque una contropartita soprattutto rispetto alle corvées. In tal modo, il signore si assicurava le prestazioni di operai che doveva mantenere e alloggiare solo nei giorni o nelle settimane previste per l'espletamento delle corvées.

La frammentarietà della grande proprietà faceva sì che i poderi di un certo signore confinassero con i poderi di un altro signore o con fondi di allodieri, i liberi proprietari di allodi, dipendenti, in linea di principio, del solo potere pubblico, ma spesso spinti ad accomandarsi ad un qualche signore, che lo proteggesse dagli arbitri dei funzionari imperiali o di altri potenti. Cedendo la sua piccola proprietà, spesso l'allodiere otteneva, dietro la corresponsione del censo, altra terra oltre all'originale allodio. Gli allodieri, che in Italia erano ancora indicati come arimanni, termine longobardo che aveva in passato un significato militare, ambivano talvolta alla condizione di dipendenza per sfuggire al servizio militare e ad altre prestazioni connesse con il funzionamento del potere pubblico.

Nel complesso, il potere dei signori non derivava esclusivamente dai diritti codificati esercitati sui fondi di loro proprietà, ma era espanso informalmente: i signori percepivano gli affitti dei mansi e beneficiavano delle corvées, ma nel complesso esercitavano funzioni di un informale comando, un'influenza forte della loro disponibilità economica e capacità di imporre il proprio volere tanto ai propri dipendenti (accomandati o servi), quanto agli allodieri loro vicini. A ciò si connetteva la capacità di rendere disponibile una protezione che lo Stato centrale non potava ormai offrire. La funzione di comando era insomma appannaggio di chi deteneva il potere economico.

In progresso di tempo, la precarietà della proprietà fondiaria (continuamente modificata da successioni, donazioni e acquisizioni varie) contribuì a modificare l'assetto curtense. Raro il caso del trasferimento di proprietà dell'intera curtis: più spesso cambiavano proprietario singoli mansi e, in conseguenza di ciò, l'equilibrio gestionale del dominico andava ridefinito, in quanto variava la quantità di manodopera disponibile sotto forma di corvée. Ancora più significativa era l'eventuale divisione del dominico, che comportava la divisione proporzionata delle corvées ad esso connesse. La complessiva delicatezza della gestione del dominico spostò progressivamente l'interesse dei signori verso il massaricio, soprattutto del censo (in natura o in denaro) che ad esso corrispondeva, mentre declinava l'attenzione verso le prestazioni dovute sul dominico. A questo processo si accompagnò una ridefinizione della componente sociale centrata sul massaricio: accanto ai massari di condizione libera apparvero sempre più massari di condizione servile. Inizialmente, si distingueva tra mansi ingenuili (cioè affidati a massari di condizione libera) e mansi servili. Le corvées gravanti sul manso erano definite con una certa esattezza (da un contratto o dalla consuetudine), nel caso i contadini fossero di condizione libera. I servi erano invece gravati da obbligazioni aggiuntive, ad arbitrio del signore e in relazione alle esigenze via via avvertite sulla riserva. Ben presto, però, la denominazione di manso servile o manso ingenuile rimase inerente al manso, a prescindere da che questo passasse a massaro di condizione libera o servile. Si trascurava cioè la condizione della persona occupata a condurre il fondo e si badava sostanzialmente alla consistenza economica dei censi. Ovviamente, la condizione servile della singola persona rimaneva rilevante nel caso in cui questi intendesse sposarsi (perché doveva ottenere il benestare del signore) o avesse figli (perché il padrone poteva disporne). Il massaro di condizione servile poteva poi formarsi un peculio, ma il padrone, alla morte di quello, poteva appropriarsene, almeno in parte.

La differenza di condizione tra contadini liberi e servi tenderà dunque ad attenuarsi, fino alla definizione, a partire dall'anno Mille, di un ceto da intendersi non libero in modo generalizzato, entro il quale confluivano discendenti di massari di condizioni diverse. Il termine "servaggio" rinvia alla condizione di questo ceto non libero, che rappresenta il superamento della condizione schiavile dell'evo antico e dell'Alto Medioevo. Si continuò ad usare la parola servus, che subì un'evoluzione semantica, senza il prodursi di una terminologia specifica.

Apogeo dell'organizzazione signorile: castellania e cavalleria

Da un punto di vista economico, le scarse unità produttive fondamentali erano ospitate in agglomerati rurali (le corti). Già intorno all'anno 1000, i signori avevano iniziato a sviluppare un'autorità informale sui villaggi; circa un secolo dopo queste signorie, che incombevano su tre o quattro villaggi, avevano fondato sul castello la propria autonomia rispetto a qualsiasi potere centrale. La progressiva frammentazione del potere centrale dei secoli X e XI sfocerà nella sempre maggiore autonomia delle castellanie, le circoscrizioni intorno al castello. Inizialmente, i castellani erano subordinati posti a guardia di una o più fortezze e rappresentanti del potere signorile. L'XI secolo, apogeo della castellania, vede il proliferare dei milites, i guerrieri a servizio dei castellani. Nasce in quest'epoca la cavalleria, così spesso associata al "feudalesimo classico", a cui è anche associata l'idea di una "piramide feudale", una gerarchia pervasiva e compatta che, secondo l'immaginazione dei moderni, culminava nella figura del sovrano.

Il fenomeno dell'incastellamento interessò l'Europa dal IX al XII secolo, con la costruzione di insediamenti fortificati, inizialmente in legno e poi in pietra e protetti da cinte murarie; in essi era racchiusa la dimora del signore locale (mastio, cassero o torre), coi magazzini delle derrate alimentari, degli strumenti di lavoro e delle armi, le abitazioni del personale e, attorno, le varie unità insediative e produttive.

L'organizzazione signorile, così come schematizzata dai moderni, avrebbe raggiunto il proprio apogeo nel XII secolo, cioè prima che si facesse sentire l'influenza dell'organizzazione cittadina. Lo schematismo che vede nel feudalesimo l'istituzione centrale della società medievale tende a interpretare la libera proprietà come eccezione, e la terra infeudata come regola (così Pirenne, ad esempio). La storiografia più recente, al contrario, tende a riconoscere il ruolo degli allodi: anche nell'XI e XII secolo, la Francia "feudale" contava una tale quantità di terre possedute senza dovere di omaggio verso un signore, da rappresentare la norma piuttosto che l'eccezione, e ciò anche in quell'area compresa tra la Mosa e la Senna tradizionalmente ritenuta la "culla del feudalesimo".

Funzione economico-politica dei rapporti vassallatici

Papa Clemente IV investe Carlo d'Angiò del Regno di Sicilia (riproduzione di un affresco del 1275 a Pernes-les-Fontaines)

Se già ai tempi di Carlo Magno nei capitolari si era cercato di normare i rapporti vassallatico-beneficiari, fu solo a partire dall'XI secolo che si prese a organizzare quel grande complesso di regolamentazioni occasionali. Nacque così quella forma speciale del diritto detta "diritto feudale". Il mondo cittadino, in specie quello italiano, non era estraneo né di per sé ostile alle prerogative espresse dal contesto feudale e nobiliare in astratto tipico delle campagne. Non è un caso che i Libri feudorum del XII secolo, elaborazione di quella costellazione di dubbi interpretativi ed eccezioni, siano stati prodotti in un contesto urbano. Più in generale, nel Basso Medioevo è già operativo quel rovesciamento del rapporto tra fedeltà personale (il giuramento) e beneficio: se ai tempi di Carlo Magno il beneficio discende eventualmente dal giuramento di fedeltà personale, nel Basso Medioevo è la fedeltà personale che deriva dalla concessione del beneficio. Questa trasformazione epocale è rappresentata con precisione dai Libri feudorum:

«So che spesso si è chiesto se l'investitura debba precedere la fedeltà o la fedeltà l'investitura; e spesso si è risposto che l'investitura deve precedere la fedeltà. Chiamiamo fedeltà il giuramento che il vassallo presta al signore.»

In sostanza, a quell'epoca, il giuramento di fedeltà era ormai diventato strumento di gestione di relazioni economiche e politiche. L'elemento personale e clientelare (rappresentato dal giuramento di fedeltà) si aggiunge alla transazione economica di beni o all'alleanza politica. Per quest'ultimo caso è un esempio di altissimo livello, nel 1265, l'investitura di Carlo I d'Angiò da parte di papa Clemente IV per il Regno di Sicilia. La fedeltà di Carlo al Papa, espressione di un'alleanza politica, segue l'investitura del Regno, con cui Clemente affida a Carlo il compito di sconfiggere Manfredi di Hohenstaufen, figlio naturale di Federico II di Svevia. Carlo organizzerà la spedizione contro Manfredi, espressione della sua alleanza con Clemente, solo dopo essere stato investito del Regno. In questo contesto, il rapporto vassallatico aveva puramente funzione politica.

Declino delle istituzioni feudali

La frammentazione del potere centrale non significò la crisi del potere pubblico in quanto tale. Al contrario, i castellani erano in qualche modo rappresentanti della funzione pubblica ciascuno nei limiti del territorio controllato. I re capetingi Filippo I (1060-1108), e ancor più Luigi VI il Grosso (1108-1137), cercarono di riaffermare le prerogative del potere centrale: con l'asserito intento di difendere le chiese (secondo quanto prescriveva il giuramento dell'incoronazione), essi intervennero militarmente e giuridicamente contro i signori riottosi, anche appoggiandosi a un diritto feudale che, di fatto, fu formalizzato solo in quel periodo. Fu allora che il sovrano si pose davvero in cima alla "piramide feudale": Filippo Augusto (1180-1223) e Luigi IX il Santo (1226-1270) rappresentarono il tipo del "re feudale", dedito ad affermare il diritto elaborato dai giuristi di corte. Già nel Seicento si parlò di "monarchie feudali" in relazione all'uso delle istituzioni feudali da parte dei sovrani per rafforzare il loro potere. L'assolutismo monarchico fece in Francia un grosso passo avanti con Filippo IV il Bello (1285-1314), che riuscì a contenere il potere degli aristocratici, tanto laici quanto ecclesiastici. Fu in questo periodo che una nobiltà in declino si dedicò a coltivare valori probabilmente percepiti come già desueti, quelli magnificati dai romanzi cavallereschi e dagli ordini cavallereschi. Ulteriori passi in avanti del potere centrale a danno della nobiltà furono compiuti nell'arco della guerra dei cent'anni (1337-1453), in particolare con Carlo V (1364-1380), quando la Francia si dotò di un esercito permanente, e ancor più, successivamente, con Luigi XI (1461-1483).

Gli storici secenteschi presero a parlare di un "feudalesimo bastardo" a proposito delle istituzioni feudali del Trecento e del Quattrocento, in quanto in quell'epoca apparvero contratti scritti tra signori e loro dipendenti, ma anche forme di pagamento in denaro.

Istituzioni feudali sopravvissero in Inghilterra fino alla metà del Seicento: nel 1645 intervenne sulla materia il Lungo Parlamento e poi, dopo la Restaurazione, Carlo II, nel 1660.

Elementi fondamentali del rapporto vassallatico-beneficiario

Un funzionario e dei servi intenti a falciare il grano, ritratti nel Salterio della regina Maria (1310-1320 ca., British Museum)

Al livello teorico erano tre gli elementi fondamentali e caratterizzanti del sistema vassallatico-beneficiario:

L'elemento personale consisteva nella fedeltà personale del vassus ed era garantita da un rito, l'homagium ("omaggio"). L'etimologia ne testimonia la natura: la parola deriva infatti da homo. Durante la cerimonia dell'omaggio il vassus si dichiarava homo, quindi adulto, e fedele del suo signore. La relazione tra signore e dipendente era composta da reciproci doveri: al dipendente erano richiesti auxilium et consilium, cioè il servizio militare a cavallo, la partecipazione, su richiesta, all'attività giurisdizionale e l'offerta di consigli. Al signore toccavano sostentamento e protezione (mundium) del dipendente, ma spesso il signore si liberava da questa responsabilità garantendo al dipendente un pezzo di terra (il feudo). Anche il vassallo poteva, in rari casi, liberarsi dell'onere militare dietro il pagamento di una somma in denaro. Al vassallo toccava poi di fornire aiuto finanziario per pagare riscatti, nel caso il suo padrone fosse stato preso prigioniero, o per finanziare suoi viaggi in Terrasanta.

L'elemento reale era rappresentato dal feudo (l'honor o il beneficium), dato in concessione dal dominus o senior, letteralmente 'più anziano' (in francese, seigneur) al vassus (o anche iunior, 'più giovane'). Si trattava di una res, un bene materiale (terre o beni mobili), o di uffici remunerati a vario titolo. La terra infeudata era detta tenure in area francofona e Leihe in area germanofona.

L'elemento giuridico consisteva nell'acquisizione da parte del vassus di immunità. Inizialmente, queste consistevano nell'esenzione da controlli dei missi imperiali o da prelievo fiscale; successivamente, il privilegio coincise con la giurisdizione (intesa come concessione di esercitare il potere giudiziario) nella zona interessata, con i conseguenti proventi. La signoria feudale finì così per configurarsi come forma dell'organizzazione politica.

L'omaggio e l'investitura

Carlo Magno investe Rolando e gli consegna Durlindana

Il vassallaggio era un rapporto di tipo personale che si instaurava nel sistema vassallatico-beneficiario. Si trattava di una sorta di "contratto" privato tra due persone, il vassallo e il signore: il primo si dichiarava homo dell'altro, durante la cerimonia dell'homagium, ricevendo, in cambio della propria fedeltà e del servizio, protezione dal signore.

La cerimonia di omaggio formalizzava questo rapporto: il vassus si rimetteva al potere del senior ponendo le proprie mani giunte (immixtio manuum, 'commistione delle mani') in quelle del suo superiore (da qui il gesto di preghiera a mani giunte) e gli giurava fedeltà. Il vassus consegnava sé stesso al senior (traditio sui ipsius).

L'investitura era l'atto con cui era concesso il beneficio. La concessione del beneficio (tipicamente un terreno) era simboleggiato dalla consegna di un oggetto, ad esempio una zolla di terra o una manciata di paglia o anche una bandiera (quest'ultima sottintendeva l'ulteriore cessione di un diritto giurisdizionale) o uno scettro o, ancora, una spada o un anello; nel caso il beneficiario fosse un vescovo, l'oggetto poteva essere un pastorale o una croce.

Spesso il giuramento era fatto su reliquie o libri sacri e ad esso poteva seguire un bacio.

Il feudo

Il mese di marzo nelle Très Riches Heures du duc de Berry, libro d'ore del XV secolo

Il termine feudo deriva dal latino feudum, ricalcato sul proto-germanico fehu, che riprendeva la radice feh ('bestiame'), essendo infatti presso le popolazioni nomadi proprio il bestiame la maggior forma di ricchezza, con la quale si remuneravano i servigi. Gli storici sono infatti sostanzialmente concordi nell'indicare l'origine del feudo in quei beni materiali (bestiame, armi e oggetti preziosi) che i principi barbarici offrivano al proprio seguito, il comitatus. Quando i Germani divennero sedentari il termine iniziò a significare un "bene" generico, ovvero il suo "possesso" e, più in generale, la "ricchezza".

È importante sottolineare come all'inizio il terreno delle cui rendite beneficiavano i sottoposti fosse concesso solo a titolo di comodato: essi ne erano possessori, ma non godevano della piena proprietà. Per questo alla loro morte il possesso ritornava al signore e non si tramandava agli eredi. Analogamente non poteva essere fatto oggetto di transazione, né venduto né alienato in alcun modo. Ciò lo rendeva precario e presto il ceto feudale, già dalla seconda metà del IX secolo, si mosse per appropriarsi dei feudi in maniera completa e definitiva. Carlo il Calvo concedette nell'877 con il capitolare di Quierzy la possibilità di trasmettere i feudi maggiori in eredità, seppur provvisoriamente e in relazione ad un caso eccezionale e specifico, come la partenza del re per una spedizione militare. Soltanto dal 1037 ci fu la vera e propria ereditarietà, quando i feudatari ottennero l'irrevocabilità e trasmissibilità ereditaria dei beneficia, con la Constitutio de feudis dell'imperatore Corrado II il Salico.

Immunità e diritto di giurisdizione

L'elemento giuridico del sistema feudale consisteva innanzitutto nell'immunità, accompagnata, nel caso di feudi più grandi, dalla concessione del diritto di giurisdizione. L'immunità era il privilegio di non subire, entro i confini della signoria feudale, alcun controllo da parte dell'autorità pubblica. Il diritto di giurisdizione era invece la delega ad amministrare la giustizia pubblica ed a goderne i proventi nel caso di pene pecuniarie.

Struttura gerarchica

Molto spesso la storiografia tradizionale ha tramandato il mondo feudale come gerarchico, dominato da una rigida piramide sociale in cui i vertici godono della sudditanza assoluta dei sottoposti. Questa rigida separazione in gradini sociali sarebbe stata indicata dai giuramenti vassallatici che ogni vassallo doveva prestare al proprio signore e, di conseguenza, avrebbe comportato che sulla vetta ci fosse un concessore di benefici e che a lui facessero capo tutte le altre figure.

In particolare, come osserva Gino Luzzatto, il sistema è articolato per subconcessioni: il primo beneficato è detto "feudatario in capite" (in Lombardia, capitaneus o cattanus) e questi gira temporaneamente o a vita parte dei beni che ha ottenuto dal sovrano. È in questi termini che si forma la gerarchia feudale.

La tradizionale piramide modello del sistema è la seguente:

il sovrano, quasi sempre un re o un nobile di alto rango, ma anche un'alta carica religiosa;

i vassalli, grandi feudatari nobili di alto rango;

i valvassori, vassalli dei vassalli, feudatari nobili di medio rango;

i valvassini, vassalli dei valvassori, feudatari di basso rango;

i contadini liberi (artigiani, basso clero ecc.);

i contadini, servi della gleba.

Alla base della gerarchia feudale, al di sopra dei contadini liberi e di quei servi, c'erano i milites e i caballari dotati di scarse risorse ma aventi il diritto e le capacità economiche di possedere un cavallo e un'armatura e di partecipare alla vita delle corti.

Nei fatti, il sistema era più elastico e ogni livello era regolato dal medesimo rapporto di vassallaggio: poteva teoricamente avere un vassallo chiunque potesse permetterselo, dai sovrani, ai grandi signori, ai membri della piccola nobiltà fino anche ai modesti proprietari terrieri. Si poteva inoltre essere alternativamente dominus o vassus per benefici diversi.

Una piramide vera e propria si ebbe formalizzata solo dopo il XIII secolo, come si legge nei Libri feudorum, redatti per regolare l'assetto giuridico del Regno di Gerusalemme, conquistato dopo la Prima crociata.

Gli ottoni e la rinascita imperiale

La Francia orientalis era l'insieme dei territori dell'Impero carolingio che si trovavano oltre il Reno, fino all'Oder, secondo la spartizione dell'843. La "Francia" era intesa all'epoca come terra dei Franchi, popolazione germanica molto ampia che aveva fatto la sua comparsa già durante le invasioni barbariche del III secolo. I Franchi erano cristiani dalla fine del V o l'inizio del VI secolo, mentre la zona dell'odierna Germania fu cristianizzata in maniera efficace solo con le missioni dei monaci irlandesi tra VI e VII secolo.

Le differenze tra Franchi Orientali ed Occidentali si erano acuite in seguito alla spartizione tra i discendenti dell'imperatore carolingio Ludovico il Pio: nel IX secolo ci sono già le prime tracce scritte di un'antica lingua francese (più latinizzata grazie al contatto diretto con la popolazione gallo-romana) e tedesca (letteralmente parlata dal theod, il popolo secondo l'antico dialetto germanico). Nell'area oltre il Reno il substrato latino era molto più tenue e concentrato solo nelle città già lungo il limes romano dell'area del Reno e del Danubio.

Esisteva quindi un'aristocrazia franca che governava formalmente questo amplissimo territorio, scendendo a patti con i capi delle tribù locali, che formalmente avevano accettato la sottomissione ai Carolingi, pur senza rinunciare ad alcune antiche prerogative di libertà e ai costumi tradizionalmente propri. In questo contesto si diffuse, entro l'XI secolo, il sistema vassallatico-beneficiario, detto anche feudalesimo.

Gradualmente il regno dei Franchi Orientali si andò delimitando come una confederazione di quattro popoli, ciascuno comandato da un dux (il latino era ancora la lingua ufficiale del governo e del principale alleato dei Franchi, la Chiesa romana): i Franconi, vicino al Reno, gli Svevo-Alamanni, a sud-ovest (attuale Svizzera), i Bavari a sud-est ed i Sassoni a nord-est.

Ascesa della dinastia sassone

Discendenza di Liudolfo di Sassonia dalla Chronica sancti Pantaleonis.

La corona di Germania, una delle tre nate dalla disgregazione dell'impero carolingio (le altre erano quelle di Francia e d'Italia) veniva quindi assegnata a uno dei quattro duchi, scelto in maniera elettiva: questa sorta di federalismo è una delle caratteristiche tutt'oggi più tipiche della nazione tedesca. Il re solitamente aveva un ruolo esclusivamente formale, godendo di ben poca autorità effettiva sull'intero territorio che rappresentava, se non sui suoi domini personali.

La situazione all'inizio del X secolo si presentava particolarmente grave, per la polverizzazione del potere a fronte delle pericolose minacce esterne causate dalle frequenti invasioni degli Ungari. Quando venne eletto al trono il nipote di Liudolfo di Sassonia, capostipite della dinastia sassone e discendente della dinastia degli Ecbertini, il duca Enrico detto l'Uccellatore (919-936) egli seppe dare una risposta forte a questi problemi iniziando una riforma amministrativa e militare del regno, facendo edificare una serie di fortezze che facessero da centri difensivi, amministrativi, politici ed economici (un po' come erano state le abbazie al tempo di Carlo Magno). Nel 935 egli ottenne una significativa vittoria contro gli Ungari, assoggettando anche le popolazioni slave tra Elba e Oder.

Ottone I

Ottone I sottomette il re degli Italici Berengario II, Manuscriptum Mediolanense (1200 circa)

Grazie ai suoi successi, i duchi tedeschi decisero di eleggere dopo di lui suo figlio Ottone il Grande, che continuò l'opera paterna battendo definitivamente gli Ungari sul fiume Lech nel 955: gli sconfitti furono convertiti al cristianesimo e vennero fatti insediare sul medio corso del Danubio, dando origine a un regno che da essi prese il nome di Ungheria.

Dopo essere intervenuto anche in Italia, nel 962 Ottone si fece incoronare imperatore, un titolo ormai desueto che egli seppe però rinvigorire in maniera eccellente. Ottone affidò le circoscrizioni comitali di Germania a membri dell'alto clero tedesco, scegliendo come vescovi uomini a lui fedeli, cercando così di frenare la "privatizzazione" di tali cariche, sottraendole alle mire dell'aristocrazia che cercava di renderle ereditarie. I vescovi avevano così una doppia funzione, laica ed ecclesiastica, e venivano generalmente scelti tra le persone più colte ed energiche del tempo, con una certa riqualificazione del clero sottratto alle pluridecennali influenze delle bellicose aristocrazie locali. Il fatto di affidare l'amministrazione delle contee ai vescovi si rivelò strategico anche per un altro motivo: questi esponenti non avevano eredi legittimi e alla loro morte l'ufficio pubblico rientrava nelle potestà del sovrano, rendendo il regno maggiormente coeso e frenandone la disgregazione.

La politica di Ottone si assestò quindi su tre direttrici principali:

Organizzazione della trasmissione del potere centrale in maniera dinastica (ereditaria) piuttosto che elettiva, per frenare le lotte tra i duchi derivanti dalle elezioni, senza però calcare la mano sui ducati etnici, ai quali venne lasciata un'equilibrata dose di autonomia.

Arginamento della disgregazione feudale con l'investitura di ecclesiastici e il controllo della Chiesa (il controllo era una misura contro l'arbitrio delle aristocrazie locali e solo successivamente divenne fonte di conflitto tra clero e imperatori). Promulgo il ‘Privilegium Othonis’, un documento in cui l’imperatore venne a proclamarsi come garante dell’indipendenza papale oltre che naturalmente dell’elezione degli stessi papi, i quali avrebbero avuto d’ora in avanti una sorta di approvazione imperiale.

Dialogo con l'Impero bizantino e spinta all'emulazione per contrastarne l'egemonia in Italia.

La via diplomatica fu così preferita alle campagne militari, dimostratesi fallimentari; in nome della ragion di Stato il figlio di Ottone, Ottone II, sposò la principessa bizantina Teofano; ciò tuttavia non bastò né a far sì che il basileus riconoscesse l'imperatore tedesco come suo pari, né a trasferire il dominio sull'Italia.

Ottone II

Ottone II di Sassonia

Dopo la morte del padre, avvenuta nel (973), Ottone II dovette subito fronteggiare una ribellione nel regno dei Franchi Orientali. Poco dopo anche la situazione a Roma, vessata dalla nobiltà locale, diventò preoccupante e il re decise di scendere in Italia anche per compiere una spedizione contro i musulmani di Sicilia, ma venne sconfitto duramente nel 982 in Calabria e morí l'anno successivo.

Ottone III

Ottone III è unto imperatore da papa Gregorio V, disegno a penna colorata della bottega di Diebold Lauber, 1450 circa.

Alla morte di Ottone II, il figlioletto Ottone III aveva appena tre anni, per cui l'Impero venne tenuto in reggenza da Teofano. Sembrava ormai che il titolo di sovrano fosse tornato ad essere un accessorio puramente formale, quando Ottone III, ormai cresciuto e imbevutosi di cultura imperiale bizantina e di ideali ascetici, grazie all'insegnamento di san Nilo di Rossano, seppe riportare le cose alla normalità, con l'appoggio di alcuni arcivescovi tedeschi. Nel 996 scese in Italia e si fece incoronare imperatore.

Se i suoi predecessori avevano avuto come modello l'Impero di Carlo Magno, Ottone III dovette sicuramente essere attratto dai fasti della Roma imperiale di Costantino, scegliendo Roma come capitale nella quale insediarsi e dalla quale governare il regno secondo l'ideale della Renovatio Imperii. La sua prematura morte rende impossibile stabilire cosa intendesse per ripristino ed è difficile comprendere quale fosse il suo progetto e quale sarebbe stato lo sviluppo delle sue azioni future.

Enrico II

Enrico II il Santo tra due Vescovi

Figlio di Enrico II di Baviera, alla cui morte, nel 995, divenne duca di Baviera con il nome di Enrico IV di Baviera. Fu anche duca di Carinzia come Enrico III.

Nel 23 gennaio 1002 morì il cugino di secondo grado di Enrico IV di Baviera, Ottone III. Non era prassi all'epoca che vi fossero diritti al trono per gli appartenenti alle linee collaterali della famiglia regia, quindi la successione non fu immediata. La via per la sua successione venne aperta quando Ottone di Worms, nipote di Ottone I, rifiutò la corona; Enrico II trovò sostegno per la sua successione in Sassonia, desiderosa di vedere un uomo della propria stirpe continuare a sedere sul trono; egli inoltre era sostenuto da Sofia e Adelaide, sorelle del defunto Ottone III.

Poiché il suo matrimonio con Cunegonda di Lussemburgo non diede figli, la dinastia ottoniana si estinse con la morte di Enrico II il 13 luglio 1024. La sua morte fu accompagnata in Italia da sommosse del popolo e dall'incendio del Palazzo Imperiale di Pavia, mentre in Germania da un'irreale assenza di conflitti intestini tra i principi, segno di una politica interna che alla lunga aveva dato i suoi frutti. Se organizzò un'assemblea elettiva (da Enrico nel 1002 ostacolata) in cui gli succedette Corrado II il Salico, iniziatore della dinastia di Franconia (ma legato a lui da rapporti di parentela: Corrado era figlio di Enrico di Spira, figlio a sua volta di Ottone di Worms, figlio di Corrado il Rosso e di Liutgarda, figlia a sua volta di Ottone I e quindi, oltre che bisnonna di Corrado II, cugina di Enrico II). La sua tomba, in cui giace assieme alla moglie Cunegonda, capolavoro marmoreo di Tilman Riemenschneider, è custodita nel duomo di Bamberga.

Enrico II venne canonizzato nel 1146 da papa Eugenio III quale Imperatore devoto, non a caso in un periodo di grande incertezza del potere imperiale e papale, con la città di Roma elevata a Libero Comune e le predicazioni pauperiste di Arnaldo da Brescia che scuotevano gli animi. La sua Memoria si celebra il 13 luglio.

Il Basso Medioevo

L'attesa dell'anno Mille

Foglio dell'Apocalisse di San Severo, manoscritto francese dell'XI secolo (Parigi, Biblioteca nazionale di Francia, MS lat. 8878, 148v)

«Nell'approssimarsi al terzo anno successivo all'anno mille [...] si sarebbe detto che il mondo stesso si scuotesse per gettar le spoglie della vecchiaia, che rivestisse dappertutto un bianco manto di chiese.» (Rodolfo il Glabro, monaco di Saint-Bénigne a Digione, a proposito dell'arrivo del nuovo millennio.)

La storiografia ottocentesca di matrice romantica enfatizzò la connessione tra l'attesa della "fine dei tempi" e la sorta di rinascita registrata nel continente europeo dopo l'XI secolo: l'anno Mille veniva usato come spartiacque tra la cosiddetta "età oscura", barbarica, oscurantista e superstiziosa (quella biasimata dagli umanisti e illuministi) e l'epoca splendida delle cattedrali, delle università, della cavalleria e dell'amor cortese (cara ai romantici). Secondo quella visione - oggi definitivamente abbandonata dagli storici, sebbene se ne trovino ancora tracce nella manualistica scolastica - gli europei si sarebbero stretti tremanti attorno a chiese e monasteri alla vigilia dell'inizio del nuovo millennio, per poi tornare alle proprie case ricolmi di nuova energia e di gioia di vivere quando si accorsero che niente era accaduto.

In verità il processo di "rinascita", intesa come ripresa demografica, tecnologica ed economica, fu un fenomeno di lungo periodo, che iniziò nell'VIII secolo e che ebbe il culmine nel XIII secolo, causata molto probabilmente innanzitutto da un miglioramento climatico. Per varie ragioni non è credibile una paura da nuovo millennio, sebbene non mancassero in quell'epoca predicatori e mistici che punteggiassero la società di paure della Fine dei Tempi rifacendosi a testi profetici e sibillini del IV-VI secolo o a movimenti come il chiliasmo ebraico.

Si consideri, innanzitutto, che la datazione del Millennio dalla nascita di Cristo (secondo il calendario del siriano Dionigi il Piccolo che fissò la data di nascita di Cristo il 25 dicembre del 753 ab Urbe condita) si era affermata in alcune zone europee solo tra l'VIII e il IX secolo; ne erano rimaste escluse altre come la Penisola iberica (che adottò il nuovo calendario solo nel tardo Medioevo) o le zone di influenza bizantina come la Sardegna (dove il nome 'Capidanni - Caput anni è ancora dato al mese di Settembre), compresa Venezia e tutta l'Italia del Sud, la Russia e l'Europa orientale, dove si contavano gli anni secondo il principio del mondo, calcolato seguendo le età convenzionali dei patriarchi biblici al 5008.

Inoltre la data di inizio-anno variava da regione a regione: il primo gennaio (secondo lo stile romano delle calende di gennaio) si affermò infatti solo in età moderna, salvo poche eccezioni.

In area bizantina l'anno iniziava il 1º settembre.

A Venezia il 1º marzo.

A Roma e in Germania si seguiva lo "stile della Natività" cioè il 25 dicembre.

In molte zone italiane, come a Pisa, si usava il 25 marzo, secondo lo "stile dell'Incarnazione" (concepimento di Cristo).

In Francia l'anno iniziava il giorno di Pasqua.

L'Europa tra XI e XII secolo

Gran Bretagna

Pagina del Domesday Book

I successori di Alfredo il Grande si prodigarono per arrestare i danesi, ma re Etelredo II era stato addirittura scacciato dal suo regno dal re danese Sven Barbaforcuta, riparando nel paese di sua moglie, la Normandia. Solo con la morte di Sven (1014), il re poté tornare in patria, ma il nuovo re danese Canuto il Grande (Knut) si rivelò un avversario ancora più temibile, tanto che Etelredo accettò di pagare un tributo, il danegeld, in cambio di una tregua. La pausa giovò solo al re danese, che la sfruttò per assoldare mercenari con i quali mosse l'attacco definitivo nel 1015. Con la vittoria Canuto "il Grande" era arrivato a possedere un regno immenso, che comprendeva le corone d'Inghilterra, Danimarca e Norvegia, oltre alla signoria sulle terre slave tra Oder e Vistola.

A questo punto Knut iniziò una politica più prudente, vista la difficile gestione di un territorio tanto vasto, ottenendo l'omaggio vassallatico dai re di Scozia e Irlanda e sposando la vedova di Etelredo II, la normanna Emma. Canuto favorì l'integrazione tra inglesi e danesi, anche se riservò i posti di comando all'aristocrazia scandinava, e mantenne buoni rapporti con la Chiesa inglese. Alla sua morte (1035) si scatenarono lotte tra i suoi discendenti. Si fece vivo anche l'ultimo erede di Etelredo II, Edoardo il Confessore, esiliato in Normandia, che tornò in patria nel 1042, ma venne in seguito sconfitto e fatto ostaggio dei danesi fino alla morte. Nel 1066 Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, sbarcava in Inghilterra sbaragliando con la battaglia di Hastings (14 ottobre) la resistenza anglosassone e venendo incoronato re d'Inghilterra il 25 dicembre di quell'anno. Egli confiscò una parte dei beni dell'aristocrazia locale per darla ai suoi seguaci e organizzò il territorio in feudi piccoli, affinché non gli creassero problemi come in terra francese. Organizzò le circoscrizioni locali (shires) con funzionari regi (sheriffs) e creò un catasto, il Domesday Book, con il quale censì tutte le strutture fondiarie del regno.

I suoi successori non seppero mantenere l'equilibrio creato e alla fine di alcune lotte emerse una nuova dinastia, quella dei Plantageneti, guidata dal conte d'Angiò Enrico II. Egli fu impegnato nelle lotte con il re di Francia (possedeva infatti sia la Normandia sia l'Aquitania) e creò una rete di rapporti diplomatici con le altre monarchie europee che lo sostennero nelle sue imprese. Ebbe però come avversari interni i baroni e il clero, che disapprovavano la sua politica accentratrice: san Tommaso Becket cercò di far valere i diritti della Chiesa, ma venne assassinato, su richiesta forse dello stesso re, scatenando una guerra civile fomentata dai figli stessi del re. Alla fine Enrico ebbe comunque la meglio, riuscendo addirittura a istituire una corte di giustizia permanente. L'equilibrio che ne nacque fu la necessaria premessa per l'affermazione del carattere "corale" della monarchia inglese, che divenne in seguito la prima monarchia costituzionale europea.

Francia

Nel 1066 Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia e quindi vassallo del re di Francia, era nel frattempo diventato re d'Inghilterra, creando la situazione paradossale di essere vassallo e parigrado del re rispettivamente al di qua e al di là della Manica. Papa Alessandro II legittimò la conquista di Guglielmo, però questa legittimazione sottintendeva la concessione in feudo al re e ai suoi eredi da parte del pontefice.

La situazione divenne ancora più complicata quando nel 1154 Inghilterra e Normandia passarono a Enrico II dei Plantageneti, conti d'Angiò: con il matrimonio con la duchessa d'Aquitania Eleonora, personaggio di straordinaria personalità e cultura, divorziata da Luigi VII di Francia, entrava nella sfera inglese anche l'Aquitania, per la quale scaturirono una serie di guerre che tra battute di arresto e riprese si conclusero solo nel XV secolo e che furono alla base della rivalità secolare tra Francia e Inghilterra. Nonostante le difficoltà (alle quali va aggiunta la sconfitta durante la seconda crociata), Luigi VII ebbe il merito di riuscire a riorganizzare la burocrazia regia, con una rete di prevosti e balivi, che riscuotevano le imposte e amministravano la giustizia. Inoltre il re, per indebolire la grande aristocrazia feudale, si avvicinò alla piccola aristocrazia e ai nascenti ceti medi delle città, in cerca di protezione contro i soprusi e di una maggiore libertà che favorisse i commerci.

In Francia del Nord alcune città ebbero un'autonomia che si evolvette sul modello delle Fiandre (Le Mans, Cambrai, Beauvais). I governatori della città (gli "scabini") non provenivano però dai cittadini ma dalla cerchia del signore feudale. Peculiare di quelle zone fu la coniuratio, un'associazione giurata riconosciuta dalle autorità con un diploma (la charte de commune), che veniva concessa alle città più importanti, mentre le altre usufruivano della "carta di franchigia", con la quale ottenevano alcune esenzioni per i commerci. La Francia del Sud invece, sebbene conoscesse inizialmente una situazione urbana simile a quella italiana, venne maggiormente controllata dalla monarchia, che limitò lo sviluppo delle villes de consulat (città consolari). Il Sud Italia invece vide l'annullamento delle spinte autonomistiche (nonostante il precoce sviluppo di alcune città costiere a partire dal X secolo) a causa della nascita dell'unitario regno normanno nel XII secolo.

Germania

Corrado III da una miniatura del XIII secolo

L'aristocrazia tedesca diffidava dei centri urbani, per questo vi si svilupparono più che altrove i ceti imprenditoriali e mercantili, con le stratificazioni della società (maiores, mediocres e minores) e la nascita delle gilde commerciali, le corporazioni di arti e mestieri. Nelle città venivano strappate al sovrano concessioni sulla politica locale talvolta tramite salati pagamenti, talvolta tramite vere e proprie spedizioni. In Germania più che altrove, si assistette alla compresenza contemporanea di più forme di governo e di autonomia, dalle città vescovile, a quelle rette da prìncipi, ai centri urbani più indipendenti, posti direttamente sotto l'autorità regia.

Con Enrico V si era estinta nel Sacro Romano Impero la dinastia salica. Dopo una serie di lotte tra le fazioni favorevoli ai duchi di Baviera, detta dei guelfi (da un Welf capostipite della dinastia bavarese), e favorevoli ai duchi di Svevia detta "ghibellina" da Waiblingen, si arrivò a un candidato di compromesso, Federico, duca di Svevia, poi noto in Italia come il "Barbarossa", che era imparentato a entrambe le fazioni.

Federico iniziò una politica conciliante, rinsaldando il potere in Germania, per poi scendere in Italia nel 1154 per essere incoronato e poi iniziare a imporre la propria volontà ai comuni italiani. Durante la dieta di Roncaglia (1158) emise la constitutio de regalibus, dove stabiliva quali erano i diritti del Re d'Italia (titolo che faceva parte della sua corona) che i comuni avevano usurpato, grazie ai fondamenti giuridici offerti dalla recente ma già importante scuola giuridica dell'Università di Bologna. Questa politica procurò a Federico l'inimicizia dei comuni dell'Italia settentrionale, capeggiati da Milano. Dopo la distruzione di Milano del 1162, iniziarono le prime ribellioni: la lega Veronese del 1163 diventata poi Lega Lombarda, appoggiata anche da Venezia, nel 1167. Poiché l'equilibrio in Germania si stava incrinando, quando il Barbarossa scese riportò una sonora sconfitta nella battaglia di Legnano del 1176.

In quel momento l'Imperatore sembrava avere nemici su tutti i fronti (i Comuni, il papa, alcuni principi tedeschi, l'Imperatore bizantino e il normanno re di Sicilia), per questo egli capì di doversi dedicare intanto a rompere il fronte troppo compatto degli avversari. Si accordò allora col papa a Venezia (1177), ponendo fine allo scisma. I Comuni, privati dell'appoggio pontificio, cercarono una tregua, che poi divenne la pace di Costanza del 1183. In seguito Federico si accordò col re di Sicilia combinando il matrimonio tra suo figlio Enrico e la figlia di re Ruggero, Costanza d'Altavilla, celebrato nel 1186. Sistemata anche la situazione in Germania, il passo successivo del Barbarossa sarebbe stato a rigor di logica diretto a Bisanzio, e infatti partì nella terza crociata, ma morì per cause pare naturali in Anatolia durante la marcia verso Gerusalemme.

Federico II ritratto con un falco (dal De arte venandi cum avibus)

Suo figlio Enrico VI aveva ottenuto alla nascita anche la corona di Sicilia. Fu fin da allora chiaro come Enrico stesse cercando di trasformare la corona imperiale in un titolo ereditario per la dinastia sveva, sollevando le proteste dei nobili tedeschi, dei comuni e del papa. Alla prematura morte di Enrico VI, il figlio Federico, a soli quattro anni, fu proclamato re di Sicilia (1198) sotto la reggenza della madre, Costanza d'Altavilla. Appoggiato dal papa, che per arginare l'eccessiva potenza del regno di Germania si era fatto promettere che egli non avrebbe mai riunito le corone di Germania e di Sicilia, nel 1212 Federico fu eletto re di Germania e, nel 1220, fu consacrato imperatore da papa Onorio III, dopo aver promesso di tenere fede agli impegni assunti con il suo predecessore.

Avendo poi disatteso le promesse di partecipazione alle crociate, fu scomunicato dal nuovo papa Gregorio IX, ma nel 1228 guidò una spedizione in Terra santa e con un accordo diplomatico ottenne la restituzione di Gerusalemme (quinta crociata). Nuovamente scomunicato (1239) e poi deposto (1245) da papa Innocenzo IV, fu duramente sconfitto dai comuni nella battaglia di Parma del 1248 e nella battaglia di Fossalta del 1249. Morì dopo aver designato come erede il figlio Corrado IV di Svevia re dei Romani.

Manfredi (1232-1266), principe di Taranto, figlio naturale di Federico II, alla morte del padre (1250) divenne reggente sul trono di Sicilia per il fratellastro Corrado IV, che si trovava in Germania. Nel 1257 sconfisse l'esercito del papa e il 10 agosto 1258, dopo aver diffuso la falsa notizia che Corradino era morto, fu incoronato a Palermo re di Sicilia (1258-1266). Dopo essere stato scomunicato da papa Alessandro una seconda volta, si schierò in Toscana con i ghibellini e prese parte alla battaglia di Montaperti (1260) che si concluse con una grave sconfitta per i guelfi. La scomunica gli fu rinnovata dal nuovo papa, Urbano IV, il quale si appellò al conte Carlo I d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, e forte del suo sostegno bandì una crociata contro Manfredi. Il conte scese in Italia e nella battaglia di Benevento (1266) Manfredi fu sconfitto e ucciso.

Fiandre

Bruges

Nelle Fiandre alla classe artigiana delle gilde e all'autorità signorile (laica o ecclesiastica) ebbero importanza anche le Hanse, letteralmente le "carovane" di mercanti, con la creazione di una sorta di dicotomia: ancora oggi nelle città è spesso presente una città "alta", fortificata e dedicata alla classe dirigente, e una città "bassa", dedicata alle attività commerciali. La formalizzazione dell'autorità nelle città si ebbe a partire dal decennio del 1070.

Spagna

Il dominio almoravide alla massima estensione (in verde)

I regni delle Asturie e di Navarra nel X secolo erano riusciti a riorganizzarsi e a coordinare le proprie forze verso un attacco per riprendere il terreno dai musulmani che passò alla storia col nome di Reconquista e che terminò solo nel 1492. Anche gli arabo-berberi lottarono duramente per mantenere il controllo nella penisola iberica. Nel 996-997 il gran visir Ibn Abī ʿĀmir al-Manṣūr (detto dalla storiografia europea Almanzor) ordinò una spedizione dimostrativa che saccheggiò devastò la città meta di pellegrinaggi di Santiago di Compostela, sebbene non profanasse le reliquie dell'apostolo Giacomo.

La sortita, che doveva avere un effetto simbolico e intimidatorio, ebbe (ma solo dopo la sua morte) effetti del tutto opposti: la Cristianità, visibilmente minacciata in uno dei suoi luoghi-simbolo più sacri, secondo una devozione che tramite l'abbazia di Cluny si era ormai già radicata in tutta Europa, rispose con sempre maggior entusiasmo per vendicare l'affronto. Da allora pellegrinaggio e Reconquista furono le due facce di una stessa medaglia.

Ad agevolare questo impegno, spesso fallito in passato, intervenne la scomparsa di Almanzor e una profonda crisi dinastica degli Omayyadi di Cordova. La compagine musulmana si sfaldò con insospettabile rapidità, perdendo unitarietà e quindi incisività, dilaniata dai conflitti tra famiglie arabe e famiglie berbere. Nel 1064 fu conquistata Coimbra, dopo un pellegrinaggio di Ferdinando I al santuario di Santiago di Compostela, che in quel periodo guadagnò la fama di Santiago Matamoros (Santiago Ammazza Saraceni), grazie all'apparizione di san Giacomo durante la battaglia di Clavijo, secondo tradizione.

L'intervento di papa Alessandro II scongiurò una crisi dovuta alla morte di re Ramiro I, permettendo la conquista nel 1064 della piazzaforte di Barbastro, vicino a Saragozza, grazie all'intervento di numerosi cavalieri francesi: sul piano del diritto ecclesiastico, grazie alla richiesta di intervento tramite bolla papale, questo avvenimento è ritenuto il modello per la prima crociata. Ferdinando di Castiglia arrivò a farsi pagare un tributo dai re mori vicini e compì un'eroica cavalcata fino a Valencia; spirò nel 1065 venendo sepolto nella nuova cattedrale da lui fondata per accogliere le reliquie di sant'Isidoro di Siviglia, ottenute dai musulmani.

Alfonso VI di León, con l'aiuto del leggendario El Cid (che aveva peraltro combattuto valorosamente e lealmente agli ordini del signore musulmano di Saragozza), conquistò Toledo nel 1085, una delle più splendide e colte dell'epoca, nonché capitale morale della Cristianità spagnola, con l'appoggio di alcuni dissidenti tra i musulmani, tra i quali al-Qādir malik di Badajoz al quale fu promessa Valencia. L'assassinio dell'alleato fece ribellare il Cid, che assediò Valencia conquistandola nel 1094 e, riconciliatosi con Alfonso VI, insediandovisi come signore fino alla morte (1099).

Statua di El Cid in un parco a San Diego, California

Il ceto dirigente di Cordova era preoccupato dall'avanzata cristiana e decise di rivolgersi alla più forte potenza nell'Islam occidentale, la dinastia rigorista degli Almoravidi, capeggiata da Yūsuf ibn Tāshfīn. Essi si erano formati sulle rive del Senegal e del Niger, nei conventi-fortezza detti ribāṭ, e si erano impadroniti del Marocco e dell'Algeria. Giunti in Spagna si scontrarono con i Castigliani a Zallāqa (oggi Sagrajas) il 23 ottobre 1086, dove imposero ai cristiani una delle più gravi sconfitte mai subite, con il re Alfonso che si salvò a stento con pochi altri cavalieri.

Gli Almoravidi imposero la loro egemonia su tutti i signori locali musulmani (i reyes de taifas, talora con la forza, imponendo un dominio rigorista, che però portò a un periodo di prosperità e serenità, con una leggera pressione fiscale tanto sui musulmani quanto sugli ebrei e cristiani (i dhimmi). Il loro dominio si estendeva dall'Africa nord-occidentale alla Spagna, con prospere città quali Marrakech, Fez, Tlemcen, Sigilmassa e Almería. Coniarono monete d'oro (i marabottini) apprezzate e ricercate in tutto il Mediterraneo. Straordinario fu lo sviluppo del dibattito teologico e filosofico, con le madrase e la biblioteca di Cordova attive più che mai.

La riscossa militare dei cristiani e la nuova corrente degli "Unitari" (al-Muwaḥḥidūn ), nata in Nordafrica, segnarono la fine degli Almoravidi. Nel 1147 gli Almohadi (rigoristi seguaci dell'autoproclamato mahdi Ibn Tumart) conquistarono Marrakech, mentre i cristiani, sfruttando la crisi, presero poco dopo Almería e Lisbona. Gli Almohadi cacciarono i Normanni dalla costa africana e in seguito, chiamati dall'emiro di Valencia e di Murcia, sbarcarono in al-Andalus nel 1162, occupando Siviglia, che venne scelta come capitale.

Il nuovo califfo almohade Abu Yusuf Ya'qub al-Mansur lanciò una controffensiva verso nord, sconfiggendo nella battaglia di Alarcos re Alfonso VIII di Castiglia (10 luglio 1195) Gli Almohadi furono molto più duri dei loro predecessori Almoravidi, costringendo all'esilio grandi pensatori del tempo come Maimonide e Averroè (il primo trovò rifugio nella tollerante corte cairota del Saladino). Alarcos aveva preceduto di poco il trionfale ingresso del Saladino a Gerusalemme (1187), per cui in quel periodo sembrò che l'Islam stesse trionfando stringendo in una morsa la Cristianità, spingendo papa Innocenzo III a indire una grande nuova crociata (1198), anche se le due vittorie erano episodi completamente indipendenti, costituendo per vari aspetti solo una coincidenza.

Il mondo islamico si estendeva ormai dalla Spagna all'India settentrionale e, sebbene fosse percepito dagli europei come un unico blocco compatto e ostile, esso era differenziato in molteplici realtà, talora con poche affinità politiche, anzi spesso in lotta l'una contro l'altra. I califfati esistenti all'epoca erano tre:

il califfato sunnita abbaside di Baghdad, che era il principale, dato che estendeva il suo potere, almeno in teoria, dalla Siria settentrionale all'Asia centrale; in pratica le varie dinastie regionali, sottomesse formalmente al califfo, amministravano il potere con piena autonomia in ampie zone del territorio. Sopra il califfo, già dall'XI secolo ridotto a pura veste simbolica, regnava il Sultano selgiuchide, che lo controllava e ne dirigeva le mosse;

il califfato omayyade sunnita di Cordova che dominava la Spagna e in una parte del Maghreb, ed era destinato a una breve, seppur splendida, vita;

l'Imamato ismailita de Il Cairo, retto dalla dinastia fatimide, nel quale ben maggior potere dell'Imam/Califfo stesso avevano i suoi visir (wāsiṭa).

Italia settentrionale

Torri medievali a San Gimignano, sorte in epoca comunale

Nel 1002 i principali esponenti della grande aristocrazia del Regno d'Italia, riuniti a Pavia, decisero di assegnare la corona d'Italia ad uno di loro, stanchi del vuoto di potere causato dalla mancata autorità del sovrano tedesco e scontenti della sua alleanza con la gerarchia ecclesiastica che li escludeva. Venne scelto Arduino d'Ivrea, ma egli incontrò dure resistenze soprattutto tra i vescovi della Pianura Padana. Sconfitto, fu costretto a ritirarsi nel monastero di Fruttuaria, dove morì nel 1014. Anche il Regno d'Italia finì poi definitivamente sotto il controllo di quello tedesco dal 1032. Il Regnum Italiae cessò di fatto di esistere con l'avvento delle autonomie comunali.

Nacquero delle oligarchie che tenevano in mano il governo cittadino, in una sorta di autogoverno che si diffuse su larga scala in Europa occidentale e centrale tra i secoli XI e XIV, con il maggiore sviluppo a livello civile e di autocoscienza politica nell'Italia centro-settentrionale (soprattutto Pianura Padana, Veneto occidentale, Umbria, Marche e Toscana). Le aree italiane, pur diventando di fatto indipendenti, rimasero a lungo "di fatto" assoggettate al Sacro Romano Impero, e mentre nel resto d'Europa le autonomie di stampo comunali venivano inquadrate ormai nelle varie monarchie assolute, solo in Italia (sebbene in un periodo prossimo al tramonto in favore dell'evoluzione verso le signorie principesche) esse presero una piena coscienza di autonomia. Ne sono un tipico esempio gli scritti del fiorentino Coluccio Salutati che rivendicava per la Repubblica di Firenze la dignità di Stato superiorem non reconoscens, rinunciando alla tutela dell'Impero in cambio della propria libertas. Il comune ebbe una periodizzazione molto varia da zona a zona. Sebbene si identifichi un "periodo comunale" tra XI e XIV secolo, si deve considerare che contemporaneamente ai comuni propriamente detti coesistevano ancora istituzioni feudali di grande rilievo. Inoltre il comune non fu esclusivamente un fenomeno cittadino: non mancarono esempi anche di "comuni rurali".

Castell'Arquato

Nel corso dell'XI secolo, durante la lotta per le investiture, la classe vescovile si vide messa in dubbio, con il graduale emergere di quei ceti di laici che l'avevano fino ad allora affiancata nel governo cittadino: aristocratici inurbati dal contado, detentori anche del potere militare, e una "proto-borghesia", composta dagli addetti alle professioni più qualificate (i ceti intellettuali come notai, giudici, medici) e redditizie (mercanti, cambiavalute, artigiani e, nelle città portuali, armatori). Le città godettero di un maggior sviluppo tra i secoli XI e XII, contemporaneamente allo svilupparsi di un sistema di governo cittadino proprio. Nacquero così una serie di magistrature collegiali dove si riunivano i ceti più importanti della città, variamente riconosciute o dai vescovi o dall'autorità regia o, nello Stato Pontificio, dal papa. Queste magistrature avevano in deroga alcuni poteri locali. Espressione tipica dell'autogoverno dell'epoca furono i consules, scelti tra le famiglie più ricche e potenti.

La nascita vera e propria di un Comune varia da città a città e spesso, a causa della documentazione assente o perduta, è ignota. Le città di Lucca e Pisa avevano consoli già nel 1085, mentre altre se ne dotarono entro i due decenni successivi; a Genova fu dal 1099, a Milano dal 1117.

I problemi fondamentali che occuparono i comuni dell'epoca erano essenzialmente due: l'indipendenza dai ceti feudali dei dintorni (tramite l'assoggettamento del contado e l'inglobamento degli stessi feudatari nella vita cittadina) e il riconoscimento formale da parte delle autorità pubbliche superiori, innanzitutto l'imperatore romano-germanico. Dall'assoggettamento dei contadi tramite una serie di conflitti con i vari castelli e borghi fortificati della zona, si sfociò abbastanza presto anche in conflitti tra città e città riguardo ad aree diventate di confine. I rapporti con l'impero vennero definiti soprattutto dopo le trentennali lotte contro l'imperatore Federico Barbarossa, che portarono infine alla pace di Costanza e al riconoscimento delle autorità comunali nel loro complesso come vassalli imperiali in ciascuna città; i consoli dovevano così giurare fedeltà al sovrano facendo rientrare i comuni, nati come eversione al sistema feudale, nella scala feudale stessa. A parte la formale concessione di autorità siglata nei solenni diplomi imperiali (profumatamente pagati nonostante riconoscessero un'autorità ormai di fatto indiscutibile), la sottomissione all'impero nel Tre-Quattrocento si concretizzava solo in periodici esborsi alla cancelleria imperiali per la promulgazione o conferma di vari privilegi, sollecitati dalle classi dirigenti comunali stesse.

I ceti che avevano in appannaggio le cariche consolari spesso non coincidevano con quelli che dominavano la vita cittadina dal punto di vista economici e culturale: non solo mancava l'espressione della volontà popolare, ma spesso nemmeno i ceti mercantili avevano accesso alla politica, saldamente tenuta dai ceti militari e aristocratici di origine feudale. Gradualmente ai consoli vennero ad affiancarsi nuove articolazioni, prime fra tutte le assemblee: dall'arengo di origine germanica (assemblea di tutti i liberi) nacquero, con nomi che possono variare da città a città, i parlamenti, i consigli maggiori e i più ristretti consigli minori. Tra i membri di questi due consigli venivano scelti i consoli.

Il regime consolare era quindi strettamente elitario: l'espressione libertas, che spesso campeggia nei motti comunali, non va intesa come sinonimo di libertà individuale nell'accezione moderna, ma sottintendeva la libertà cittadina rispetto a influenze esterne.

Interno del palazzo del Bargello di Firenze, edificato come palazzo del podestà

Il governo consolare stimolò le accese rivalità tra le famiglie aristocratiche cittadine, fomentate da inimicizie, rancori, ostilità e la mai dimenticata consuetudine, tipica dei popoli germanici, del diritto-dovere della vendetta. Per porre freno, per quanto possibile, a queste lotte interne a partire dalla seconda metà del XII secolo in quasi tutte le città comunali i consoli vennero sostituiti da un solo funzionario, il podestà, scelto di solito tra i forestieri per essere al di sopra delle fazioni cittadine.

Il regime podestarile non bastò comunque a risolvere problemi interni, aggravati anche da una tendenza all'incremento degli scontri con le città rivali, dovuto al completo assoggettamento dei territori liberi attorno alle città stesse e all'inizio dei conflitti per la conquista i territori di altre città per interessi mercantili e politici, legati alla supremazia regionale. Alcune rivalità tra città sono rimaste proverbiali e tutt'oggi vive nel campanilismo cittadino: Firenze contro Pisa, Firenze contro Siena, Bologna contro Modena, Padova contro Verona, ecc.

Rilievo sulla torre di Pisa che mostra l'antico Porto Pisano

Canaletto, Veduta dell'entrata dell'Arsenale di Venezia (1732)

Localizzazione, cronologia e antichi stemmi delle repubbliche marinare

Nel dominio dei mari si scontravano invece le cosiddette Repubbliche marinare. Alcune di esse (Repubblica di Venezia, Ducato di Amalfi, Ducato di Gaeta) invece, avevano potuto decollare quando il potere centrale era venuto meno, nell'XI secolo. Formalmente Genova e Pisa erano sotto la corona del Regno d'Italia che apparteneva all'Imperatore germanico, il possesso di Ancona era de iure sia dell'Impero, sia della Chiesa, mentre Ragusa apparteneva a Bisanzio. Già all'inizio del IX secolo i porti campani avevano una moneta propria, derivata dal tarì arabo (a testimoniare come il mondo musulmano fosse il mercato al quale essi guardavano). Decaduta la potenza di Amalfi e Gaeta, la Repubblica di Genova prima e la Repubblica di Venezia poi iniziarono a sviluppare traffici di grande portata: grazie a una rete finanziaria, produttiva e commerciale crearono infine un vero e proprio impero economico.

La navigazione sull'Adriatico fu sicura fin dal IX secolo e ciò permise a Venezia lo sfruttamento di rotte che andavano da Costantinopoli, alla Siria e la Palestina, al Nordafrica e alla Sicilia. I Veneziani, nonostante i reiterati divieti, commerciavano con gli Arabi, comprese quelle merci proibite quali armi, legname, ferro e schiavi (provenienti soprattutto dalle popolazioni slave di Istria, Croazia e Dalmazia, tanto che da "slavo" - e dal mediolatino creolo "sclavum*" - derivò poi la parola "schiavo"). Contemporaneamente (ma nel caso di Genova alquanto prima), già nel XI, nel mar Ligure e nel Tirreno, Genova e Pisa iniziavano a emergere con politiche autonome fino a creare anch'esse una fitta rete di rotte commerciali, arrivando a dominare anche colonie oltremare. Genova e Venezia ebbero inoltre una notevole espansione territoriale, nella propria regione e in quelle confinanti. Nell'Adriatico, intanto, Ragusa e Ancona, pur ostacolate dalla supremazia veneziana, riuscirono a ritagliarsi il loro spazio, specialmente nei traffici marittimi con il Levante.

Durante il XII secolo vi fu un profondo mutamento, che portò la navigazione a essere il metodo di spostamento più comodo e usato: ne è prova il fatto che dalla Terza e dalla Quarta crociata in poi le truppe si mossero solo via mare, non perché le vie terrestri fossero diventate più insicure o lunghe (lo erano anche prima), ma perché ormai la nave era il mezzo più diffuso per velocità e capacità di carico e trasporto. I numerosi conflitti che sorsero tra le città marinare scaturivano spesso da questioni commerciali in oltremare. Per esempio Pisa e Genova furono inizialmente alleate contro i musulmani, ma la rivalità su chi dovesse avere l'egemonia in Corsica e in Sardegna compromise inevitabilmente i rapporti. Nelle città più importanti, tutte le repubbliche marinare avevano dei veri e propri quartieri, con empori, fondachi, cantieri navali e arsenali, dove convergevano le piste carovaniere e da dove partivano le navi che trasportavano spezie e altri preziosi carichi verso l'Europa.

La Repubblica di Venezia, di Genova e di Pisa a volte diressero le crociate dirottandone l'itinerario per aprire rotte commerciali a esse propizie: emblematico è il caso della conquista di Costantinopoli del 1204, attuata dai Veneziani di Andrea Dandolo sfruttando le forze della quarta crociata; Pisani e Genovesi sfruttarono anche la quinta crociata, che fecero puntare sui ricchi porti egiziani di Alessandria e Damietta per fondarvi colonie commerciali. Genova riuscì anche, grazie all'appoggio della dinastia bizantina dei Paleologi a estendere le proprie rotte oltre il Bosforo, nel Mar Nero dove entravano in contatto con i Mongoli dell'Orda d'oro e con i principati russi, verso i quali convergevano vie fluviali e carovaniere dal Mar Baltico e dall'Asia centrale. Laggiù inoltre potevano acquistare il grano ucraino che riforniva l'Occidente. Alla fine del Duecento, con la battaglia della Meloria (1284) e quella di Curzola (1298) i Genovesi batterono rispettivamente i Pisani e i Veneziani, assicurandosi, almeno apparentemente, un dominio mediterraneo.

Le repubbliche marinare ebbero un'importanza che non fu soltanto commerciale; anzi la loro attività di navigazione fu fondamentale per fare indirizzare lo sguardo dell'Europa verso l'Oriente e i paesi più lontani, con i quali si iniziarono nuovamente a scambiare idee, modi di pensare, conoscenze. I navigatori che partirono dalle repubbliche marinare tornavano, consapevolmente o no, con un carico culturale prezioso anche più di quello materiale e spesso contribuirono in modo determinante ad ampliare l'ecumene europeo.

Stemma della Casa d'Altavilla

Italia meridionale

Nel frattempo nel meridione d'Italia si assistette alla nascita di una monarchia, quella dei Normanni, che, stabilitisi ormai in Normandia dalla Scandinavia, vedevano angusto il proprio territorio e cercavano sbocchi di espansione. Fu così che la famiglia Altavilla riuscì a inserirsi nel Meridione d'Italia sfruttando le rivalità tra i vari signori locali e impadronendosi di Puglia e Calabria. La loro fortuna fu nell'avere dalla loro parte il papa, in cerca di alleanze durante la difficile disputa contro l'Impero tedesco. Il pontefice infatti, superata l'iniziale diffidenza e ostilità, concesse il Meridione d'Italia in feudo agli Altavilla, commettendo l'ennesima infrazione formale rispetto a Bisanzio, legittimamente proprietaria di quei territori (altri smacchi del pontefice a Bisanzio erano stati, secoli addietro, le incoronazioni dei re di Francia e dell'Imperatore d'Occidente, arrogandosi diritti che poteva vantare solo sostanzialmente, ma non formalmente). Il papa in quell'occasione aveva comunque il pretesto dello scisma d'Oriente, che gli diede l'opportunità di rivendicare per sé territori dell'imperatore eretico, sui quali quest'ultimo non era ormai più in grado di esercitare la propria autorità.

I Normanni divennero allora nemici dei bizantini, venendone espulsi dall'esercito (molti erano i mercenari), e Roberto il Guiscardo tentò oltretutto la conquista dell'Epiro, che non gli riuscì (1081-1085), nonostante un nuovo avallo papale. Suo fratello Ruggero, ispirandosi alla Reconquista spagnola, decise allora di tentare di scalzare l'egemonia saracena in Sicilia, riuscendoci con successo tra il 1061 e il 1094. Con Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, i normanni conquistarono anche la ricca città di Antiochia nel corso della prima crociata, creando una sorta di "diaspora" normanna che originò un variegato "impero" che andava dall'Inghilterra alla Terra santa, privo di una qualsiasi unità familiare o istituzionale, ma figlio della medesima spinta espansiva dell'intraprendente popolo scandinavo. Sicilia e resto dell'Italia meridionale vennero riuniti in un unico regno dal 1130.

La Sardegna ebbe invece un destino a sé, di autonomia feudale, con la nascita dei Giudicati, quattro entità statuali autonome (Calari, Torres, Arborea, Gallura) che ebbero potere in Sardegna fra il IX e il XV secolo e del tutto diverse dalla forma feudale vigente nell'Europa medievale, più prossime a quelle tipiche dell'esperienza bizantina, fondendo tradizioni autoctone (usi e istituti di presumibile derivazione dalla civiltà nuragica) e istituti giuridici romano-bizantini. I giudicati erano caratterizzati da istituzioni semidemocratiche come le Coronas de curatorias che a loro volta eleggevano i propri rappresentanti alle assise parlamentari denominate Corona de Logu. Il Giudicato d'Arborea sopravvisse fino al 1400, arrivando alla quasi unificazione della Sardegna in un unico regno sotto Mariano IV prima ed Eleonora d'Arborea dopo.

Europa nord-orientale

Intorno al 1111, secondo le cronache, gli slavi vennero convertiti, sottomettendosi formalmente a Enrico X di Sassonia detto il Superbo, anche se una "vera" conversione e sottomissione richiesero tempi più lunghi. Le resistenze degli slavi vennero sconfitte solo con un continuo martellamento dei tedeschi. Nel 1156-57 il re della più importante delle tribù slave, Pribislavo di Meclemburgo degli Obodriti, si convertì e divenne feudatario di Enrico il Leone, duca di Sassonia. Per gli slavi significò una vera e propria colonizzazione da parte del mondo germanico, che nei secoli successivi portò, in alcune aree, alla scomparsa della loro cultura, assimilata dai tedeschi.

L'impero bizantino

L'Impero bizantino, all'ascesa al trono di Alessio I Comneno, nel 1081

L'Impero bizantino, alla morte di Manuele I Comneno, nel (1180)

Nel 1059 l'Impero bizantino vedeva la fine della gloriosa dinastia macedone, che aveva regnato con il pugno di ferro aumentando la centralizzazione e la militarizzazione dell'Impero, minacciato su più fronti da Arabi, Bulgari e prìncipi di Kiev. Anche Roma era minacciosa dal punto di vista religioso, per le sue ormai chiare pretese di egemonia sulle altre sedi patriarcali compresa Costantinopoli. Costantino IX Monomaco e sua moglie la basilissa Zoe appoggiarono l'azione del patriarca Michele I Cerulario che portò nel 1054 allo scisma d'Oriente. Quando la dinastia macedone si estinse, il trono fu conteso tra le due più potenti famiglie bizantine del tempo, i Comneni, che avevano il potere militare, e i Ducas, che avevano il potere politico.

La battaglia di Manzicerta in una miniatura: si vede in alto l'esercito di Romano IV Diogene mentre viene massacrato, e sotto il capo dei selgiuchidi Alp Arslan che usa l'Imperatore per salire a cavallo

Mentre ciò accadeva, l'esercito bizantino fu sconfitto dai turchi Selgiuchidi nella battaglia di Manzicerta del 1071. I Turchi erano provenienti dall'Asia centrale e di lingua turcica, imparentata con il mongolo. Essi, dopo un periodo di migrazioni dall'Asia nord-orientale, si erano insediati nel X secolo in un'ampia zona che confinava con India, Persia e Cina. Strutturati come una confederazione di tribù con a capo i khaghan (termine poi contratto in khan).

Nell'XI secolo la tribù selgiuchide, di origine turkmena, recentemente convertita e dotata di una notevole forza militare (basata su cavalieri e arcieri formidabili), prestò il suo sostegno interessato al califfo abbaside di Baghdad, che allora era minacciato da più fronti. Accettata il ruolo di "protettore" del califfato, il khan divenne sultano e affiancò in una specie di diarchia il califfo, pur limitato a ruoli di rappresentanza e di simbolo religioso, fondando una sorta di impero politico-militare dall'Anatolia alla Persia centrale. Dopo aver battuto l'impero bizantino nella battaglia di Manzicerta, fondarono in Anatolia il sultanato di Rum (la "nuova Roma") con capitale Iconio (attuale Konya).

Dopo questa battaglia, in breve tempo, l'Impero bizantino perse tutta l'Asia Minore. Intanto la contesa tra le due famiglie continuava, per interrompersi nel 1081, anno in cui Niceforo III Botaniate spodestò Michele VII Ducas dal trono. Le due famiglie che non volevano perdere il potere si allearono, infatti il rappresentante dei Comneni, il generale Alessio I Comneno (1081-1118), sposò Irene Ducaena, con l'appoggio dell'esercito, Alessio I spodestò dal trono Niceforo III, nel 1081. I Comneni continuarono la politica della dinastia macedone, tesa a rafforzare militarmente l'Impero, e riuscirono a risollevare le sorti dell'Impero, che sembravano segnate.

Alessio I Comneno subì lo smacco sia del nascente regno normanno in Italia Meridionale, sia del regno Franco di Gerusalemme in Terra santa, entrambi sorti senza il suo assenso su terre formalmente di sua proprietà. Oltre a ledere i suoi diritti ciò poteva compromettere la supremazia bizantina nel Mediterraneo orientale. Nonostante ciò Alessio riuscì a farsi consegnare dai crociati i territori in Asia Minore, riconquistandone quindi tutte le zone costiere. L'Impero sotto Alessio Comneno, e in seguito anche dei suoi successori, visse una fase di rinascita, Alessio salvò l'impero dal crollo, visto che riuscì a sconfiggere l'invasione normanna in Grecia e nei Balcani.

Miniatura di Manuele I Comneno

Gli succedette nel 1143 il figlio Manuele I Comneno, che arrivò alla rottura con la storica alleata Venezia. Fu il primo imperatore bizantino ad allearsi col papa e con l'imperatore germanico, contro i Normanni, un'intesa che svanì con l'arrivo al potere di Federico Barbarossa, che nella sua conflittualità con la Chiesa impose ai bizantini di scegliere l'uno o l'altro alleato: e si scelse la Chiesa romana, perché il programma di Federico era troppo sovrapposto agli interessi bizantini, a partire dalla rivalutazione del titolo e della funzione imperiale germanica. Avere rapporti col pontefice significava per Bisanzio anche accettare i suoi alleati, cioè la monarchia normanna di Sicilia, usurpatori dei territori bizantini da lunga data.

Manuele fu profondamente attratto dal rinato Occidente, stipulò una serie di alleanze che comprendevano il papa, i Normanni, Venezia, i comuni italiani, alcuni grandi feudatari del centro Italia e i prìncipi franchi in Terra santa. Manuele voleva sia rovesciare il Barbarossa, sia avviare una politica occidentale nel solco di Giustiniano I: il suo sogno sarebbe stato riconquistare la Sicilia e il Mediterraneo, ma la sua invasione nel sud Italia non ebbe molta fortuna: nonostante i buoni inizi, non riuscì a reimporre la sovranità bizantina in Italia. Per un obiettivo del genere egli avrebbe dovuto avere il fronte orientale pacifico e alleato, ma ciò non avvenne.

Manuele attuò una riuscita politica militare, grazie alla quale conquistò il Regno di Serbia, sconfisse gli Ungheresi, impose la sua sovranità su Antiochia e continuò la riconquista dell'Asia Minore. Non riuscì a riconquistare l'entroterra dell'Asia Minore, vista la sconfitta nella battaglia di Miriocefalo nel 1176. Nel 1180 Manuele morì e dopo la sua scomparsa l'impero vacillò tra lotte intestine, congiure, intrighi e i soprusi dei Latini (soprattutto i Veneziani) che ormai avevano in pugno i commerci con Bisanzio.

La successiva dinastia degli Angeli non poté evitare l'accordo tra i Normanni (gli Altavilla di Sicilia) e gli imperatori germanici, che tornarono così uniti nella politica ostile contro Bisanzio: nel 1185 conquistarono Tessalonica. Ulteriormente indeboliti dai musulmani e dagli occidentali, i Bizantini sembravano ormai stretti in una tenaglia che si allentò solo con la scomparsa del Barbarossa (1190) e di suo figlio Enrico VI (1197), i quali, unita la propria corona a quella siciliana, tramavano ormai di una possibile conquista della capitale dell'impero.

La società feudale

I tre stati: religiosi, guerrieri e contadini (British Library: manoscritto Sloane 2435, f.85)

Una società tripartita

Oratores, bellatores e laboratores erano tradizionalmente le tre funzioni nelle quali si dividevano gli individui nella società attorno all'anno Mille, come testimoniato per esempio da Adalberone di Laon. I primi pregavano per la stabilità e la sicurezza del mondo cristiano, i secondi combattevano, mentre i terzi, attraverso il lavoro manuale, provvedevano al sostentamento di tutta la società.

Questa ripartizione di doveri corrispondeva anche a una diversa distribuzione della ricchezza. Erano tagliati fuori da questa classificazione alcuni settori "commerciali", che venivano guardati con sospetto dalla Chiesa (si pensi alle dure condanne contro l'usura, intesa a quel tempo come semplice guadagno dal denaro indipendentemente dal tasso d'interesse), contrapponendoli a coloro che guadagnavano dal lavoro manuale. Gli oratores (gli ordini religiosi), essendo i più istruiti, avevano anche il compito di tramandare le memorie della propria civiltà, sia a livello storico sia mitico-religioso, per cui la funzione della preghiera era quella più importante e sacra. Lo storico Georges Dumézil, nella seconda metà del Novecento, estese questa tripartizione a tutte le società indoeuropee, anche se le sue tesi non sono accettate universalmente.

A partire dal XII secolo questa organizzazione tripartita venne sempre più scompaginata: per esempio gli ordini religiosi prendevano sempre più spesso funzioni anche di laboratores (si pensi ai cistercensi) o di bellatores (si pensi agli ordini religioso-militari dei cavalieri). Inoltre le città avevano ampliato considerevolmente la gamma di attività dei laboratores, ormai non solo in stragrande maggioranza contadini, ma anche artigiani, mercanti e banchieri, con la nascita di nuovi ceti di importanza via via crescente che mal si inserivano nell'antica tripartizione. Il definitivo tramonto di questo sistema, con la presa di coscienza del sempre più numeroso "terzo stato", si ebbe solo col tramonto del feudalesimo alla fine del Settecento.

Una distinzione più aderente alla realtà effettiva era quella tra chierici e laici: i primi rispondevano solo alla giustizia ecclesiastica, i secondi anche a quella ordinaria. A sua volta i chierici erano divisi in clero secolare (che vive nel saeculum, cioè i sacerdoti) e clero regolare (che segue una regola, cioè i monaci). Infine il clero regolare si allargò tra XII e XIII secolo con la nascita di altri due fenomeni: gli ordini monastico-cavallereschi e gli ordini mendicanti.

Dal secolo X all'XI si intensificò l'inurbamento dei ceti servili, che portò a una rinascita delle città e delle attività professionali. Tra i sistemi più usati per sottrarsi alla dipendenza dei signori e affrancarsi in città c'era la commendatio a un signore simbolico, come il santo patrono locale, al quale offrivano un "servizio" pecuniario, spesso abbastanza modesto.

Fu in quel periodo che nacque una cronachistica urbana indipendente dal contributo religioso: tra i primi ci fu il genovese Caffaro che tra il 1099 e il 1162 redasse gli Annali e poi li presentò al governo cittadino per essere approvati e ufficializzati. Stavano nascendo i prodromi di "borghesia" urbana, anche se il termine va usato con cautela perché non esisteva ancora la piena coscienza di sé di un ceto del "borgo" contrapposto a quello di altri ordini e categorie sociali.

L'ascesa della cavalleria

Durante l'Alto Medioevo, i codici cavallereschi descrivevano il cavaliere ideale come altruista, fedele e feroce contro coloro che minacciano i deboli. La cavalleria pesante divenne comune nell'XI secolo in tutta Europa e furono inventati i tornei. I tornei consentivano ai cavalieri di raccogliere vaste ricchezze e fama attraverso le vittorie. Nel XII secolo i monaci di Cluny promossero la guerra etica e ispirarono la formazione di ordini cavallereschi, come i Cavalieri templari. Durante questo periodo furono istituiti titoli nobiliari ereditati. Nella Germania del XIII secolo, il cavalierato divenne un altro titolo ereditabile, sebbene uno dei meno prestigiosi, e la tendenza si diffuse in altri paesi.

Le guerre di religione nel Basso Medioevo

Prima crociata (1096-1099)

Il papa Urbano II predica la crociata durante il concilio di Clermont.

Nel 1095, in occasione del Concilio di Piacenza, l'imperatore bizantino Alessio I Comneno, sentendosi minacciato dall'espansione dei musulmani, inviò una richiesta di aiuto a papa Urbano II. L'imperatore, probabilmente, sperava che il Papa rispondesse nella forma di un invio di un piccolo contingente mercenario, cioè facile da controllare e dirigere. In quel momento, Alessio era riuscito a rimettere in sesto le finanze e l'autorità dell'Impero, ma si trovava con i confini assediati da numerosi nemici stranieri, in particolare dai turchi che avevano già colonizzato le scarsamente popolate zone dell'Anatolia. Successivamente, sempre nello stesso anno, nel sermone pronunciato durante il concilio di Clermont papa Urbano sollevò nuovamente la questione arrivando a predicare quella che sarebbe stata conosciuta come una crociata. Molti storici ritengono che, nonostante Urbano cercasse di andare in aiuto della Chiesa Orientale, in realtà mirasse a riunirla con quella occidentale sotto la sua unica guida.

Un'immagine medievale di Pietro l'eremita che conduce cavalieri, soldati e donne verso Gerusalemme

Poco tempo dopo, Pietro l'eremita incominciò la predicazione a migliaia di cristiani, principalmente popolani, che poi guidò dall'Europa in quella che divenne nota come crociata dei poveri, la prima ondata di soldati pellegrini verso la Terra santa. Pietro recava con sé una lettera che egli sostenne fosse caduta dal cielo, in cui si esortavano i cristiani a conquistare Gerusalemme in attesa dell'apocalisse. Tra le motivazioni di questa Crociata vi fu un "messianismo dei poveri" ispirato da una prevedibile ascensione di massa in paradiso che sarebbe avvenuta a Gerusalemme. Tuttavia, i crociati guidati da Pietro finirono per massacrare le comunità ebraiche, eventi noti come i massacri della Renania e dando origine al primo focolaio di antisemitismo in Europa. Malgrado il consiglio di Alessio di aspettare la seconda ondata costituita dagli eserciti crociati guidati dai nobili che si erano successivamente messi in marcia, la crociata popolare si avvicinò a Nicea e cadde nell'imboscata turca della battaglia di Civetot, da cui riuscirono a salvarsi solamente 3.000 crociati.

I quattro comandanti della Prima crociata, tra cui Goffredo di Buglione, in un dipinto di Alphonse-Marie-Adolphe de Neuville del 1883

Sia Filippo I di Francia sia l'imperatore Enrico IV si trovavano in conflitto con papa Urbano e quindi rifiutarono di partecipare alla crociata ufficiale. Tuttavia, i membri dell'alta aristocrazia provenienti dalla Francia, dalla Germania occidentale, dai Paesi Bassi e dall'Italia vennero attratti dall'impresa e guidarono i loro contingenti militari sulla base di semplici legami di signoria, di famiglia, di etnia e di lingua. Tra questi, innanzitutto, vi fu lo statista Raimondo IV, conte di Tolosa e Boemondo I d'Antiochia accompagnato dal nipote Tancredi di Galilea provenienti dalla comunità normanna dell'Italia meridionale. Essi si unirono a Goffredo di Buglione e a suo fratello Baldovino che guidarono un insieme di uomini provenienti dalla Lorena, dalla Lotaringia e dalla Germania. Questi cinque principi si rivelarono fondamentali per la campagna crociata a cui successivamente si unì anche un esercito nordico francese guidato da Roberto II di Normandia, Stefano II di Blois e Roberto II di Fiandra. Gli eserciti, dei quali si stima che potessero contare ben 100.000 persone compresi i non combattenti, si recarono via terra verso Bisanzio, dove vennero accolti con sospetto dall'imperatore. Alessio cercò di persuadere molti principi a giurare fedeltà a lui e che il loro primo obiettivo doveva essere Nicea, che Qilij Arslan I aveva dichiarato la capitale del Sultanato di Rum. Avendo già annientato la precedente crociata popolare, il sultano si dimostrò troppo fiducioso e lasciò la città per risolvere una disputa territoriale, permettendo così nel 1097 il suo assedio e la successiva conquista da parte degli eserciti crociati aiutati da un assalto navale bizantino. Ciò segnò un punto fondamentale della cooperazione tra latini e greci e anche l'inizio dei tentativi dei crociati di sfruttare la disunione politica e religiosa che caratterizzava il mondo musulmano.

Il primo scontro che i crociati dovettero affrontare con gli arcieri turchi montanti un cavallo e dotati di armatura leggera si ebbe quando la colonna guidata da Boemondo e Roberto venne attaccata a Dorylaeum. I normanni resistettero per ore prima che giungesse il resto dell'esercito crociato in loro aiuto sconfiggendo i Turchi. I successivi tre mesi di marcia verso Antiochia furono particolarmente gravosi, in quanto i crociati dovettero fare i conti con la fame, la sete e le malattie oltre che con l'abbandono da parte di Baldovino che, accompagnato da 100 cavalieri, si recò a consolidare un proprio territorio a Edessa. Nonostante le difficoltà, i crociati si impegnarono nell'assedio di Antiochia trovandosi otto mesi dopo in una situazione di stallo. La svolta arrivò grazie a Boemondo che riuscì nell'intento di corrompere una guardia della torre della città affinché aprisse una porta. Una volta entrati, i crociati si dettero al massacro degli abitanti di Antiochia e al saccheggio.

Con questa sconfitta, l'Islam sunnita incominciò a considerare seriamente la minaccia cristiana e il sultano di Baghdad inviò un esercito, per recuperare la città, guidata dal generale iracheno Kirbogha. I Bizantini non aiutarono i crociati nella difesa della città poiché Stefano d'Inghilterra asserì che la città fosse oramai persa. In seguito alle ingenti perdite patite nell'attraversamento del deserto e per la carestia accusata nella città assediata, i crociati tentarono di negoziare la resa, ma trovarono il rifiuto di Kirbogha, che voleva annientarli completamente. All'interno della città il morale si rafforzò quando Pietro Bartolomeo affermò di aver scoperto la Lancia Sacra. Bartolomeo esortò i compagni che l'unica opzione fosse un combattimento aperto e lanciò un contrattacco contro gli assedianti. Nonostante la superiorità numerica, l'esercito di Kirbogha, diviso in fazioni e sorpreso dall'impegno e dalla dedizione dei Franchi, si ritirò e abbandonò l'assedio. Successivamente, i crociati si fermarono per alcuni mesi per decidere a chi spettasse il territorio catturato. Ciò si concluse solo quando arrivarono le notizie che i fatimidi egiziani avevano preso Gerusalemme dai turchi e quindi divenne imperativo attaccare prima che gli egiziani potessero consolidare la loro posizione. Boemondo rimase in Antiochia, mantenendo la città nonostante il suo precedente giuramento che questa sarebbe tornata sotto il controllo bizantino, mentre Raimondo guidò l'esercito crociato a sud verso la costa a Gerusalemme. Un attacco iniziale alla città fallì anche per via della scarsità di risorse dei crociati e l'assedio andò in stallo. Tuttavia, l'arrivo di artigiani e di forniture trasportate dai genovesi a Giaffa ruppe l'equilibrio a loro favore. I crociati costruirono due grandi macchine d'assedio: quella comandata da Goffredo riuscì a violare le mura della città il 15 luglio 1099. Così, dopo un assedio durato poco più di un mese Gerusalemme capitolò.

Conquista di Gerusalemme in una raffigurazione del XIII secolo

Per due giorni i crociati massacrarono gli abitanti e saccheggiarono la città. Gli storici, oggi, ritengono che la conta dei morti sia stata esagerata, ma i racconti di tale carneficina contribuì molto per cementare la reputazione sanguinaria dei crociati. Goffredo assicurò ulteriormente la posizione dei franchi sconfiggendo la forza di soccorso egiziana comandata dal visir del califfo fatimide, al-Afdal Shahanshah, nella Battaglia di Ascalona. Questa forza di soccorso si ritirò in Egitto, con il visir che fuggì in nave. A questo punto la maggior parte dei crociati considerò il loro pellegrinaggio completo e fece ritorno in Europa, lasciando a Goffredo solo 300 cavalieri e 2.000 fanti per difendere i territori conquistati. Degli altri principi, solo Tancredi rimase con l'ambizione di ottenere il proprio principato.

A livello popolare, la prima crociata scatenò un'ondata di rabbia cattolica che si espresse nei massacri degli ebrei che accompagnarono le crociate e il violento trattamento dei cristiani ortodossi "scismatici" dell'est. Sembra che la storiografia coeva islamica abbia considerato solo marginalmente la crociata; certamente vi sono scarsissime fonti scritte antecedenti al 1130. Da un lato ciò può essere dovuto in parte alla riluttanza di documentare il fallimento musulmano ma è anche più probabile che questo sia il risultato di un malinteso culturale. Al-Afdal e il mondo musulmano considerarono i crociati solo come gli ultimi di una serie di mercenari bizantini che avevano combattuto in quei luoghi, piuttosto che guerrieri motivati dalla religione con lo scopo di conquista e di insediamento. In ogni caso, il mondo musulmano era diviso tra i sunniti della Siria e dell'Iraq e i fatimidi sciiti d'Egitto. Anche i turchi erano divisi, con sovrani rivali a Damasco e Aleppo. A Baghdad il sultano Seljuk fu occupato a contendersi la Mesopotamia contro un califfo abbaside. Ciò fornì ai Franchi un'occasione cruciale per consolidare le proprie posizioni senza dover fronteggiare, almeno nell'immediato, alcun contrattacco panislamico.

Crociate del XII secolo

Luigi VII di Francia durante la seconda crociata

Nei decenni seguenti, durante i successivi papati, gruppi più piccoli di crociati continuarono a recarsi verso la Terra Santa per combattere i musulmani e aiutare così gli Stati Crociati. Nel terzo decennio del XII secolo vi sono state le campagne perpetrate da Folco V d'Angiò, da Venezia e quella di Corrado III di Svevia; inoltre vennero fondati i cavalieri Templari. Proprio in questo periodo si assistette alla nascita della pratica della concessione di indulgenze a coloro che si opponevano ai nemici papali e ciò significò l'inizio delle Crociate con fini politici. Le successive perdite di Aleppo (avvenuta nel 1128) e quella di Edessa (del 1144) per opera di ‘Imād al-Dīn Zangī, governatore di Mosul, portarono alla predicazione e alla successiva mobilitazione di quella che sarà successivamente conosciuta come la seconda crociata (1145-1149), che tra gli altri vedrà nel teologo Bernardo di Chiaravalle uno dei suoi maggiori sostenitori. Re Luigi VII e Corrado III di Svevia, guidarono gli eserciti dalla Francia e dalla Germania verso Gerusalemme e Damasco, senza tuttavia ottenere grandi risultati. Come era accaduto durante la prima crociata, le predicazioni portarono a persecuzioni nei confronti degli ebrei: si ebbero massacri in Renania, a Colonia, a Magonza, a Worms e a Spira, ciò poiché si riteneva che essi non contribuissero finanziariamente alle spedizioni per il salvataggio della Terra Santa. Bernardo di Chiaravalle, nonostante fosse uno dei più fervidi sostenitori della seconda crociata, rimase così turbato dalla notizia di queste violenze che lasciò le Fiandre alla volta della Germania per tentare di arginare il bagno di sangue.

Nel frattempo, i principi cristiani continuarono a espandersi nella penisola iberica: il re del Portogallo, Alfonso I, conquistò Lisbona e Raimondo Berengario IV di Barcellona prese la città di Tortosa. Nell'Europa settentrionale i Sassoni e i Danesi combatterono contro le tribù degli slavi polabi, conosciuti come Venedi, durante la crociata dei Venedi, anche se, a tal proposito, non erano state emanate dai papi bolle che autorizzavano queste nuove crociate. I Venedi furono poi definitivamente sconfitti nel 1162.

A partire dal 969, l'Egitto fu governato dalla dinastia sciita dei Fatimidi, indipendente dai governanti sunniti abbasidi di Baghdad e con a capo un califfo - definito però Imām (guida) - sciita ismailita rivale, considerato il successore del profeta Maometto. Colui che gestiva il potere amministrativo nel nome del califfo, chiamato wasita (intermediario), era anche il principale responsabile del governo. Dal 1121 il sistema cadde a seguito di intrighi politici e assassini e l'Egitto rifiutò di tornare sotto la precedente influente dinastia. Tutto ciò incoraggiò Baldovino III di Gerusalemme a pianificare un'invasione che venne tuttavia interrotta solo dopo che ricevette dall'Egitto il pagamento di un tributo pari a 160.000 dinari d'oro. Nel 1163 Shawar si recò a Damasco dal figlio e successore di Zangī, Norandino atabeg di Aleppo, il quale auspicava di riunificare le varie forze musulmane fra l'Eufrate e il Nilo per creare un fronte comune contro i Crociati. Norandino gli inviò così in aiuto il suo generale Shirkuh, che riportò Shawar al potere. Tuttavia ciò non durò molto, infatti successivi scontri e avvenimenti portarono, nel 1169, alla nomina dello Shirukuh come wasita d'Egitto nel 1169. Morto solo due mesi dopo, gli successe il nipote Salah al-Din, noto in occidente come Saladino.

Dettaglio di una miniatura che raffigura l'arrivo nel Vicino Oriente di Filippo II di Francia (circa metà del XIV secolo)

Morto Norandino nel 1174, i suoi territori andarono incontro a una frammentazione. Nel mentre, Saladino legittimò la sua ascesa proponendosi come difensore dell'Islam sunnita e nei primi anni riuscì a ottenere senza combattere Damasco e gran parte della Siria, con l'esclusione di Aleppo, già sua. Dopo aver formato una difesa in grado di resistere al previsto attacco da parte del Regno di Gerusalemme, tuttavia mai concretizzatosi, il primo scontro tra Saladino e i cristiani si rivelò un insuccesso. La sua eccessiva confidenza e alcuni errori tattici causarono al grande condottiero musulmano la sconfitta nella battaglia di Montgisard.

Saladino, da un codice arabo del XII secolo

Nonostante questo fallimento, grazie a un decennio di azioni politiche, coercitive e militari, Saladino si trovò a regnare su di un territorio che si estendeva dal Nilo all'Eufrate. Dopo essere sopravvissuto a una malattia che aveva fatto temere per la sua vita, Saladino intraprese una nuova campagna contro i cristiani e come risposta, il re di Gerusalemme Guido di Lusignano, mobilitò il più grande esercito che il suo regno avesse mai messo in campo. Saladino, tuttavia riuscì ad attirare l'esercito cristiano in un terreno inospitale e privo d'acqua dove lo circondò sbaragliandolo nella famosa e decisiva battaglia di Hattin. In seguito alla sconfitta, Saladino offrì ai cristiani la possibilità di vivere in pace sotto il dominio islamico o approfittare di un periodo di grazia di 40 giorni per ritirarsi. Così, gran parte della Palestina venne rapidamente conquistata dalle truppe musulmane, tra cui, dopo un breve assedio di cinque giorni, anche Gerusalemme. Secondo quanto raccontato da Benedetto di Peterborough, papa Urbano III, appresa la notizia della sconfitta, morì per il profondo sconforto. Il suo successore, papa Gregorio VIII emise una bolla papale, intitolata Audita tremendi, con cui invocava la terza crociata perché si riconquistasse la città santa di Gerusalemme. Il 28 agosto 1189, re Guido di Lusignano mise sotto assedio la città strategica di San Giovanni d'Acri. Sia l'esercito cristiano sia quello musulmano di Saladino poterono beneficiare di rifornimenti provenienti dal mare e questo fece sì che l'assedio si prolungasse per anni.

Riccardo I d'Inghilterra combatte contro Saladino

La terza crociata (1189-1192) fu chiamata anche la "crociata dei Re" poiché vi parteciparono molti regnanti cristiani che dovettero affrontare un viaggio inevitabilmente lungo e ricco di eventi. L'imperatore del Sacro Romano Impero Federico Barbarossa viaggiando attraverso la terraferma morì affogato nel fiume Saleph e solo pochi dei suoi uomini riuscirono a raggiungere le coste orientali del Mediterraneo. Attraversando il mare, Riccardo Cuor di Leone, re d'Inghilterra conquistò nel 1191 Cipro dopo che la sorella e la fidanzata, che viaggiavano separate da Riccardo, erano state catturate da Isacco Comneno imperatore dell'isola. Filippo II di Francia fu il primo re ad arrivare all'assedio di Acri, mentre Riccardo giunse l'8 giugno 1191. L'arrivo degli eserciti francesi e angioini influirono fin da subito sugli esiti del lungo conflitto a loro favore, tanto che il 12 luglio la guarnigione musulmana di Acri si arrese ai Cristiani. Filippo allora ritenne di aver adempiuto al suo voto e fece immediato ritorno in Francia per affrontare questioni interne, lasciando tuttavia la maggior parte delle sue forze. Riccardo, invece, proseguì verso sud lungo la costa mediterranea, sconfiggendo ad Arsuf i musulmani e riconquistando la città portuale di Giaffa. Per ben due volte tentò di marciare in direzione di Gerusalemme per poi rinunciare giudicando insufficienti le proprie risorse necessarie per prendere con successo la città o per doverla poi successivamente difendere. La terza crociata terminò così, Riccardo e il Saladino siglarono la pace di Ramla, una tregua di 3 anni con la quale Gerusalemme sarebbe rimasta sotto il controllo musulmano, permettendo però ai pellegrini cristiani disarmati di recarsi nella città. Il 9 ottobre Riccardo partì per fare ritorno in Inghilterra, spinto anche da instabilità politiche che affliggevano il suo Regno. Saladino morì nel marzo del 1193.

Crociate del XIII secolo

Papa Innocenzo III

Nel 1198 Papa Innocenzo III, all'indomani della propria elezione al soglio pontificio, incominciò a predicare, soprattutto in Francia ma anche in Inghilterra e Germania, a favore di una mobilitazione militare che porterà alla quarta crociata. Riunitasi a Venezia una delegazione di crociati, il doge Enrico Dandolo e Filippo di Svevia pensarono di utilizzare la spedizione militare per perorare le proprie laiche ambizioni. A ciò contribuirono anche le insufficienti truppe disponibili per attaccare l'Egitto, che fu l'obiettivo teorico della crociata dopo che venne scartata l'ipotesi iniziale di recarsi a liberare Gerusalemme, come auspicato dal Papa. Le reali intenzioni di Dandolo furono invece rivolte a espandere il potere di Venezia nel Mediterraneo orientale, mentre Filippo intendeva rimettere sul trono di Bisanzio il cognato esiliato Alessio IV Angelo insieme con il padre Isacco II Angelo rovesciando il governo di Alessio III Angelo, zio di Alessio IV. Quando i cavalieri crociati giunsero nella città lagunare in un numero così esiguo da non essere in grado di pagare per avere una flotta per recarsi in Egitto, essi dovettero accettare di deviare a Costantinopoli e spartire poi con i veneziani, a titolo di pagamento, ciò che avrebbero saccheggiato.

Salpati verso la fine del 1202, i crociati durante il viaggio fecero tappa nella città cristiana di Zara, mettendola sotto assedio, suscitando le ire del pontefice che prontamente scomunicò la spedizione. Tuttavia, i diversi baroni crociati dichiararono di essere stati ricattati e costretti da Venezia alla sciagurata azione; il papa allora tolse loro la scomunica che andò completamente a carico dei veneziani. Finalmente giunti, il 23 giugno 1203, a Costantinopoli ne incominciarono un primo assedio che si concluse con la salita al trono di Alessio IV Angelo che promise ai crociati ricche ricompense. Tuttavia, le casse dell'impero bizantino erano vuote e il malcontento cominciò a serpeggiare tra i crociati con conseguente moltiplicarsi degli atti di ostilità verso la popolazione. Alessio IV venne assassinato e gli succedette Alessio V Ducas che immediatamente rifiutò qualsiasi pagamento ai crociati e ai veneziani. Non accettando di far ritorno in Europa a mani vuote, questi assediarono nuovamente la città arrivando infine a saccheggiarla, spogliando le chiese dei loro tesori e facendo strage degli abitanti. L'Impero bizantino venne spartito tra i crociati, con le principali piazzeforti commerciali in Morea e alcune isole adriatiche assegnate a Venezia stessa, dando poi inizio al cosiddetto Impero latino d'Oriente. Terminò così la quarta crociata senza aver mai nemmeno raggiunto i luoghi della Terra Santa o l'Egitto.

Conquista di Costantinopoli, nel 1204, da parte dei crociati

Durante il XIII secolo vi furono diversi movimenti popolari a sostegno delle crociate e della riconquista della Terra Santa come quelli che portarono alla Crociata dei fanciulli del 1212. Vasti gruppi di adolescenti e bambini si raccolsero spontaneamente con la convinzione che la loro innocenza consentisse il successo dove i loro anziani fallirono. Tuttavia, pochi di questi si recarono verso la Terra Santa e benché vi siano scarse fonti riguardo a questi eventi, che spesso si perdono tra leggenda e realtà, essi ci danno l'idea di come i cuori e le menti di moltissima gente fossero rivolti verso la causa.

La cattura di Damietta (Cornelis Claesz van Wieringen)

Sotto il pontificato di papa Innocenzo III il Concilio Lateranense IV aveva deciso d'indire una nuova crociata, la quinta (1217-1221), contro la dinastia degli Ayyubidi, i successori di Saladino in Egitto e in Siria. Federico II, in occasione della sua incoronazione a Rex romanorum, nel 1215, giurò solennemente di prendervi parte, ma poi rimandò più volte, il che provocò tensioni con il papa. Papa Onorio III stabilì infine che la crociata dovesse aver inizio il 1º giugno 1217. Guidati da Andrea II d'Ungheria e da Leopoldo VI di Babenberg, gli eserciti provenienti principalmente dall'Ungheria, dalla Germania, dalle Fiandre e dalla Frisia, raggiunsero ben scarsi risultati. Leopoldo e Giovanni di Brienne assediarono e conquistarono lo strategico porto egiziano di Damietta, sulla parte orientale del delta del Nilo, ma l'avanzata in Egitto fu poi costretta ad arrestarsi. Damietta venne poi restituita ai musulmani a seguito di una rovinosa sconfitta avvenuta nell'agosto del 1221, dopo che l'esercito crociato attese inutilmente l'arrivo della flotta di Federico II. La crociata, a cui si dice partecipò anche Francesco d'Assisi per dare una testimonianza pacifica della fede cristiana terminò con un concordato di otto anni stipulato con i musulmani.

Federico II (a sinistra) incontra al-Kamil (a destra), in una illustrazione del manoscritto Nuova Cronica di Giovanni Villani

Dopo il fallimento della quinta crociata, l'imperatore Federico II, con il trattato di San Germano (l'odierna Cassino), si era solennemente impegnato, nel 1225, a guidare la sesta crociata in Terra Santa di cui aveva più volte ritardato l'inizio, impegnato com'era alla prioritaria stabilizzazione politica e al consolidamento amministrativo del Regno di Sicilia, attraversato allora da moti di rivolta. Quando nel 1227, a causa di una malattia, fu costretto a rimandare la crociata ancora una volta, venne scomunicato da papa Gregorio IX. Nonostante questo, dal momento che il matrimonio con Isabella II di Gerusalemme gli permetteva di rivendicare il regno di Gerusalemme, si decise finalmente a recarsi in Terra Santa, raggiungendo Acri nel 1228. Gran parte della storiografia indica questa spedizione di Federico come la sesta crociata, mentre altri storici tendono a considerarla parte della quinta; in ogni caso, i due eventi devono essere considerati strettamente correlati.

Culturalmente Federico era il monarca cristiano più aperto verso il mondo musulmano e le sue grandi abilità diplomatiche comportarono che la spedizione si risolse in gran parte in una serie di negoziati. Infatti Federico, in parte anche per la scarsità di truppe, l'aveva preparata su un piano squisitamente diplomatico: nell'estate 1227, aveva inviato Berardo di Castagna, arcivescovo di Palermo a lui fedelissimo, in missione diplomatica in Egitto, insieme con Tommaso I d'Aquino, conte di Acerra: recando con sé ricchissimi doni, tra cui pietre preziose e un cavallo sellato d'oro, Berardo aveva il delicato compito di saggiare le interessanti prospettive di intesa appena apertisi con il sultano ayyubide, il curdo al-Malik al-Kāmil Venne così concordato un trattato di pace che consegnava ai cristiani la città di Gerusalemme, a patto che le fortificazioni cittadine fossero demolite e non ricostruire, con esclusione delle aree sacre ai musulmani che andarono sotto il loro controllo. Inoltre, ai cristiani andò una striscia di territorio che collegava Gerusalemme ad Acri. In cambio, venne stipulata un'alleanza con Al-Kamil, sultano d'Egitto, contro tutti i suoi nemici di qualsiasi religione. Questi trattati e i sospetti sulle ambizioni di Federico nella regione lo fecero diventare un pericolo agli occhi del papato e quindi fu costretto a fare immediato ritorno presso le sue terre quando papa Gregorio IX indisse una crociata contro di lui.

Le conquiste diplomatiche di Federico durarono poco meno di vent'anni. Nel 1244, dei mercenari corasmi che viaggiavano verso l'Egitto al servizio di As-Salih Ismail, emiro di Damasco assediarono Gerusalemme sconfiggendo i cristiani e i siriani nella battaglia di al-Harbiyya. Ciò portò all'immediata reazione di Luigi IX, re di Francia che organizzò una crociata, che la storiografia generalmente indica come la settima crociata, la quale giunse in Egitto nel 1249. La spedizione si risolse in un insuccesso. Luigi venne sconfitto a Mansura e fatto poi prigioniero mentre si ritirava verso Damietta. Concordata un'ulteriore tregua di dieci anni, Luigi venne rilasciato; tuttavia egli rimase in Siria fino al 1254 al fine di consolidare gli stati crociati.

Caduta della città di Acri

Nel 1270 ebbe inizio l'ultima crociata di re Luigi IX, generalmente considerata l'ottava crociata, che ebbe come obiettivo Tunisi. Durante l'assedio della città, tuttavia, l'esercito vennero devastato da un'epidemia di peste e dalla dissenteria che colpirono lo stesso Luigi, uccidendolo il 25 agosto. La flotta crociata fece allora ritorno in Francia, lasciando solo il principe Edoardo, il futuro re d'Inghilterra, con un piccolo seguito per continuare quella che è conosciuta come nona crociata, anche se molti storici non la considerano una crociata a sé stante ma piuttosto una continuazione dei fatti precedenti. Edoardo, dopo essere sopravvissuto a un tentativo di assassinio organizzato dal sultano mamelucco Baybars, negoziò una tregua di dieci anni e poi tornò a gestire i suoi affari in Inghilterra. Con questo si concluse l'ultima crociata significativa nel Vicino Oriente. L'elezione del 1281 di un papa francese, Martino IV, comportò il pieno potere sul papato da parte di Carlo I d'Angiò. Egli incominciò a preparare una crociata contro Costantinopoli ma una ribellione, passata alla storia come Vespri siciliani, fomentata da Michele VIII Paleologo, lo privò delle risorse necessarie e Pietro III di Aragona venne proclamato re di Sicilia. In risposta, Martino IV scomunicò Pietro e chiese una "crociata aragonese", che tuttavia non riuscì. Nel 1285 re Carlo morì, dopo aver trascorso la sua vita cercando di accrescere un impero mediterraneo; lui e suo fratello Luigi si considerarono strumenti di Dio per difendere il papato.

Tramonto delle crociate in Terra Santa

Le cause del declino delle crociate e il fallimento degli Stati crociati sono molteplici. Tradizionalmente ciò viene spiegato in termini di riunificazione musulmana e di entusiasmo sul Jihād, ma molti storici considerano queste motivazioni troppo semplicistiche. L'unificazione musulmana era solo sporadica e il desiderio del Jihad era effimero. La natura delle Crociate non era adatta alla conquista e alla difesa della Terra Santa. I crociati vedevano il loro impegno come un pellegrinaggio personale e di solito quando lo completavano facevano ritorno nelle proprie terre. Anche se la filosofia della crociata cambiò nel tempo, esse continuarono a essere costituite da eserciti di breve formazione senza una guida unica ma con diversi condottieri indipendenti. Il fervore religioso rese possibili sforzi stupefacenti di grandi imprese militari, ma si rivelò anche difficile da gestire e controllare. Controversie di successione e rivalità dinastiche in Europa, scarsi raccolti e movimenti eretici, contribuirono a ridurre l'interesse dell'Europa occidentale per Gerusalemme e la Terra Santa. In definitiva, anche se i combattimenti avvennero anche sul confine del mondo islamico, le enormi distanze resero enormemente difficile l'organizzazione delle crociate e il mantenimento delle comunicazioni tra gli eserciti. Ciò permise ai musulmani, sotto le guide di capi carismatici come Norandino, Saladino e Baybars, di utilizzare a proprio vantaggio la vicinanza con i teatri di battaglia. Gli stati crociati di Outremer si estinsero definitivamente con la caduta di Tripoli avvenuta nel 1289 e quella di Acri nel 1291. Molti cristiani latini scapparono a Cipro via mare, altri vennero uccisi o resi schiavi.

Crociate europee

Crociate del nord

Estensione dell'Ordine Teutonico nel 1300

Il successo della prima crociata indusse i papi del XII secolo, come Celestino III, Innocenzo III, Onorio III e Gregorio IX, a promuovere campagne militari con lo scopo di cristianizzare le regioni più remote dell'Europa settentrionale e nordorientale. Queste campagne sono oggi conosciute come le crociate del nord. La crociata dei Venedi del 1147 vide sassoni, danesi e polacchi tentare di convertire con la forza gli "slavi dell'Elba" (Venedi o Vendi), popolazioni stanziate fra i fiumi Elba, Trave e Oder, prevalentemente nel territorio dell'attuale Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in quelli circostanti. Celestino III invocò una crociata nel 1193, ma quando il vescovo Bertoldo di Hannover cinque anni rispose venne condotto un vasto esercito verso una sconfitta. Come risposta, Innocenzo III emise una bolla in cui si dichiarò una crociata (conosciuta come crociata livoniana) che portò alla conquista e alla colonizzazione della Livonia medievale, nei territori oggi parte della Lettonia e dell'Estonia. Queste terre sulla riva orientale del Mar Baltico erano l'ultimo angolo di Europa ancora da cristianizzare.

Corrado I di Polonia, nel 1226, concesse Chełmno ai Cavalieri Teutonici come base per una crociata contro i principi polacchi locali. I Cavalieri portaspada vennero sconfitti dai lituani, per cui nel 1237 Gregorio IX incorporò il resto dell'ordine nell'Ordine teutonico come Ordine livoniano. Alla metà del secolo, i Cavalieri Teutonici riuscirono a completare la conquista della Prussia per poi, nei decenni successivi, intraprendere la crociata lituana nel tentativo di convertire i lituani. L'ordine entrò in conflitto anche con la Chiesa Ortodossa Orientale delle Repubbliche di Pskov e Novgorod. Nel 1240 l'esercito ortodosso di Novgorod sconfisse gli svedesi cattolici nella battaglia della Neva e, due anni più tardi, fece la stessa cosa con l'Ordine livonese nella battaglia del lago ghiacciato.

Crociata albigese

Papa Innocenzo III scomunica gli Albigesi (sinistra), a destra i crociati che li massacrano

La Crociata albigese (1209-1229) fu una campagna promossa da papa Innocenzo III contro gli eretici catari che si erano notevolmente espansi nella Francia meridionale. I catari vennero così brutalmente sterminati e l'autonoma Contea di Tolosa venne formalmente unita alla corona di Francia. La sola erede della contea Giovanna fu fatta fidanzare con Alfonso di Poitiers, fratello minore di Luigi IX di Francia. Dal matrimonio, volontariamente, non nacquero figli in modo che alla morte di Giovanna la contea cadesse sotto il controllo diretto della Francia Capetingia, uno degli obiettivi iniziali dei crociati.

Crociata bosniaca

La crociata bosniaca fu una campagna militare intrapresa contro l'indipendente Chiesa bosniaca, accusata di sostenere un'eresia: il bogomilismo. Tuttavia, alcuni ritengono che l'iniziativa non fosse priva di ambizioni territoriali degli Ungheresi. Nel 1216 venne inviata una missione che tentò, senza successo, di convertire la Bosnia al cattolicesimo romano. Nel 1225 Papa Onorio III incoraggiò gli Ungheresi a muovere una crociata contro il Banato di Bosnia. Questa finì con un fallimento dopo che i crociati vennero sconfitti dall'impero Mongolo nella battaglia di Mohi. Nel 1234 Papa Gregorio IX incoraggiò nuovamente una crociata, ma anche questa volta si risolse in una disfatta, quando gli Ungheresi vennero respinti dai bosniaci.

Reconquista

Vennero concessi privilegi crociati a coloro che nella penisola iberica avessero partecipato alle campagne dei Templari, degli Ospedalieri e degli altri ordini iberici che confluirono nell'ordine di Calatrava e di Santiago. I regni cristiani combatterono contro i mori e gli Almohadi in frequenti crociate approvate dal Papa dal 1212 al 1265. L'emirato di Granada resistette fino al 1492, quando i musulmani e gli ebrei vennero definitivamente espulsi dalla penisola.

Crociate del XIV, XV, XVI, XVII secolo

La battaglia di Nicopolis in una miniatura di Jean Colombe intitolata Les Passages d'Outremer, 1475 circa

Nel XIV e XV secolo vennero promosse diverse crociate con lo scopo di contrastare l'espansione degli ottomani nei Balcani. Nel 1309, circa 30.000 contadini provenienti dall'Inghilterra, dalla Francia nordorientale e dalla Germania si recarono fino ad Avignone, ma li giunti si dispersero. Pietro I di Cipro conquistò e saccheggiò Alessandria nel 1365, in quella che poi divenne nota come crociata alessandrina; egli fu spinto sia da scopi commerciali sia religiosi. Nel 1390, Luigi II di Borbone condusse la crociata berbera nell'Africa del nord contro pirati musulmani. Dopo un assedio di dieci settimane, i Crociati siglarono una tregua di dieci anni.

Nonostante questi sforzi, gli Ottomani riuscirono a conquistare la maggior parte dei Balcani e, dopo la vittoria nella battaglia della Piana dei Merli del 1389, a ridurre l'influenza bizantina alla sola area di Costantinopoli. Nicopolis venne conquistata dallo zar dei Bulgari Ivan Šišman nel 1393 e un anno dopo Papa Bonifacio IX proclamò una nuova crociata contro i turchi, anche se lo scisma d'occidente aveva diviso il papato. Questa crociata fu guidata da Sigismondo di Lussemburgo, Re d'Ungheria a cui si unirono molti nobili francesi, tra cui il comandante militare della spedizione, Giovanni di Borgogna. Nonostante Sigismondo consigliò ai crociati di adottare una strategia cauta e difensiva, quando essi raggiinsero il Danubio tentarono di assediare la città di Nicopolis dove vennero sconfitti dagli ottomani il 25 settembre patendo gravi perdite.

Vittoria Hussita sui crociati nella battaglia di Domažlice

Viene chiamata "crociata Hussita" una serie di guerre di religione condotte contro gli eretici Hussiti, a più riprese, nell'arco di oltre un quindicennio. Queste crociate vennero dichiarate cinque volte negli anni 1420, 1421, 1422, 1427 e 1431 e costrinsero le forze hussite, che erano divise su molti punti dottrinali, a unirsi per respingere gli attaccanti. Le guerre si conclusero nel 1436 con la ratifica dei compactata di Basilea da parte della Chiesa cattolica e degli Hussiti.

Mentre gli Ottomani si riversavano verso ovest, il sultano Murad II sconfisse, nel 1444, l'ultima crociata papale a Varna sul Mar Nero e quattro anni più tardi distrusse l'ultima spedizione ungherese. Nel 1453, con la caduta di Costantinopoli, tramonta definitivamente l'Impero bizantino. János Hunyadi e Giovanni da Capestrano organizzarono nel 1456 una crociata per opporsi all'impero ottomano e rispondere all'assedio di Belgrado.

Papa Pio II e Giovanni di Capistrano predicarono la Crociata, e i principi del Sacro Romano Impero nelle Diete di Ratisbona e di Francoforte promisero assistenza, inoltre si formò una lega tra Venezia, Firenze e Milano, ma alla fine non giunse alcun aiuto concreto. Nell'aprile del 1487, Papa Innocenzo VIII chiese una crociata contro i valdesi di Savoia, del Piemonte e del Delfinato, poiché non erano ortodossi e considerati eretici. I soli sforzi intrapresi furono nel Delfinato e non portarono quindi a cambiamenti significativi. Venezia era l'unica potenza che continuava a rappresentare una minaccia significativa per gli ottomani, ma perseguì una "crociata" soprattutto per i suoi interessi commerciali, e ciò portò alla serie di guerre turco-veneziane che si protrassero, tuttavia con interruzioni, fino al 1718. La fine delle crociate, intese come impegni dell'Europa cattolica contro le incursioni musulmane, avvenne nel XVI secolo, quando le guerre franco-imperiali assunsero proporzioni continentali. Francesco I di Francia cercò ovunque alleati compresi i principi protestanti tedeschi e i musulmani. Tra questi, siglò una capitolazione dell'Impero ottomano con Solimano il Magnifico, facendo una causa comune con Khayr al-Din Barbarossa e un certo numero di vassalli nordafricani del Sultano. L'ultima crociata significativa fu quella che, bandita da Innocenzo XI, portò alla vittoriosa, per i cristiani guidati dal re Giovanni III di Polonia, battaglia di Vienna del 1683.

Stati crociati

Gli imperi latini e bizantini nel 1205

A seguito della conquista di Gerusalemme nella prima Crociata e la vittoria ad Ascalona, la maggior parte dei crociati considerò il proprio pellegrinaggio completato e fece ritorno in Europa. Goffredo di Buglione venne lasciato con soli 300 cavalieri e 2.000 soldati a difendere il territorio conquistato. Tra i principi crociati, solo Tancredi rimase in Terra Santa con lo scopo di stabilire un suo dominio. A questo punto i "Franchi" mantennero solo Gerusalemme e due grandi città siriane: Antochia ed Edessa ma non i territori circostanti. Così, nella prima metà del XII secolo, si consolidarono quattro Stati crociati: la Contea di Edessa (1098-1149), il Principato di Antiochia (1098-1268), il Regno di Gerusalemme (1099-1291) e la contea di Tripoli (1104-1289, sebbene la città di Tripoli fosse rimasta sotto il controllo musulmano fino al 1109). Questi Stati furono generalmente conosciuti come Terre d'Oltremare.

La quarta crociata portò alla costituzione dell'Impero latino di Costantinopoli frutto della spartizione tra i partecipanti del territorio bizantino in Europa. L'imperatore latino controllava un quarto del territorio bizantino, la Repubblica di Venezia il trecentesimo (compresi i tre ottavi della città di Costantinopoli), e il resto venne diviso tra gli altri comandanti della Crociata. Ciò dette inizio al periodo della storia greca conosciuto come Frankokratia o Latinokratia ("dominio franco [o latino]"), in cui i nobili cattolici dell'Europa occidentale - principalmente Italiani e Francesi - costituirono degli Stati sull'ex territorio bizantino e governarono sui Greci ortodossi Bizantini. A lungo termine, gli unici beneficiari di questa situazione furono i Veneziani.

La rinascita delle città

Una nuova classe sociale: la borghesia

Le città, che nell'Alto Medioevo erano decadute, se non scomparse, rinacquero grazie ai commerci. Questo fenomeno, che interessò gran parte dell'Europa a partire dall'anno Mille, viene comunemente definito rinascita urbana.

Erano attirati dalle città i signori feudali, che:

avevano eccedenze da commerciare,

cercavano oggetti prodotti da artigiani specializzati,

decidevano di risiedere nelle città.

Le città esercitavano una grande attrattiva anche per i servi della gleba che risiedevano nel contado, i contadini. Essi essi vi si recavano tentando di fare fortuna anche perché e dopo un anno e un giorno di residenza erano liberi dagli obblighi servili nei confronti dei loro signori.

Nacque così una nuova classe sociale, la borghesia, formata da

artigiani,

mercanti,

banchieri,

medici,

avvocati,

notai:

Tutte queste persone vivevano nel "borgo", da cui il termine stesso, borghesia.

Un proverbio tedesco esprimeva bene il modo con il quale chi viveva in campagna guardava alla città: «L'aria della città – diceva – rende liberi».

La città medievale

La città medievale poteva avere origini romane o essere stata fondata da poco, in una posizione strategica per la difesa o il commercio.

In quest'ultimo caso sorgeva all'incrocio di vie di comunicazione o alla confluenza di fiumi.

Le mura la circondavano completamente ed erano intervallate da torri e da porte.

Al calar della sera, per sicurezza, queste venivano chiuse e così si faceva al minimo accenno di pericolo.

Man mano che la popolazione aumentava, veniva ampliato anche il perimetro delle mura.

All'interno della città le vie erano strette e spesso curve.

Le case erano per lo più in legno, perché la pietra era molto costosa e riservata a costruzioni particolarmente importanti come le chiese o i palazzi del governo.

Perciò gli incendi erano molto frequenti.

I nobili innalzavano spesso a fianco delle loro case delle torri.

Servivano per la difesa in caso di attacchi esterni, ma era anche un modo per indicare la potenza della famiglia.

Al centro della città si apriva una piazza: vi si teneva il mercato e vi si affacciavano la cattedrale e il palazzo comunale. In altri centri, più grandi e importanti, le piazze potevano essere due, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale, o addirittura tre, una per il mercato, una per la cattedrale e una per il palazzo comunale.

Le torri di San Giminiano

Allegoria del buon governo – Ambrogio Lorenzetti 1337-39 – Palazzo pubblico – Siena

Gli artigiani e le loro associazioni

Gli artigiani solitamente svolgevano la loro attività nelle botteghe, negozi che si aprivano sulla strada, a pianterreno delle case.

Per diventare tali era necessario un lungo periodo di apprendistato, chiamato tirocinio: l'apprendista, il ragazzo che voleva diventare artigiano, "andava a bottega" da un artigiano già esperto.

Il maestro forniva all'apprendista vitto, vestiario, alloggio e gli insegnava tutti i segreti del mestiere.

In cambio il ragazzo dava il proprio lavoro.

Terminato il tirocinio, l'apprendista veniva sottoposto a un esame durante il quale doveva creare il suo "capolavoro": un oggetto che dimostrasse che aveva imparato tutto quanto era necessario per poter aprire una bottega.

Il capolavoro era poi esaminato dai membri delle Arti o Corporazioni.

Corporazioni dei calzolai, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo

Corporazioni dei carradori, formella su colonna, XII secolo. Piacenza, Duomo.

Le Arti erano associazioni di mestiere che raccoglievano tutti quelli che svolgevano la medesima attività.

Esse potevano:

impedire di aprire bottega a chi non faceva parte della corporazione,

imponevano standard qualitativi sui prodotti finiti

impedivano che vi fosse concorrenza tra i vari membri della corporazione.

Si pensi che era assolutamente proibita qualunque forma di pubblicità.

Le Arti si dividevano in maggiori, quelle che godevano di maggiore ricchezza e prestigio sociale, e minori, quelle meno stimate socialmente e più povere.

Alcune città divennero famose per i loro prodotti: in Italia erano molto rinomate le armi di Milano e Brescia e i panni di lana di Firenze.

La nascita delle università

Per svolgere tutte queste attività commerciali e finanziarie era necessaria una maggiore preparazione.

Non era importante che i mercanti e i banchieri conoscessero il latino, ma che sapessero le lingue dei paesi con cui commerciavano e che avessero padronanza della contabilità dei propri affari.

Per questo motivo cambiarono le scuole.

Prima del Mille le scuole erano gestite dal clero e servivano a istruire i sacerdoti e i monaci.

Dopo il Mille erano invece frequentate anche dai figli delle famiglie borghesi, che imparavano a leggere, a scrivere e a contare.

In alcune città si formarono libere associazioni di studenti ed insegnanti: le universitas studiorum (universitas era il termine latino con cui allora si indicava qualsiasi associazione).

È difficile conoscere il momento preciso della nascita delle università perché ci si deve basare solo sui documenti ufficiali e quando l'autorità parlava dell'università voleva dire che essa era già ben organizzata.

Le università più importanti in Europa furono:

Salerno, celebre per gli studi di medicina, probabilmente la più antica università, attiva già nell'XI secolo, anche se fu riconosciuta ufficialmente solo nel 1231;

Bologna, dove si studiava soprattutto diritto, 1158;

Parigi, con teologia e filosofia;

Oxford 1170 e Cambridge 1230 in Inghilterra.

Gli studi erano lunghi e costosi e si conclude vano con la laurea.

Una nuova figura, il banchiere

L'economia andava rapidamente e profondamente trasformandosi. Accanto all'agricoltura acquistavano sempre maggiore importanza l'artigianato e gli scambi.

Per far fronte alle nuove esigenze, nacque un'originale figura, quella del banchiere.

Egli aveva molteplici funzioni.

Prima di tutto era un cambiavalute, in quanto cambiava le monete "straniere" con quella in corso nella città.

Poi emetteva cambiali: la cambiale, o lettera di cambio, non era altro che la ricevuta di un deposito. Siccome era molto pericoloso viaggiare portando con sé grandi somme di denaro liquido, il mercante depositava nella città di partenza una somma di denaro e ritirava una ricevuta, la cambiale appunto. Quando arrivava nella città meta del viaggio, esibendo questa cambiale poteva ritirare la somma versata. Infine il banchiere prestava denaro ad interesse.

Ma proprio su quest'ultima attività si concentrarono le critiche della Chiesa. Infatti la Chiesa condannava il prestito di denaro dietro pagamento di un interesse, anche se modesto.

Lo definiva usura e affermava che così si guadagnava senza lavorare, speculando sul tempo, che era in mano a Dio.

Non era quindi lecito per i cristiani guadagnare su qualcosa che era di Dio.

Per questo il prestito ad interesse venne spesso gestito dagli Ebrei.

La nascita dei Comuni

I Comuni erano associazioni che servivano a governare le città nel basso medioevo.

A partire dall'anno Mille alcune città italiane ed europee conobbero una grande trasformazione, non solo economica ma anche politica. In questi luoghi, infatti, accanto ai nobili e ai proprietari terrieri, nuovi gruppi sociali acquisirono consapevolezza della loro forza politica. Erano mercanti, artigiani, professionisti: si trattava di persone influenti, in parte già abituate a collaborare con il signore del luogo nell'amministrazione della città.

Fu dall'iniziativa delle più importanti famiglie nobili e borghesi della città, decise ormai a governarsi autonomamente e a difendere la propria libertà economica, che ebbe origine il "Comune": una forma di autogoverno cittadino originato da un giuramento collettivo, chiamato coniuratio; con questo giuramento, un'associazione di cittadini si assumeva il compito di governare e di amministrare la città.

Il Comune aveva dunque, di fatto, le caratteristiche di uno Stato, con autonome istituzioni, leggi, monete e tasse.

Era un nuovo soggetto politico che non dipendeva più dal potere superiore dell'imperatore, del re, del vescovo o del signore feudale a cui era appartenuto in precedenza.

Mercato a Bologna, presso Porta Ravegnana, particolare ricavato dal frontespizio dello Statuto della "Matricola dei mercanti", risalente al XIV secolo. Bologna, Museo Civico.

I comuni dell'Italia centro-settentrionale nel XII-XIII secolo

La società urbana

La città era popolata da nobili e da uomini che esercitavano professioni di tipo intellettuale:

avvocati,

giudici,

notai,

maestri e studenti delle nascenti università.

Poi vi erano coloro che svolgevano un lavoro manuale:

artigiani

commercianti.

Si è soliti raggruppare queste persone in quattro grandi gruppi sociali:

i magnati – nobili, proprietari terrieri;

il popolo grasso – ricchi borghesi, mercanti, banchieri, proprietari di manifatture;

il popolo minuto – piccoli commercianti e artigiani;

gli operai – lavoratori nelle manifatture e a giornata, recenti immigrati.

Anche il clero faceva sentire la sua presenza: in città risiedevano i religiosi dei conventi e delle congregazioni, e soprattutto il vescovo, il cui prestigioso ruolo è espresso dall'edificazione di magnifiche cattedrali.

In città c'era infine una popolazione "marginale", esclusa da qualsiasi attività politica e che conduceva una vita precaria:

poveri,

servi,

prostitute,

mendicanti,

malati.

Ancora una differenza va segnalata, questa volta tra le città del Nord Italia e quelle del Sud: i Comuni si formarono prevalentemente nel Centro-Nord della penisola.

Le città meridionali – sotto il forte regno normanno – non ottennero mai una completa autonomia.

Mestieri leciti e mestieri illeciti

Uno storico contemporaneo, il francese Jacques Le Goff, ha dedicato i suoi studi a ricostruire come viveva e come pensava l'uomo medievale. In questo brano analizza l'idea del lavoro nel periodo che stiamo prendendo in esame e sottolinea la differenza esistente tra Alto e Basso Medioevo.

Nel Medioevo in Occidente c'erano mestieri nobili, mestieri vili, mestieri illeciti. Nell'Alto Medioevo quasi tutti i mestieri erano proibiti o considerati disdicevoli.

Erano professioni disprezzate quelle dei locandieri, dei macellai, dei giullari, degli attori, dei maghi, dei medici, dei soldati, dei mercanti, dei tessitori, dei tintori, dei pasticcieri, dei barbieri, dei sarti.

Ciò accadeva prima di tutto per effetto di sopravvivenze dei vecchi tabù primitivi.

1. Il tabù del sangue, soprattutto, che tocca macellai, barbieri, medici: la società sanguinaria dell'Occidente medievale sembra oscillare tra il piacere e l'orrore del sangue versato.

2. Vi è poi il tabù dell'impurità e della sporcizia che ricade sui tintori, sui cuochi, sugli operai tessili.

3. Infine il tabù del denaro, che è stato molto importante nello scontro sociale avvenuto quando dal baratto si è passati all'economia monetaria. I teologi medievali maledicono il denaro e i mercanti sono attaccati soprattutto in quanto usurai.

A questi antichi tabù il cristianesimo ha aggiunto le proprie condanne:

– i militari sono condannati perché infrangono il comandamento "Non uccidere";

– i locandieri sono condannati perché vivono della vendita del vino, che induce all'ubriachezza;

– i cuochi sono condannati perché coltivano il peccato di gola;

– i mendicanti, quelli che sarebbero in grado di lavorare, sono condannati per il peccato di pigrizia.

Questa situazione tra l'XI e il XIII secolo si modifica, insieme al cambiamento dell'economia e della società. Diminuisce infatti il numero dei mestieri proibiti e a quelli screditati si trovano delle giustificazioni che li rendano accettabili.

Il caso del mercante è il più celebre. Questi corrono grossi rischi perché nei commerci subiscono danni, sono costretti a tenere fermi i loro capitali, vanno in contro ad imprevisti: tanto basta per renderlo dignitoso.

In sintesi, il lavoro non è più come prima segno di condizione sociale inferiore (da servo della gleba), ma diventa un elemento di merito.

Comuni italiani, Comuni europei

La formazione dei Comuni interessò non so lo l'Italia ma anche l'Europa centrale e settentrionale, in particolare le Fiandre, la Valle del Reno e le coste del Baltico.

Alla fine del XIII secolo, molte città baltiche, tra cui Colonia, Amburgo e Lubecca, diedero vita ad una potentissima lega commerciale, la Lega Anseatica.

Notevoli furono le differenze tra i comuni italiani e quelli d'Oltralpe:

nelle città del Centro e Nord Europa l'autonomia faticò ad affermarsi e fu meno estesa che in Italia. Le città erano come delle piccole isole in un "mare feudale". Al di fuori delle loro mura il potere del feudatario restava grandissimo. Per questo motivo il governo delle città non riuscì ad estendersi sul territorio circostante; i Comuni italiani invece imposero subito il loro potere sulle campagne circostanti, il contado, limitando molto il potere dei feudatari, approfittando anche del fatto che in Italia non esisteva una forte monarchia e il potere imperiale era debole;

nel resto dell'Europa solitamente le città chiedevano al re o all'imperatore libertà e privilegi per gestire meglio i loro commerci; in Italia invece si arrivò anche allo scontro diretto con l'imperatore per ottenere l'indipendenza.

Anche la popolazione urbana presentava alcune differenze:

al di là delle Alpi la borghesia cittadina era più influente di quella italiana;

in Italia era spesso la piccola nobiltà feudale residente in città a costituire la classe dirigente.

Inoltre nei Comuni italiani la concorrenza per il potere fu molto accesa: si formarono così fazioni politiche e gruppi sociali (consorterie di nobili, associazioni di mestiere, associazioni di popolo) in perenne lotta tra loro.

L'evoluzione del Comune

Video Età comunale

Video nascita mercante medievale

La fase consolare

Il Comune nacque dunque con la coniuratio, il giuramento collettivo di alcuni cittadini, appartenenti alle famiglie più importanti della città.

Dopo questo giuramento, esso si dotò di proprie istituzioni che ne garantivano il funzionamento e l'amministrazione.

La sovranità, cioè il governo del Comune, venne affidata all'assemblea dei cittadini "con-giurati", cioè a coloro che avevano sottoscritto il giuramento collettivo.

Questa assemblea si chiamava Arengo o anche Parlamento. Successivamente questa assemblea venne ristretta a pochi rappresentanti e chiamata Consiglio.

L'assemblea, o consiglio, eleggeva i consoli: la magistratura più alta, la massima autorità della città.

Scelti fra le famiglie più importanti, i consoli potevano essere due o più; restavano in carica per un periodo massimo di un anno. In questo modo, si voleva impedire che il potere si concentrasse nelle mani di poche persone, se non di una sola.

I consoli:

amministravano la giustizia,

gestivano le finanze,

dirigevano le milizie.

Le norme che regolavano il Comune erano fissate in uno Statuto.

La fase podestarile

Dal XII al XIII secolo la popolazione delle città aumentò rapidamente; una crescita dovuta all'immigrazione dal contado.

Erano persone appartenenti a tutti i ceti sociali: sia nobili con servitù e uomini d'arme, che contadini.

Questa trasformazione complicò i rapporti sociali all'interno della città. Le tensioni politiche e i disordini divennero frequenti e le vecchie istituzioni risultarono insufficienti.

I comuni italiani, l'impero e il papato tra XVII e XVIII secolo

I Comuni cercarono quindi nuove soluzioni che garantissero la governabilità della città e del suo territorio.

I consoli vennero sostituiti da magistrati con un potere più ampio, chiamati podestà.

Affinché non fosse coinvolto nelle lotte fra le fazioni e fosse sicura la sua imparzialità, il podestà

proveniva da un'altra città

si avvaleva di un suo staff di collaboratori, come giudici, notai, segretari, cavalieri, che erano alle sue dipendenze e da lui stipendiati.

Il podestà era un professionista della politica ed era scelto dai Consigli per le sue riconosciute capacità giuridiche, per la sua moralità e le sue doti di comando.

Alcuni podestà divennero famosi ed erano richiestissimi per la loro professionalità.

Dopo aver firmato un contratto (che lo impegnava per un periodo variabile dai sei mesi a un anno) e giurato fedeltà allo Statuto, il podestà assumeva i poteri: giudiziario, amministrativo, talvolta anche militare.

I compiti erano molti ed egli si avvaleva anche della collaborazione di altri magistrati cittadini. Il numero delle magistrature infatti aumentò in proporzione ai problemi della vita cittadina e alla quantità di denaro disponibile.

Al termine del suo mandato il lavoro del podestà veniva giudicato dai cittadini e, se l'esito era positivo, il podestà veniva retribuito.

La fase popolare

Tra il XII e XIII secolo, le associazioni di popolo (formate da professionisti, artigiani, mercanti) si dotarono di un loro rappresentante, chiamato Capitano del popolo, e si scontrarono con le famiglie nobili rappresentate dal podestà.

La figura del Capitano del popolo era analoga a quella del suddetto podestà: come questo, infatti, il Capitano del popolo era forestiero, ma poteva contare su di una base sociale più solida.

In breve, seppure in misura diversa da città a città, il Capitano del popolo divenne un'autorità contrapposta a quella del podestà.

Il governo venne quindi spartito tra queste due cariche tra loro rivali, con la conseguente crescita dell'instabilità politica all'interno del Comune. Un caso particolarmente interessante, circa lo scontro tra nobili e popolo, è quello di Firenze.

Tra le famiglie magnatizie o nobiliari, che detenevano il potere, c'erano frequenti scontri; il popolo era scontento di essere escluso dal potere e di vivere in una situazione di continuo disordine che danneggiava i commerci.

Nel 1293, un nobile che si era schierato dalla parte del popolo, Giano della Bella, riuscì ad imporre delle leggi antimagnatizie, chiamate Ordinamenti di Giustizia.

In questi Ordinamenti veniva stabilito che i magnati, cioè i nobili:

non potevano più essere eletti negli organi dirigenti del Comune se non erano iscritti alle corporazioni;

erano puniti con gravi sanzioni se si comportavano in modo violento.

Queste leggi furono efficaci solo in parte per ché i magnati mantennero ancora il loro in discusso prestigio: di fatto, il loro potere fu solo limitato. Gli Ordinamenti di Giustizia furono però un importante passo avanti che permise a nuovi ceti di acquisire potere all'interno dell'amministrazione del comune.

Crisi del XIV secolo

La crisi del XIV secolo o crisi del Trecento fu una fase recessiva della storia europea sviluppatasi verso la fine del medioevo, in chiusura della grande espansione demografica ed economica bassomedievale.

Succeduta ad una lunga fase di crescita iniziata nei secoli XI-XII, la crisi demografica coinvolse tutta l'Europa, che vide un drastico calo della popolazione. Al tempo stesso, il continente attraversò una profonda stagnazione economica con conseguenze anche sul piano politico. La crescita demografica ed economica dei secoli precedenti infatti subì un arresto e poi un profondo declino nel corso del XIV secolo, con pesanti ricadute sull'insediamento rurale ed urbano.

Gli storici hanno identificato diversi fattori concomitanti come cause della crisi: epidemie, peggioramenti climatici, guerre, carestie, fino a individuare dei limiti strutturali nella stessa economia medievale. Solo nel secolo successivo si può rintracciare una fase di ripresa, che fu alla base di un processo di ristrutturazione economica di lungo periodo.

Recessione economica e declino demografico

Verso la fine del XIII secolo l'impetuosa crescita economica e demografica che l'Europa occidentale aveva sperimentato nei secoli precedenti rallentò, fino ad arrestarsi del tutto nel corso del XIV secolo. La crisi coinvolse primariamente l'agricoltura, il settore economico principale nelle società preindustriali, ma a loro volta subirono forti contraccolpi sia la produzione artigianale che il sistema degli scambi commerciali. Infine, anche il mercato finanziario dell'epoca subì gravi ripercussioni, con diversi fallimenti di banche e compagnie commerciali.

Diversi furono i fattori critici che contribuirono a questa fase di generale depressione economica e demografica. Seguendo il modello malthusiano, è stato riconosciuto che nel corso dei secoli XI-XIII la popolazione crebbe molto di più rispetto alla produttività agricola, rompendo in questo modo il delicato equilibrio tra popolazione e risorse disponibili e innescando così la crisi; tuttavia, allo stesso tempo è stato provato un forte peggioramento delle condizioni climatiche, che avrebbe avuto un impatto negativo sulle coltivazioni, causando in questo modo la scarsità delle derrate alimentari. Inoltre, a questo cattivo andamento della produzione agricola vanno sommati altri fenomeni che aggravarono la già grave situazione, come l'inasprimento delle guerre e lo scoppio di virulente epidemie, la più famosa delle quali fu la peste nera del 1348, che falcidiarono la popolazione europea.

Crisi produttiva

Al di là delle difficoltà legate ad un sistema economico fragile quale era quello dell'Europa medievale, il Trecento vide l'esplosione delle contraddizioni insite nello stesso processo di crescita bassomedievale. La crisi infatti fu dovuta in larga parte ad un fenomeno economico detto caduta tendenziale del saggio di rendita, descritto già dall'economista classico David Ricardo. Questa legge descrive un processo tipico delle economie preindustriali: la rendita, ovvero il guadagno del proprietario terriero, tende a descrescere man mano che vengono messi a coltura i terreni più marginali. Questo è ciò che accadde nell'Europa del XIV secolo, quando l'espansione delle terre coltivate subì una battuta d'arresto: di fatto non diventava più conveniente mettere a coltura i campi più marginali perché erano meno fertili (dunque poco profittevoli) e in tal modo non riuscivano più a garantire la forte crescita della popolazione.

Inoltre, data la bassa resa delle nuove terre, i proprietari terrieri dovettero cercare altre strategie per mantenere alta la propria rendita. Laddove i terreni erano più fertili, vennero diversificate le produzioni, passando a coltivazioni specializzate (come la vite e l'ulivo) più profittevoli; in altre aree i terreni vennero riconvertiti all'allevamento del bestiame, i cui prodotti garantivano maggiori guadagni. Questi fenomeni accentuarono la caduta dell'offerta dei beni agricoli, che sommata a manovre speculative provocarono l'innalzamento dei prezzi; il risultato fu una generale e diffusa criticità degli approvvigionamenti alimentari, soprattutto per i ceti più bassi.

Crisi finanziaria

La recessione economica si manifestò anche nel commercio e nella finanza dell'epoca, pur in modalità diverse e con effetti meno distruttivi. Le difficoltà incontrate in questo settore riguardarono elementi di tipo congiunturale, legati dunque alla situazione economica generale, ma anche contraddizioni di tipo strutturale. Le operazioni mercantili infatti subirono direttamente le ripercussioni della crisi produttiva, dato che l'arresto dell'espansione agricola bloccò la formazione di un sovrappiù di beni destinati agli scambi; inoltre, guerre ed epidemie ostacolavano i traffici commerciali.

Tuttavia, la stessa espansione del capitale mercantile era strutturalmente limitata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto: la crescita della concorrenza infatti determinò una decisa caduta dei prezzi e di conseguenza minori margini di guadagno per i mercanti. Questa caduta tendenziale provocava poi la contrazione degli investimenti produttivi e commerciali, che influì anche sul mercato creditizio, date le strette connessioni tra operazioni finanziarie e commerciali nelle stesse imprese mercantili. Il risultato fu una generale crisi di liquidità, che a sua volta provocava insolvenze e mancate restituzioni dei capitali prestati – come avvenne da parte del re Edoardo III d'Inghilterra verso i banchieri fiorentini. Di conseguenza, numerose compagnie commerciali e bancarie dell'epoca andarono incontro al fallimento.

Infine, tutto il basso medioevo fu caratterizzato da una forte tendenza deflattiva, i cui effetti si manifestarono in maniera più grave nel corso del Trecento, aggravando in questo modo le difficoltà economiche del periodo. La deflazione provocò una crisi strutturale di liquidità, dato che la quantità di moneta circolante era insufficiente ai bisogni del mercato: il valore del denaro aumentava e viceversa si abbassarono i prezzi delle merci, disincentivando in questo modo gli investimenti e diminuendo i tassi di profitto delle compagnie commerciali. Diverse furono le cause alla base di questa tendenza deflattiva: la scarsità di metalli preziosi in Europa in primis, ma anche il costante deflusso di moneta pregiata verso i mercati orientali in cambio di merci preziose.

Carestie

Dall'Apocalisse di un Biblia Pauperum miniato a Erfurt: la morte (Mors) siede a cavalcioni di un leone la cui lunga coda finisce con una palla di fuoco (Inferno); la carestia (Fames) indica la sua bocca affamata.

La crisi del Trecento si manifestò innanzitutto con la fame, prima ancora che con la tristemente celebre ondata di peste. Molti storici hanno iniziato a supporre un eccessivo aumento della popolazione rispetto alle risorse producibili: nei secoli precedenti l'aumento delle derrate prodotte si era avuto grazie alla coltivazione di nuovi terreni, che verso la fine del Duecento erano giunti alla saturazione. Ne è una prova la presenza di insediamenti anche in zone disagiate (montagne, zone paludose, ecc.) dove si produceva con grosse difficoltà, ma anche quel contributo era necessario (tutti insediamenti che vennero poi abbandonati nel corso del secolo con la diminuzione demografica dando origine al fenomeno dei villaggi abbandonati). Il clima più freddo e più umido peggiorò i raccolti e esponeva la popolazione, soprattutto i bambini, alle malattie da raffreddamento.

Si manifestava così, nei ceti subalterni, una fetta di popolazione denutrita, abituata da generazioni a nutrirsi quasi esclusivamente di cereali, che dovette soccombere al primo prolungato rialzo dei prezzi dovuto ai cattivi raccolti degli anni 1315-1317. La "Grande carestia" fu il primo sintomo di una situazione in peggioramento, della quale, naturalmente, i contemporanei non potevano avere consapevolezza.

La ricca Europa duecentesca non era stata immune dalle carestie, solo che esse avevano coinvolto alcune zone circoscritte, ai cui bisogni si era potuto provvedere facendo affluire derrate alimentari da altre aree non colpite. Periodi siccitosi, alternati a forti piogge, già tra il 1309 ed il 1315, causarono una grande crisi nella produzione agricola di vaste aree del nord Italia, come Piemonte, Lombardia ed Emilia. Nel 1315-17 la carestia invece si manifestò in maniera disastrosa in quasi tutto il continente e in contemporanea. Si erano infatti susseguite delle condizioni climatiche negative (inverni rigidi e prolungati, estati eccessivamente piovose, alluvioni e grandinate), danneggiando ripetutamente i raccolti. I prezzi dei cereali aumentarono vorticosamente, provocando la morte per denutrizione di molte persone e di parecchio bestiame. È stato calcolato che nella città di Ypres, tra il maggio e il novembre 1316, morirono quasi tremila persone su una popolazione di 20-25.000 unità.

Una nuova ondata di carestia si abbatté sull'Europa nel decennio 1340-1350.

Epidemie

Trionfo della Morte, 1446 circa Palazzo Abatellis, Palermo

Il vero e proprio tracollo europeo si ebbe con l'arrivo di una durissima ondata di pestilenza, pare proveniente dalla Cina (dove c'era stata una grave pandemia nel 1333), che nel 1347 arrivò in Europa tramite le rotte commerciali, in particolare, pare, tramite le navi genovesi che facevano la spola tra Mar Nero e Mediterraneo per il commercio del grano. La pandemia si diffuse nelle zone portuali, arrivando a Messina e poi nelle città sul Tirreno, per poi spargersi ovunque.

L'epidemia era arrivata in Italia e nel Mediterraneo occidentale nell'autunno del 1347 per poi "congelarsi" durante i mesi invernali. Da marzo a maggio la diffusione del contagio divenne esplosiva, con le città che assistevano al progredire verso di esse del contagio terrorizzate di scoprire da un momento all'altro i segni della comparsa del male. Per tre lunghi anni la pandemia falcidiò il continente, fino all'estate del 1350 compresa.

Diffusione della peste nera dal 1347 (marroncino) al 1351 (giallo)

Le cause dirette della pestilenza furono investigate solo nel XIX secolo, individuando almeno tre tipi di infezioni (polmonare, setticemia e ghiandolare o "bubbonica") che forse infierirono contemporaneamente. Quella bubbonica in particolare dava segni evidenti (i "bubboni") e si trasmetteva tramite i parassiti veicolati dai ratti all'uomo. L'epidemia fu particolarmente violenta per la debolezza endemica di larghe fette di popolazione denutrite e con il sistema immunitario depresso, e per le precarie condizioni igieniche di molti centri urbani sovraffollati. La comparsa dei sintomi (bubboni nella zona ascellare e inguinale, macchie nere, fino all'espettorazione di sangue), gettavano la popolazione nel terrore quali segni di sicura morte.

Gli studi parlano di una mortalità media del 25% della popolazione, con picchi (in Germania, in Francia e in Italia), del 30-35% e oltre. Alcune aree, come il milanese, vennero inspiegabilmente risparmiate.

La pandemia terminò la fase acuta tra il 1350 e il 1351, permanendo però allo stato endemico e ricomparendo in successive ondate fino alla successiva pandemia del 1630. La popolazione europea non si riprese dal tracollo fino almeno al Settecento. Tra le conseguenze vi furono lo spopolamento delle aree impervie, con i contadini migrati a riempire gli spazi vuoti nelle aree più fertili in pianura e in collina, e la crisi dei piccoli proprietari terrieri, che vendendo i loro terreni favorirono la concentrazione delle proprietà in un minor numero di mani. I ceti dirigenti, in alcune zone, si allontanarono dal controllo diretto della terra, preferendo affidarla in affitto o secondo altri contratti (come la mezzadria in Toscana) e vivendo di rendita. Le condizioni di vita del ceto rurale peggiorarono comunque notevolmente e si andò formando una specie di "proletariato" rurale.

Guerre e conflitti

Muzio Attendolo Sforza in una miniatura quattrocentesca

Lo spopolamento ebbe come conseguenza anche l'impossibilità di tenere milizie cittadine e cavallerie feudali permanenti, rendendo necessario ricorrere a guerrieri di mestiere, che fossero ben addestrate e mobili. Nacquero così le compagnie di ventura, istituzioni militari composte da armati che di mestiere si prestavano a chi ne facesse richiesta in cambio di soldi. Erano delle vere e proprie "imprese" commerciali, che si offrivano ai vari governi come mercenari. Il contratto che essi stipulavano si chiamava "condotta", da cui il termine condottiero.

Inizialmente le compagnie di ventura, che tanto peso ebbero nelle vicende italiane, erano straniere (Francesco Petrarca le chiamò "pellegrine spade"), come la Grande Compagnia di Guarnieri d'Urslingen, la Compagnia Bianca di Giovanni Acuto. Presto si formarono anche compagnie italiane, come la Compagnia del Cappelletto creata da Niccolò da Montefeltro, la Compagnia di San Giorgio di Alberico da Barbiano, nella quale si formarono i condottieri Braccio da Montone e Muzio Attendolo Sforza, i quali furono all'origine delle due principali tattiche militari del tempo: quella braccesca, basata sull'assalto impetuoso, e quella sforzesca, che privilegiava la tattica e le manovre.

Le compagnie di ventura vendevano un servizio, quello militare, e non avevano nessun interesse a distruggersi a vicenda, né erano particolarmente interessati alla causa per la quale lottavano. Per questo vennero spesso accusate di non combattere sul serio e di essere inclini al tradimento favorendo chi offriva loro più soldi.

Ma il più grave difetto di queste compagnie, che si rivelò solo nei secoli successivi, era quello di trarre profitto dalla guerra, quindi di impedire l'instaurarsi di una qualsiasi pace duratura: in tempi tranquilli esse si davano al saccheggio costringendo i governi a pagare loro una sorta di tassa per impedire che si dessero a eccessi.

Alcuni condottieri riuscirono a fare una politica personale che nel migliore dei modi fruttò loro una signoria e, magari più tardi, anche un principato.

Conseguenze

Conseguenze devozionali

Buonamico Buffalmacco, L'incontro tra vivi e morti, dettaglio del Trionfo della Morte, Pisa, Camposanto Monumentale

La disordinata religiosità che fu animata dalla sensazione di terrore e di disorientamento a fronte dell'inspiegabile susseguirsi di calamità e sciagure (carestie, epidemie, guerre, l'avanzata dei Turchi o dei Tartari), fu permeata da elementi apocalittici e irrazionali, che credevano in un'azione diabolica congiunta e particolarmente efficace. La fine del mondo e la venuta dell'Anticristo sembravano più vicine che mai e si cercarono dei nemici da combattere, che erano, oltre ai cattivi cristiani, gli ebrei e le streghe, contro le quali si scatenò una vera e propria caccia.

Della sensibilità religiosa imbevuta di paura approfittarono i predicatori popolari, che fecero incrementare le donazioni alla Chiesa e l'acquisto di indulgenze. La paura per la morte, visibile nei frequenti dipinti di trionfi della morte, danze macabre e incontro dei tre vivi e dei tre morti, era un sentimento nuovo ed era drammatizzata dal confronto con i prosperi secoli immediatamente precedenti. Proliferavano gruppi e confraternite di penitenti, più o meno eterodosse, mentre in Italia e in Fiandra nacque la devotio moderna, con rappresentanti come Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Enrico Suso e Tommaso da Kempis. Essa promuoveva un'adesione religiosa meno formale e più legata ad aspetti intimi e personali, intesa come un valore essenzialmente umano. L'opera più importante di questa corrente fu l'Imitazione di Cristo, tra i più celebri trattati di meditazione cristiana di tutti i tempi.

Rivolte

La fine della rivolta dei contadini in Inghilterra: Wat Tyler ucciso da William Walworth sotto gli occhi di Riccardo II

Alle carestie, le epidemie, la riduzione degli spazi a coltura cerealicola in favore di coltivazioni più redditizie, le vessazioni del ceto fondiario, vanno aggiunte le guerre che erano frequenti in tutta Europa e che si tramutavano talvolta in razzie, saccheggi e assedi, con una destabilizzazione a lungo termine della società.

L'aggravarsi delle condizioni di vita dei ceti subalterni nelle campagne produsse inizialmente un flusso di persone verso le città, dove erano almeno presenti alcune istituzioni caritatevoli che assicuravano loro un minimo di sostentamento giornaliero. Ciò causò un sovrappiù di manodopera che minacciò i ceti subalterni cittadini. Il malessere verso una situazione divenuta ormai insostenibile fu all'origine di rivolte un po' in tutta Europa, sia nelle campagne che nelle città, a partire dai ceti più umili che talvolta riuscivano a coinvolgere anche frange più agiate, come i piccoli artigiani o i produttori subalterni.

In Fiandra si erano registrate rivolte già nel primo trentennio del Trecento, mentre le campagne francesi vennero battute tra 1315 e 1360 dalle folle dei pastoureaux ("pastorelli") e, tra il 1356 e il 1358, dalla jacquerie, dove i contadini inferociti misero al rogo parecchi castelli ed aggravarono la situazione già difficile durante la guerra dei cent'anni. Nel 1356 dilagò a Parigi una rivolta capeggiata dal "prevosto" dei mercanti Étienne Marcel.

Tra il 1351 e il 1378 si ebbero le rivolte dei Ciompi a Perugia, a Siena e a Firenze. In Inghilterra si ebbe una dura rivolta cristiano-popolare nel 1381, capeggiata da Wat Tyler e John Ball, che si ribellarono al duro regime fiscale imposto dal re a causa della lunga guerra contro la Francia.

Ripresa

Masolino da Panicale, scena dagli affreschi della Cappella Brancacci, Firenze

La crisi generale del Trecento riuscì ad innescare anche un riassetto economico e produttivo da parte dei ceti dirigenti, che gradualmente risalirono la china verso una nuova prosperità.

Per esempio le compagnie commerciali divennero, dopo i fallimenti a catena del 1342-1346, più flessibili, in modo che l'eventuale fallimento di una filiale non si ripercuotesse sull'intera compagnia. Inoltre venne meno il monopolio tessile delle Fiandre in favore di altre zone, come l'Olanda, l'Inghilterra e l'Italia. Si svilupparono inoltre le attività manifatturiere nelle campagne, dove la manodopera era più docile di quella cittadina, come quelle tessili, metallurgiche e cartarie. Si diffuse, oltre alla lana, l'uso di fibre vegetali come la canapa e il lino, grazie anche alla nuova moda di vestire camicie e sottovesti. Aumentò la domanda della seta e del vetro.

Nonostante i problemi quindi, sembrò che dopo la metà del Trecento la popolazione europea tornasse a consumare e lo facesse in maniera più diversificata. Aumentò il volume dei commerci soprattutto grazie al movimento delle merci "povere" (vini, alimenti, stoffe), che resero necessarie navi più ampie e capienti, come la cocca. Vennero sviluppati strumenti per il commercio come la partita doppia e la lettera di cambio.

Si fece strada un nuovo ceto imprenditoriale e capitalistico, che si imparentò con famiglie di antica nobiltà feudale, rispolverando tradizioni nobiliari in grande pompa.

Con questi dati alcuni storici hanno modificato la valutazione complessiva dell'età fra Tre e Quattrocento, sostenendo che il brusco calo demografico riequilibrò il rapporto tra risorse e individui, portando un miglioramento complessivo. A sostegno di questa ipotesi ci sarebbe anche il grande sviluppo artistico dell'Umanesimo e del Rinascimento. Altri, come Roberto Sabatino Lopez, hanno sostenuto invece che l'impossibilità di reinvestire i capitali durante un'epoca di depressione portò a tesaurizzarli in opere d'arte, finanziando cicli pittorici e opere monumentali.

Verso l'Età moderna

Cartografia e cosmografia

Carta portolanica del Mediterraneo, Atlante de Cresques, 1375

Tra i rinnovatori del pensiero geografico e cosmografico medievale vi furono Pierre d'Ailly e Paolo dal Pozzo Toscanelli. La terra si pensava come un globo nel quale i tre continenti conosciuti (Asia, Africa ed Europa) si disponevano attorno al Mediterraneo come un disco di terra. Tra i problemi che ci si poneva maggiormente vi era quello se fosse possibile raggiungere l'Asia (in particolare il "Gran Cane", il sovrano dei mongoli con i quali gli europei erano venuti a contatto nel XIII secolo prima che la fine della pax mongolica e l'avanzata dei turchi rendessero impossibili le vie di terra) navigando verso Occidente e se sì in quanto tempo. A lungo era prevalsa l'idea che il limite dell'Oceano fosse invalicabile, almeno finché non erano ricomparse in Occidente le opere di Aristotele tra XII e XIII secolo. Inoltre la Cosmographia di Tolomeo era stata tradotta nel 1410 in latino da Jacopo d'Angelo da Scarperia.

Ma il Toscanelli non si era adattato alle tesi tolemaiche, arrivando a elaborare un calcolo secondo il quale la penisola iberica distava dalla Cina circa un quinto della distanza reale, avvicinandosi ai calcoli di Marino di Tiro. Egli espose le sue elaborazioni in una lettera al canonico di Lisbona Fernan Martins (1474), che lo aveva conosciuto al concilio di Firenze La loro corrispondenza fu nota a grandi navigatori, tra i quali certamente Cristoforo Colombo, e inoltre dimostrava come alla fine del Quattrocento fosse notevole l'interesse per raggiungere l'Asia via mare. Ciò avrebbe permesso di importare le preziose spezie senza farle transitare dai paesi musulmani, e avrebbe consentito di mettersi in contatto con i mongoli di Cina (gli Europei non sapevano che dinastia Yuan non esisteva più da più di un secolo) per coalizzarsi insieme contro la minaccia turca e l'Islam in generale. In un certo senso si fondevano in questa possibilità le ragioni del commercio, della geografia e della crociata.

Esplorazione europea dell'Africa

Enrico il Navigatore

Le prime esplorazioni nell'Atlantico seguirono la costa africana, nel tentativo magari di circumnavigarla. Nel 1291 erano salpati da Genova Ugolino e Vadino Vivaldi, che dopo aver attraversato le colonne d'Ercole non fecero più ritorno. Ai primi del XIV secolo il genovese Lanzerotto Malocello giunse alle Isole Canarie, già note ai navigatori antichi e arabi, avvistate e riperdute a più riprese da marinai genovesi e di Maiorca; nel 1341 vi giungevano Angiolino de' Corbizzi e Nicoloso da Recco per conto di Alfonso IV del Portogallo. Tra il 1340 e il 1350 venne scoperta Madera e solo molti anni dopo, tra il 1427 e il 1432 si scoprirono le Azzorre.

Le notizie sulla ricchezza in oro di Mali e Sudan (all'epoca per Sudan si intendeva tutta la fascia di foreste al di sotto del Sahara) alimentarono le spedizioni che cercavano di arrivare alla foce del Niger. Nel 1346 il navigatore di Maiorca Jayme Ferrer superò il capo Bojador (Finis Africae), un traguardo isolato bissato solo nel 1433-34 da Gil Eanes. Nel 1447 venne raggiunta la foce del Senegal, dove arrivavano alcune piste carovaniere con oro, avorio e schiavi e da dove si sarebbe potuta raggiungere la mitica Timbuctù. Tra il 1457 e il 1470 si scoprì Capo Verde e nel 1487, finalmente, il portoghese Bartolomeo Diaz varcava il Capo di Buona Speranza aprendo la via delle Indie, raggiunte effettivamente da Vasco da Gama dopo il 1497.

Queste conquiste vennero promosse dal re portoghese Enrico il Navigatore, che aveva riunito nel sud del Portogallo, l'Algarve, un vero e proprio centro studi con cartografi, geografi e astronomi. Il re cercava forse il mitico Prete Gianni, un monarca cristiano che avrebbe potuto salvare l'Europa dal pericolo turco, che, secondo le ultime notizie, poteva trovarsi in Etiopia (ambasciatori abissini si erano presentati anche al concilio di Firenze del 1439). Il sogno di Enrico era venire in contatto col re Etiope, che possedeva le sorgenti del Nilo, per minacciare l'Egitto e costringerlo a rendere Gerusalemme alla cristianità.

Le esplorazioni spagnole: l'approdo di Colombo nelle Americhe

Sebastiano del Piombo, Ritratto di Cristoforo Colombo

L'impresa più importante e rivoluzionaria tuttavia non riguardò l'Africa, ma la scoperta del continente americano. Colombo conosceva sicuramente la corrispondenza tra il Toscanelli e il Martens. Colombo era figlio di mercanti di origine non certamente precisata, e fin da giovane navigò molto. Tra il 1478 e il 1479 si stabilì in Portogallo, dove sposò la figlia del governatore di Porto Santo a Madera, il piacentino Bartolomeo Perestrello.

Colombo mise insieme una serie di notizie eterogenee, da Plinio il Vecchio ai geografi arabi, da Pierre d'Ailly a Enea Silvio Piccolomini, elaborando un sistema cosmografico coerente (sebbene errato) secondo il quale era possibile arrivare in Asia navigando verso occidente, invece che compiere la lunga e difficoltosa circumnavigazione dell'Africa. Egli immaginava che la Terra fosse molto più piccola, con le isole del "Cipango" (il Giappone) distanti appena 5000 chilometri dalle coste portoghesi (invece dei 20000 reali). Dopo essersi rivolto inutilmente a Giovanni II del Portogallo, che era interessato alla navigazione orientale, Colombo si trasferì in Spagna (1485, dove prese a bussare con insistenza alla porta dei "re cattolici", all'epoca ancora impegnati nella conquista di Granada. Colombo predicava la necessità di raggiungere l'Asia e il Gran Cane (il Gran Khan mongolo, che effettivamente aveva regnato in Cina due secoli prima, la cui dinastia - ma questo Colombo non poteva saperlo - era stata già rovesciata nell'Impero celeste) per allearsi con lui contro i turchi e riconquistare Costantinopoli e la Terra Santa. Egli sottolineava, suscitando le simpatie di Isabella di Castiglia, come il suo nome, Cristoforo, fosse un segno del destino, augurandogli una sorte simile a san Cristoforo che, secondo la leggenda, aveva trasportato Gesù da una sponda all'altra di un fiume in piena.

Isabella di Castiglia, dettaglio della Vergine della mosca, attribuito a un anonimo fiammingo della scuola di Jan Gossaert

Colombo non godeva invece di ammirazione presso il re Ferdinando II d'Aragona, che lo vedeva come un arrampicatore sociale senza scrupoli, che chiedeva una quantità eccessiva di denaro e che pretendeva di essere nominato governatore di tutte le aree che avesse scoperto, nonché una quota molto alta delle ricchezze che vi avrebbe trovato. Una corte di dotti si riunì a Salamanca e bocciò tutte le sue tesi una per una. Nessuno poteva sapere però che effettivamente esistesse un continente intermedio tra Europa e Asia e che casualmente si trovasse più o meno alla distanza che Colombo pensava occorresse per trovare le Indie: ciò mantenne a lungo l'equivoco che le terre scoperte fossero effettivamente l'Asia e non qualcosa di diverso.

Nonostante la bocciatura, Colombo fece leva su tutte le sue conoscenze e infine riuscì a convincere i re che il 17 aprile 1492 firmarono le capitolazioni di Santa Fe, dove gli venivano concessi i titoli di ammiraglio, di viceré e di governatore delle terre che avesse scoperto. Il 3 agosto le tre famose caravelle (in realtà una era una cocca leggermente più grande) salparono dal porto di Palos grazie ai capitali spagnoli e fiorentini. Il 12 ottobre Colombo avvistò un'isola che lui credeva del Cipango, chiamata dagli indigeni Guanahani, che lui ribattezzò San Salvador (forse era l'isola di Watling nelle Bahamas).

In altre spedizioni successive Colombo arrivò a Cuba e su Hispaniola (Haiti), anch'egli pensava fosse il Catai, la Cina descritta da Marco Polo. Tra il 1492 e il 1504 Colombo compì quattro viaggi verso il "Nuovo Mondo". La sua attività come viceré non fu fortunata, perché non seppe mantenere l'ordine tra i coloni spagnoli e venne accusato anche di ruberia. Tornato in Spagna e allontanato dalla corte dopo la morte della regina, morì a Valladolid nel 1506.

Le Americhe: il Nuovo Mondo

La circumnavigazione di Magellano

Sembrava che tutti meno che lui avessero capito che le nuove terre non erano l'Asia e si scatenò presto una gara tra le potenze europee ad accaparrarsi le nuove terre. Papa Alessandro VI stabilì con la bolla Inter Caetera (ritoccata poi dal trattato di Tordesillas del 1494) che la demarcazione del Nuovo Mondo tra Spagna e Portogallo, le due potenze maggiormente in corsa, fosse la linea verticale posta circa 370 miglia a ovest delle Isole Azzorre, con la parte orientale, che inaspettatamente comprese tutto il futuro Brasile, ai portoghesi, e la parte occidentale agli spagnoli. Iniziava così la colonizzazione dell'America Latina.

L'America del Nord venne invece toccata nel 1497 dal veneziano Giovanni Caboto, al servizio dell'Inghilterra, che avvistò per primo l'isola di Terranova. Il nome "America" venne trascritto per la prima volta dal cartografo tedesco Martin Waldseemüller nel 1507, che intitolò così un trattato in onore del navigatore fiorentino Amerigo Vespucci, che esplorò le coste sudamericane per conto del re del Portogallo rafforzando la certezza che non si trattasse dell'Asia. La prova che tra America e Asia vi fosse un nuovo oceano fu data solo nel 1513 quando Vasco Núñez de Balboa attraversò l'Istmo di Panama e vide il Pacifico, mentre nel 1519 Ferdinando Magellano attraversò lo stretto che da lui prende il nome. Con questo straordinario allargamento di orizzonti si è soliti collocare (anche se non univocamente) l'inizio dell'evo moderno per l'Europa.

I nuovi orizzonti geografici

L'era delle scoperte geografiche inizia nel '400 e prosegue per tutto il '500. Un'epoca molto importante, non solo perché i confini mondiali si allargano e i commerci iniziano a prendere una nuova spinta, ma anche perché il mondo impara a conoscere nuove culture e nuovi prodotti: cambia, insomma, il modo di relazionarsi all'altro, in maniera a volte complessa e contraddittoria.

Le principali esplorazioni:

1415-1472 esplorazioni marittime del Portogallo lungo le coste africane
1487 Bartolomeo Dìaz circumnaviga l'Africa arrivando a Capo di Buona Speranza
3 agosto 1492 – 14 marzo 1493 primo viaggio di Colombo (12 ottobre arrivo a S. Salvador)
1493-1496, 1498-1500, 1502-1504 : successivi viaggi di Colombo
1507 Amerigo Vespucci dà il proprio nome al nuovo continente
1497-1498 Vasco da Gama (spagnolo) compie spedizione in India circumnavigando l'Africa
1500 Cabral (portoghese) sbarca in Brasile
10 agosto 1519 – settembre 1522 circumnavigazione del globo di Magellano (portoghese al servizio della Spagna)

Le cause delle esplorazioni geografiche

Risulta difficile ridurre i motivi dell'espansione dell'Europa nei nuovi continenti tra il 1400 e il 1500 secondo univoci aspetti. Bisogna perciò considerare le seguenti cause come coessenziali e interdipendenti:

Componente economica: l'Europa aveva raggiunta all'epoca una situazione economica interna tale che generò un forte bisogno di espansione per dare un ulteriore sviluppo all'economia allora crescente; i nuovi continenti suscitavano agli occhi degli Europei una forte attrazione per possibili materie prime, dato che i terreni feudali europei non riuscivano più a dare un rendita sufficiente alla domanda.
Componente politica: il consolidarsi degli stati nazionali (Spagna e Portogallo in particolare) durante il XV secolo ha reso possibile investimenti ed imprese marittime ingenti verso i nuovi mondi.
Componente religiosa: molte spedizioni furono animate da uno spirito missionario di diffusione del Cristianesimo.

Spagna e Portogallo furono gli assoluti pionieri di tale tendenza moderna. Essi, nonostante non avessero un forte retroterra culturale e neanche particolari disponibilità economiche, erano tuttavia gli stati politici più unitari e quindi più consoni a tali imprese.

Il Portogallo fu il primo stato ad esplorare i nuovi territori extraeuropei. Ciò avvenne non solo per la sua proficua collocazione geografica: vantava già dal Medioevo una grande esperienza di commercio a lunga distanza, poteva sfruttare gli investimenti dei ricchi Genovesi nelle loro imprese e aveva una forte stabilità statale che gli altri stati, allora impegnati da lotte intestine, non potevano avere.

La Spagna nel 1479, grazie al matrimonio dieci anni prima di Isabella e Ferdinando, riuscì ad unire politicamente i territori di Castiglia ed Aragona. Tale data diede l'inizio ad un clima di intolleranza e ortodossia religiosa nel paese volto a uniformare radicalmente lo stato sotto la Chiesa Cattolica. In nome dell'unità nazionale furono espulsi Ebrei, Mori, Musulmani e nel 1478 nominata un'intransigente Inquisizione.

La figura di Colombo

L'universo di Cristoforo Colombo (1451-1506) si articola intorno a 3 sfere: divina, umana, naturale. I 3 ambiti rispecchiano anche in un certo senso le cause della scoperta del nuovo continente.

L'ammiraglio è un uomo estremamente religioso: ha un fede tale da spingerlo a intraprendere i suoi viaggi con l'obiettivo di ricavare fondi per finanziare una nuova crociata verso Gerusalemme. La sua fede influenza profondamente le sue interpretazioni del mondo: in ogni avvenimento egli crede di cogliere un segno divino; quando giunge nel panorama naturale di San Salvador egli crede di trovarsi nel Paradiso Terrestre: gli indios, le specie arboree mai viste, i pappagalli sono tutti elementi che gli fanno pensare ad un ambiente “divinizzato”. Il suo “bisogno di evangelizzazione” si esprime anche nel suo tentativo di dare un nome ad ogni cosa che incontra (allo stesso modo di Adamo); ogni nome assegna una “giusta” funzione ad ogni singolo oggetto in un mondo teleologicamente ordinato.

Sul piano più strettamente umano Colombo dimostra talvolta di essere un individuo estremamente pragmatico: per esempio egli risulta essere un ottimo marinaio compiendo delle vere e proprie prodezze; egli inoltre non manca di perseguire degli interessi puramente economici ricercando insistentemente l'oro nelle nuove terre.

Infine Colombo è capace anche di un'osservazione disinteressata della natura, un'ammirazione intransitiva del paesaggio e della sua bellezza.

Riassumendo, possiamo affermare che Colombo, colui che con le sue scoperte diede inizio all'età moderna, era un uomo estremamente medievale; non tanto per il suo forte senso religioso, ma piuttosto perché in lui moventi economici, religiosi, naturalistici sono indissolubilmente intrecciati: l'osservazione della natura è guidata dalle sue credenze e dalla Bibbia, i guadagni che vuole ottenere dalle terre scoperte non sono fine a se stessi ma dovrebbero servire per finanziare altre missioni religiose (la nuova crociata); allo stesso tempo la sua profonda fede non è mai circoscritta in un puro ambito privato, ma orienta e pervade ogni sua azione.

Colombo dura estrema fatica a comunicare con gli indigeni delle isole a cui perviene; a stento riconosce la loro umanità: talvolta sembra considerarli “parte del paesaggio” allo stesso livello delle piante e dei pappagalli. Egli oscilla tra una visione assimilazionista, nella quale gli altri sono esseri umani completamente uguali agli europei (con il medesimo linguaggio e i medesimi valori culturali), e una visione negazionista, nella quale nega la sostanza umana degli indios.

Entrambe le visioni implicano un egocentrismo e un intoccabile senso di superiorità: nel primo caso, essendo gli indios assolutamente identici agli europei, Colombo si sente legittimato ad imporgli i valori occidentali; nel secondo caso, essendo gli indios delle bestie, egli si sente legittimato a trattarli come tali. Ciò avviene perché Colombo scambia l'uguaglianza con l'identità e la differenza per l'assoluta alterità (“o sono identici a me oppure sono completamente altri”).

Le civiltà precolombiane

Quando gli Spagnoli giunsero nel centro America la civiltà dei Maya, che per secoli aveva dominato quei territori (tra la Guatemala e lo Yucatan), attraversava una fase di declino. Prima i Toltechi (X-XII secolo), poi gli Aztechi (verso il XIV secolo) provenienti da nord conquistarono le floride città-stato maya. Queste ultime avevano raggiunto un grande livello di splendore e cultura: raffinate produzioni artistiche, maestosi templi, grande sviluppo di previsioni cosmologiche. Al contrario gli Aztechi erano una popolazione profondamente guerriera che grazie ad azioni militari estesero il loro potere in tutta l'America centrale.

La religione, oltre alla guerra, era l'altra grande sfera che costituiva la civiltà azteca: la loro società/comunità era retta e giustificata da un tessuto etico-religioso che stabiliva una netta divisione in ceti e regola il passato, il presente e il futuro. Ogni evento doveva essere predetto da una legge/profezia (nella loro lingua sono la stessa parola), se si discostava dall'ordine prestabilito era interpretato come un segno di un futuro avvenimento nefasto; il senso della precarietà dell'ordine cosmico, minacciato da catastrofi naturali e Dei in collera, era infatti tipico di tale civiltà. Il tempo era concepito infatti in modo ciclico: i medesimi avvenimenti si dovevano necessariamente ripetere; ciò li portò ad interpretare avvenimenti completamente nuovi in base al passato e alla storia. Fatto sta che identificarono l'invasore spagnolo Cortes come un ex imperatore venuto a vendicarsi.

L'assenza di scrittura era un fatto altrettanto significativo: i pittogrammi che riuscivano a disegnare facevano leva per la loro comprensione a miti religiosi comuni e avvenimenti storici. Infine, i sacrifici umani erano all'ordine del giorno.

L'impero degli Incas invece era situato lunga la costa pacifica dell'America meridionale e la cordigliera delle Ande. Dotati di un livello di scrittura ancora più inferiore di quello azteco, gli Incas erano una comunità montana prevalentemente contadina basata sull'agricoltura e lo sfruttamento dei lama. Anch'essi avevano un'organizzazione gerarchica rigida al vertice della quale vi era l'Inca, il sovrano con poteri assoluti. Erano riusciti inoltre a darsi una solida organizzazione statale grazie alla nomina di governatori in ogni provincia.

Le conquiste, la colonizzazione e i conflitti

Tappe fondamentali:

1494 Trattato di Tordesillas: stabiliti i confini dei terreni portoghesi (Brasile orientale) e spagnoli (Argentina)
1519-1521 Cortes conquista gli Aztechi (nasce il Messico)
1531-1533 Pizarro sconfigge gli Incas (nasce il Perù)

Le cause della disfatta degli indigeni

La superiorità militare degli Spagnoli grazie ai cavalli, armi da fuoco e spade non spiega esaurientemente i motivi effettivi della strage di milioni di indios e la relativamente rapida conquista dell'America centro-meridionale da parte di un'esigua minoranza (rispetto al numero degli Indios) di Spagnoli. Sono da tenere in considerazione perciò le seguenti cause:

Le nuove malattie: gli Europei portarono nel nuovo continente nuove malattie come il vaiolo che contagiarono facilmente gli indigeni e generarono migliaia di morti.
I dissidi interni tra popolazioni: bisogna considerare che la maggioranza delle città sotto l'impero azteco erano assai scontente del potere centrale poiché la loro conquista precedente le portò ad essere sottoposte ad un ingente tassazione e a sacrifici umani. Cortes in particolare fu abile a sfruttare questi dissidi fra popolazioni precolombiane stipulando un alleanza con i tlaxcaltechi.
L'attesa di una fine del mondo: come abbiamo visto in precedenza la mentalità azteca era caratterizzata da un'attesa di un evento catastrofico che identificarono con la venuta degli Spagnoli, i quali furono sì combattuti, ma almeno inizialmente accettati con rassegnazione. Ciò spiega anche l'ambiguo comportamento di Moctezuma, il sovrano azteco.
Lo scarso controllo della comunicazione: Tzvetan Todorov infine ha sottolineato l'enorme differenza dei livelli di comunicazione tra gli Spagnoli e gli Aztechi; i primi sono stati bravi a comprendere il nuovo mondo per sfruttare gli eventi a proprio favore, a fingere di essere divinità per farsi accettare dai nemici; i secondi interpretavano gli eventi e il futuro attraverso la parola degli Dei tradotta dai sacerdoti.

L'impresa di Cortés

Le tappe:

1519 febbraio – l'hidalgo (titolo nobiliare) Cortés (1485-1547) è inizialmente inviato dal governatore di Cuba per un'esplorazione del Messico. Il governatore ci ripensa e decide di richiamarlo ma il conquistadores non obbedisce agli ordini e avanza con il suo esercito fino a Tenochtitlàn, capitale azteca e attuale Città del Messico; Cortés decide di far prigioniero il sovrano azteco Moctezuma e tenerlo in ostaggio durante il suo soggiorno nella città.
Nel frattempo il governatore di Cuba fa mobilitare un esercito contro di lui; Cortés vince la battaglia convincendo la maggior parte dei rivali a stare dalla sua parte; intanto però a Tenochtitlàn, dove aveva lasciato Alvarado a presidiare, è scoppiata una guerra contro gli Indios nella quale è morto lo stesso Moctezuma. Così Cortés al suo ritorno decide di fuggire di nascosto con l'oro ottenuto, ma la fuga viene scoperta dagli Aztechi che infliggono grosse perdite all'esercito spagnolo (“Noche triste”).
1521 – il conquistador ricostituisce le sue forze nella città di Tlaxcala, dove riesce ad allearsi con gli indigeni locali nemici degli Aztechi. Cortés fa ritorno così a Tenochtitlàn, assedia la città e in pochi mesi la distrugge.

Cortés e Moctezuma

Il comportamento incerto e ambiguo di Moctezuma può essere considerato come una delle cause della sconfitta degli Aztechi sotto l'esercito di Cortés.

Egli, fino alla sua morte, non oppone mai resistenza agli invasori, cerca in tutti modi di impedire una guerra dentro la città. Non si sa bene a cosa sia dovuta questa rassegnazione del sovrano: o a semplice saggezza (meno probabile), oppure al fatto che scambi Cortés con l'imperatore dei precedenti dominatori (i Toltechi), resuscitato e venuto a vendicarsi. In ogni caso, Moctezuma, come quasi tutti gli Aztechi, mostra una scarsa capacità di riconoscere e comprendere l'altro; questo, se si discosta dagli ordinari valori della propria civiltà, non può che essere qualcosa di sovrumano (un Dio).

Ciò è dovuto al primitivo sistema segnico di comunicazione del popolo azteco. Al contrario, Cortés si dimostra un abile comunicatore, sia con i propri soldati che con gli Indios. Innanzitutto sa riconoscere l'umanità (con le sue debolezze) degli indigeni; poi cerca di comprendere: fa ricorso ad un'interprete (la Malinche o “Dona Marina”) per interloquire con Moctezuma, apprende i dissidi interni all'impero, cerca di capire la considerazione che gli Aztechi hanno di sé (quella di una divinità). Tutto ciò sarà da lui sfruttato a suo favore: gli atti di comprensione dell'altro di Cortés non sono mai fini a se stessi, bensì sono utilizzati per sottomettere, conquistare e distruggere la vecchia civiltà.

Possiamo affermare che Cortés sia stato un uomo estremamente machiavellico: a differenza di Colombo e Moctezuma, egli ha forte coscienza politica e storica dei suoi gesti, da buon comandante sa prendere decisioni difficili (contrariamente a Moctezuma) ed ogni imprevisto non è interpretato da lui in base a tradizioni religiose passate, bensì è affrontato e sfruttato secondo un obiettivo futuro che vuole raggiungere. Egli, non volendo mostrare agli altri un minimo segno di insicurezza e debolezza, sta molto attento ai propri gesti: si dimostra un ottimo retore nel convincere a seguirlo gli Spagnoli mandati per fermarlo, e quando sa che gli Aztechi lo considerano una divinità cerca di comportarsi come tale in modo da nascondere la sua vera umanità.

Le conseguenze dell'espansione europea

Si può intuire la grande portata delle conseguenze dei viaggi e delle conquiste europee in America. All'epoca infatti si assistette ad “unificazione del mondo” forzata in nome dei valori occidentali che sebbene ampliò l'economia europea, fu assai drammatica per i nativi americani.

Possiamo perciò riassumere i principali effetti dell'unificazione:

Distruzione delle civiltà indigene: come già anticipato, la conquista degli Spagnoli del nuovo mondo portò ad un vero e proprio massacro dei nativi americani; si parla infatti di una diminuzione della popolazione mondiale di circa 70 milioni in un secolo. Alcuni morirono per uccisione diretta, altri in seguito a maltrattamenti dovute alla dure condizioni di lavoro imposte e molti a causa delle malattie.
Evangelizzazione forzata delle colonie: gli Indios furono costretti a convertirsi al Cristianesimo sin dal 1514, quando un'ingiunzione detta Requerimiento legittimava “biblicamente” il dominio europeo sulle nuove terre; se dopo la letture del Requierimiento gli indiani si convertivano, non si aveva il diritto a farli schiavi, viceversa, se non accettavano tale interpretazione storica dovevano essere puniti.
Creazione di nuovi stati su modello europeo: gli Spagnoli affermarono il loro dominio sulle nuove terre attraverso la creazione di nuovi stati (“Nuova Spagna” e regno del Perù) suddivisi in province e amministrati da governatori e viceré. All'interno degli stati vigevano le encomiende: delle assegnazioni da parte del regno di territori ai vari conquistadores, i quali avevano il diritto di godere di prestazioni di lavoro e tributi dagli Indios risiedenti nella circoscrizione.
Creazione di una rete mondiale di commercio: il sistema economico occidentale divenne così mondiale grazie all'esportazione di nuovi beni dalle Americhe e dall'Africa. Si creò così un struttura triangolare: gli Europei compravano gli schiavi in Africa e li portavano in America dove li facevano lavorare alle piantagioni di mais, canna da zucchero, patate, o alle miniere; i prodotti venivano importati nell'economia europea. Portoghesi e Olandesi erano i due principali importatori economici del nuovo mondo
Mutamenti e dibattiti nella società e mentalità europea: a livello culturale la scoperta di nuove popolazioni americane generò numerose ipotesi sull'umanità o non umanità degli Indios e diverse discussioni sui loro diritti. Nel 1542 le “Nuove leggi”, emanate dall'imperatore Carlo V su pressione di Las Casas, cercarono di porre un freno allo sfruttamento dei nativi proibendo la schiavitù di questi.

Il dibattito di Valladolid

L'osservazione di popolazioni umane in territori così lontani dall'Europa ha messo in crisi il paradigma biblico della nascita dell'umanità nel continente euroasiatico.

Si sono sviluppate così nuove teorie della creazione dell'uomo: alcune riprendono testi classici come il Timeo di Platone o la Metafisica di Aristotele (riprendendo la sua “gerarchizzazione degli enti” gli indigeni vennero considerati come “sub-umani”), altre fanno ricorso sempre alla Bibbia (“nei popoli americani vi sono discendenti delle 10 tribù di Israele maledette da Dio”), altre sostenute da filosofi come Giordano Bruno, Paracelso e Pomponazzi chiamano in causa la “generazione exnihilo”.

Tuttavia, l'umanità degli Indios fu assai discussa nel '500. Particolarmente rilevante fu “il dibattito di Valladolid” (1550) tra Bartolomé de Las Casas (1484-1566), un vescovo gesuita sostenitore della realtà umana degli indigeni, e il filosofo Gìnes de Sepùlveda, sostenitore della non-umanità. Quest'ultimo fa ricorso alla “Politica” di Aristotele e a Tommaso d'Aquino per dimostrare che “In prudenza e in accortezza, in virtù e umanità questi barbari [gli indiani] sono inferiori agli Spagnoli come i bambini sono inferiori agli adulti, la donna all'uomo, e gli schiavi ai padroni”. In accordo con Aristotele, Sepùlveda mostra che la società, come la realtà stessa, è gerarchicamente organizzata e tale ordine morale è palese se si osservano le “barbare e immorali” usanze (il cannibalismo su tutte) degli indigeni rispetto alla prospera cultura spagnola.

Perciò conclude con affermare la legittità di rendere schiavi tali popolazioni, in modo da salvare le loro innumerevoli potenziali vittime sacrificali. Las Casas all'autorità di Aristotele contrappone l'autorità della Bibbia nella quale è stabilita l'uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio. Gli Indios, nonostante attualmente abbiano comportamenti distanti dai precetti del Vangelo, sono comunque potenzialmente dei buoni cristiani; occorre loro solo un'educazione evangelica per risvegliare la loro umanità, non è legittimo renderli schiavi come bestie.

La Casas dimostra così di saper amare gli indiani; tuttavia tale amore rischia di rivelarsi in realtà un affetto nei confronti dei suoi ideali cristiani occidentali che proietta sui nativi. Anch'egli, come Colombo, non riesce pienamente ad uscire dai propri valori e a riconoscere l'autentica uguaglianza e la genuina differenza dell'altro. Egli dissente totalmente dallo schiavismo, ma in linea con il colonialismo è favorevole ad un'evangelizzazione degli indigeni.

Due fenomeni di sincretismo: Duràn e Sahagùn

Sincretismo significa fusione o conciliazione in una medesima forma di elementi culturali e religiosi contrastanti. Questo fenomeno risultò talvolta possibile in seguito alla colonizzazione europea delle culture precolombiane.

Ad esempio, in Diego Duràn, nato in Spagna nel 1537 ma residente in Messico sin dall'età di cinque anni, convivono rigide credenze religiose cristiane ma anche elementi della cultura azteca. Lo possiamo notare grazie alla sua opera “Historia de las Indias de Nueva Espania” (1581), nella quale si osservano alcune forme di scrittura (a pittogrammi) simili a quelle azteche ma anche un forte senso missionario di evangelizzazione. Tuttavia egli nel narrare la civiltà azteca in cui vive non manca di osservare in modo ammirato certi aspetti della loro vita.

Nel raccontare la storia della colonizzazione del Messico, egli non manca di mescolare assieme il punto di vista spagnolo con quello indigeno.

Anche Bernardino de Sahagùn (1499-1590), studioso francescano nato in Spagna, andò a vivere in Messico nel 1529 e vi rimase fino alla morte. Egli insegnò latino nel collegio messicano di Tlateloco e pubblicò “Historia general de las cosas de la Nueva Espania”. Egli decide di trascrivere e conservare la storia del popolo nahuatl e nel farlo mescola tre mezzi espressivi: il disegno, lo spagnolo e il nahuatl. Nonostante personalmente non sia vicino agli indiani come Duràn, Sahagùn cerca comunque di essere il più fedele possibile agli avvenimenti osservati, tentando di intromettere nelle descrizioni meno giudizi di valore possibili. Dunque, sebbene il suo progetto fosse quello di evangelizzare gli Indios, egli non modifica le sue scoperte in base ad esso ma realizza un autentico apprendimento dell'altro: accetta le costitutive differenze dell'altra cultura e nello scoprire nuovi elementi rivede in parte la propria identità e i propri valori.

La Riforma protestante

Crisi della Chiesa cattolica tra Medioevo e Rinascimento

Il Concilio di Costanza del 1414-1418; chiamato a ricomporre lo Scisma d'Occidente; durante lo svolgimento emerse l'esigenza di una riforma della Chiesa cattolica ma, nonostante il tentativo in tal senso, non si ebbero risultati significativi

L'età del Rinascimento, almeno dopo la morte di papa Paolo II nel 1471, costituisce uno dei periodi più oscuri per i vertici della gerarchia della Chiesa cattolica: allo splendore culturale e civile si contrapponeva la mancanza di un autentico spirito religioso. Se da un lato la Chiesa aveva accolto con favore lo sviluppo culturale e artistico del tempo, dall'altro non mancarono aspetti negativi. La Curia romana viveva in un lusso fastoso; ogni cardinale aveva la sua corte, con palazzi e ville dentro e fuori dalle mura cittadine. Il nuovo tenore di vita esigeva spese cospicue, alle quali si faceva fronte sia con mezzi leciti, sia illeciti. Anche il papato era tutt'altro che estraneo a questo clima, tanto che molti dei pontefici rinascimentali si interessarono ad arricchire sé stessi e la propria famiglia attraverso un diffuso nepotismo, impegnandosi inoltre più negli intrighi politici e negli affari terreni che nella cura degli aspetti pastorali del proprio ufficio.

La consuetudine dell'alto clero di accumulare i benefici ecclesiastici (con le rendite a essi connessi) era pratica comune, mentre il basso clero, spesso scarsamente istruito e senza alcuna preparazione specifica, contribuiva a fare della religione un insieme di pratiche più vicine alla superstizione che alla fede. La Chiesa si dimostrava così non in grado di rispondere adeguatamente alle ansie dei fedeli che, dal tempo della peste nera del XIV secolo, vivevano costantemente con il terrore della dannazione eterna. Tali paure erano all'origine di pratiche religiose che spesso sconfinavano nella superstizione e nella magia; l'affermazione del culto mariano, dei santi, delle reliquie, la frequente pratica di pellegrinaggi, lo svolgimento di processioni e, addirittura, i primi episodi di caccia alle streghe, ben testimoniano lo smarrimento del popolo cristiano europeo. La paura dell'inferno era mitigata dal ricorso sempre più popolare alla pratica delle indulgenze, ovvero alla concessione da parte della Chiesa di un condono della pena dovuta per i peccati. Questa pratica, tuttavia, aveva assunto nel tempo connotati degenerati ben lontani dall'idea originale di sincero pentimento, arrivando fino alla loro vendita dietro corrispettivo in denaro, una "fiscalizzazione" della religione. La desacralizzazione degli aspetti religiosi, dovuta a una tale confusione tra spirituale e materiale, era aggravata dall'oscurità dei testi sacri per la maggior parte dei fedeli; l'accesso alla Bibbia, proclamata esclusivamente durante le messe e in latino per una popolazione prevalentemente analfabeta, necessitava della mediazione di un clero a sua volta spesso ignorante, svuotandone il significato e la spiritualità.

Già dal XIII secolo iniziava ad affermarsi tra i fedeli la consapevolezza dell'urgente necessità di una riforma che riportasse la Chiesa a una dimensione più spirituale che terrena. A partire dal secolo successivo, anche alcuni appartenenti ai vertici ecclesiastici colsero una tale necessità e ciò emerse chiaramente nei concili di Costanza e Basilea. Tuttavia, questi tentativi di rinnovamento non riuscirono mai a essere sufficientemente incisivi, rimanendo relegati a contesti marginali, con scarso seguito o teologicamente deboli. Una concreta azione riformistica venne intrapresa da papa Pio II nella metà del XV secolo, ma non trovò continuità tra i suoi successori. Fu, dunque, solo agli inizi del XVI secolo che queste correnti riformatrici poterono concretizzarsi in un'azione che cambiò radicalmente il cristianesimo occidentale, arrivando a rompere quell'unità che l'aveva contraddistinto dall'inizio. Lo storico Lucien Febvre ha osservato che «nel Cinquecento era diffuso un desiderio di una nuova religiosità, lontana dalla superstizione del popolo e dalla aridità dei dottori scolastici, purificata da ogni ipocrisia, ansiosa di una certezza che assicurasse una autentica pace interna».

Primi movimenti riformatori

Già dal XII secolo alcuni teologi e predicatori avevano invocato una riforma della Chiesa cattolica. Tra questi i più importanti furono Pietro Valdo, fondatore dei poveri di Lione, l'accademico inglese John Wyclif e il predicatore boemo Jan Hus.

Di formazione scolastica, John Wyclif fu un teologo che insegnò all'Università di Oxford, dove si distinse per la dura critica verso la Chiesa cattolica. I vertici ecclesiastici tentarono più volte senza successo di portarlo all'inquisizione come eretico, riuscendo tuttavia a farlo espellere dall'università. Ritiratiosi come pastore in campagna, Wycilf relativizzò l'autorità della chiesa terrena, la sua gerarchia e i suoi sacramenti. Egli definì l'indulgenza un "pio inganno" (pia fraus), rifiutò la transustanziazione e insegnò che Cristo fosse presente in cielo e in modo spirituale nei doni eucaristici. Per Wyclif, la Bibbia era la legge di Dio, Cristo il suo messaggero, e i soli padri della chiesa potevano fungere da interpreti. Nel 1415 il Concilio di Costanza lo condannò postumo come eretico e i suoi resti mortali furono riesumati e bruciati. Le sue idee sopravvissero in Inghilterra nel movimento dei lollardi. Nel XVI secolo il puritanesimo farà riferimento a Wyclif come «stella mattutina della Riforma».

Jan Hus entrò in contatto con le idee di Wyclif all'Università di Praga, dove studiò teologia diventandone professore. Criticando apertamente l'avidità e la secolarizzazione del clero, perorò inoltre una riforma della Chiesa basata sulla Bibbia e non riconobbe nel Papa la massima autorità in materia di fede. La sua critica incontrò una vasta approvazione tra la popolazione, suscitando grande allarme nella Chiesa. Così, nel 1408 fu rimosso dall'incarico e scomunicato tre anni più tardi. Hus continuò, tuttavia, a lavorare como predicatore itinerante e redasse una dottrina in cui proponeva una Chiesa come comunità non gerarchica. Nel 1414 venne convocato al Concilio di Costanza, dove avrebbe dovuto revocare le sue dichiarazioni. Contrariamente alla promessa di salvacondotto del re Sigismondo del Lussemburgo, finì condannato al rogo come eretico l'anno successivo. Dalla sua predicazione emersero numerose correnti, dette hussite. Dal 1419 al 1436 si verificarono scontri tra questi gruppi e il re di Boemia conosciuti storicamente con il nome di crociata hussita.

Contesto politico

Anche la situazione politica europea svolse un ruolo decisivo per l'irrompere della Riforma. L'autorità universale del papa, proclamata da Gregorio VII fin dal 1075, era in crisi di fronte all'affermarsi di diversi centri di potere temporale. Durante lo Scisma d'Occidente, i principi avevano ricevuto grandi concessioni affinché si schierassero a favore dell'obbedienza al papa di Roma o Avignone, e ciò li aveva rafforzati e aveva favorito la tendenza alla formazione di chiese nazionali indipendenti da Roma. La progressiva trasformazione del feudalesimo verso lo Stato assoluto stava irrimediabilmente compromettendo il potere del papato sui sovrani europei.

La Riforma ebbe inizio in Germania, nel cuore del Sacro Romano Impero, per poi diffondersi in tutta Europa seppur in diverse forme e con esiti differenti. Il contesto politico e i rapporti tra le varie entità che lo componevano fu determinante in tal senso.

Scenario europeo

Agli inizi del XVI secolo lo scenario politico europeo era caratterizzato, in primo luogo, dal contrasto tra il Sacro Romano Impero, guidato dagli Asburgo, e il Regno di Francia. Tra il 1521 e il 1544, l'imperatore Carlo V e il re francese Francesco I combatterono ben tre guerre, intervallate da brevi interruzioni, per la supremazia nell'Italia settentrionale e il controllo delle terre ereditarie della Borgogna, rivendicate da entrambi. A quel tempo, l'impero asburgico di Carlo comprendeva gran parte dell'Europa centrale, la Spagna (con l'Italia meridionale) e alcune colonie spagnole nel Nuovo Mondo; la Francia si trovava quindi circondata da due territori asburgici. Carlo V sperava di collegare l'Impero tedesco con la Spagna annettendo la Francia meridionale, un obiettivo questo che Francesco era intenzionato a impedire a tutti i costi. Anche i pontefici che si susseguirono al soglio romano temevano che gli Asburgo potessero acquisire troppa potenza e, pertanto, talvolta si allearono con il re di Francia.

Inoltre, vi era la costante minaccia dei turchi ottomani nell'Europa sudorientale. Nel 1526, guidati da Solimano il Magnifico, gli osmanici avevano sconfitto gli ungheresi nella battaglia di Mohács, arrivando tre anni più tardi ad assediare Vienna. Per fronteggiarli l'imperatore si era più volte trovato ad avere bisogno del sostegno dei principi in termini di risorse economiche e militari, circostanza che lo indebolì ulteriormente.

Sacro Romano Impero

Il Sacro Romano Impero era un organismo complesso, retto dall'imperatore che doveva regnare con il consenso dei principi e dei feudatari; non era uno Stato centralizzato come il Regno d'Inghilterra o quello di Francia. La religione era un importante elemento in questo equilibrio precario, che poneva l'Impero in relazione con il papato, con le altre monarchie europee e con la minaccia ottomana alle frontiere sud-orientali. L'imperatore era eletto da sette principi elettori (l'arcivescovo di Magonza, l'arcivescovo di Treviri, l'arcivescovo di Colonia, il re di Boemia, il conte palatino del Reno, il duca di Sassonia e il margravio del Brandeburgo), ma doveva garantire loro la conservazione dei loro diritti territoriali come stabilito nella capitulatio. Il più alto organo legislativo dell'Impero era rappresentato dalle diete, assemblee dei più alti dignitari dell'Impero e convocate dall'imperatore. L'imperatore non poteva approvare le leggi da solo, in quanto aveva bisogno dell'approvazione della Dieta in cui avevano diritto di voto i principi elettori, la nobiltà e le città libere; è in virtù di tale sistema che si parla di "dualismo tra imperatore e feudi imperiali". Inoltre, nei primi anni dopo la pubblicazioni delle 95 tesi di Lutero, l'imperatore Carlo V fu poco presente in Germania, poiché impegnato nelle guerre contro la Francia e contro gli ottomani, non potendo quindi occuparsi a sufficienza della politica interna. Tutto ciò fu un fattore determinante per la diffusione della Riforma. A causa della mancanza di una forte autorità centrale, il destino delle idee riformate venne deciso a livello territoriale, portando a una frammentazione confessionale dell'Impero nonostante i tentativi dell'imperatore di evitarla. Infine, non vi è dubbio che l'adesione di un principe alla Riforma si doveva spesso al suo interesse personale di emanciparsi dall'autorità dell'imperatore e del papa.

Cause culturali e sociali

Le trasformazioni culturali in atto nella società del tempo contribuirono in modo sostanziale alla Riforma. La filosofia cristiana medievale, la Scolastica, stava attraversando una crisi che accentuava il distacco tra il popolo e la curia. I teologi del XV secolo si perdevano in dispute finalizzate più a esibire la propria finezza di pensiero che a esprimere un'autentica volontà di ricerca intellettuale e spirituale. Più dinamico fu l'ambiente culturale dell'umanesimo, il quale «inflisse un colpo decisivo al monopolio culturale della Chiesa con conseguenze fondamentali per la Riforma». Gli umanisti proponevano un approccio anti-dogmatico, storicizzante, razionalista in cui l'uomo e la sua ragione erano poste al centro. Tra i protagonisti della rivoluzione umanista spiccano filosofi come Erasmo da Rotterdam e Willibald Pirckheimer. Erasmo insegnava che le pratiche esteriori di devozione e le cerimonie religiose non bastavano a garantire la salvezza se non sostenute dall'intima convinzione del fedele.

La veloce circolazione delle idee umanistiche, favorita dalla recente invenzione della stampa a caratteri mobili, fu senza dubbio fondamentale per creare il substrato ideologico su cui crebbe l'idea riformistica; la stessa stampa fu poi determinante perché tali idee potessero diffondersi rapidamente. L'attività filologica intrapresa dagli umanisti portò alla traduzione delle Sacre Scritture e delle opere dei padri della Chiesa facendo riscoprire e apprezzare i caratteri della Chiesa delle origini.

Cause economiche

In Germania, il XVI secolo fu segnato da profondi processi di trasformazione sociale in parte dovuti al crescere dell'importanza delle città. In queste ultime si era formata una classe borghese con una notevole forza finanziaria attraverso il commercio, dando luogo a quello che molti identificano come l'esordio del capitalismo rinascimentale. I cittadini più ricchi, come i banchieri Fugger di Augusta, spesso superavano con la loro potenza economica la nobiltà rurale, che traeva i propri guadagni dall'agricoltura. I contadini costituivano la maggioranza della popolazione e spesso vivevano a un livello di economia di sussistenza soffrendo tasse, lavori obbligatori e servitù della gleba. Ad aggravare la situazione, il costante afflusso di metalli preziosi dalle colonie americane aveva fatto scendere il valore del denaro per via dell'inflazione, compromettendo drammaticamente il potere d'acquisto della popolazione. Inoltre, il numero degli abitanti era cresciuto: si stima che tra il 1500 e il 1600 la popolazione dell'Impero tedesco aumentò da 12 a 15 milioni, con conseguente aumento del prezzo del cibo e decrescita dei salari. Questa situazione, socialmente ed economicamente precaria, portò a ripetute rivolte che culminarono nella guerra dei contadini tedeschi nel 1525. Un tale scenario può essere considerato tra le cause della Riforma: l'economista e filosofo del XIX secolo Friedrich Engels identificò negli eventi futuri la manifestazione dell'insofferenza dei contadini e delle tensioni sociali del tempo.

Varie "Riforme"

Il movimento riformista non fu unico, bensì articolato in molteplici correnti che la storiografia tradizionale tende a raggruppare in due diverse categorie: magistrale e radicale. Con "Riforma magistrale" si intende il percorso iniziato da Lutero e poi proseguito con varie declinazioni da altri teologi, ma sempre legato alle autorità secolari in contrapposizione alla "Riforma radicale" (così chiamata dallo svizzero Heinrich Bullinger) propugnata dalle correnti più estreme del movimento.

Riforma magistrale

Martin Lutero e la Riforma in Germania

A fronte di tutto ciò, è innegabile che l'inizio della Riforma non fu un evento casuale ma il concretizzarsi di una situazione che da tempo si era venuta a formare da molteplice cause; lo storico Giacomo Martina afferma che «Lutero non determinò il sorgere della rivolta, ma ne affettò il momento e vi gettò il peso della sua forte personalità accrescendone l'efficacia». La «protesta luterana accelererà i processi di trasformazione profondi delle realtà degli Stati della Chiesa dell'economia della società e della cultura in generale che mutarono il volto dell'Europa».

Sviluppo interiore di Lutero come riformatore

Nato il 10 novembre 1483, Martin Lutero entrò nell'ordine degli eremiti agostiniani come monaco nel 1505 dopo essersi formato in materie giuridiche presso l'Università di Erfurt, un ambiente fortemente influenzato dalle teorie di Guglielmo di Occam. Dal 1512 insegnò etica, dogmatica ed esegesi all'Università di Wittenberg dove il suo superiore, Johann von Staupitz, aveva stimolato la formazione di una "comunità di lettura" di cui oltre a Lutero avevano fatto parte, tra gli altri, Andrea Carlostadio, Johannes Lang e Justus Jonas.

Come Lutero stesso scriverà più tardi, la sua vita in quegli anni era tormentata dalla consapevolezza della propria peccaminosità e dalla paura del giudizio divino. Il concetto di "giustizia divina" lo turbava, perché egli non riusciva ad amare un Dio giusto e arrabbiato. Fu lo studio delle lettere di San Paolo a fargli elaborare una nuova comprensione della giustizia, ora da lui intesa come «passiva» in quanto non esercitata da Dio sugli uomini, ma donata da Dio agli uomini. In particolare, tra il 1515 e il 1517, dopo aver riflettuto su di un passo della Lettera ai Romani, sviluppò una teoria in cui asseriva che per la salvezza dell'anima non era necessario conseguire particolari meriti, ma era sufficiente abbandonarsi all'azione salvifica di Dio: bastava credere per sapersi e sentirsi salvato.

Su queste basi, Lutero proseguì a elaborare ulteriori teorie, successivamente riassunte nelle cinque sola: Sola Scriptura, Sola Fide, Sola gratia, Solus Christus, Soli Deo Gloria. Tali formule allontanavano il pensiero di Lutero dalla dottrina della Chiesa: in sostanza, il riformatore tedesco svalutava il significato della Chiesa come istituzione temporale, negava la necessità di un clero che facesse da intermediario tra i fedeli e le Sacre Scritture, rifiutava i sacramenti con l'eccezione del battesimo e dell'eucaristia. Per quanto riguarda l'eucaristia, Lutero non accettava la dottrina della transustanziazione, ovvero l'idea della trasformazione della sostanza del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, proponendo quella che i polemisti cattolici chiamavano "consustanziazione" (termine mai utilizzato da Lutero), secondo la quale il pane e il vino al tempo stesso mantengono la loro natura fisica e divengono anche sostanza del corpo e del sangue del Cristo.

Critica di Lutero alle indulgenze

L'occasione per rendere pubbliche le sue teorie giunse per Lutero nel 1516, a seguito della predicazione nella provincia di Magdeburgo di Johann Tetzel. Quest'ultimo aveva ricevuto dall'arcivescovo di Magonza Alberto di Hohenzollern l'incarico di vendere nelle sue diocesi l'indulgenza bandita da papa Leone X per finanziare il rifacimento della basilica di San Pietro. Scandalizzato da ciò, Lutero redasse 95 tesi che fece circolare tra i teologi al fine di suscitare un dibattito. In queste, non solo criticò la vendita delle indulgenze ma espresse i suoi dubbi anche sulla simonia, sul suffragio dei defunti nel purgatorio, sull'intercessione e sul culto dei santi e delle loro immagini, ossia su gran parte dei punti centrali dell'ecclesiologia medievale. Per Lutero, le indulgenze portavano il fedele a ritenersi erroneamente sicuro della salvezza, la quale invece poteva risultare solo dal pentimento interiore che apriva al perdono divino, senza bisogno dell'intermediazione sacramentale. Lutero, inoltre, affermava il principio della sola scriptura, secondo cui solo nella Bibbia si trovava la regola ultima della fede e della pratica del cristiano, esautorando così il ruolo degli ecclesiastici.

Molto probabilmente con la pubblicazione delle tesi Lutero voleva, come consuetudine, solamente stimolare un dibattito all'interno della cerchia dei teologi, ma le tesi vennero tradotte in tedesco e, grazie alla stampa, si diffusero rapidamente per tutta l'Europa riscontrando un grande successo; «la scintilla della Riforma protestante era scoccata: perché scoppiasse l'incendio, altri eventi dovevano verificarsi». Nel marzo 1518 Lutero pubblicò il "Sermone sulle indulgenze e la grazia", nel quale, ormai consapevole dell'impatto delle proprie idee, si rivolgeva a un pubblico più vasto. Il 26 aprile dello stesso anno, nella disputa di Heidelberg, Lutero estese la propria critica dalle indulgenze alla teologia scolastica, affermando che il libero arbitrio esiste solo di nome e non realmente (res de solo titulo). Tra i partecipanti alla disputa di Heidelberg vi furono alcuni giovani teologi che in seguito saranno i maggiori esponenti della Riforma: Martin Bucer, Johann Brenz, Erhard Schnepf e Martin Frecht.

Processo per eresia contro Lutero e disputa di Lipsia

Informata delle tesi di Lutero, la Curia romana ordinò dapprima un'istruttoria nei suoi confronti, nel corso della quale Silvestro Mazzolini da Prierio scrisse una perizia non pervenutaci, ma il cui contenuto è desumibile dal suo opuscolo De potestate papae dialogus. In quell'occasione, in ossequio alla tradizione domenicana risalente a Juan de Torquemada, da Prierio difese la gerarchia ecclesiastica e il primato del papa, considerati fondamentali, ritenendo la critica mossa da Lutero verso la figura del pontefice inaccettabile e tale da qualificare la dottrina luterana come ereticale. Fu così formalmente aperto il procedimento contro Lutero, il quale il 7 agosto 1518 ricevette la convocazione a Roma. Grazie a un appello al principe Federico il Saggio, suo protettore, Lutero riuscì a far trasferire il caso da Roma alla dieta di Augusta, in Germania, dove il teologo tedesco fu interrogato dal 12 al 14 ottobre 1518 dal cardinale Caetano. Il riformatore rifiutò di ritrattare la sua condanna delle indulgenze e l'affermazione che solo la fede conferisce efficacia ai sacramenti, e l'interrogatorio si trasformò in una concitata discussione con il cardinale; Lutero dichiarò di non avere deliberatamente insegnato nulla contro le Sacre Scritture, i padri della Chiesa e le decretali, e di sottostare su questo al giudizio dei dotti delle università nordeuropee, negando implicitamente l'autorità del papa. Temendo che il legato pontificio ordinasse il suo arresto, tra il 20 e il 21 ottobre Lutero fuggì a cavallo nel cuore della notte.

Il processo contro Lutero rallentò a seguito della morte dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, avvenuta il 12 gennaio 1519. Per la successione si proposero l'Asburgo Carlo I di Spagna e Francesco I di Francia; il papato e l'elettore Federico il Saggio si schierarono, senza successo, con il re di Francia e tale interesse in comune portò alla sospensione del processo. Ciò agevolò la popolarità di Lutero che si diffuse ben oltre la Sassonia. La tregua formale non durò che qualche mese, giacché nelle università e altrove si tennero dibattiti e confronti. Il più noto fu la disputa di Lipsia che ebbe un ruolo fondamentale nella circolazione delle idee riformate. La disputatio vide contrapposti il teologo cattolico Johannes Eck e i principali capi del movimento della Riforma: Lutero, Andrea Carlostadio e Filippo Melantone. I temi principali riguardarono il potere del pontefice romano e l'autorità della Chiesa in materia di dottrina, il libero arbitrio dell'uomo di fronte alla Grazia e le indulgenze. Lutero affermò che il potere del Papa era subordinato a quello del concilio dei vescovi (conciliarismo). Tuttavia, l'ammissione da parte di Lutero di condividere alcuni punti della dottrina hussita fornì al papato una giustificazione per la sua condanna, dato che cento anni prima il Concilio di Costanza aveva giudicato tali proposizioni hussite come eretiche.

Sviluppo della teologia della Riforma (1520)

Nonostante la condanna da parte di Roma, l'anno 1520 fu il culmine della produttività letteraria di Lutero. I tre cosiddetti "Scritti principali della Riforma", composti in quell'anno e relativi al tema della libertà, rappresentano "le chiavi di volta della Riforma protestante". Dopo l'elezione di Carlo V a imperatore, il processo a Roma era ripreso e Lutero attendeva la condanna come eretico. In questo contesto, scrisse un'opera di grande successo intitolata Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca. In questo scritto invitò le autorità secolari a prendersi cura della riforma della Chiesa in considerazione dell'incapacità della Chiesa di rigenerarsi da sola. Presentò anche un programma di riforma sociopolitica che prevedeva l'istituzione di scuole pubbliche, il sostegno ai poveri e l'abolizione del celibato ecclesiastico e dello Stato pontificio. Nella sua opera formulò anche la dottrina del sacerdozio universale di tutti i battezzati, con la quale intendeva superare la tradizionale distinzione tra ecclesiastici e laici. Lutero respinse, inoltre, l'affermazione secondo cui solo il magistero papale fosse autorizzato a interpretare le sacre scritture in modo vincolante.

Con l'opera De captivitate Babylonica ecclesiae (La cattività babilonese della chiesa), redatta in latino e quindi destinata a un pubblico accademico, Lutero propose una riorganizzazione della dottrina tardomedievale dei sacramenti. Riferendosi alla Scrittura, ridusse da sette a due il numbero dei sacramenti definiti dal Concilio di Lione II del 1274, circoscrivendoli ai soli battesimo ed eucaristia. Assegnò il pentimento al sacramento fondamentale del battesimo.

Nel terzo e ultimo saggio del 1520, Sulla libertà di un cristiano, il teologo di Wittenberg si occupò della libertà evangelica. Scritto in modo da renderne facile la comprensione e con un linguaggio ricco di metafore, si rivolse a un pubblico cittadino esperto nella lettura, tuttavia al di fuori della cerchia degli studiosi. In questo trattato, Lutero affermò che, grazie alla virtù della fede, la vita cristiana diveniva essenzialmente libera poiché «le opere, ininfluenti sul destino ultraterreno, erano completamente gratuite». Non venivano tuttavia escluse le azioni di carità e penitenza, che divenivano il modo per esprimere la scelta di seguire la generosità del Cristo, secondo la massima «le opere buone non fanno un uomo buono, ma l'uomo buono fa opere buone».

Condanna della Chiesa e dieta di Worms

Finito il processo intentato contro Lutero, il 15 luglio 1520 papa Leone X emise la bolla pontificia Exsurge Domine, con la quale gli venne intimato di ritrattare le sue tesi entro sessanta giorni, pena la scomunica. Come risposta il 10 ottobre dello stesso anno, a Wittenberg, vennero bruciati pubblicamente su iniziativa di Johannes Agricola alcuni libri di teologia cattolica e in particolare di diritto canonico; lo stesso Lutero partecipò al rogo gettando nelle fiamme la lettera con la condanna pontificia. La scomunica del teologo riformatore era quindi scontata e venne ufficializzata il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem. Secondo la legge imperiale, chiunque fosse scomunicato incorreva anche nel bando da parte delle autorità civili; tuttavia, il diretto sovrano di Lutero, l'elettore di Sassonia Federico il Saggio, aveva già ottenuto nell'ottobre 1520 l'impegno da parte dell'imperatore Carlo V di non procedere contro Lutero senza che fosse stato primo interrogato nel corso di una dieta imperiale.

Così, Lutero si mise in viaggio verso Worms per essere ascoltato nella dieta in svolgimento; durante il tragitto venne accompagnato da dimostrazioni di sostegno da parte del popolo. Indubbiamente, la dieta non aveva il potere di decidere se le posizioni di Lutero fossero eretiche o meno e Carlo V non voleva mettersi contro la sensibilità popolare o contro i suoi principi per evitare un'insurrezione come quella accaduta da poco in Spagna, ovvero la rivolta dei comuneros. Risultava quindi possibile «verificare i dati fondamentali della condanna solo in una certa misura, ovvero se Lutero avesse effettivamente detto ciò di cui era accusato e, ancora una volta, se fosse disposto a ritrattare». Giunto davanti all'assemblea imperiale, a Lutero venne concesso un giorno di tempo per riflettere, passato il quale ammise di essere l'autore dei suoi scritti, giustificando i contenuti avversi al papa con i tormenti patiti dalla «gloriosa nazione tedesca» abusata da Roma. Lutero, inoltre, rifiutò ancora una volta di ritrattare le proprie tesi a meno che qualcuno non avesse potuto confutarle in base a quanto espresso esclusivamente nelle Sacre Scritture (il principio di sola scriptura). Il 30 aprile 1521 Lutero lasciò Worms come fuorilegge sottoposto a bando imperiale. Poiché l'imperatore gli aveva promesso un salvacondotto perché si potesse presentare senza timori alla dieta, gli furono concessi 21 giorni per mettersi in salvo. Durante il suo ritorno verso Wittenberg, l'elettore di Sassonia organizzò un finto rapimento di Lutero al fine di farlo condurre al sicuro nel castello di Wartburg.

Durante il suo soggiorno a Wartburg, Lutero si dedicò intensamente al lavoro producendo diverse opere, la più importante delle quali fu la traduzione del Nuovo Testamento dall'originale testo greco quando le versioni contemporanee si basavano sulla Vulgata scritta in latino nel IV secolo. Per questa traduzione, Lutero ricorse a un linguaggio popolare e comprensibile che, non solo rimase per lungo tempo il riferimento per le edizioni della Bibbia in lingua tedesca, ma ebbe anche un'influenza significativa sullo sviluppo del tedesco scritto. Nello stesso tempo, scrive Passional Christi und Antichristi in cui l'autore pone in antitesi Cristo con il papa, indicato quest'ultimo come l'anticristo. Il pamphlet, arricchito da 26 illustrazioni corredate da incisive didascalie, lo aiutò a diventare molto popolare tra il popolo. L'utilizzo di messaggi semplici e di disegni ispirati dalla religiosità e dalla cultura popolari fu uno dei vettori dell'ampia diffusione delle idee luterane. Esempi tipici di queste immagini furono la rappresentazione degli ecclesiastici con le fattezze di animali, il papa nelle vesti dell'anticristo, Lutero illuminato dallo Spirito Santo o l'allegoria di una Germania vista come Ercole contro la Chiesa.

Mentre Lutero lavorava a Wartburg, a Wittenberg la Riforma iniziò ad assumere connotati sempre più radicali: all'interno del monastero iniziò un'ondata di rinunce ai voti che lo mise in grave difficoltà, e le prediche dei teologi sfociarono nell'iconoclastia e nella rivolta contro le autorità civili dei cavalieri e dei contadini.

Ripercussioni sociali

La proposta di Lutero si diffuse in tutti gli strati sociali e molti vi trovarono la risposta ai problemi da cui erano afflitti. La Riforma non rispose solo a bisogni di natura religiosa, ma intercettò anche le tensioni politiche dell'epoca e le aspirazioni a una trasformazione dell'Impero. Nell'autunno del 1522 un gruppo di cavalieri tedeschi protestanti, guidati da Franz von Sickingen, si ribellò contro l'Impero cattolico in risposta alla loro condizione di costante declino. La ribellione venne stroncata già nel maggio del 1523, ma servì a ispirare la successiva, e più sanguinosa, guerra dei contadini tedeschi che scoppiò nel 1524.

Il conflitto trovò ragioni etiche, teoriche e teologiche nella riforma protestante, le cui critiche ai privilegi e alla corruzione della Chiesa cattolica sfidarono l'ordine costituito, sia in ambito religioso che politico. Esso rifletté altresì un radicato malcontento dello strato più povero della società costituito dai lavoratori della terra, i quali sostenevano tutti i restanti strati della società non solo attraverso la tassazione diretta, ma anche con la produzione agricola e l'allevamento del bestiame. Nonostante questo contributo, erano privi di potere politico quando non ridotti allo stato servile. I contadini trovarono nella Sacra Scrittura la legittimazione del loro movimento e formularono le proprie rivendicazioni politiche e sociali - tra cui l'abolizione della servitù, la riduzione delle imposte, la libertà di cacciare e pescare - nei Dodici articoli (1525) dei contadini dell'Alta Svevia, il principale manifesto programmatico della rivolta. I contadini trovarono pieno sostegno in Thomas Müntzer (che pagò con la vita tale scelta), ma non in Lutero, che scrisse il libello Contro le bande dei contadini che assassinano e rubano. Molto probabilmente Lutero intervenne a sfavore dei rivoltosi, giustificandone anche la repressione nel sangue, perché preoccupato di perdere l'indispensabile sostegno delle autorità civili nel caso in cui il movimento riformato avesse intrapreso la strada della rivoluzione dell'ordine sociale.

Per legittimare le autorità civili nell'uso della forza per mantenere la pace e l'ordine, nonostante il comandamento biblico dell'amore, Lutero formulò la dottrina dei due regni, secondo la quale ogni cristiano vive in due "regni", quello terreno, in cui si applica la "legge della spada", e quello spirituale, in cui si applica la parola divina.

Formazione della Chiesa luterana

Placate le rivolte radicali, Lutero iniziò l'organizzazione della Chiesa riformata. Tale processo avvenne sotto la direzione del principe Giovanni di Sassonia, che volle creare una Chiesa nazionale, verticistica e dalla rigida identità dottrinale. Molti riformatori criticarono la politicizzazione della Riforma e la perdita della libertà religiosa auspicata, senza peraltro riuscire a influire sui disegni del principe, che vedeva nella Riforma la possibilità di emanciparsi dagli ingenti tributi dovuti a Roma e dal controllo dell'Imperatore. La tolleranza religiosa non venne concessa nemmeno agli ebrei, che spesso finirono espulsi; più mite fu la posizione presa nei riguardi dell'Islam, comunque considerato una religione erronea e peccaminosa.

Per la nuova Chiesa che andava a profilarsi ci si preoccupò di riorganizzare il sistema delle rendite ecclesiastiche, finalizzate totalmente al sostegno dei pastori, al mantenimento degli edifici religiosi e alla sussistenza dei poveri. La liturgia fu incentrata sulla predicazione della Bibbia, inderogabilmente in lingua tedesca, e sulla celebrazione eucaristica, mentre largo spazio veniva dato alla musica e in particolare agli inni di cui lo stesso Lutero fu spesso autore. Il matrimonio, di cui venne abolito il carattere di sacramento, assunse una maggior importanza in quanto considerato una colonna imprescindibile dell'ordine sociale. In quest'ottica anche il celibato ecclesiastico scomparve, mentre il divorzio venne reso possibile ma di fatto raramente concesso. Lutero dette molta importanza al catechismo ed egli stesso scrisse un "Grande catechismo" dedicato agli adulti e un "Piccolo catechismo" per i bambini; l'opera ebbe ampia diffusione. Tuttavia, la Chiesa luterana non riuscì a consolidarsi sino alla metà del Cinquecento, a causa della persistenza di mentalità e tradizioni cattoliche e degli aspri conflitti sia con l'Imperatore sia all'interno del movimento riformatore.

Dieta di Augusta (1530) e la Confessione augustana

Tra il 1520 e il 1530 i principi tedeschi sostenitori della Riforma luterana aumentarono costantemente di numero, mentre i loro rapporti con l'imperatore si alternarono tra periodi di compromesso, soprattutto quando Carlo V aveva bisogno di loro nelle guerre contro gli ottomani o contro Francesco I di Francia, e periodi di violenti scontri. In ogni caso, l'Imperatore non accettò mai passivamente la diffusione della Riforma, in quanto ciò frustrava la sua aspirazione a un impero cattolico universale. L'instabile situazione che affliggeva la società europea divisa tra protestanti e cattolici si manifestò nel tragico sacco di Roma del 1527 compiuto dai Lanzichenecchi, truppe tedesche mercenarie di fede e di sentimenti antipapali, al soldo dell'Imperatore ma in quel momento senza una vera guida. Il sacco, oltre a essere stato una calamità per la città, rappresentò una vera umiliazione per la Chiesa cattolica impegnata a contrastare il luteranesimo.

Mentre i teologi affinavano le questioni dottrinali, nel Sacro Romano Impero la Riforma assunse un connotato sempre più politico. Un tentativo di compromesso venne effettuato alla Dieta di Spira del 1526, quando si permise ai principi che lo volevano di abbracciare il luteranesimo. Tuttavia, nella Dieta del 1529 l'imperatore Carlo V vietò ogni ulteriore novità: gli Stati luterani potevano dunque rimanere tali, mentre gli altri dovevano restare fedeli al cattolicesimo. Nella stessa occasione, Carlo V volle ribadire anche l'editto della Dieta di Worms del 1521 con cui Lutero era stato condannato come eretico, suscitando le proteste dei principi elettori luterani (protesta di Spira) da cui derivò il termine "protestante".

Tuttavia, negli anni successivi, l'imperatore Carlo V si trovò nuovamente in conflitto contro la Francia di Francesco I in quella che è passata alla storia come guerra della Lega di Cognac. Gli eventi bellici distolsero Carlo dai tentativi di repressione del protestantesimo, ma quando nel 1529 ebbe concluso la pace di Cambrai, l'Imperatore poté nuovamente occuparsi di sradicare l'eresia luterana. Così, l'anno successivo fu convocata per il 2 giugno una nuova dieta ad Augusta nel tentativo di sedare le tensioni religiose crescenti e ottenere la sottomissione dei principi del Sacro Romano Impero passati alla riforma luterana. Poiché Lutero, da fuorilegge, non poteva prendere parte ai negoziati, Filippo Melantone fu delegato dell'elettore di Sassonia a presenziare. Qui, Melantone, insieme a Joachim Camerarius e a Gregor Brück presentò ai principi la Confessione augustana, la prima esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo che tutt'oggi è considerata uno dei testi base delle chiese protestanti e, in particolare, del luteranesimo. I contenuti del testo sono certamente più moderati rispetto alla predicazione di Lutero, probabilmente a causa del tentativo di raggiungere un compromesso con l'Imperatore e con i principi cattolici, sottolineando le affinità piuttosto che le divergenze con la dottrina di Roma: l'opera di Melantone può essere considerata il «massimo tentativo di compromesso tra Roma e Wittemberg».

Nonostante i tentativi di Melantone di rendere la Confessione augustana più conciliante, questa fu comunque respinta dai teologi cattolici con la Confutatio pontificia del 3 agosto, con la conseguente bocciatura da parte della dieta, dove i principi cattolici erano in maggioranza. Altre due confessioni vennero pure presentate e respinte dall'imperatore, la Confessione Tetrapolitana, scritta da Martino Bucero e Volfango Capitone, e la Fidei Ratio, presentata come una confessione personale di Zwingli. A novembre Carlo dichiarò fallite le trattative religiose, confermò l'editto di Worms e pretese dai principi la restituzione dei beni ecclesiastici sottratti alla Chiesa cattolica.

Dalla Lega di Smalcalda alla pace di Augusta del 1555

Dopo la sua esposizione di Augusta, Melantone assunse il ruolo di principale teologo di Wittenberg, il che gli permesso una maggiore indipendenza da Lutero. Egli fece in modo che gli Articoli di Smalcalda, una sintesi di dottrina luterana scritta da Lutero nel dicembre 1536, non arrivassero alla dieta dell'anno successivo, perché convinto che la formulazione proposta sarebbe risultata inaccettabile per i rappresentanti delle città imperiali dell'Alta Germania. La confessione di fede definitiva dei riformatori rimase quindi la Confessione Augustana, ampliata fino a comprendere un trattato sul potere e sul primato del papato, e un trattato sulla giurisdizione dei vescovi; testi che Melantone scrisse nel febbraio 1537.

Nel 1545 papa Paolo III aprì ufficialmente un concilio a Trento, da tempo auspicato come rimedio ai mali che affliggevano la Chiesa e come possibile occasione di una riconciliazione con i protestanti. Tuttavia, fin dalle prime sessioni fu chiaro che questo obiettivo fosse irrealizzabile. Martin Lutero morì il 18 febbraio 1546, lasciando un vuoto di potere al vertice del movimento protestante. Nell'estate del 1546 ebbe inizio la guerra di Smalcalda tra l'omonima lega, che univa i principi protestanti, e l'Impero. Il breve conflitto si concluse con una catastrofica sconfitta dei protestanti nella battaglia di Mühlberg del 24 aprile 1547.

Nel frattempo il Principato Elettorale di Sassonia, il cuore della Riforma di Wittenberg, era passato a Maurizio I, che da un lato si rifiutò di accettare l'Interim di Augusta proclamato dall'Imperatore per mettere fine agli scontri, ma dall'altro si pose il problema di raggiungere un compromesso con i cattolici. A tale fine, Maurizio promosse la redazione, ad opera di Melantone e di altri teologi, della formula nota come Interim di Lipsia (22 dicembre 1548), incentrata sulla distinzione tra dottrine fondamentali del protestantesimo, come la dottrina della giustificazione per fede, e questioni dottrinali "indifferenti" (adiaphora) ai fini della salvezza, perché relative ad elementi del culto o dell'organizzazione ecclesiastica non obbligatori né vietati dalle Sacre Scritture. Secondo Melantone e i suoi seguaci, i cosiddetti "filippisti" o adiaforisti, sulle questioni indifferenti per la salvezza poteva esserci il dialogo e la ricerca di un compromesso con i cattolici; a questa posizione moderata si contrapponevano Mattia Flacio Illirico e i suoi seguaci, i cosiddetti "flaciani" o gnesioluterani.

Nonostante la vittoria militare sui protestanti e i vari tentativi di ricomposizione, fu chiaro che la frattura all'interno della cristianità occidentale fosse oramai insanabile. Così nel 1555 si arrivò alla pace di Augusta, che sancì ufficialmente la divisione di fatto dell'Impero tra cattolici e protestanti. In particolare, il trattato provvedeva la formula del Cuius regio, eius religio ovvero l'obbligo del suddito di conformarsi alla confessione del principe del suo Stato, fosse essa protestante o cattolica. Di fatto non venne mai permessa una libertà di religione e un pluriconfessionalismo, con il risultato che se il sovrano cambiava confessione anche i sudditi dovevano cambiarla o emigrare, in quanto altrimenti avrebbero potuto mettere in pericolo la stabilità dell'ordine sociale. Rare eccezioni vennero concesse per alcune città libere in cui fu consentito il biconfessionalismo.

La Riforma di Ulrico Zwingli e Martin Bucer

In Svizzera e Germania meridionale le Chiese riformate seguirono un percorso quasi parallelo a quelle luterane, ma con aspetti peculiari che portarono a comporre un mosaico composito di realtà diverse tra loro; nonostante ciò, tutte affondano le loro radici nell'attività riformatrice di Ulrico Zwingli e Martin Bucer. Questi, a differenza di Lutero, non cercarono una Riforma della sola Chiesa ma di tutta la società. Infine, questi operarono in un contesto politico fatto di libere città, di fatto autonome dal Sacro Romano Impero e di conseguenza prive della forte presenza di quei principi tedeschi che, a vantaggio o a svantaggio, influirono così tanto sul luteranesimo.

Ulrico Zwingli iniziò la sua azione a Zurigo intorno al 1522 con lo scopo, come Lutero, di riformare la Chiesa e non di rifondarla; la disamina dello svizzero si differenziava dal teologo di Wittenberg per la sua accentuata critica verso gli abusi della società del tempo e una forte influenza proveniente dell'umanesimo. A seguito di una disputa tenutasi il 29 gennaio 1523 tra Zwingli e il vicario generale della diocesi di Costanza, il consiglio cittadino di Zurigo determinò vincitore il primo dandogli il potere di riformare la città, cosa che portò a compimento nel 1525. La sua opera, incentrata sulla Bibbia, portò all'abolizione della messa cattolica, alla rimozione delle immagini ritraenti la Madonna e i Santi e alla proibizione del loro culto. Ancora, si incentivò la predicazione in lingua volgare basata solo sulle Scritture, si abbandonò l'obbligo di celibato ecclesiastico e molti monasteri furono soppressi. Per Zwingli la presenza di Cristo nell'eucaristia era solamente simbolica e rappresentava solamente una commemorazione del sacrificio di Gesù Cristo. Infine, la sua riforma, diffusasi in molte altre città svizzere e della Germania meridionale, fu caratterizzata anche da profondi connotati moralizzatori della società del tempo. Alla morte di Zwingli la guida della Chiesa riformata zurighese passò a Heinrich Bullinger, il quale la orientò verso una linea equilibrata e di compromesso con le altre correnti riformiste. Contribuì personalmente all'elaborazione delle Confessiones Helveticae che divennero le confessioni di fede delle Chiese riformate svizzere.

Stabilitosi nel 1523 a Strasburgo, Martin Bucer proseguì sul solco della predicazione di Johann Geiler von Kaysersberg arricchendola con la sua solida formazione teologica e umanistica diventando una delle "anime del movimento riformatore". La sua opera si concretizzò in un'ampia riforma sociale basata su un forte rigorismo morale, in ambito sia pubblico sia nei rapporti privati come quelli matrimoniali. In città la messa nella forma cattolica continuò a essere celebrata fino al 20 febbraio 1529, sia pur in volgare e con un rito più semplice in cui veniva dato ampio spazio al canto. Bucer intrattenne proficui e cordiali rapporti con gli altri riformatori svizzeri e salisburghesi, malgrado insorsero dei contrasti con i luterani con l'eccezione di Melantone, con cui condivideva la formazione sulle opere di Erasmo da Rotterdam.

Giovanni Calvino e la Riforma di Ginevra

Completati gli studi di giurisprudenza, nel 1536 Giovanni Calvino pubblicò a Basilea la sua opera più celebre Institutio christianae religionis già completata l'anno precedente. A questa edizione in futuro ne seguirono altre riviste e ampliate, fino a divenire un fondamentale trattato sistematico della teologia protestante di grande influenza nel mondo occidentale. Nello stesso anno si spostò a Ginevra dove, insieme a Guillaume Farel, iniziò a riformare la Chiesa locale lacerata dalla complessa situazione politica in cui versava la città. A novembre il Consiglio cittadino approvò la Confessione di fede presentata da Calvino, il quale venne poi nominato predicatore e pastore della città. Il regolamento della nuova Chiesa che andava a profilarsi prevedeva, tra le varie cose: la celebrazione mensile della "Cena del Signore", l'ascolto dei sermoni, il canto dei salmi, l'obbligo dell'istruzione religiosa dei giovani e l'istituzione di un tribunale ecclesiastico autorizzato a comminare la scomunica a chi tenesse un comportamento immorale o indisciplinato. L'anno successivo vennero eletti nuovi sindaci, decisamente ostili alle novità che Calvino e Farel volevano introdurre. L'impossibilità di giungere a un accordo provocò, il 23 aprile 1538, l'espulsione dei due riformatori da Ginevra. Calvino riparò a Strasburgo, dove ebbe modo di conoscere e apprezzare le idee di Bucero.

Richiamato a Ginevra per aiutare a porre fine a un conflitto interno che metteva in pericolo la città, nel 1541 venne nominato pastore su richiesta delle autorità cittadine e questa volta fu libero di mettere in pratica realmente le sue idee riformistiche. Calvino diede alla Chiesa locale un nuovo assetto, dividendone i fedeli in quattro gruppi: pastori, dottori, anziani e diaconi; inoltre, istituì un concistoro formato da pastori e anziani che si riuniva a cadenza settimanale per assicurarsi il rigido rispetto dell'ortodossia e della moralità tra i cittadini.

Sotto la sua guida, la Chiesa di Ginevra assunse caratteri piuttosto radicali basati su una rigida disciplina. Ai cittadini si imposero diversi obblighi, tra cui quello di sottoscrivere la confessione di fede proposta da Calvino, di presenziare ad almeno le quattro "Cene del Signore" annuali e soprattutto di rispettare una condotta morale irreprensibile, pena la condanna, il bando o addirittura la messa a morte nei casi più gravi. Così a Ginevra vennero vietati i balli, il gioco dei dadi, la previsione del futuro, condotte sessuali libertine, comportamenti inadeguati tenuti durante le funzioni religiose e l'utilizzo di abiti giudicati troppo lussuosi o licenziosi. I conventi furono trasformati in ospizi e vennero aboliti il culto dei santi e delle reliquie.

La teologia di Calvino non fu particolarmente originale, preferendo un'opera di riorganizzazione e armonizzazione delle idee riformiste precedenti dedicandosi molto anche all'esegesi biblica, di cui è considerato uno dei maggiori esponenti del tempo. Per lui i testi sacri non dovevano essere interpretati in senso letterale, bensì con la finalità di arrivare a conoscere la volontà di Dio, in quanto questi sono il mezzo con cui egli comunica con l'uomo. Mediò tra il concetto della consustanziazione proposto da Lutero con quella del semplice simbolismo di Zwigli asserendo che «il pane e il vino sono strumenti attraverso i quali entriamo in comunione con la sostanza di Cristo partecipando realmente ai benefici del Dio incarnato». Riguardo alla rilevanza delle opere, secondo Calvino, seguendo la dottrina della predestinazione, queste non contribuiscono alla salvezza dell'uomo ma sono necessarie per conferire gloria a Dio e rispettare la sua volontà. Per il riformatore ginevrino infine, a differenza di Lutero, la Chiesa possedeva la prerogativa di imporre alla società civile la sua moralità, la sua struttura e le sue leggi. Nella sua predicazione, Calvino indirizzò a Roma pesanti accuse per le quali a sua volta venne accusato di essere «il padre di tutte le eresie» mentre i suoi libri venivano messi all'indice da parte dei cattolici. Non mancò nemmeno di scagliarsi contro le altre fedi senza risparmiare nemmeno gli anabattisti, i libertini e i nicodemiti.

Delle posizioni talvolta estreme assunte da Calvino abbiamo due chiari esempi. Il primo riguarda la netta e intransigente posizione assunta dal teologo nel caso di Francesco Spiera, che condannò dopo un attento studio delle fonti bibliche affermando che il nicodemismo fosse un grave peccato e che fosse assolutamente da preferirgli l'eventuale martirio e l'esilio. Il secondo è relativo al suo pieno coinvolgimento nell'esecuzione come eretico di Michele Serveto in cui, secondo lo storico Roland Bainton, «si dimostrò un uomo del Medioevo con una visione monolitica della verità e dell'autorità da imporre a tutti i membri dell'unitario Corpus Christianorum».

Nonostante il duro regime imposto da Calvino, Ginevra divenne una delle capitali del protestantesimo dopo essere divenuta rifugio di molti perseguitati di tutta Europa, attratti dalla possibilità di crearsi qui una nuova esistenza. Tra il 1542 e il 1550 la città vide la sua popolazione quasi raddoppiare. Da qui poi molti si spostarono contribuendo a diffondere il modello calvinista in gran parte del continente. Calvino morì il 27 maggio 1564 e Teodoro di Beza gli successe alla guida della Chiesa ginevrina che, grazie a lui, raggiunse una chiara definizione teologica basata sul predestinazionismo. Nel 1562, con la seconda confessione elvetica la chiesa calvinista aveva assorbito la chiesa zwingliana ma non riuscì mai a realizzarsi in una struttura centralizzata a causa della politica di autonomia perseguita dai cantoni svizzeri.

Riforma radicale

Lo scenario della Riforma fu una vera e propria «fucina di idee» e, sull'onda delle tesi luterane, andarono ad affermarsi alcuni movimenti radicali che, per la loro intransigenza ed estremismo, finirono per allontanarsi dalla linea dei primi riformatori. Il loro scopo non era tanto una semplice riforma della società cristiana del tempo, ma tendenzialmente auspicavano un ritorno al modello di vita descritto dal Vangelo sul piano morale, sociale e anche economico. Per i radicali la necessità di un rinnovamento totale era ben più importante degli aspetti meramente dottrinali delle correnti magistrali. Tali posizioni assunsero nella pratica declinazioni assai diverse facendo nascere una moltitudine di sette, conventicole, gruppi dal pensiero eterogeneo che a fatica possono essere raggruppati in alcuni movimenti più definiti; al loro interno convivevano comunque diverse linee di pensiero. Già verso la fine del 1521 a Wittenberg, alcuni luterani, come Andrea Carlostadio, Zwingli e Melantone, dettero vita a una Riforma dai caratteri più estremi arrivando a cambiare la forma della messa, a distribuire l'eucaristia nelle due specie, e a predicare teorie iconoclaste. I violenti scontri che seguirono obbligarono lo stesso Lutero a fare immediato ritorno in città dal soggiorno presso il castello di Wartburg per richiamare all'ordine e alla pace. Carlostadio fu tra i seguaci di Lutero quello che più da lui si distaccò abbracciando posizioni maggiormente radicali, come la proibizione della musica e dell'arte in chiesa, l'accettazione del matrimonio per il clero, il respingimento del battesimo dei bambini e, forse più importante, la negazione della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia.

Nicolas Storch, un tessitore di Zwickau, aveva iniziato a predicare a seguito di presunte visioni, secondo le quali egli sarebbe stato destinato a combattere la corruzione della Chiesa cattolica raccogliendo un gruppo di seguaci, noti poi come "Profeti di Zwickau". Essi sostenevano la comunione dei beni, la cura dei poveri, l'espropriazione dei monasteri e delle abbazie e, all'occorrenza, la resistenza allo strapotere dei principi; inoltre, rifiutavano il battesimo dei bambini.

Le idee di Storch ebbero una grande influenza sul sacerdote Thomas Müntzer che in seguito si dedicherà a un'intensa attività di propaganda. Inizialmente, Müntzer fu un ammiratore anche di Lutero, ma poi se ne distaccò in quanto giudicava il riformatore agostiniano troppo debole nei confronti dei principi e distante dai bisogni del popolo; contestava inoltre la teoria della giustificazione luterana, che accusava di distogliere gli uomini dall'obbedire ai comandamenti di Dio. Quando nel 1524 scoppiò la rivolta dei contadini, Müntzer si schierò subito dalla parte dei rivoltosi, mentre Lutero condannò l'insurrezione asserendo che «nessuna giustificazione legittimava la rivolta contro l'autorità costituita» e invitando pubblicamente con un opuscolo i principi a soffocare nel sangue la sommossa. Questa evoluzione di Lutero è sintomo di uno smarrimento del riformatore tedesco: di fronte all'anarchia e al caos che si stavano diffondendo in Germania, era assolutamente necessario trovare un principio su cui fondare ordine e stabilità; avendo eliminato il papa e la gerarchia, non restava che lo Stato che potesse dare appoggio alla nuova chiesa fondata da Lutero. La dura repressione che ne seguì portò alla condanna a morte di Müntzer nel 1525.

Gran parte delle idee dei profeti di Zwickau vennero assorbite dagli anabattisti, sorti in Svizzera nel 1525 tra alcuni gruppi di teologi in contrasto con Ulrico Zwingli. Il nome, coniato dai loro nemici (tra essi si chiamavano "Fratelli in Cristo"), derivava dal rifiuto del battesimo dei neonati, un battesimo ricevuto per volontà altrui e per interposta persona. Inoltre, contestavano la transustanziazione, accettavano la poligamia, consideravano il servizio militare e la proprietà privata in contrasto con il messaggio evangelico. Tali connotati sovversivi e radicali causarono al movimento pesanti persecuzioni da parte delle autorità civili e religiose. Fu grazie al riformatore Menno Simons che gli anabattisti olandesi poterono sopravvivere ai tentativi di soppressione; egli li riorganizzò nella Chiesa mennonita, una comunità che si differenziava dagli anabattisti per seguire il principio di non violenza e resistenza passiva, cosa che le permise di godere di una certa tolleranza. In Moravia dagli anabattisti ebbero origine gli Hutteriti, dal nome del predicatore itinerante Jakob Hutter arso vivo a Innsbruck nel 1536. Come alcune comunità anabattiste, anche quelle hutterite si basarono sul principio della comunanza dei beni, ma questo non venne imposto, ma adottato su basi volontarie da tutti i membri.

Correnti riformate radicali, sebbene eterogenee al loro interno, furono lo spiritualismo e l'antitrinitarismo. Gli spiritualisti intendevano vivere la religione come un «percorso di rigenerazione personale indipendente da istituzioni, cerimonie e dottrine ecclesiastiche», che ritenevano essere irrilevanti ai fini del raggiungimento della Salvezza. Il movimento ebbe una diffusione a lungo raggio comprendendo Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Paesi Bassi; tra i suoi esponenti vi furono Andrea Carlostadio, Martin Borrhaus, Kaspar Schwenckfeld, Sebastian Franck, Valentin Weigel. La volontà di ritornare alle origini del cristianesimo comportò il rifiuto del dogma della Trinità, considerato un'elaborazione artificiosa posteriore elaborata al soltanto al concilio di Nicea del 326 per motivi in parte politici. Gli antitrinitaristi destarono molte preoccupazioni tra i cattolici, in quanto minavano uno dei capisaldi della dottrina. Nonostante i tentativi per soffocarli, essi trovarono terreno fertile nei Paesi dell'Europa orientale in cui vi era una sostanziale libertà di religione. Cracovia ne divenne la loro capitale e in breve tempo ottennero una pari dignità nei confronti delle altre confessioni cristiane. In Polonia arrivarono ad una sostanziale unitarietà con il movimento dei Sociniani, ma al loro interno continuarono ad essere presenti diverse visioni sulla natura di Cristo.

Riforma fuori dalla Germania

Inghilterra: l'indipendenza dell'anglicanesimo

In Inghilterra la rottura con Roma del 1534 non fu dovuta solo alle passioni e alle iniziative di Enrico VIII. Si trattò infatti dell'ultimo atto di un lungo processo, in corso dalla fine del Trecento, che da un lato vedeva aumentare sempre più l'ostilità contro il clero e la gerarchia corrotta, dall'altro tendeva alla costituzione di una Chiesa autonoma dal papa.

La causa scatenante fu comunque il rifiuto del papa Clemente VII di concedere a Enrico la nullità del matrimonio con Caterina d'Aragona, figlia del cattolicissimo re di Spagna e zia dell'imperatore Carlo V. Il diniego portò il re inglese dapprima a farsi proclamare nel 1531 capo della chiesa inglese e, tre anni più tardi, con l'Atto di Supremazia, ad attribuire al sovrano i diritti su essa che prima spettavano al papa di Roma. Di fatto, con l'esclusione del primato del pontefice, tutto il resto dell'antica fede venne mantenuto. Il popolo e la gerarchia inglese accettarono senza troppe obiezioni le decisioni del sovrano, il quale decise anche la soppressione dei monasteri inglesi e la confisca dei beni ecclesiastici per redistribuirli ai nobili e borghesi inglesi. Tuttavia, alcuni critici come il filosofo e cancelliere Tommaso Moro e l'arcivescovo di Londra John Fisher pagarono con la vita la loro opposizione a Enrico. Alla morte del re, la chiesa inglese era sostanzialmente ancora cattolica: era sì in atto uno scisma, ma la fede era ancora quella tradizionale.

Fu con il figlio e successore di Enrico, Edoardo VI, che vennero introdotte profonde modifiche religiose accogliendo idee luterane e calviniste, cosicché dallo scisma si passò all'eresia. Nel 1549 venne pubblicato un nuovo rituale liturgico, il Book of Common Prayer, di stampo protestante, e nel 1553 una professione di fede di tendenze calviniste circa la dottrina eucaristica. Con il regno di Maria I, figlia di Enrico VIII sempre rimasta fedele al cattolicesimo, si assistette a un tentativo di restaurazione dell'antica fede a cui contribuì il cardinale Reginald Pole. Nonostante gli sforzi, Maria non riuscì a guadagnarsi il favore popolare, cui pose rimedio con la condanna a morte di decine di oppositori, guadagnandosi presso i protestanti il soprannome di "Maria la sanguinaria". Il tentativo di ripristino del cattolicesimo terminò con la sua morte avvenuta nel 1558.

Le succedette la sorellastra Elisabetta I (1558-1603), nemica del Papato e della Spagna e favorevole a un'Inghilterra libera e indipendente da autorità esterne di qualsiasi tipo. Nel 1559 venne promulgata la legge che riconosceva la regina "supremo governatore della Chiesa d'Inghilterra" e che impose agli ecclesiastici un giuramento di fedeltà. Fino al 1570 i cattolici inglesi godettero di una certa tolleranza ma il 25 febbraio di quell'anno, papa Pio V scomunicò e depose la regina con la bolla Regnans in Excelsis, in forza della concezione medievale del potere della Santa Sede sui sovrani. In quegli anni iniziarono le persecuzioni dei cattolici irlandesi, mentre l'atteggiamento della regina verso i numerosissimi cattolici inglesi fu più sfumato ed essenzialmente tollerante. Solo dopo il 1610, sia per il clima di reciproco odio religioso, sia per il sedimentarsi nella coscienza collettiva della guerra con la Spagna come di una guerra con i "papisti" iniziò una vera discriminazione aperta verso i gruppi cattolici, che oltretutto erano sempre più minoritari. Ad ogni modo, la "vera" riforma inglese fu soprattutto relativa ai dibattiti iniziati nel Seicento, dapprima tra arminiani e puritani, poi, durante anche le guerre civili, tra decine di confessioni differenti, e tutte ugualmente ostili alla Chiesa cattolica. Nonostante la ferma politica religiosa di Elisabetta l'Irlanda rimase a maggioranza cattolica, così come non rinnegò il proprio credo parte della piccola nobiltà inglese.

Scozia

Sebbene agli inizi del XVI secolo la Scozia fosse un paese fortemente cattolico, già da tempo parte della popolazione più istruita aveva manifestato un disagio verso la dottrina tradizionale, ricercando invece un'esperienza religiosa maggiormente spirituale e personale. Quando la Riforma scoppiò in Germania, però, pochi scozzesi vi aderirono con la volontà di rompere completamente con Roma. Le cose cambiarono quando nel 1531 Enrico VIII d'Inghilterra aveva dato vita alla Riforma inglese. Inizialmente re Giacomo V di Scozia aveva risposto ambiguamente alla diffusione del protestantesimo nel suo paese, convinto di poter così trattare con il papa in una posizione di favore, ma quando le idee riformistiche iniziarono a dilagare intraprese energici sforzi per combatterle. Nel 1547 il teologo John Knox, esponente della chiesa riformata scozzese, venne catturato insieme ad alcuni ribelli presso il castello di St. Andrews e portato in Francia. Dopo il suo rilascio avvenuto due anni più tardi, si trasferì in Inghilterra, dove fu dapprima parroco a Berwick-upon-Tweed, poi a Newcastle-upon-Tyne e infine cappellano alla corte di Edoardo VI, dove partecipò all'elaborazione della seconda edizione del Book of Common Prayer rifiutando successivamente di ottenere cariche ecclesiastiche di maggior rilevanza.

La salita al trono di Inghilterra della cattolica Maria I nel 1553 costrinse Knox, come molti altri protestanti, a fuggire nell'Europa continentale (esuli mariani). Egli trovò rifugio dapprima a Dieppe, quindi a Zurigo, Ginevra e Francoforte sul Meno dove si occupò di predicare a favore della comunità inglese di rifugiati. Tuttavia i conflitti sorti in seno a questa comunità portarono all'espulsione di Knox, che dovette riparare nel 1555 nuovamente a Ginevra dove poté osservare come fosse stata lì soppressa l'opposizione critica a Calvino. Knox rimase impressionato da tali imposizioni politiche e da come l'ordine fosse stato stabilito in seguito, definendola la «più perfetta scuola di Cristo sulla terra fin dai tempi degli apostoli». Divenne in quel contesto pastore della comunità inglese di rifugiati di Ginevra, plasmando la sua teologia su quella di Calvino. Nel maggio 1559 fece ritorno in Scozia e venne eletto parroco della cattedrale di Sant'Egidio, a Edimburgo. Qui fu uno dei maggiori avversari dell'instabile regno della reggente Maria di Guisa e lavorò alacremente per costruire un'organizzazione protestante in Scozia. Con la confessione di fede scozzese del 1560, di cui Knox fu uno degli autori principali, il Parlamento scozzese introdusse la Riforma nel paese.

Tolleranza nei Paesi Bassi

Fin dai primi tempi, la Riforma ebbe una forte penetrazione nei Paesi Bassi e in particolare il calvinismo, divenuto maggioritario nel nord della regione. Il luteranesimo rimase invece più presente nelle zone confinanti con la Germania. Anche l'anabattismo trovò un buon riscontro, soprattutto grazie all'azione del riformatore Menno Simons. Rimanevano cattoliche le zone più a sud, mentre minoranze ebraiche, armene e greche erano presenti nelle città portuali. A tale variegata situazione, l'imperatore Filippo II di Spagna rispose con una politica accentratrice e assolutista che mirava anche all'imposizione del cattolicesimo come unica religione tollerata. L'intervento di Filippo, tuttavia, fu fallimentare e anzi contribuì a creare un'identità nazionale innescando nel 1566 la cosiddetta rivolta dei pezzenti (poi evolutasi nella guerra degli ottant'anni) che culminò in una ondata iconoclasta conosciuta come beeldenstorm. Focalizzata sull'ottenimento dell'autonomia e della libertà religiosa, i moti di ribellione si conclusero solo con l'indipendenza della Repubblica delle Sette Province Unite.

Il capo della rivolta, il principe Guglielmo I d'Orange, fu l'artefice dell'Unione di Utrecht, con la quale non solo vennero ratificate le province desiderose di separarsi dai Paesi Bassi spagnoli, ma venne anche stabilita la libertà religiosa, di istruzione e di accesso alle cariche pubbliche sia per cattolici sia per protestanti. Nell'articolo 13 del trattato venne sancito il divieto di qualsiasi persecuzione per motivi religiosi: fu la prima volta che in Europa si ebbe una disposizione di tale tenore. Ogni provincia poteva, comunque, decidere quale fosse la sua fede ufficiale. Un tale clima di tolleranza fu propizio per la diffusione della cultura, delle scienze, dei dibattiti teologici e della stampa di libri. Molti furono gli intellettuali che trovarono nella regione l'ambiente ideale per le proprie attività intellettuali e questo fu certamente uno dei fattori che portarono al cosiddetto "secolo d'oro olandese".

Nel 1618-1619 il Sinodo di Dordrecht, convocato dalla chiesa riformata olandese per far fronte a una situazione instabile, rafforzò l'ortodossia riformata nei Paesi Bassi ma il regime tollerante e pluralistico non andò comunque in crisi. Il calvinismo, in un'accezione moderata, divenne la religione predominante ma a cattolici, mennoniti e luterani fu sempre concesso di celebrare, seppur privatamente, il proprio culto e di fare proselitismo.

Nell'Europa del Nord

Nei paesi scandinavi la Riforma fu decretata per lo più dai rispettivi sovrani. Nel 1527, a seguito della dieta di Västerås, il re di Svezia Gustavo I Vasa aderì alla riforma luterana, confiscò i beni ecclesiastici e si fece riconoscere capo della Chiesa nazionale. Laurentius Andreae e Olaus Petri furono tra le più eminenti personalità che permisero l'attuazione delle riforma. In Finlandia, all'epoca sotto il dominio svedese, nel 1550 Michele Agricola, che precedentemente aveva studiato con Lutero e Melantone a Wittenberg, divenne vescovo luterano di Turku dove introdusse il credo evangelico. In Danimarca e Norvegia, il re Cristiano III di Danimarca adottò il luteranesimo come religione di Stato (Chiesa di Danimarca) dopo il sanguinoso colpo di Stato del 12 agosto 1536 (i cui metodi furono biasimati da Martin Lutero). Il luteranesimo fu poi da lui esteso anche all'Islanda (Chiesa nazionale d'Islanda): in parte già nel 1541, quando il vescovo cattolico di Skálholt fu catturato dalle forze danesi, e totalmente dopo il 1550, in seguito alla decapitazione dell'ultimo vescovo cattolico, Jón Arason.

Italia

La Repubblica di Venezia, e in particolare il suo fondaco dei Tedeschi, fu la porta di ingresso per la Riforma in Italia. Qui, le idee di Lutero poterono trovare un governo tollerante e un'avviata industria tipografica che permise la copia di molti suoi scritti che poi si diffusero in tutta la penisola in segreto insieme a quelli di Bucer, Melantone, Zwingli, Calvino e molti altri riformatori. Ampia diffusione ebbe anche la cosiddetta riforma radicale, in particolare le idee degli spiritualisti e di Juan de Valdés. L'anabattismo si attestò nelle regioni di nord-est, e in particolare a Padova, dopo essere giunto oltralpe in occasione della rivolta contadina di Michael Gaismair.

Le comunità riformate operavano in clandestinità o al massimo in semi-clandestinità, e per sopravvivere dettero vita a una ben radicata e organizzata rete di coperture e aiuti. I riformisti italiani non recepirono le idee provenienti dal nord passivamente ma, al contrario, le rielaborarono dando vita a movimenti autonomi spesso caratterizzati da un acceso radicalismo. La diffusione del riformismo avvenne in tutta la penisola e fu un fenomeno socialmente trasversale, coinvolgendo uomini e donne di qualsiasi ceto compresi gli appartenenti all'alto e basso clero. La stampa giocò un ruolo fondamentale per la circolazione delle dottrine riformate; determinante per la diffusione della fede evangelica in Italia è stata la traduzione della Bibbia di Giovanni Diodati.

Inizialmente la risposta della Chiesa di Roma alla diffusione della Riforma in Italia fu sostanzialmente blanda, in quanto nei suoi stessi vertici serpeggiava una certa propensione per una riforma del cattolicesimo e, inoltre, vi era ancora la speranza di poter arrivare ad un compromesso che riavvicinasse le posizioni e sanasse la frattura. Le cose tuttavia mutarono quando, vista la crescente diffusione delle idee protestanti, il 21 luglio 1542 papa Paolo III emanò la costituzione Licet ab initio, con la quale fu istituita la Santa Inquisizione Romana con lo scopo di proteggere l'ortodossia. Inoltre i lavori del concilio di Trento, convocato sempre da Paolo III nel 1545, mostrarono subito quanto fosse impossibile giungere ad una mediazione con i Protestanti nonostante gli auspici dello stesso pontefice, in particolare quando i padri conciliari vollero ribadire l'importanza della Tradizione nella lettura della Bibbia e la dottrina della Salvezza per opere e fede, sconfessando così i cardini teologici della proposta luterana.

La repressione contro i Protestanti si aggravò con il successore del moderato Paolo III, Gian Pietro Carafa (Paolo IV), già a capo dell'Inquisizione romana e nota per la sua intransigenza contro coloro che erano considerati degli eretici. Sotto di lui venne istituito l'Indice dei libri proibiti in cui, tra gli altri testi, vi erano elencate 45 edizioni proibite della Bibbia, oltre a tutte le Bibbie nelle lingue volgari, in particolare le traduzioni tedesche, francesi, spagnole, italiane, inglesi e fiamminghe. La politica di Carafa fu continuata dai suoi successori Pio V e Sisto V, anche loro con un passato da inquisitori; al contrario, Pio IV si dimostrò più tollerante.

Con la chiusura del Concilio di Trento e con la definitiva condanna di posizioni altrimenti moderate e, quindi, con la conseguente posizione intransigente dalla Chiesa, un numero abbastanza elevato di intellettuali e di rappresentanti ecclesiastici emigrarono in altri paesi dove tentarono di professare più o meno liberamente la loro fede. Fra questi è da ricordare l'antitrinitario Lelio Sozzini, anche per il fatto di aver dato nome a un movimento. L'esilio di molti italiani oltralpe contribuì comunque alla crescita delle comunità del nord. Chi restava in Italia, invece, si vedeva costretto ad aderire a posizioni nicodemite, cioè a professare il proprio credo religioso interiormente ma ad apparire, esternamente, come un cattolico per non essere soggetto a persecuzioni. Un esempio fu Renata di Francia presso la corte degli Estensi. Alcune tracce di riformismo rimasero comunque nei ceti più alti, benché relegate nella segretezza, ma in generale «una pesante coltre di controriforma religiosa calò sull'Italia sino all'età dei lumi».

Francia

Diffusione del protestantesimo

La figura chiave della precoce diffusione della Riforma nel Regno di Francia è da ricercarsi nell'umanista e traduttore della Bibbia Jacques Lefèvre d'Étaples. Egli, a partire dal 1519, raccolse intorno a sé un gruppo di teologi che discussero le tesi di Lutero per poi adottarne la dottrina. Inizialmente il re Francesco I di Francia tollerò tali iniziative riformistiche sia per coerenza con la sua volontà di essere un sovrano rinascimentale sostenitore della cultura, sia per le richieste dell'amatissima sorella Margherita d'Angoulême. Inoltre, per un certo tempo considerò il luteranesimo persino politicamente utile, poiché era causa della ribellione di molti principi tedeschi contro il suo nemico Carlo V. Tuttavia fu proprio l'inasprirsi dei conflitti con l'imperatore a spingerlo a cambiare politica al fine di ottenere il sostegno del pontefice nel difficile teatro italiano, ma comunque senza eccedere con la repressione per non inimicarsi del tutto i principi protestanti tedeschi.

Le cose cambiarono radicalmente in seguito al "caso dei manifesti" in cui, nella notte del 17 ottobre 1534, apparvero per le strade di Parigi e di altre grandi città delle affissioni contro il credo cattolico riguardo all'eucaristia. I cattolici più ferventi furono indignati dalle accuse scritte e lo stesso Francesco iniziò a ritenere il movimento protestante come un complotto contro di lui; di conseguenza iniziò a perseguitare i suoi seguaci. I protestanti vennero incarcerati e giustiziati in tutto il paese, tanto che in alcune aree interi villaggi furono distrutti. La stampa venne censurata e i principali riformatori protestanti, come Giovanni Calvino, furono costretti all'esilio; tali persecuzioni contarono presto migliaia di morti e decine di migliaia di senzatetto. Riparato a Ginevra, Calvino poté comunque continuare nella sua opera di plasmare il protestantesimo francese.

La repressione continuò con il figlio di Francesco, Enrico II, ma senza tuttavia cogliere particolari successi, tanto che alla sua prematura morte il calvinismo era oramai diffuso in tutta la Francia; gli ugonotti, ovvero i protestanti francesi, ormai annoveravano tra i propri fedeli una buona parte dell'aristocrazia cittadina, e il paese si trovò di fatto diviso in due.

Periodo delle guerre di religione

L'instabile situazione precipitò durante la reggenza di Caterina de Medici quando ebbero inizio sanguinosi scontri tra la fazione cattolica e quella ugonotta. Ogni fazione poté contare sul sostegno indiretto da parte delle altre potenze europee: Spagna e papato per i cattolici, mentre Elisabetta d'Inghilterra, Ginevra e i principi tedeschi erano a favore degli ugonotti.

Con la Francia nel caos, molte furono le voci che si alzarono per tentare di giungere a una pace nel segno dell'irenismo. Un tentativo in questo senso venne fatto nel 1562 con l'editto di Saint-Germain-en-Laye con cui veniva concessa, entro certi limiti, la libertà di culto ai nobili ugonotti seppur ribadendo il cattolicesimo come religione ufficiale del regno. L'editto trovò molte opposizioni, poiché molti ritenevano che l'unità del regno fosse imprescindibile dall'unità religiosa; in particolare gli esponenti della casa dei Guisa, leader della fazione cattolica, risposero con la strage di Wassy del 1º marzo durante la quale vennero massacrati un numero imprecisato di ugonotti. Essa fu l'evento che scatenò le guerre di religione francesi e che insanguinarono il paese fino alla fine del secolo.

Il conflitto, contrassegnato da assassini, scontri armati e atti terroristici, fu intervallato da alcuni momenti di pace come quello che seguì la proclamazione dell'editto di Amboise del 1563. La notte di san Bartolomeo del 1572 fu il culmine della repressione antiriformista in Francia, che contò l'uccisione di circa 10 000 protestanti. Alla morte del re Enrico III la guerra divenne anche conflitto dinastico; la cosiddetta guerra dei tre Enrichi si concluse con la salita al trono di Enrico di Navarra, capo della fazione protestante che diventato re si convertì al cattolicesimo. Nel 1598 Enrico IV emanò l'editto di Nantes, con il quale si pose fine alla guerra religiosa «instaurando in Francia un sistema bi-confessionale»; l'editto «rappresentò una tappa fondamentale verso la deconfessionalizzazione del potere pubblico, avviando il confinamento della religione nella sfera privata».

Spagna e Portogallo

I primi scritti di Erasmo da Rotterdam e di Martin Lutero arrivarono nelle città portuali della penisola iberica via nave e furono letti con vibrante interesse da nobili colti e monaci. Tuttavia, la Riforma non riuscì ad affermarsi poiché i Gesuiti e l'Inquisizione spagnola furono in grado di combattere ed estinguere con successo tutti gli sforzi riformatori, sia immediatamente sia durante il periodo della Controriforma. Le prime accuse contro i riformatori furono depositate a Valencia nel 1524 e il teologo riformista Juan de Valdés dovette fuggire a Roma nel 1531. Nel 1543 Francisco de Enzinas tradusse il Nuovo Testamento in lingua spagnola, mentre, nel 1557, il monaco Casiodoro de Reina, che apparteneva all'ordine dei gerolamini stabilitisi nei pressi di Siviglia, riparò a Ginevra dove tradusse l'intera Bibbia in spagnolo, detta Bibbia dell'orso, poi stampata a Basilea nel 1569. A partire dal 1582, Cipriano de Valera iniziò una revisione della traduzione che venne stampata ad Amsterdam nel 1602 per poi incorrere in ulteriori revisioni e ristampe. Nel 1559 diversi evangelici furono condannati alla morte sul rogo sia a Valladolid sia a Siviglia. Si stima che un totale di circa 1 000 protestanti siano stati rintracciati dall'Inquisizione e 100 di loro siano stati messi a morte.

Austria e Europa orientale

Nel XVI secolo nei territori della monarchia asburgica (circa le attuali Austria, Ungheria e Repubblica Ceca) il cattolicesimo stava attraversando un periodo di difficoltà, circostanza che favorì così la diffusione delle correnti riformiste sia radicali che non. Ciò era dovuto in gran parte alla decisa promiscuità religiosa tipica di quelle terre, in particolare in quelle più orientali, da sempre caratterizzate dalla presenza di comunità, seppur minoritarie, di cristiani ortodossi, ebrei, ussiti e musulmani; inoltre l'influenza della tolleranza religiosa presente nel confinante impero ottomano sicuramente ebbe il suo peso. Tale situazione venne sfruttata dai principi per ritagliarsi una certa autonomia dalla famiglia degli Asburgo: venendo meno l'unità religiosa era più facile anche mitigare l'accentramento del potere su Vienna e pertanto gli aristocratici della Boemia, della Moravia e dell'Ungheria imperiale presero spesso le parti delle minoranze religiose e in particolar modo di quelle luterane e calviniste. Il risultato fu un sostanziale regime di pacifica convivenza tra le varie confessioni.

D'altronde, la necessità di poter contare sulla fedeltà dei propri sudditi fece sì che i vari imperatori asburgici scegliessero una via conciliante nonostante non avessero mai messo in discussione la loro fedeltà a Roma. Ferdinando I d'Austria fu promotore di una politica di restaurazione del cattolicesimo, per la quale si avvalse dell'aiuto dei gesuiti, ma nella pratica si dimostrò sempre moderato per non perdere il sostegno dei suoi principi. Il successore Massimiliano II sostenne l'irenismo, progettando un grande impero cristiano con capitale Vienna e nel 1568 emise un decreto di tolleranza con cui permetteva il culto luterano in tutta l'Austria, percorrendo così «una piccola tappa del lungo processo di secolarizzazione europea». Nel 1609 Rodolfo II fu artefice di una sostanziale libertà religiosa in tutto l'impero che ebbe ripercussioni positive nello scenario culturale del paese. Le cose cambiarono con i sovrani successivi: la politica intransigente di Mattia e Ferdinando II portarono al celebre episodio della defenestrazione di Praga che fece scoppiare la sanguinosa guerra dei Trent'anni, sconvolgendo l'Impero. Gabriele Bethlen principe protestante di Transilvania e il conte Thurn in Boemia cercarono senza successo di impadronirsi di Vienna.

Simile fu la situazione che si riscontrò nella Confederazione polacco-lituana, dove il contesto pluriconfessionale del cinquecento scomparve nel secolo successivo. Già prima che la Riforma divampasse in Germania nel vasto territorio con capitale Cracovia vi erano una moltitudine di confessioni che convivevano pacificamente. Il re Sigismondo II Augusto di Polonia era un convinto irenista e fautore della separazione della sfera politica da quella religiosa, mentre la Confederazione di Varsavia firmata nel 1573 fu uno dei primi atti formali in Europa a concedere libertà religiose. In questo clima Cracovia divenne una delle capitali del rinascimento grazie alle sue università, ai suoi commerci e alla sua vibrante vita intellettuale. Le cose mutarono con l'elezione di Sigismondo III di Polonia, che adottò una politica controriformista, istituzionalizzando il cattolicesimo quale religione di stato e ridimensionando le comunità riformate.

Paesi baltici

L'introduzione della Riforma protestante in area baltica si dovette ad Alberto di Hohenzollern, ultimo Gran maestro dell'Ordine teutonico, convertitosi al luteranesimo attorno al 1522-1523. Nel 1525 sciolse lo Stato dei Cavalieri teutonici in cambio dell'investitura a duca di Prussia da parte del re Sigismondo I di Polonia. L'omaggio prussiano fu estremamente importante perché sancì la nascita della prima entità politica ad adottare come religione di stato il luteranesimo. Alberto di Hohenzollern fece della capitale Königsberg un centro di diffusione delle idee protestanti, grazie anche alla fondazione dell'Università Albertina nel 1544.

Il pensiero di Lutero e di Calvino raggiunse presto anche il più meridionale dei Paesi baltici, la Lituania. Fu proprio la Riforma a gettare le condizioni ideali per la realizzazione di quello che è il primo libro scritto in lingua lituana di cui si ha conoscenza, il Catechismo dalle Semplici Parole del pastore protestante Martynas Mažvydas. Si trattava di «un abbecedario elementare per l'apprendimento del lituano», ma l'opera conteneva pure alcuni canti religiosi. Dopo un periodo in cui il protestantesimo si era diffuso in vari strati della società e con discreta fortuna, la Lituania reagì alle conversioni avvenute durante il Cinquecento, complice la scarsa organizzazione generale del clero protestante nella regione e le conseguenze dell'Unione di Lublino del 1569, la quale aveva associato la Lituania alla cattolica Polonia.

Più duraturo fu l'effetto della Riforma nelle moderne Estonia e Lettonia, all'epoca facenti parte della Confederazione livoniana e dunque sotto il controllo dell'ordine cavalleresco dei livoniani. Nel 1561 il Gran maestro Gottardo Kettler decise di convertirsi al luteranesimo e secolarizzò i suoi possedimenti, cedendoli alla Confederazione polacco-lituana e ricevendo in cambio il titolo di duca di Curlandia e Semigallia; a seguito di tale evento, la Riforma attecchì gradualmente nei Paesi baltici settentrionali.

Conseguenze ed effetti della Riforma

La Riforma protestante ebbe effetti dirompenti sul cristianesimo occidentale. In primo luogo andò definitivamente a rompersi quell'unità religiosa che da secoli contraddistingueva l'Europa: se l'Italia, la Spagna e la Francia rimasero a maggioranza cattolica, riconoscendo il primato del papa, Svizzera, Inghilterra, Scandinavia e parte della Germania, dell'Austria, dell'Ungheria e della Boemia, avevano abbandonato Roma per seguire altre confessioni riformate. Numericamente, si stima che dei circa cinquanta milioni di abitanti che doveva contare l'Europa della prima metà del XVI secolo quasi venti milioni erano passati al protestantesimo.

Tale frammentazione comportò inevitabilmente lo scoppio di guerre di religione che insanguinarono l'Europa. Particolare la situazione della Francia che ondeggiò a lungo tra cattolicesimo e protestantesimo. per poi orientarsi definitivamente verso Roma alla fine del secolo sotto re Enrico IV, ma solo dopo pesanti conflitti, spentisi solo grazie all'Editto di Nantes. In Germania, la pace raggiunta ad Augusta durò soltanto fino agli inizi del XVII secolo, quando cessò in occasione della guerra dei trent'anni.

Il papato di Roma uscì profondamente indebolito dal punto di vista politico, sebbene la reazione alla Riforma contribuì a elevarlo sul piano morale dopo la decadenza che aveva attraversato in età rinascimentale. La decadenza del potere papale e la rottura dell'unità religiosa furono fattori che senza dubbio contribuirono al processo di affermazione degli Stati nazionali e del nazionalismo già da tempo avviato.

Molti storici hanno evidenziato un influsso da parte della Riforma sulla storia economica del continente. In particolare, Max Weber ed Ernst Troeltsch hanno evidenziato come la predicazione di Giovanni Calvino riguardo alla missione che Dio avrebbe affidato a tutti i singoli uomini abbia influenzato molti fedeli a dedicare tutte le loro energie per raggiungere il successo, mentre il contestuale elogio a una vita sobria abbia limitato i consumi e quindi l'accumulo dei capitali, favorendo così l'affermarsi del capitalismo. Secondo tali teorie, non universalmente accettate, «mentre il cattolicesimo ha cercato di incanalare la vita economica dentro gli argini morali favorendo l'armonia tra le diverse classi e difendendo quelle dei meno abbienti, il protestantesimo ha incoraggiato il predominio dei ricchi». Con tali presupposti, spesso nei paesi protestanti vennero emesse leggi che proibivano la mendicità, il vagabondaggio e l'inoperosità ma nel contempo si crearono strutture assistenziali pubbliche e laiche che garantivano sussidi selettivi solamente a chi si trovasse in condizione di indigenza per vecchiaia o disabilità.

Seppur in tempi lunghi, la Riforma comportò cambiamenti in tutti gli aspetti della vita dell'epoca. Ad esempio, molti paesi protestanti rifiutarono l'introduzione del calendario gregoriano nonostante la sua correttezza scientifica poiché esso era stato proposto da papa Gregorio XIII nel 1582, preferendo rimanere con calendario giuliano (come ad esempio l'Inghilterra) o con altri ancora. Si creò così un «complicatissimo mosaico di datazioni» che divise ulteriormente l'Europa. Inoltre, soprattutto nei paesi calvinisti e anabattisti, il tempo iniziò a essere considerato come uno «spazio di concreta attuazione della fede e per questo da santificare con ogni azione» assumendo così un'importanza fino ad allora sconosciuta contribuendo, insieme al perfezionamento di strumenti di misura sempre più precisi, al valore moderno della puntualità.

La mancanza della censura ecclesiastica, la libertà di dissenso, l'assenza di pregiudizi verso la scienza, furono caratteristiche delle società protestanti che contribuirono a creare un clima favorevole per il contesto intellettuale. Nonostante ciò questo non fu sufficiente per evitare il proliferare del fenomeno della "caccia alle streghe", imperversata soprattutto in Germania fino agli inizi del XVII secolo e alimentata da suggestioni popolari, paure ed eventi avversi tragici a cui le conoscenze del tempo non sapevano dare una risposta.

Il diverso approccio alla religione fece sì che nei paesi protestanti il culto dei santi andasse a scomparire mentre spesso, sia pur non sempre, le Chiese vennero private di quadri e statue raffiguranti immagini devozionali. Ciò avvenne in misura molto minore nei paesi luterani, poiché lo stesso Lutero non aveva mai dato particolare attenzione al problema delle immagini sacre.

Ruolo delle donne

Come conseguenza di una rivalutazione della famiglia, il ruolo della donna guadagnò una maggior importanza nella società protestante del tempo, tuttavia senza mai arrivare a un'emancipazione. Con l'abolizione del celibato ecclesiastico, molte donne divennero mogli di pastori dando vita a un nuovo modello femminile investito di una propria funzione nell'ambito religioso. Molti furono i casi di donne, spesso appartenenti alle classi più elevate e colte, che rivendicarono tale ruolo scrivendo testi e svolgendo attivamente opere di evangelizzazione. Furono i casi, ad esempio, di Katharina von Bora (moglie di Martin Lutero), di Agnes Zendes, di Elisabetta di Brandeburgo, di Anne Locke o Jadwiga Gnoiska. Protagoniste femminili della riforma si possono trovare anche nei ceti meno elevati come lo furono Margaret Hellwart, Marie Dentière, Anne Askew o Argula von Stauff.

Nonostante ciò, anche nelle società riformate la donna non poté uscire dalla sua tradizionale condizione di subalternità al marito e al modello che incentrava le sue virtù nella sottomissione e nell'operosità, precludendole, salvo in rare eccezioni, le possibilità di accedere a livelli di istruzione superiori.

Impatto sull'arte

Seppur Lutero non dedicò particolare attenzione alla questione dell'arte, gli stravolgimenti della Riforma finirono per avere un grande impatto su di essa. Nonostante il teologo di Wittenberg avesse preso le distanze da qualsiasi posizione iconoclasta, a differenza di altri riformatori come Carlostadio e Zwingli, egli non mancò comunque di condannare la venerazione delle immagini sacre e il commercio di esse. Inoltre, il rifiuto di qualsiasi intermediario tra Dio e gli uomini, uno dei capisaldi della dottrina luterana, ebbe come conseguenza di far scomparire dalle opere degli aderenti alla Riforma la rappresentazione di alcuni soggetti tipici dell'iconografia cattolica, quali la Madonna e i Santi.

Nella sua opera Catechesi di Ginevra Giovanni Calvino assunse posizioni simili a quelle di Lutero, sebbene più radicali. Egli scrisse: «Quale forma di adorazione qui si condanna? Presentarsi dinnanzi a un'immagine per dire le proprie preghiere, piegarsi in ginocchio davanti ad esse o fare qualche altro gesto di reverenza, come se Dio ci si mostrasse lì. Non bisogna dunque intendere che ogni scultura o pittura sia proibita in generale, ma soltanto tutte le immagini che si fanno per servire Dio e onorarlo con cose invisibili, oppure per abusarne con idolatria in qualunque modo». Calvino arrivò a sentenziare che Dio non potesse assolutamente essere rappresentato per via della sua immensità, fomentando alcuni episodi di iconoclasti registrati in Francia, in Svizzera e ad Anversa.

Con tali premesse è facile capire perché molto spesso gli edifici religiosi delle confessioni riformate appaino spogli o con poche tele dal soggetto semplice. Ma non solo, l'ipotesi della non liceità nel raffigurare Dio, e la perdita di interesse in altri soggetti religiosi, spronò molti artisti a concentrarsi in alti generi pittorici come il paesaggio o la natura morta che, sebbene fossero già presenti da tempo, dal XVI secolo divennero «espressioni autonome in capo pittorico». Tale trasformazione si vede bene nella pittura fiamminga cinque-seicentesca dove, grazie anche al diffuso mercantilismo e all'amore per la natura, si assistette ad un proliferare di opere dal tema paesaggistico o di momenti della vita quotidiana. Anche il nudo artistico femminile divenno un soggetto ampiamente ricercato.

Tra i più emblematici pittori luterani si può menzionare Lucas Cranach il Vecchio, amico personale di Lutero che conobbe a Wittenberg. Influenzato dalla dottrina luterana, dopo il 1517 si dedicò in particolare a temi mitologici, ai ritratti e ai nudi femminili. Di tema sacro, celebri alcune sue Crocifissioni in cui rappresenta un Cristo spoglio e dolente. Di Cranach si ricordano anche i numerosissimi ritratti di Lutero e sua moglie.

Sicuramente la Riforma Luterana, almeno nelle sue accezioni meno radicali, ebbe grande impatto anche sul più celebre pittore del rinascimento tedesco, Albrecht Dürer. Tuttavia, la sua morte prematura avvenuta quando ancora il movimento compiva i suoi primi passi non gli permise di «impostare una organica struttura figurativa riformata» ai suoi lavori, sebbene le annotazioni tratte da suoi diari facciano capire quanto egli fosse attratto dalle nuove idee dottrinali che serpeggiavano nel suo paese natio. Diverso fu il caso del suo allievo Hans Baldung che vissuto appieno l'esplosione della Riforma abbandonando progressivamente i soggetti sacri (anche a causa del calo di commissioni da parte di istituzioni religiose) ad argomenti più secolari e in particolare ai nudi femminili e ad allegorie.

Hans Holbein il Giovane, attivo alla corte di Enrico VIII d'Inghilterra, fu un campione dell'arte della riforma protestante. Egli lavorò per Thomas Cromwell, il quale gli commissionò immagini spiccatamente riformiste, tra cui delle xilografie anticlericali e le decorazioni della prima pagina della Bibbia tradotta in inglese da Myles Coverdale. Celebre la sua opera Ambasciatori, ricca di simbolismo e che alcuni hanno interpretato come un auspicio per una ricomposizione dello scisma tra cattolicesimo e Chiesa anglicana.

Anche la pittura italiana risentì dell'influenza della Riforma. In particolare «suggestioni luterane trovarono echi spirituali e riflessioni individuali» nelle opere di Jacopo Carrucci, detto il Pontormo, e in Lorenzo Lotto che, venuto a conoscenza della dottrina luterana a Venezia, «porta della Riforma in Italia», sembra che vi si accostasse negli ultimi anni della vita. Certo è che Lotto fece un ritratto, ora perduto, del riformista tedesco insieme alla moglie arricchendo la tela di svariate simbologie.

La Controriforma

Di fronte all'avanzata del movimento protestante in tutta Europa, la gerarchia cattolica cominciò a preparare una controffensiva. Papa Clemente VII, memore del conciliarismo affermatosi a Costanza e a Basilea nel secolo precedente, preferì non convocare alcun concilio ecumenico, timoroso che questo potesse mettere in discussione il primato petrino.

La situazione cambiò con Paolo III (1534-1549), il quale affidò ai cardinali Contarini e Pole l'incarico di concordare con l'imperatore Carlo V una città dove i luterani e i cattolici potessero confrontarsi. Si scelse Trento per due motivi: apparteneva all'Impero ed era geograficamente vicina alla Germania luterana. Il processo per giungere al Concilio fu lungo e travagliato: convocato prima per il 1542, fu poi definitivamente convocato dal pontefice per il 1545 con la bolla Laetare Jerusalem. I lavori furono interrotti a seguito di contrasti con l'Imperatore e ripresero con Giulio III (1550-1555), mentre l'intransigente Paolo IV (1555-1559) non volle che si continuasse in quanto riteneva che spettasse solo alla sede romana il compito della Riforma. Ripreso sotto Pio IV (1562), si concluse soltanto nel 1563.

Decreti dottrinali

Le conclusioni dei decreti conciliari furono completamente opposte rispetto a quelle progettate inizialmente da Paolo III e da Carlo V. Se costoro erano desiderosi di trovare un compromesso con i luterani (significativa l'azione mediatrice del Contarini ai colloqui di Ratisbona), l'ala reazionaria guidata da Paolo IV prese il sopravvento, grazie alla morte dei fautori dell'ala mediatrice quali Contarini e Pole. Difatti, i decreti conciliari che furono approvati poi con la bolla Benedictus Deus il 26 gennaio 1564 andavano a consolidare i punti dottrinali opposti a quelli promossi dal Protestantesimo, sottolineando il rapporto tra fede e opere, l'autorità della Chiesa nell'interpretazione delle Scritture e il ripristino della monarchia assolutista papale. Riassumendo:

La validità delle opere insieme alla fede (contro la sola fide protestante).
L'imposizione della Vulgata geronimiana come unica versione valida della Bibbia, e il divieto di uso del volgare per le traduzioni della Sacra Scrittura e nel culto.
L'interpretazione delle Scritture è affidata esclusivamente al clero (contro il principio del sacerdotium universale protestante).
Oltre alla Scrittura, si deve considerare come fonte rivelata anche la Traditio Ecclesiae.
Si rinnova un “ottimismo antropologico” per cui l'uomo è capace di scegliere fra bene e male (il protestantesimo accentuava un pessimismo antropologico).
Riaffermazione dei 7 sacramenti (contro i due ammessi dalle confessioni protestanti: battesimo e Santa Cena).
Riaffermazione del sacrificio eucaristico durante la Consacrazione (transustanziazione).
Riaffermazione del celibato ecclesiastico.
Riaffermazione del Primato petrino e della gerarchia ecclesiastica.

Decreti disciplinari

Perché i decreti trovassero una concreta applicazione, si procedette alla definizione di una prassi ecclesiale estremamente rigorosa, volta all'edificazione del popolo attraverso una condotta esemplare del clero, stabilendo che:

I preti dovessero essere preparati culturalmente e teologicamente. Si procedette all'erezione di seminari diocesani.
I vescovi dovessero risiedere nelle diocesi, compiere delle visite pastorali e controllare direttamente l'operato del clero.
Il clero avrebbe dovuto controllare scrupolosamente la moralità dei loro fedeli e annotare in appositi registri le date dei battesimi, di matrimonio, di morte.
Ci fosse una "bonifica morale" di conventi e monasteri da tutti quei soggetti indegni o costretti alla vita monacale contro la loro volontà.

Rito tridentino

Fino al XVI secolo, esistevano numerosissimi riti liturgici occidentali che, benché uniformi dal punto di vista strutturale, si differenziavano per invocazioni e preghiere legate alla cultura locale. Il Concilio, per evitare ulteriori problematiche e per sottomettere l'edizione dei libri liturgici all'autorità della Sede Apostolica, decise di estendere il più possibile il rito romano. Papa Pio V, proclamò, nella bolla Quo primum tempore (1570), che l'eucaristia si dovesse celebrare in tutta la Chiesa latina secondo il Messale Romano edito in quello stesso anno, con l'eccezione di quei riti che avessero più di duecento anni, che potevano essere mantenuti.

Benché sia diffuso, non è corretto parlare di rito «tridentino». In realtà, al Concilio di Trento non fu elaborato nessun nuovo libro liturgico, il Concilio chiese al Papa di esaminare il Messale, ma le uniche variazioni riguardano alcune feste di santi: per il resto il Messale ricalcava le precedenti edizioni a stampa, in particolare l'edizione veneziana del 1497, a sua volta derivata dalla prima edizione a stampa del 1474.

Caratteri della civiltà post-tridentina

Le guerre di religione

La conseguenza di queste drastiche riforme fu un inasprimento del clima di intolleranza che si poteva già percepire all'indomani della Riforma luterana. Dagli anni sessanta del XVI secolo, infatti, l'Europa sprofondò in una serie di guerre di religione tra protestanti e cattolici che destabilizzarono profondamente gli equilibri interni degli stati, accentuando il ruolo politico e religioso del campione della Controriforma, il cattolicissimo sovrano di Spagna Filippo II.

Francia

La Francia, guidata da Caterina de' Medici come reggente, si barcamenò tra momenti di momentanea riappacificazione e di aperto conflitto, favorito dalla conflittualità tra la monarchia e l'aristocrazia del sangue (i Guisa) e gli Ugonotti calvinisti. Il conflitto toccò l'apice sotto il regno di Enrico III (1574-1589), allorché il sovrano cercò di favorire la pace interna riconciliandosi con l'ugonotto Enrico di Navarra. La conseguenza di quest'atto fu l'assassinio di Enrico III, l'ascesa ostacolata di Enrico IV da parte dei membri della Lega cattolica (patrocinata dalla Spagna), la conquista del potere del Navarra e la proclamazione dell'Editto di Nantes (1598), con cui si tollerò la presenza del calvinismo in alcune piazzaforti francesi.

Inghilterra

L'Inghilterra fu anch'essa centro delle guerre di religione tra cattolici e protestanti. Dopo la separazione da Roma (1534) ad opera di Enrico VIII, il re si proclamò capo della Chiesa anglicana. Enrico, nonostante la rottura, si mantenne sempre su un piano ortodosso a livello dogmatico. Al contrario, il suo successore, il re bambino Edoardo VI (1547-1553), attorniato da cortigiani e teologi calvinisti (quali Thomas Cranmer), si adoperò per l'introduzione dei dogmi calvinisti nel seno della Chiesa. A ribaltare la situazione fu la sorellastra e fervente cattolica Maria I (1553-1558), figlia di primo letto di Enrico VIII e di Caterina d'Aragona. Maria, nel suo breve regno, cercò di reintrodurre i costumi e gli usi cattolici, dando nel contempo inizio ad una violenta caccia contro i protestanti. Ben più durature furono le riforme religiose della secondogenita di Enrico figlia di Anna Bolena, Elisabetta I (1558-1603) la quale: nel 1559 pubblicò un libro di preghiere comune (The Book of Common Prayer), mentre promulgò nel 1563 una serie di articoli di fede (i 39 articoli). Nonostante questo tentativo di pacificazione, Elisabetta iniziò a perseguitare i sudditi cattolici dopoché papa Pio V la scomunicò ufficialmente nel 1570 e dopo essere venuta a conoscenza dei complotti (favoriti dalla Spagna) per deporla ponendo sul trono la cugina, l'ex regina di Scozia Maria Stuarda. Elisabetta riuscì a resistere anche al tentativo armato di porre fine al suo regno da parte di Filippo II, con la spedizione dell'Invincibile Armata (1588).

Guerra dei trent'anni

I torbidi politico-religiosi sembrarono placarsi all'alba del XVII secolo, ma non era nient'altro che una tregua. Nel 1618, in seguito alla defenestrazione di Praga, scoppiò una violenta guerra tra gli Asburgo d'Austria e i principi protestanti dell'Impero, destinata a durare fino al 1648. Questo conflitto, che si estese a tutti i grandi Paesi europei (Stato Pontificio, Baviera, Asburgo d'Austria e di Spagna da un lato; Francia, Paesi Bassi, Svezia e principi protestanti dall'altro), fu l'ultimo che si possa definire di carattere religioso. Infatti, la partecipazione della cattolica Francia (guidata dal Richelieu) al fianco dei calvinisti e dei luterani e lo smacco subito dalle armate imperialis, portavoce in campo politico di quella riunificazione religiosa sognata dal Papato, fece tramontare il sogno di una restaurazione cattolica da parte della Chiesa.

L'assolutismo papale

Premessa

Elemento caratteristico della cultura religiosa post-tridentina fu l'affermazione definitiva dell'assolutismo papale e la morte del conciliarismo. I pontefici della seconda metà del XVI secolo si impegnarono, infatti, a sottolineare il decreto conciliare tridentino che ribadiva il carattere divino della sede episcopale romana, limitando così fortemente eventuali spinte autonomiste delle sedi episcopali cattoliche suffraganee. Grazie anche alla trattatistica del teologo gesuita (e poi cardinale) Roberto Bellarmino, si giunse ad un'esaltazione personale del Romano Pontefice quale Vicarius Dei e cuore della Chiesa stessa:

«L'esaltazione dei pontefici, della loro azione e delle loro realizzazioni, divenne una costante; i panegirici si modellavano su quelli scritti in onore degli imperatori: ma l'esaltazione della persona in realtà rimandava all'esaltazione della chiesa stessa.»

Il clou del periodo in cui si consolidò questa dimensione curiale, accentratrice ed assolutista si può tratteggiare dal pontificato di Paolo III (1534-1549) fino a quello di Gregorio XV (1621-1623), durante i quali pontefici autoritari ed assolutisti quali Pio V e Sisto V incarnarono lo spirito di rinnovamento diffusosi nella coscienza cattolica post-tridentina. Dal pontificato di Urbano VIII (1623-1644) fino a quello di Clemente XII (1730-1740), cioè quel lungo Seicento delle Chiese cristiane, si assistette alla fine del sogno di restaurazione cattolica dell'Europa (con la fine della guerra dei trent'anni, 1648) e all'assestamento della mentalità controriformista e delle strutture curiali romane, fino alla comparsa dell'Illuminismo che fu il primo, serio movimento culturale capace di mettere in crisi l'impianto socio-religioso uscito fuori da Trento.

Il Papato della Controriforma

Da Pio IV a Clemente VIII (1559-1605). L'attuazione del Concilio

Pio IV, negli ultimi anni del suo pontificato, si mobilitò perché i canoni disciplinari e teologici approvati a Trento fossero messi in pratica. Per questo motivo, già nel 1564 creò una Congregazione del concilio perché sorvegliasse l'attuazione delle disposizioni conciliari e, il 13 novembre 1565, la pubblicazione della Professio fidei tridentina, "compendio" della teologia della Riforma cattolica. L'opera di Pio IV fu continuata da Michele Ghisleri, intronizzato nel 1565 col nome di Pio V (1565-1572), implacabile inquisitore animato da una ferrea ed intransigente volontà di sottolineare la plenitudo potestatis romana e di combattere le eresie con tutti i mezzi a disposizione possibili. Sotto di lui:

«La Roma papale tendeva a costituirsi norma di tutta la vita ecclesiale, dalla liturgia al diritto, dalla storia alla teologia. Lo si verifica anche sul piano liturgico-rituale. Poiché ai pontefici era deputato l'intervento in materia, la riforma del messale e del breviario fu effettuata da parte di papa Pio V.»

Oltre alla riforma del messale (il cosiddetto "Messale di San Pio V"), Pio V patrocinò anche l'uniformità dei vari riti liturgici presenti nella Chiesa cattolica (mantenendo intatto il rito ambrosiano, anche a causa della caparbia volontà di san Carlo Borromeo nel mantenerne la ricchezza spirituale); diede impulso alle missioni (istituzione di una congregazione cardinalizia nel 1568); instaurò a Roma un clima di assoluta ortodossia dottrinale accompagnata da una corretta ortoprassi da parte del clero e dei fedeli; favorì la diffusione del Santo Rosario presso il popolo, preghiera che venne solennizzata come ringraziamento alla Madonna per la vittoria ottenuta dalla Lega Santa a Lepanto contro i Turchi (1571). Le riforme furono proseguite da Gregorio XIII (1572-1585), decretando la costituzione di ambascerie diplomatiche permanenti (le nunziature apostoliche) per mantenere strette e continue relazioni con i monarchi d'Europa ed avviò le prime disposizioni ecclesiali riguardo all'obbligo, da parte dei vescovi, di presentare a Roma delle relazioni delle visite pastorali da loro condotte nelle varie diocesi. Solamente nel 1585, sotto Sisto V (1585-1590), tali decreti divennero ufficiale, dando origine alle relationes ad limina apostolorum tuttora vigenti. Quest'ultimo pontefice, benché avesse regnato solo 5 anni, si dimostrò energico nell'azione teologica ed esegetica, tanto da portare a compimento la revisione della Vulgata (edita nel 1592 sotto Clemente VIII, papa dal 1592 al 1605), in ottemperanza ai canoni tridentini che prevedevano la definizione dei libri delle Sacre Scritture.

La fine del sogno dell'egemonia cattolica (1605-1648)

La prima metà del secolo vide il papato impegnato nel tentativo di imporre la sua supremazia in campo religioso in tutta Europa, e non limitandosi soltanto agli Stati che nel frattempo avevano abbracciato il protestantesimo. Supportati da un apparato politico-religioso stabile ed efficiente, i pontefici del primo Seicento cercarono di ricostruire il sogno medievale di Gregorio VII e di Innocenzo III: una plenitudo potestatis directa che non si limitasse ad esercitare il potere spirituale nelle questioni prettamente religiose, ma che interferisse anche nella politica interna degli stati, considerati come il braccio "secolare" dell'azione della Chiesa.

La concretizzazione di questo progetto si trovò nell'autoritario Paolo V (1605-1621), allorché scagliò l'interdetto contro la Repubblica di Venezia (1606) per essersi rifiutata di consegnare a Roma dei preti rei di aver commesso dei delitti e per non aver accolto le richieste pontificie in merito alla legislazione ecclesiastica. Paolo V, però, non si rese conto che la sua presa di posizione era anacronistica: la difesa dei principi giurisdizionalisti statali, nell'età delle monarchie assolute, avevano sviluppato un senso di orgoglio "laico" negli Stati, opponendosi fortemente contro le pretese di intervento diretto del pontefice nelle loro questioni di politica interna. Il Bellarmino stesso si accorse, anni addietro, che era impossibile esercitare tale politica:

«Roberto Bellarmino, in particolare nelle sue Disputationes de controversiis christianae fidei adversus huius tempori haereticos [...] prendeva atto lucidamente del processo in corso nella formazione degli Stati moderni e della situazione creatasi dopo la Riforma, quando il sostegno alla causa della Chiesa romana da parte degli Stati cattolici era stato ottenuto dal Papato attraverso contrattazioni che avevano dovuto riconoscere al potere politico varie competenze nella sfera della giurisdizione ecclesiastica. Di lì derivava l'impossibilità di riproporre una prospettiva teocratica nella quale il potere del papa trovasse occasione di esercitarsi direttamente sulla società»

Infatti, il Pontefice non riuscì ad ottenere il risultato sperato: l'indifferenza dei veneziani (che continuarono a celebrare i sacramenti nonostante l'interdetto papale), la reazione teologico-politica di fra Paolo Sarpi e le minacce della Francia di Enrico IV costrinsero Paolo a recedere dai suoi propositi.

Dopo il breve ma intenso pontificato di Gregorio XV (1621-1623), promotore dell'importante dicastero pontificio di Propaganda fide (1622), seguì quello ventennale di Urbano VIII (1623-1644). Il Pontefice, benché assertore della maestà pontificia nella regolamentazione delle questioni internazionali, dovette amaramente constatare il fallimento dei suoi progetti quando la Francia del cardinale Richelieu, nella guerra dei trent'anni, si batté a fianco dei protestanti contro i cattolici. La pace di Westfalia

«Pose fine alle grandi guerre di religione e comportò il fallimento del progetto di restaurazione controriformista dell'Europa [...] Con la pace di Westfalia, che Innocenzo X sconfessò senza generare particolari conseguenze, il Papato entrò in una fase di grave crisi.»

Il riformismo barocco e la sua fine (1650-1740)

Il papato della seconda metà del XVII secolo dovette constatare amaramente la fine del suo sogno di restaurazione cattolica, accontentandosi di essere la guida morale delle coscienze e di influire, con la sua autorità morale, sulle decisioni politiche degli Stati cattolici. I pontificati di Innocenzo X (1644-1655) e di Alessandro VII (1655-1667) continuarono da un lato nel consolidare quella cultura controriformista attraverso disposizioni disciplinari e patrocinando l'arte barocca come strumento di propagazione della fede; dall'altra, ad impedire la diffusione delle "devianze" ortodosse tridentine. Tra queste, spiccava per importanza ed influenza culturale il giansenismo, dottrina sviluppata dal vescovo olandese Cornelius Jansen (1583-1638) vicina alle posizioni calviniste sul problema della grazia e della predestinazione Benché i seguaci del giansensimo (celebre centro di diffusione fu il monastero di Port-Royal, intorno al quale gravitava il filosofo e matematico francese Blaise Pascal) si dichiarassero seguaci del cattolicesimo, i papi da Urbano VIII in avanti si dimostrarono fortemente avversi ad un indirizzo teologico così vicino al calvinismo. Difatti, con la bolla di papa Innocenzo X Cum Occasione del 1653 e con quelle di Alessandro VII (Ad sanctam beati Petri sedem del 1656 e Regiminis Apostolici del 1664), il papato diede il via ad una serie di condanne nei decenni successivi, tra cui la più importante è sicuramente la bolla Unigenitus del 1713 ad opera di Clemente XI.

Il pontefice che espresse maggiormente il ruolo di guida spirituale e di difensore intransigente della dottrina fu Innocenzo XI (1676-1689), il quale intendeva rilanciare il Papato nella sua missione pastorale, avviando una selezione più rigida per scegliere i candidati curiali e cercando di estirpare alcune ignobili piaghe della Curia, quali la vita principesca che i cardinali conducevano e il nepotismo. I principali problemi del pontificato innocenziano furono:

Il quietismo. Propugnato dal prete spagnolo Miguel de Molinos, sosteneva una forte religiosità interiore tendente al misticismo, abbandonandosi ad uno stato di quiete per fondere la propria anima con Dio. Di conseguenza, il quietismo giungeva quasi a screditare l'importanza della religiosità esteriore. Attaccata dai gesuiti, questa dottrina fu condannata da Innocenzo XI nel 1687.
La questione gallicana. Innocenzo, tra il 1680 e il 1684, dovette fronteggiare il tentativo da parte di re Luigi XIV di Francia di assoggettare la Chiesa di Francia alla monarchia. Dopo una diatriba che toccò il culmine il 13 marzo 1682 con la promulgazione della Declaratio cleri gallicani, in cui si limitava il potere papale, riconoscendone però un primato spirituale.
La spinta riformatrice e pastorale fu seguita da Innocenzo XII (1691-1700), che emise la bolla Romanum decet pontificem (1692) con cui condannava esplicitamente il nepotismo; e da Clemente XI (1700-1721), che continuò la lotta contro il giansenismo. Con quest'ultimo pontefice, però, il prestigio del papato in campo internazionale cominciò lentamente a scemare: l'affermazione piena del giurisdizionalismo e la decadenza dello Stato Pontificio in campo internazionale (rovesci diplomatici al trattato di Utrecht del 1714) determinarono una crisi d'autorità della Chiesa Cattolica in campo etico e dottrinale. Con il radicamento dell'illuminismo nei ranghi della politica e della cultura, poi, si diffuse presso gli ambienti governativi anche un forte sentimento anti-gesuita. Se Benedetto XIII (1723-1730) e Clemente XII (1730-1740) cercarono di opporsi alle novità provenienti dal mondo contemporaneo, Benedetto XIV (1740-1758), per via anche del suo spirito conciliante e dei suoi interessi verso ogni ramo della cultura, cercò di trovare dei canali di mediazione con la nuova cultura europea. Quando però si accorse dei rischi potenziali contenuti in alcune opere (L'Esprit de lois di Montesquieu, per esempio) e dell'anticlericalismo sempre più serpeggiante in seno agli stati cattolici europei (in primis il Portogallo del Marchese di Pombal), Benedetto XIV procedette ad un ripiegamento teologico e culturale volto alla difesa dei principi della fede cristiana. Con la seconda fase del pontificato lambertiniano, si può parlare di conclusione del riformismo barocco.

La spiritualità tridentina

I nuovi ordini religiosi e il loro contributo

A contribuire al rinnovamento spirituale presso la popolazione, un ruolo fondamentale lo svolsero quegli ordini religiosi nati in risposta all'esigenza della Riforma Cattolica percepita già all'indomani della Riforma Luterana. Ordini come i cappuccini, le orsoline, i teatini, i barnabiti e specialmente i gesuiti rafforzarono la pastorale del degradato clero secolare, influendo sugli sviluppi della devozione popolare, caratterizzata da una forte venerazione nei confronti dei santi, della Beata Vergine (in particolar modo si diffuse la pratica del rosario), l'assiduità alla partecipazione dei sacramenti e ai precetti della Chiesa, determinando talvolta una religiosità di facciata, dominata più dal conformismo che da una religiosità percepita nella sua purezza.

Infatti, oltre ad influire sulla condotta dei fedeli nell'ortoprassi religiosa, gli ordini religiosi nati dalla Riforma Cattolica (in special modo i gesuiti per i ragazzi e le orsoline per le femmine) si adoperarono di formare le generazioni future, a seconda dei ruoli che i giovani avranno nella società. Non per nulla, l'educazione dei futuri principi era affidata a precettori gesuiti i quali, d'altronde, crearono delle scuole per la formazione anche dei ceti medio-bassi: l'educazione umanistica, impregnata di una sana dottrina cattolica, era considerato il miglior strumento per la formazione dell'uomo.

La "clericalizzazione" della società cristiana

L'attenzione rivolta alla pratica esteriore della religiosità e l'affidamento del popolo al clero spazzò via quel gruppo di intellettuali e religiosi cattolici (i cosiddetti spirituali) simpatizzanti per la dimensione interiore della fede propugnata dal protestantesimo. Una religiosità che non faccia affidamento al Magistero della Chiesa era vista con estremo sospetto da parte delle gerarchie, che affidavano i singoli casi all'Inquisizione. Di conseguenza, si ebbe un rafforzamento della figura del presbitero, capace di condurre il popolo di Dio alla salvezza dell'anima attraverso una corretta esegesi delle Sacre Scritture, interpretazione fornitagli dall'istituzione dei Seminari come previsto dal Concilio di Trento:

«Dopo Trento, la chiesa cattolica consolidò una coscienza collettiva mediante l'eliminazione delle incertezze dogmatiche e l'affermazione del principio della cura animarum come suo compito specifico, delegato al ministero ordinato. Ne derivò un processo di "clericalizzazione"; una forte attenzione si incentrò sulla figura e sulle funzioni del prete»

L'istituzione delle parrocchie, circoscrizioni religiose nettamente più limitate delle pievi medievali, aveva proprio la funzione di controllare più da vicino la morale dei fedeli, modellata grazie alla fondazione delle "Scuole di Dottrina cristiana" in cui si impartivano i precetti tridentini ai fedeli. Inoltre, non bisogna dimenticare che la figura del prete, nelle comunità agricole, era riverita non solo per l'autorità morale che rappresentava, ma anche per la preparazione culturale, che, benché non sempre fosse eccellente, era sicuramente superiore a quella dei semplici contadini. La figura di Don Abbondio nel suo rapporto con gli abitanti del paesino descritto ne I Promessi sposi delinea (per lo più per antifrasi) il prototipo del parroco dell'età post-tridentina, sebbene - per Manzoni - ad incarnare veramente quel modello di cura pastorale siano piuttosto padre Cristoforo e il cardinal Federigo Borromeo.

In conseguenza di questa esasperazione del ruolo di mediazione riservato al clero, si venne ad accentuare la distanza tra il "laicato" e il clero stesso, definendo quella societas inequalis che verrà ribadita nel Concilio Vaticano I e nel Codice di diritto canonico del 1917 e che permarrà fino al Vaticano II. Se il popolo è una massa di persone indefinita, il clero gode non solo di privilegi sociali, ma anche dell'esclusiva autorità d'interpretazione delle scritture.

Il vescovo controriformista: Carlo Borromeo

Ci sono vari vescovi esemplari del clima controriformista, come ad esempio Pietro Giovanni Aliotti, vescovo di Forlì dal 1551 al 1563, ma come modello del vescovo delineato dal Concilio di Trento certamente spicca la figura di Carlo Borromeo (arcivescovo di Milano dal 1564 al 1584).

Il nipote di Pio IV fu inviato a guidare l'arcidiocesi di Milano, che da cinquant'anni era lasciata in uno stato d'incuria spirituale e materiale a causa della negligenza di Ippolito I e di Ippolito II d'Este. Ivi, il giovane presule si diede subito da fare per cercare di eliminare gli abusi compiuti in questo stato di decennale anarchia, rimuovendo i prelati indegni, ristabilendo il rispetto della disciplina ecclesiastica nei monasteri e nel clero diocesano. Curò con particolare intensità il rispetto della liturgia secondo i canoni tridentini, e si mostrò indefesso nelle visite pastorali, giungendo anche ai confini con la Svizzera protestante e visitando villaggi e paesi sperduti sulle montagne. L'opera restauratrice di san Carlo non si limitò soltanto alle disposizioni liturgiche e all'adempimento dei canoni tridentini, in quanto esercitò fino in fondo il suo ministero di servizio verso i più bisognosi in occasione della peste del 1576 (chiamata infatti "peste di San Carlo") e conducendo una vita morigerata. Si prodigò, inoltre, nella formazione culturale dei suoi presbiteri, aprendo vari seminari, tra cui il Collegio Borromeo di Pavia.

La cultura barocca

La Chiesa è propagatrice in primo piano della cultura religiosa. Dopo aver abdicato al sapere mondano in seguito al Concilio di Trento, la Chiesa Cattolica fu in prima linea nella diffusione della religione e nell'opera di moderazione di quella profana, tramite lo strumento della Santa Inquisizione. Sostanzialmente, la Chiesa cattolica opera una purificazione di tutte le tematiche pagane del primo cinquecento per dare il via ad un umanesimo cristiano che trova i suoi centri propulsori nei collegi gesuiti e nelle predicazioni tanto in voga in quel secolo. Si può vedere quindi come la cultura cattolica non sia, come è stata rappresentata, soltanto repressione, ma proposta per un'innovazione del sapere in chiave cristiana: protegge infatti la scienza (purché sia in linea con le scritture); favorisce l'arte ad maiorem gloriam Dei (Palestrina nella musica; Bernini e Borromini in quella figurativa e architettonica); esalta la poesia come funzione moralizzatrice (il circolo classicista di papa Urbano VIII).

L'arte figurativa

In seguito alle disposizioni conciliari, l'arte figurativa del Barocco deve rispondere all'esigenza di difesa e diffusione dell'ortodossia cattolica contro l'eresia protestante. Un clima di profondo rinnovamento segue la rivoluzione dei canoni figurativi dell'età rinascimentale: gli affreschi rappresentanti scene tratte dai vangeli apocrifi vengono cancellati, mentre quelli considerati indecenti e dal sapore paganeggiante (quale il Giudizio Universale di Michelangelo) vengono "corretti" attraverso l'aggiunta di panni per coprire le nudità. L'arte deve ritornare (come si vedrà anche per l'aspetto musicale) a "parlare" agli analfabeti, glorificare Dio e i suoi santi attraverso la celebrazione di particolari soggetti, quali la Madonna (la cui venerazione è rifiutata dai protestanti). In campo architettonico, due casi esemplificativi mostrano come l'arte sia divenuta strumento di propaganda della Riforma Cattolica: la chiesa del Gesù di Roma, ad opera del Vignola; e la produzione artistica del Bernini.

Nel primo caso, la chiesa, riccamente decorata, presenta una struttura a pianta latina fiancheggiata da una serie di cappelle riconducenti ai motivi religiosi della controriforma: l'esaltazione dei santi e dei sacramenti, la devozione al Sacro Cuore di Gesù. La volta è affrescata col trionfo di Cristo, fiancheggiato dai dottori della Chiesa, con la chiara allusione di dimostrare l'ortodossia della fede cattolica. Del Bernini, oltre all'esaltazione iconografica del potere papale con la Cathedra Petri nella Basilica Vaticana, si ricorda l'Estasi di santa Teresa d'Avila, altisonante espressione del misticismo controriformista.

La musica

La musica polifonica di stampo quattrocentesco sembrava aver preso una strada indipendente rispetto alle esigenze liturgiche, che prevedevano un uso delle parole e un messaggio che fosse semplice, chiaramente udibile da parte dei fedeli. Inoltre, si richiese una purificazione della polifonia da tutte le tematiche profane, perché la musica ritornasse ad essere ancilla Dei. Il Concilio, per ribadire quest'esigenza di purificazione e di asservimento della parola musicata ai fini liturgici, emanò il Decretum de observandis et evitandis in celebratione Missarum (1562):

«Bandiscano, poi, dalle chiese quelle musiche in cui, con l'organo o col canto, si esegue qualche cosa di meno casto e di impuro; e similmente tutti i modi secolari di comportarsi, i colloqui vani e, quindi, profani, il camminare, il fare strepito, lo schiamazzare, affinché la casa di Dio sembri, e possa chiamarsi davvero, casa di preghiera.»

Pierluigi da Palestrina, davanti ad un'ala intransigente dei Padri che addirittura voleva l'abolizione della musica dalle liturgie, avrebbe rivisto quel capolavoro che è la Missa papae Marcelli (1555), presentandola poi davanti ad una commissione di cardinali (tra cui faceva parte anche il Borromeo) per dimostrare che il contrappunto ovvero la polifonia è davvero compatibile con le dottrine della Controriforma. La Controriforma, nel considerare il capolavoro di Palestrina, approvò la polifonia, che da allora ebbe sempre un posto privilegiato accanto al canto gregoriano, proclamando Palestrina il salvatore della musica polifonica e gettando le basi per la cappella sacra romana. Si richiese, però, che la musica polifonica seguisse le seguenti norme:

«La polifonia doveva però rispettare alcuni principi che divennero culturalmente l'ideale estetico della Controriforma: messa cantata in latino; divieto di parodie da musiche secolari; polifonia semplice, tale da non soffocare il testo; musica eseguita a cappella, senza strumenti con l'unica eccezione dell'organo; esecuzione con dignità espressiva, senza gli eccessi degli “affetti” e dello stile madrigalistico.»

Il classicismo letterario barocco

Oltre alla linea marinista e concettista, piena di figure retoriche volte a suscitare splendore e meraviglia nel pubblico dei lettori, il critico letterario Ezio Raimondi ha individuato una linea invece più classicheggiante, che rifiutava le stravaganze mariniste (senza però rifiutare di suscitare la meraviglia nei lettori) e che si proponeva di educare il popolo di Dio attraverso una letteratura "pedagogica" e civile. Il fulcro di questa tendenza classicheggiante lo si ebbe nel circolo barberiniano, formatosi intorno al cardinale Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII (1623-1644). Lo stesso Urbano VIII, Tommaso Campanella, Tommaso Stigliani, Giovanni Ciampoli e Virginio Cesarini furono tra i principali esponenti di questo gruppo di poeti, ma fu soprattutto l'ultimo a dare un maggior contributo per stile e produzione. Cesarini, membro dell'Accademia dei Lincei amico di Galileo, proponeva una poesia etica secondo i principi cristiani e che potesse suscitare un senso d'amor patrio.

Il rapporto tra scienza e fede

Gli studi recenti

A partire dagli anni '50 del '900 gli studi storico-letterari hanno rivalutato profondamente l'immagine negativa che è stata offerta per secoli, cioè quella di una Chiesa ostile al progresso scientifico e persecutrice delle nuove scoperte, soprattutto in campo astronomico. In realtà, Andrea Battistini, Ezio Raimondi ed Eraldo Bellini, nei loro saggi delineanti il rapporto tra letteratura e scienza, hanno inevitabilmente affrontato anche la dimensione della fede, fondamentale perno socio-culturale della civiltà controriformista.

La visione tolemaica e il ruolo scientifico dei Gesuiti

Partendo dal presupposto che il testo biblico è un'auctoritas non solamente per le questioni di fede, ma anche per quelle scientifiche, la tradizione ecclesiastica aveva accolto la teoria geocentrica dello scienziato egiziano Tolomeo, in quanto la sua teoria si accordava perfettamente alla visione antropocentrica del cristianesimo. Come l'uomo è al centro della Creazione, così la Terra deve essere al centro dell'Universo. La Chiesa patrocinò le iniziative scientifiche più disparate, purché non s'intaccasse la teoria geocentrica. I Gesuiti, per esempio, erano considerati (nel mondo cattolico) tra i migliori studiosi della realtà cosmica e naturale: Athanasius Kircher, Orazio Grassi e Francesco Lana de Terzi sono soltanto alcuni degli scienziati appartenenti alla Compagnia di Gesù, con i quali lo stesso Galileo mantenne i rapporti fino alla rottura avvenuta con la pubblicazione de Il Saggiatore. La stessa Accademia dei Lincei, di cui si parlerà fra poco, era supportata dall'allora cardinale Maffeo Barberini, nonostante la "libertà di ricerca" propugnata dal fondatore dell'Accademia, il principe Federico Cesi.

I Lincei e Galileo: la "nuova scienza"

Nata nel 1603 per iniziativa del giovane principe Federico Cesi (insieme agli amici Giovanni Heckius, il marchigiano Francesco Stelluti e l'umbro Anastasio de Filiis), l'Accademia de' Lincei iniziò a funzionare soltanto nel 1609, quando il Cesi divenne proprietario dei beni paterna in seguito alla morte del genitore. La fortuna dei Lincei fu però data dall'adesione di Galileo nel 1610, determinando fra di essi un vero e proprio sodalizio scientifico: se Galileo, famoso per il fresco di stampa Sidereus Nuncius, diede prestigio all'Accademia con la sua adesione, dall'altra i Lincei, molto sensibili alla divulgazione della “nova scienza”, spinsero Galileo ad adottare il dialogo come genere letterario adatto per tale scopo. I Lincei, per diffondere le loro scoperte, inventarono gli opuscoli e le gazzette (in lingua volgare) perché si formasse una coscienza collettiva anche con dei profani: la prosa letteraria trovò così una forma di comunione con la scienza. Questa, inoltre, doveva basarsi sull'esperienza diretta, empirica dei fenomeni, e non sulle auctoritates antiche e teologiche. Come esporrà bene Galileo nelle Lettere Copernicane, la Bibbia è un volume dal carattere soteriologico, perché conduca gli uomini alla salvezza, e non un libro scientifico. Bisogna non sapere di astrologia, filosofia o teologia per capire la realtà della natura, ma di matematica e fisica, in quanto il libro dell'universo ragiona secondo i calcoli, e non intorno alle dotte disputazioni, come dirà Galileo disputando con il gesuita Orazio Grassi ne Il Saggiatore:

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, a conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.»

La Chiesa, nella figura del cardinal Bellarmino, si oppose alla rinascita del copernicanesimo nella sua veste galileiana, in quanto non conciliante con alcuni passi delle Scritture, quali Giosuè 10, 12-13. Il Cardinale cercò di convincere Galileo a desistere, dopo la sentenza del Sant'Uffizio del 1616, a non difendere una tesi "plausibile" solo come forumulazione matematica privata, ma non concepibile nella sua accettazione pratica. L'ascesa poi al trono papale del filo-linceo Urbano VIII fece credere allo scienziato pisano di poter liberamente sostenere questa visione, ma si sbagliava. Lo scontro tra questi due correnti di pensiero e di interpretazione del reale giunse il culmine con la condanna, da parte del Sant'Uffizio, del Dialogo sui massimi sistemi, cosa che suscitò molto scalpore presso gli avversari del cattolicesimo controriformista.